Amianto e salute in Italia. Analisi della mortalità per mesotelioma e altre patologie asbesto-correlate
IL NUOVO RAPPORTO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ (ISS), AGGIORNATO CON I DATI ISTAT PIÙ RECENTI, EVIDENZIA L’IMPATTO PERSISTENTE DELL’AMIANTO SULLA MORTALITÀ IN ITALIA, CON UN’ANALISI SUI DECESSI PER MESOTELIOMA MALIGNO TRA IL 2010 E IL 2020. A PIÙ DI TRENT’ANNI DAL BANDO DELL’ASBESTO, LE ESPOSIZIONI CONTINUANO A CAUSARE MALATTIE LETALI, SPECIE NELLE REGIONI INDUSTRIALI DEL NORD. IL RAPPORTO SOLLECITA INTERVENTI DI BONIFICA, ASSISTENZA E SORVEGLIANZA PER ARGINARE I RISCHI, ANCHE PER GIOVANI E DONNE ESPOSTI INDIRETTAMENTE
Il nuovo rapporto ISS sull’emergenza amianto
Secondo il nuovo Rapporto ISS, dal 2010 al 2020, in Italia si sono verificati 16.993 decessi per mesotelioma
Il nuovo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità(ISS) analizza l’impatto dell’amianto sulla mortalità in Italia nel decennio 2010-2020, con un focus sulle malattie direttamente collegate all’esposizione, tra cui il mesotelioma maligno.
Questo studio rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere come l’esposizione al pericoloso minerale continui a influire sulla salute pubblica, nonostante il divieto di produzione e utilizzo in vigore con legge 257/1992. L’analisi non si limita a presentare i dati, ma evidenzia i comuni e le regioni con tassi di mortalità superiori alla media nazionale, sottolineando l’urgenza di un’azione mirata per la prevenzione e l’assistenza alle persone esposte e ai loro familiari.
Incidenza del mesotelioma e mortalità regionale
Dal 2010 al 2020, in Italia si sono verificati 16.993 decessi per mesotelioma, una forma di tumore strettamente collegata all’esposizione all’asbesto. Di questi, 12.276 sono uomini e 4.717 donne, con un tasso standardizzato di 3,79 decessi per 100mila abitanti negli uomini e di 1,1 nelle donne. Le regioni con i tassi di mortalità più elevati sono concentrate al Nord, con Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta in testa.
La geografia del rischio di mortalità conferma il legame tra questa patologia e le regioni industrializzate, dove, fino al bando del 1992, si faceva largo uso di amianto nei settori della produzione di manufatti e della cantieristica.
Inoltre, il report evidenzia il persistente rischio anche in comuni più piccoli, dove il “killer silente” era utilizzato come materiale isolante in edifici pubblici e privati, e nelle aree portuali e di manutenzione navale.
Focus sui giovani e le esposizioni ambientali
Uno degli aspetti più preoccupanti emersi dal rapporto riguarda l’incidenza della mortalità per mesotelioma maligno in persone di età pari o inferiore ai 50 anni, una fascia solitamente meno colpita dalla malattia. Dei 16.993 decessi registrati, 279 hanno coinvolto persone in questa fascia di età, il che suggerisce una possibile esposizione indiretta o ambientale in contesti extra-lavorativi.
I comuni italiani con eccessi di mortalità in questa classe di età includono Milano, Napoli, La Spezia e Casale Monferrato, tutte aree con una lunga storia di esposizione ad amianto. Questo dato fa emergere la necessità di continuare la sorveglianza epidemiologica e di rafforzare le politiche di bonifica ambientale per prevenire nuove esposizioni accidentali o indirette.
Le donne e il rischio di esposizione familiare e ambientale
In Italia, i decessi per mesotelioma maligno sono stati registrati anche in un numero significativo di donne, sempre nelle regioni settentrionali, come Piemonte e Lombardia. Nella maggior parte dei casi, le vittime non erano direttamente esposte all’amianto sul posto di lavoro ma hanno subito esposizioni indirette attraverso familiari o residenze vicino a industrie che trattavano il minerale.
Questi casi rivelano il rischio persistente delle esposizioni ambientali e para-occupazionali, dimostrando come l’asbesto possa rappresentare una minaccia anche per chi non ha lavorato direttamente a contatto con esso.
Effetti dell’amianto su altri tumori: un focus sul tumore ovarico
Un’altra importante evidenza emersa dal rapporto è l’associazione tra esposizione all’amianto e tumore ovarico. In Lombardia, circa il 30% dei decessi per questa neoplasia è attribuibile all’asbesto nei comuni vicini alle aree industriali e ai siti di lavorazione del materiale.
Il rapporto ISS rileva come l’eternit continui a incidere su malattie oncologiche diverse dal mesotelioma, nonostante la sua messa al bando. Questa scoperta sottolinea l’importanza di includere il tumore ovarico e altre patologie correlate tra gli obiettivi dei programmi di sorveglianza epidemiologica per valutare appieno l’impatto dell’amianto sulla salute.
Necessità di interventi e sorveglianza continua
Il rapporto sottolinea altresì la necessità di interventi mirati per affrontare il problema dell’amianto, una sfida che richiede la collaborazione tra istituzioni, enti sanitari e comunità locali. Le principali priorità indicate includono la bonifica dei siti contaminati, l’assistenza sanitaria e psicologica per le vittime e i loro familiari, e l’attivazione di programmi di sorveglianza continua, come quelli previsti dal Progetto SEPRA, promosso dall’INAIL. Inoltre, è fondamentale che le istituzioni implementino politiche preventive per evitare nuove esposizioni, incluse azioni per rimuovere il minerale ancora presente in edifici e infrastrutture pubbliche e private.
L’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto chiede azioni più urgenti
Per l’avv. Ezio Bonanni, le cifre potrebbero essere sottostimate
Secondo l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale AmiantoONA, i dati sulla mortalità e sull’incidenza delle malattie amianto-correlate presentati nel rapporto ISS potrebbero essere sottostimati. L’avvocato ha sottolineato come la reale portata dell’impatto dell’amianto sulla salute sia probabilmente più vasta rispetto a quanto emerge dai numeri ufficiali, sia per la difficoltà di diagnosticare con precisione i casi legati all’amianto sia per la mancanza di tracciabilità completa delle esposizioni.
Bonanniha inoltre evidenziato l’importanza di intensificare le attività di monitoraggio e di allargare i criteri di riconoscimento delle malattie asbesto-correlate, proponendo un intervento urgente per garantire una sorveglianza più capillare, il rafforzamento delle bonifiche e un adeguato sostegno legale e sanitario per i pazienti e le loro famiglie. La posizione dell’ONA punta a rendere più trasparente la situazione reale e a migliorare l’efficacia delle politiche di prevenzione, tutela e risarcimento per chi ha subito esposizioni inconsapevoli o non tracciate, così da contribuire a promuovere una maggiore giustizia sociale per le vittime dell’amianto.
Amianto nelle Ferrovie: INAIL condannata a un risarcimento di 150mila euro per la morte di Dionisio Merli
IL TRIBUNALE DI TERAMO, CON LA SENTENZA N. 449/2024, HA CONDANNATO L’INAIL AL PAGAMENTO DI CIRCA 150MILA EURO IN FAVORE DELLE EREDI DI DIONISIO MERLI, EX MACCHINISTA DELLE FERROVIE DELLO STATO, DECEDUTO A SOLI 64 ANNI A CAUSA DI UN ADENOCARCINOMA POLMONARE PROVOCATO DALL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO. LA CAUSA, SUPPORTATA DALL’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), RAPPRESENTA UNA VITTORIA PER LE VITTIME DELLE MALATTIE PROFESSIONALI E SPIANA LA STRADA NEL RICONOSCIMENTO DI PATOLOGIE ASBESTO-CORRELATE ANCHE PER I LAVORATORI FUMATORI. OLTRE AL RISARCIMENTO PER I RATEI ARRETRATI E ALLA RENDITA DI REVERSIBILITÀ PER LA VEDOVA, LA SENTENZA RICONOSCE ANCHE LE PRESTAZIONI AGGIUNTIVE DEL FONDO VITTIME AMIANTO
La storia di Dionisio Merli, vittima dell’amianto
Dioniso Merli (nella foto con la moglie) aveva prestato servizio come macchinista in vari impianti ferroviari
Dionisio Merli nato a Colonnella (TE) nel marzo 1947 ha lavorato nelle Ferrovie dello Stato per ventisette anni, fino al suo pensionamento nel 2001. Il lavoratore aveva prestato servizio come macchinista in vari impianti ferroviari, tra cui il Deposito Locomotive di Pescara, Ancona, Alessandria e il Presidio Condotta di San Benedetto del Tronto.
Le sue mansioni lo portavano quotidianamente a stretto contatto con i componenti delle locomotive, molte delle quali erano coibentate con l’amianto. Questo materiale, usato per le sue proprietà ignifughe, rivestiva sia l’involucro esterno sia alcune aree interne delle locomotive, esponendo i lavoratori a un rischio elevato di inalazione di polveri nocive.
Merli era impegnato anche nella manutenzione ordinaria delle locomotive, occupandosi del controllo degli impianti frenanti e termici e delle riparazioni. Le operazioni di smontaggio e rimontaggio dei pannelli contenenti asbesto, insieme all’assenza di dispositivi di protezione, favorivano la dispersione di polveri pericolose nelle cabine di guida (prive di aspiratori) e in altri spazi. Nonostante la messa al bando del minerale con legge 257/92 (entrata in vigore il 28 aprile 1993) le Ferrovie completarono la bonifica solo negli anni 2000, lasciando il personale esposto al rischio.
Nel dicembre 2009, la malattia si manifestò con dolori al petto e difficoltà respiratorie. Poco dopo, nel gennaio 2010, arrivò la diagnosi di adenocarcinoma polmonare, che in breve tempo peggiorò, portandolo alla morte il 20 agosto 2011.
La vicenda legale e la sentenza
Nel novembre 2010, Merli aveva tentato di far riconoscere la malattia come professionale, ma l’INAIL aveva respinto la richiesta, attribuendo la causa al fumo di sigaretta. Nel 2020, la vedova Liviana Tattoni e la figlia Olga, supportate dall’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, avevano presentato un ricorso RG n. 1106/2020).
La difesa aveva sottolineto il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e il tumore polmonare, richiedendo l’applicazione delle prestazioni previste dal d.lgs. 38/2000e dal Fondo Vittime Amianto(L. 244/07).
L’INAIL aveva cercato di difendersi, ribadendo che l’origine della malattia fosse legata a fattori extralavorativi, come il fumo di sigaretta e che l’esposizione al minerale cancerogeno fosse stata minima e sotto i livelli di rischio.
Durante il processo, è emerso tuttavia che tutte le locomotive in uso durante la carriera di Merli erano rivestite con amianto. Fattore che effettivamente lo aveva esposto a concentrazioni elevate di fibre e a rischi notoriamente associati a tumori del polmone e altre patologie asbesto-correlate.
Un giusto riconoscimento
Il presidente ONA, avv. Ezio Bonanni: «Questa decisione riconosce il carcinoma polmonare come patologia asbesto-correlata anche in lavoratori fumatori»
La perizia tecnica del consulente nominato dal Tribunale ha evidenziato il nesso tra l’esposizione prolungata e l’insorgere della malattia. Le testimonianze dei colleghi hanno confermato l’uso di eternit nelle guarnizioni, nei rivestimenti e nelle cabine, che diventava volatile nelle normali operazioni quotidiane e contaminava l’ambiente di lavoro. Inoltre, la sinergia tra il killer silente e altri cancerogeni presenti nell’ambiente ferroviario ha amplificato il rischio, facendo del lavoro di macchinista una delle attività più esposte alla sostanza.
Il 24 ottobre 2024, il Tribunale di Teramo ha quindi riconosciuto la correlazione tra il tumore polmonare e le condizioni lavorative di Merli, condannando l’INAIL al risarcimento per malattia professionale, la rendita reversibile alla vedova e le prestazioni del Fondo Vittime Amianto, per un totale di circa 150mila euro.
L’avv. Bonanni ha sottolineato l’importanza della sentenza, spiegando che «questa decisione riconosce il carcinoma polmonare come patologia asbesto-correlata anche in lavoratori fumatori, sfidando la posizione rigida dell’INAIL che spesso nega tale nesso, costringendo le famiglie a intraprendere lunghe battaglie legali».
Amianto nelle Ferrovie dello Stato e altre testimonianze epidemiologiche
Nel settore ferroviario, l’amianto è stato largamente utilizzato fin dagli anni ’50, con una graduale coibentazione delle locomotive e delle carrozze. Nel tempo, la sostanza venne usata per rivestire oltre ottomila carrozze, un processo che si è interrotto solo con la messa al bando negli anni ’90 e che ha richiesto anni per la bonifica completa.
Secondo il settimo Rapporto ReNaM dell’INAIL, si contano almeno 696 casi di mesotelioma correlati al settore rotabile, di cui 86 tra i macchinisti. A questi dati ufficiali si aggiungono numerosi casi di tumore al polmone, asbestosi e altre patologie, spesso non pienamente riconosciute.
L’ONA, attraverso il suo servizio di assistenza gratuita e il numero verde 800 034 294, continua a sostenere i lavoratori e i loro familiari nella ricerca di giustizia. Come ha dichiarato l’avv. Bonanni, ora l’ONA avvierà un’azione anche verso l’INPS per ottenere le maggiorazioni contributive e la riliquidazione della pensione di reversibilità per i familiari di Merli.
L’Italia a piedi: Il Tenente Trabucco e la sua missione per ripristinare la Festa del 4 Novembre
Il Tenente Pasquale Trabucco ha intrapreso nel 2018 un’incredibile traversata a piedi, che lo ha visto percorrere oltre 1.700 chilometri in 43 tappe. Da Predoi, nel Trentino, fino a Portopalo di Capo Passero, in Sicilia. Questa impresa, compiuta pochi mesi dopo aver concluso la sua carriera nei servizi di informazione e sicurezza, aveva uno scopo preciso: richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei cittadini sul ripristino del 4 Novembre come festa nazionale, dedicata all’Unità Nazionale e alle Forze Armate. Tale giornata ricorda il sacrificio di innumerevoli italiani caduti durante la Grande Guerra
L’Italia che vorremmo
Il Tenente Pasquale Trabucco ha attraversato l’Italia a piedi: obiettivo? Richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei cittadini sul ripristino del 4 novembre
Nel corso del suo impegno per il ripristino della festività del 4 Novembre, il Tenente Pasquale Trabucco ha lanciato una petizione volta a restituire alla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate il riconoscimento istituzionale che aveva perso con le riforme degli anni ’70. Grazie alla sua perseveranza e al sostegno popolare, nel 2024, con legge 1 marzo 2024, n. 27, il 4 novembre è stato ufficialmente ripristinato come giorno di celebrazione, seppur senza lo status di festività lavorativa.
Intervista al Tenente Trabucco: l’Italia a piedi
Tenente Trabucco, attraverso la sua petizione ha catalizzato un movimento di consapevolezza storica e patriottica culminato nel ripristino della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Quali sono stati, a suo avviso, gli aspetti più complessi nel sensibilizzare sia le istituzioni sia i cittadini su un tema apparentemente distante e come pensa che questa celebrazione annuale possa concretamente alimentare la memoria collettiva e il sentimento di appartenenza nazionale nelle generazioni future?
Innanzitutto grazie per la domanda. Se dovessi dire, è stato molto più semplice sensibilizzare i cittadini che le istituzioni se per istituzioni intendiamo i politici. I cittadini hanno ben compreso che questo mio viaggio, a distanza di soli 100 anni dalla fine della Grande Guerra, non era altro che un volersi riappacificare con i propri bisnonni, nonni ed anche padri, dato che il tempo trascorso da quella carneficina, perché tale fu quella guerra, era veramente un “girarsi indietro” e vedere le tradotte di quei giovani e meno giovani partire per il fronte.
La gente a volte piangeva mentre spiegavo, durante il viaggio o anche dopo durante le innumerevoli conferenze di questi ultimi 5 anni, ascoltando cosa avesse significato per l’Italia affrontare quella guerra e raggiungere l’Unità Nazionalecon Trento e Trieste finalmente italiane.
Rafforzare il senso di appartenenza
Le persone desideravano ascoltare un racconto vero fatto da chi in quel momento faceva o raccontava di aver fatto qualcosa di particolare per “togliere la polvere dai gioielli di famiglia” perché questa storia della Grande Guerra è forse il gioiello più bello della storia patria. La gente ha voglia d’Italia, sta a noi trovare le parole giuste. Le istituzioni, i politici, hanno avuto più difficoltà a comprendere l’importanza di ciò che stavo chiedendo durante il viaggio e ciò che insieme al mio comitato abbiamo chiesto con forza per cinque anni ai politici di tutti gli schieramenti.
Ogni volta rimarcavo che questa festa, caduta nell’oblio da 47 anni, aveva avuto la stessa possibilità di essere nuovamente “riscoperta” da tutti loro, ma che nessuno era stato in grado di farlo. Ecco perché le otto proposte di legge nella XVIII Legislatura, fatte presentare dal comitato da formazioni politiche diverse, riprese nell’attuale Legislatura la XIX che hanno dato poi vita alla legge n. 27 del 1° marzo 2024. Ecco la politica ha avuto bisogno di una spinta in più rispetto ai cittadini.
Onore ai Caduti
Sono certo che questo ripetere ogni anno e con più slancio il ricordo dei nostri Caduti della Grande Guerra, ma anche dei Caduti di tutte le guerre porterà nuova consapevolezza sia nei giovani sia negli adulti, nei politici come nei cittadini. Le scuole, di ogni ordine e grado come si diceva una volta, faranno memoria e tesoro di cosa è significato anche per le proprie famiglie partecipare a quei tragici eventi e ogni 4 Novembre servirà anche a cercare di instillare in ogni giovane una “goccia” di concordia tra gli uomini.
Allo stesso tempo rafforzerà lo spirito di appartenenza di un popolo, il nostro, che seppe opporsi con tutte le sue forze ed attraverso il sacrificio di tutti i cittadini a chi occupava da tempo, terre che erano sentite come italiane da chi le abitava da sempre. I giovani impareranno anche cosa significava scrivere sui muri delle città occupate dagli austro-ungarici “W VERDI”, frase che non si riferiva al noto musicista ma a Vittorio Emanuele Re D’Italia. Ecco l’augurio e che tutti insieme riusciremo a riappropriarci della nostra storia.
La necessità della memoria storica
Tenente, il suo impegno per il ripristino del 4 Novembre come festa nazionale sembra una vera e propria missione personale. Qual è stato il momento che ha scatenato in lei la convinzione di dedicare anni della sua vita a questa causa?
Come scrivo nel mio libro “L’ombra della vittoria. Il fante tradito”, tutto nasce nel 1977 quando avevo solo 17 anni e la politica decise di tagliare le radici della storia patria togliendo gli effetti civili a due feste laiche, che io considero sacre, il 2 giugno Festa della Repubblica spostandola alla prima domenica di giugno e il 4 Novembre, allora Festa dell’Unità Nazionale, alla prima domenica del mese di novembre. Ho atteso molti anni, poi in occasione dei 150 del Regno d’Italia durante la corsa dei 100 chilometri che dividono Firenze da Faenza arrivato al traguardo, con il basco del mio reggimento e Tricolore, decisi che se non fosse stata ripristinata prima del 2018 avrei spesso le mie energie per raggiungere questo risultato. Pertanto a gennaio 2018 lasciai il mio lavoro per dedicarmi anima e corpo a questo progetto. Oggi posso dire che rifarei tutto!
L’Italia a piedi
Il Tenente Trabucco: « La nostra bandiera, quella che sventoliamo durante gli incontri sportivi ancora riesce ad unirci»
Durante il suo viaggio da nord al sud dell’Italia, ha incontrato molti italiani e istituzioni locali. Quale pensa sia l’elemento che lega oggi, più di tutto, gli italiani al concetto di unità nazionale, soprattutto nelle piccole realtà locali?
Il Tricolore! Nei piccoli comuni il monumento ai Caduti è ancora visto come un punto centrale della comunità se gli amministratori locali e le famiglie riescono a trasferire il significato di quei nomi scritti sulla pietra bianca quasi fosse la pagina di un libro. Purtroppo spesso quei nomi sono sbiaditi come la nostra memoria. La nostra bandiera, quella che sventoliamo durante gli incontri sportivi ancora riesce a unirci. Bisogna fare di più!
Dobbiamo raccogliere quel “testimone” di tre colori e passarcelo di mano in mano per farlo garrire al vento in ogni occasione ricordando che per quella bandiera in molti hanno sacrificato la loro vita per noi e altri oggi continuano a farlo.
Purtroppo capita spesso anche che in piccole realtà monumenti significativi siano abbandonati e bandiere siano lasciate a brandelli. Proprio in questi giorni sto raccogliendo consensi per una battaglia che porto avanti in Sicilia per riscoprire il monumento ai ”Mille” di Garibaldi a Marsala e per le bandiere abbandonate da due anni nella città di Trapani.
Per questo motivo ho scritto ai sindaci di Marsala e Trapani ed al Presidente della Regione Sicilia affinché si adoperino per riscoprire questi valori nazionali: i monumenti ed il Tricolore.
Il peso storico della Grande Guerra per l’Italia
Nel suo libro “L’ombra della vittoria”, descrive il peso storico della Grande Guerra e i caduti che ancora oggi meritano il nostro rispetto. Inoltre, parla spesso dell’importanza della memoria storica. Crede che la rimozione del 4 Novembre dal calendario delle festività abbia contribuito a una “distrazione” collettiva riguardo il sacrificio dei caduti? Pensa che la memoria storica in Italia abbia subito un certo offuscamento? E quali sono i rischi per una nazione che dimentica questi sacrifici?
Si proprio così! Aver declassato il 4 Novembre ha offuscato le nostre menti, disorientato giovani e meno giovani. Basti pensare che fino agli anni ’70 si parlava del “ponte dei morti” oggi purtroppo sentiamo sempre più spesso parlare del “ponte di Halloween”. Il rischio per una nazione che dimentica questi sacrifici è altissimo, significa perdere le proprie radici e con queste la propria storia.
Un sentimento di patriottismo duraturo?
La decisione di ripristinare la festività segna un tributo ai caduti della Prima Guerra Mondiale e vuole rafforzare il sentimento di unità nazionale e riconoscimento per le Forze Armate italiane, che hanno svolto un ruolo chiave anche in eventi recenti, come la pandemia.
A tal proposito, durante la pandemia, il risveglio di un forte senso di unità nazionale è stato evidente, manifestato in atti simbolici e di solidarietà collettiva. Tuttavia, ora che ci troviamo in una fase post-pandemica, ha notato segnali concreti di una sua persistenza oppure pensa che questo slancio patriottico sia stato solo una risposta emotiva temporanea? E infine, quali fattori, a suo avviso, potrebbero rafforzare e radicare nel lungo termine questo senso di appartenenza e identità nazionale, al di là delle contingenze straordinarie come quelle vissute durante il COVID-19?
Abbiamo cantato l’inno, giornalisti e politici hanno parlato di trincea, di fronte e di prima linea, hanno sventolato bandiere ma poi tutto è rientrato e nelle nostre case, se mai vi si trovava, il tricolore è tornato in naftalina. Quando sono nati i miei figli e i miei nipoti ho regalato loro un tricolore… ancora in culla ma con la loro bandiera. Dobbiamo parlare d’Italia, della nostra storia, nelle scuole, nei convegni. Dobbiamo essere fieri e orgogliosi oltre che grati a quanti prima di noi ci hanno permesso di vivere in questo straordinario Paese che si chiama Italia. L’esperienza del Covid 19 deve essere un volano per far capire che l’unità è un bene condiviso a prescindere dall’orientamento politico di ciascuno.
Contro ogni strumentalizzazione
Lei ha fondato un comitato che si propone di agire senza fini di lucro e senza legami politici. Quanto è difficile mantenere una battaglia come la sua, lontana da strumentalizzazioni politiche, soprattutto in un momento storico così polarizzato per l’Italia?
Come spiegavo prima non sono, non siamo, scesi a compromessi con alcuno. Anzi! Abbiamo cercato di far capire l’importanza delle diversità che uniscono in un valore comune come la Patria. Abbiamo tenuto la barra al centro con tutti e alla fine siamo stati ripagati.
Il 20 febbraio di quest’anno alla Camera dei Deputati, pochi giorni prima che la legge fosse promulgata, è stato dichiarato che il Parlamento aveva ascoltato le parole di questo Comitato e di questa sua “lotta” al di sopra delle parti. È stato questo per noi il più grande risultato.
Percepire l’Italia
La sua impresa ha avuto un impatto significativo anche in termini personali. Come è cambiata la sua percezione dell’Italia e del patriottismo dopo aver attraversato il Paese a piedi?
Che non esistono patrioti di “serie A” e di “serie B” esistono solo patrioti. Siamo tutti figli della stessa Patria…, l’Italia, la terra dei nostri padri. Quando trovi le parole giuste sono tutti pronti a seguirti.
Un messaggio per le generazioni future e per l’Italia
Il Tenente Pasquale Trabucco stringe la mano al Presidente Sergio Mattarella
Infine, guardando al futuro, quale eredità spera di lasciare con il suo impegno, sia per le giovani generazioni sia per la memoria nazionale italiana?
Spero di aver dato il mio contributo insieme ai miei compagni di viaggio. Ma non mi fermo, non ci fermiamo. L’esempio è tutto per tutti noi.
Come Cincinnato, dal 1° marzo sono tornato all’aratro ma sto già per riprendere l’armatura perché saremo soddisfatti del nostro impegno quando riusciremo ad avere anche gli effetti civili.
Paesi come Francia e Belgio, per esempio, festeggiano con effetti civili sia la loro unità nazionale che la fine della Grande Guerra in Europa l’11 novembre.
Noi che con un solo giorno potremmo ricordare sia l’Unità nazionale che la fine della Grande Guerra in Italia, ancora non torniamo a festeggiarla con effetti civili. Ecco perché a breve partirò per un nuovo viaggio per ricordare le nostre radici da Roma ai giorni nostri. Pensando a quanti sacrifici sono stati fatti non solo dagli italiani ma da tutti gli abitanti di questo continente, che ancora non trova pace come possiamo vedere in questi giorni. I nemici di ieri oggi sono amici eppure si sono sparati tra loro. I Caduti di tutte le guerre sono tutti uguali, ubbidiscono ma soffrono a uccidersi perché conoscono in prima persona il dolore che portano le guerre.
ONA a fianco dei “servitori della Patria”
L’avv. Bonanni, presidente ONA
L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), si batte con forza per la tutela dei diritti delle Forze Armate. Ritenendo essenziale che il sacrificio di chi ha servito lo Stato venga non solo riconosciuto, ma anche commemorato. Bonanniha sottolineato l’importanza della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, come quella del 4 Novembre.
Essa rappresenta infatti un omaggio doveroso agli “eroi” che hanno difeso la Patria e ai membri delle Forze Armate che hanno subito danni fisici e psicologici durante il loro servizio, spesso esposti a rischi come l’amianto e l‘uranio impoverito.
Non solo bombe a Gaza: anche l'amianto provoca vittime
LA GUERRA A GAZA NON PORTA SOLO DEVASTAZIONE IMMEDIATA MA ANCHE UN’ALTRA MINACCIA NASCOSTA E MORTALE: L’AMIANTO. LE BOMBE CHE DISTRUGGONO EDIFICI RILASCIANO NELL’ARIA FIBRE DI AMIANTO, INVISIBILI MA ALTAMENTE PERICOLOSE PER LA SALUTE E PER L’AMBIENTE
Contesto storico della guerra in Palestina
Un’altra minaccia incombe su Gaza: l’amianto, il pericolo invisibile dopo le bombe
Il conflitto tra Israele e Gaza, in Palestina, ha radici profonde e complesse, che risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale e alla creazione dello Stato di Israele nel 1948. La tensione tra israeliani e palestinesi si è aggravata nel corso dei decenni, alimentata da rivendicazioni territoriali, diritti umani violati e una lunga storia di guerre e intifada.
Le intifada principali nella storia recente sono state due: prima intifada (1987-1993) e la seconda intifada (2000-2005), che hanno causato migliaia di morti da entrambe le parti, ma senza portare a una soluzione definitiva del conflitto.
L’ultimo ciclo di violenze è esploso nel 2007, quando Hamas, considerato da Israele e da molti Paesi occidentali un’organizzazione terroristica, ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Da allora, il conflitto si è intensificato con periodiche operazioni militari israeliane e lanci di razzi da Gaza su Israele, che hanno causato migliaia di vittime e una distruzione massiccia.
In questo contesto di guerra perenne, il rischio amianto è diventato una minaccia nascosta. Sebbene Israele ne abbia vietato l’uso nel 2011, la sua presenza nei territori palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza, è ancora massiccia. Molti edifici che risalgono a decenni fa (tra cui i campi profughi), sono costruiti con materiali contenenti asbesto.
A lanciare l’allarme è l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente).
Amianto nell’aria: un’altra minaccia oltre le bombe
Ogni volta che un missile colpisce queste strutture, le esplosioni liberano nell’aria miliardi di fibre tossiche, invisibili e difficili da evitare per chi vive nell’enclave assediata.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, ci sono circa 800mila tonnellate di detriti sparsi in tutta Gaza, molti dei quali contaminati dal killer silente. La distruzione causata dai bombardamenti non solo genera perdite immediate di vite e case ma semina una minaccia a lungo termine per la popolazione. Le polveri di asbesto, liberate dai detriti, possono rimanere sospese nell’aria per anni, trasformando Gaza in una zona cancerogena che metterà in pericolo la salute delle generazioni future.
In questo scenario, il pericolo rappresentato dall’amianto si aggiunge alle già terribili condizioni di vita della popolazione. Ma perché abbiamo parlato di pericolo per i posteri?
Il lento veleno e l’impennata dei casi di cancro
L’esposizione all’amianto non comporta soltanto effetti immediati. Un’altra minaccia risiede proprio nella lenta e insidiosa modalità con cui colpisce. Quando le fibre vengono inalate, si depositano nei polmoni o nella cavità addominale e possono rimanervi per anni prima di manifestare i sintomi di malattie spesso letali.
Tra queste, il mesotelioma, un cancro particolarmente aggressivo e difficilmente curabile, che si sviluppa nel rivestimento dei polmoni o nell’addome e che è direttamente collegato all’esposizione prolungata alle fibre di asbesto.
In definitiva, anche se le bombe smettessero di cadere, per i due milioni di persone che vivono a Gaza, questa situazione si traduce in una condanna a lungo termine.
Quanto ai processi di decontaminazione necessari per ripulire il territorio dall’amianto, sarebbero enormemente complessi e costosi, e richiederebbero anni di interventi mirati, per i quali al momento non ci sono risorse né possibilità.
Le fibre del killer invisibile non solo contaminano l’aria, ma si depositano su suolo, edifici e strutture ancora in piedi, rendendo ogni centimetro di Gaza un potenziale focolaio di malattia.
Un’epidemia di patologie asbesto-correlate
Secondo gli esperti, il numero di casi di mesotelioma e altre malattie correlate all’amianto a Gaza crescerà significativamente nei prossimi decenni. Le previsioni si basano su precedenti disastri in cui il minerale è stato disperso in seguito a crolli o esplosioni. Un parallelo significativo è stato tracciato con la tragedia dell’11 settembre 2001 a New York: dopo il crollo delle Torri Gemelle, le polveri disperse nell’aria contenevano enormi quantità di asbesto e altre sostanze tossiche. Ad oggi, migliaia di persone sono morte per malattie legate a quelle esposizioni.
Il World Trade Center Health Programha stimato che oltre quattromila soccorritori e sopravvissuti agli attentati dell’11 settembre siano morti per malattie correlate all’amianto, una cifra superiore a quella delle vittime dirette dell’attacco terroristico.
Gli stessi medici e specialisti ora temono che lo stesso tragico destino sia riservato agli abitanti di Gaza, dove la densità abitativa e l’impossibilità di fuggire rendono l’esposizione a queste sostanze ancor più pericolosa.
Le parole dell’avvocato Ezio Bonanni: un allarme inascoltato
Il presidente ONA, avv. Ezio Bonanni: «L’amianto è una minaccia che non fa rumore, non esplode, non colpisce in modo spettacolare, ma il suo impatto è devastante e duraturo»
L’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha più volte denunciato il pericolo rappresentato dall’amianto, non solo in Italia, ma anche nei teatri di guerra. Bonanni ha descritto l’amianto come un “nemico silenzioso” che continua a uccidere anche dopo la fine dei conflitti, rendendo necessarie misure urgenti di bonifica e prevenzione.
Nello specifico, Bonanni ha sottolineato che «ogni guerra porta con sé una scia di morte che va ben oltre la fine delle ostilità» e che le popolazioni esposte a sostanze tossiche come l’asbesto rischiano di pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane per molti anni. «L’amianto è una minaccia che non fa rumore, non esplode, non colpisce in modo spettacolare, ma il suo impatto è devastante e duraturo».
Il presidente dell’ONA ha inoltre espresso profonda preoccupazione per l’assenza di adeguati piani di decontaminazione a Gaza, avvertendo che «la comunità internazionale ha il dovere di intervenire non solo per fermare le bombe, ma anche per affrontare le conseguenze ambientali e sanitarie che questo conflitto lascerà in eredità».
Le sue parole suonano come un monito: non si tratta solo di vincere una guerra, ma di garantire che le generazioni future non siano condannate a una vita di sofferenza e malattia. Un’altra minaccia oltre le bombe non fa che aggravare la situazione.
Nave Centauro Marina Militare - Il Sergente Zuban subì un'esposizione prolungata e pericolosa all'asbesto, presente tanto nelle strutture navali quanto nelle installazioni a terra nell'arsenale di Taranto
LA CORTE D’APPELLO DI TRIESTE HA CONFERMATO UNA SENTENZA FONDAMENTALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI VITTIMA DEL DOVERE DEL SERGENTE DARIO ZUBAN, DECEDUTO A CAUSA DI MESOTELIOMA PERITONEALE. IL MILITARE AVEVA CONTRATTO LA MALATTIA A SEGUITO DELL’ESPOSIZIONE PROLUNGATA ALL’AMIANTO DURANTE IL SUO SERVIZIO COME MOTORISTA NAVALE NELLA MARINA MILITARE. LA SENTENZA N. 245/2023, PRONUNCIATA A FAVORE DELLA VEDOVA, HA PORTATO ALLA CONCESSIONE DI BENEFICI PREVIDENZIALI E FINANZIARI PREVISTI PER LE VITTIME DEL DOVERE, CON UN RISARCIMENTO DI 285MILA EURO, OLTRE A UN ASSEGNO VITALIZIO MENSILE DI CIRCA 2.100 EURO. AD ASSISTERE I FAMILIARI, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO
La storia del Sergente Zuban e la carriera nella Marina Militare
Nato nel 1957 a Trieste, Dario Zuban ha trascorso la sua giovinezza in una città che, con il suo porto, ha sempre avuto un forte legame con il mare. Dopo aver completato gli studi, l’uomo si era arruolato nella Marina, dove aveva prestato servizio dal 3 novembre 1976 al 30 aprile 1978 come motorista navale. Durante la sua carriera, il Sergente prestò servizio all’Arsenale della Marina Militare di Taranto, uno dei principali centri di manutenzione e riparazione delle unità navali italiane. Successivamente, prestò servizio a bordo della nave Centauro (nella foto di copertina), un’imbarcazione operativa della Marina. Zuban subì quindi un’esposizione prolungata e pericolosa all’asbesto, presente tanto nelle strutture navali quanto nelle installazioni a terra della base militare.
Il minerale, ampiamente utilizzato all’epoca per le sue proprietà isolanti, costituiva un grave rischio per la salute, specialmente in ambienti chiusi e privi di adeguate misure di sicurezza. Purtroppo, le normative di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro erano spesso disattese e Zuban si trovò a svolgere le sue mansioni senza la necessaria protezione, operando in condizioni che esponevano lui e i suoi colleghi a polveri tossiche.
Nel 2015, la sua vita cambiò drammaticamente quando gli fu diagnosticato un mesotelioma peritoneale bifasico, una malattia letale correlata all’esposizione alla pericolosa sostanza. Dopo aver appreso della sua patologia, il sergente avviò un complesso iter burocratico per ottenere il riconoscimento della sua malattia come conseguenza del servizio militare, presentando una domanda al ministero della Difesa nel gennaio 2019. Tuttavia, la sua richiesta fu inizialmente respinta, con l’argomento che il periodo di esposizione all’amianto fosse stato troppo breve.
Nonostante la lotta contro la malattia, Dario Zuban è deceduto il 19 febbraio 2023.
Il percorso legale
Dopo la sua scomparsa, la moglie ha proseguito la sua lotta, affiancata dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
La Corte ha esaminato documentazione storica e testimonianze che attestavano la presenza di amianto negli ambienti in cui operava Zuban, evidenziando che tali condizioni ambientali e operative rientravano a buon diritto nella definizione di “vittime del dovere“.
Particolarmente significative le testimonianze di ex colleghi e periti, che hanno descritto le insalubri condizioni di lavoro a bordo della nave e all’interno dell’arsenale. La consulenza tecnica d’ufficio ha stabilito senza ombra di dubbio che la malattia che ha colpito Zuban era riconducibile alla sua esposizione al patogeno, fornendo così un solido fondamento per la richiesta di indennizzo.
Nonostante il ministero della Difesa avesse deciso di impugnare tale decisione, la Corte d’Appello di Trieste ha quindi confermato integralmente quanto già stabilito in primo grado, riaffermando il diritto della vedova a ricevere le prestazioni previdenziali previste dalla legge.
«Si tratta di una decisione significativa, poiché la Corte ha confermato l’istruttoria che ha riconosciuto i diritti della vittima, costituendo le prestazioni previdenziali a favore della vedova. Questa pronuncia evidenzia l’uso indiscriminato dell’amianto nelle basi e sulle navi, senza che i nostri militari fossero adeguatamente protetti», dichiara Bonanni.
ONA a fianco delle vittime del dovere
L’avv. Bonanni, presidente ONA, ha supportato molte famiglie di militari che hanno contratto gravi patologie asbesto-correlate
Il caso del Sergente Zuban rappresenta solo uno dei numerosi procedimenti legali che l’Osservatorio Nazionale Amianto, sotto la guida dell’Avvocato Ezio Bonanni, ha seguito in favore delle vittime esposte all’amianto nella Marina Militare italiana. L’ONA ha infatti supportato molte famiglie di militari che hanno contratto gravi patologie asbesto-correlate, inclusi mesoteliomi e altre malattie letali, a causa della scarsa protezione durante il servizio.
Uno dei casi più eclatanti riguarda il processo Marina Bis e Marina III, dove la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato sentenze precedenti, riconoscendo la responsabilità della Marina Militare per la morte di due militari.
In generale, la portata del problema è emersa in modo drammatico grazie a un’indagine parlamentare che ha rivelato oltre 1.100 vittime tra il personale della Marina Militare per malattie asbesto-correlate. Le battaglie legali dell’ONA, spesso osteggiate dal ministero della Difesa, hanno mirato a ottenere il pieno riconoscimento dei diritti per le famiglie delle vittime, come il risarcimento del danno morale e la parificazione alle vittime del dovere.
Tutti i nostri militari e civili impiegati nelle missioni, che sono stati esposti a radiazioni all’uranio impoverito e ad amianto, e altri agenti dannosi, possono rivolgersi all’ONA, allo sportello di assistenza, chiamando telefonicamente il numero verde 800 034 294, oppure scrivendo attraverso il sito. L’ONA svolge un ruolo sussidiario delle istituzioni, per la tutela delle vittime e dei loro familiari.
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