Animali e specie a rischio estinzione

Sono considerati animali più di 1.800.000 specie di organismi presenti sulla Terra. Tuttavia il numero di specie scoperte continua ad aumentare. La classe più numerosa, che conta circa 900.000 specie, è sicuramente quella degli insetti.

Purtroppo però molte specie del mondo animale rischiano l’estinzione, non solo a causa di fattori naturali ma principalmente per effetto della pressione dell’uomo sull’ecosistema. Perciò è importante tutelare l’ambiente. Infatti con un ambiente sano si salvaguardano tutte le specie, animali e vegetali, tutelando anche la salute di noi essere umani.

L’Osservatorio Nazionale Amianto e il suo presidente, l’Avvocato Ezio Bonanni, sono in prima linea per salvaguardare ambiente e salute. Questo è possibile portando avanti iniziative che tutelano il territorio dalla presenza di rifiuti inquinanti o di agenti cancerogeni, come l’amianto. Molte sono infatti le vittime che hanno subito danni alla salute a causa dell’esposizione sul luogo di vita o di lavoro alle fibre di asbesto. A loro è rivolto il servizio di consulenza gratuita medica e legale.

Consulenza ONA - animali
Indice

  • Caratteristiche degli animali

  • Classificazione degli animali

  • Le principali specie in via di estinzione

  • Anfibi

  • Aquila

  • Avvoltoio

  • Balenottera

  • Delfino

  • Elefanti

  • Falco pescatore

  • Fenicottero

  • Foca Monaca

  • Gatto selvatico

  • Ghepardo

  • Giaguaro

  • Giraffa

  • Gorilla

  • Impollinatori

  • Koala

  • Leone

  • Leopardo delle nevi

  • Lince

  • Lontra

  • Lupo

  • Orango

  • Orca

  • Orso bruno e orso polare

  • Panda

  • Pinguino imperiale

  • Rinoceronte

  • Squalo

  • Tartaruga marina

  • Tigre

  • Tonno rosso


  • Tempo di lettura: 70 minuti

    Mondo degli animali: caratteristiche specifiche

    La biodiversità racchiude l’insieme di tutte le forme viventi e degli ecosistemi a cui appartengono. Gli animali sono una parte importante della biodiversità. La loro tutela è perciò fondamentale.

    In generale gli animali sono eterotrofi. Ciò significa che consumano materiale organico. Infatti non sono in grado di fabbricarsi da soli l’alimento come le piante, ma devono procurarselo nutrendosi di altri animali o loro resti. Inoltre respirano ossigeno, sono capaci di movimento e crescono a partire da una sfera cava di cellule, la blastula, durante lo sviluppo embrionale.

    Ad eccezione di alcuni specifici organismi, gli animali hanno un corpo composto da quattro tessuti distinti: epiteliale, connettivo, muscolare e nervoso.

    Ma come sono nati gli animali? La nascita della vita sulla Terra è avvenuta nell’ambiente acquatico. Infatti, ancora oggi, tra gli organismi animali viventi più antichi, phyla, la maggioranza abita ancora in questo ambiente. Il passaggio dall’acqua alla terra è avvenuto solo in seguito. Infatti l’azione fotosintetica delle alghe unicellulari e, poi, delle piante ha via via arricchito l’atmosfera di ossigeno. Perciò molte specie hanno abbandonato l’acqua, che è in grado di contenere solo una bassa concentrazione di O2, per l’ambiente esterno, in cui le concentrazioni di ossigeno arrivavano addirittura al 20-30% del totale

    La storia della classificazione degli animali

    La disciplina biologica che studia gli animali è la zoologia. Le prime osservazioni degli animali si fanno risalire addirittura ad Aristotele, che scrissi vari testi scientifici sul tema come “Ricerche sugli animali“, “Le parti degli animali” e “Sulla generazione degli animali“.

    Aristotele ha suddiviso gli animali in due gruppi principali:

    • enaima, cioè gli animali con sangue;
    • anaima, cioè gli animali senza sangue.

    Al primo gruppo appartenevano tutti i quadrupedi, l’uomo, i pesci, i cetacei e gli uccelli. Invece erano inclusi nel secondo i crostacei decapodi, i molluschi, gli insetti, le aracnidi, i vermi parassiti e tutto ciò che Aristotele definiva “Entoma”.

    Vari tipi di classificazione degli animali

    Il regno animale è molto variegato. Racchiude, infatti, specie molto diverse tra loro con caratteristiche specifiche. Per questo non esiste una sola classificazione. In base alla peculiarità presa in esame si possono ottenere diverse suddivisioni. Per esempio si possono distinguere gli animali a sangue caldo (uccelli e mammiferi) dagli animali a sangue freddo (rettili, anfibi e pesci).

    Gli animali vertebrati e invertebrati

    Quali sono gli animali vertebrati? Gli animali vertebrati sono le specie che possiedono una colonna vertebrale o spina dorsale. Perciò lo scheletro è interno, detto endoscheletro, e può essere osseo o cartilaginoso. Il corpo dei vertebrati si divide essenzialmente in tre zone: testa, tronco ed estremità. Inoltre questi animali si distinguono perché possiedono una simmetria bilaterale. La categoria racchiude mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili.

    Invece quali sono gli animali invertebrati? Gli animali invertebrati non hanno vertebre, colonna vertebrale o scheletro interno articolato. La maggior parte di questi ha, al contrario, uno scheletro esterno che li protegge sotto forma di guscio o corazza, detto esoscheletro. Gli invertebrati costituiscono la maggior parte del regno animale. Infatti rappresentano il 95% di tutte le specie esistenti sulla Terra. Esistono 6 gruppi principali di invertebrati:

    • poriferi o spugne;
    • celenterati, tra cui meduse e coralli;
    • echinodermi, come ricci e stelle di mare;
    • molluschi (vongole, seppie, polpi, lumache e chiocciole);
    • anellidi, tra cui vermi e lombrichi;
    • artropodi, cioè crostacei, insetti e aracnidi.

    Animali domestici, selvatici e da cortile

    Le varie specie di animali si distinguono tra loro anche in base all’habitat in cui sono soliti vivere e se, in questi, si prevede la relazione con l’uomo. Su questa caratteristica si basa la suddivisione tra animale domestico, selvatico, da cortile o, addirittura, notturno.

    Quali sono gli animali domestici? È definito animale domestico o animale da compagnia ogni specie che può convivere con l’uomo. I più noti sono cani e gatti, uccelli e pesci. Tuttavia fanno parte di questo gruppo anche numerose specie di rettili (tartarughe, serpenti e iguane), alcuni tipi di anfibi e, più raramente, ragni e scorpioni.

    Invece gli animali selvatici sono tutti coloro che vivono nel loro habitat naturale e appartengono a una specie non-domestica. Infine ci sono gli animali da cortile. Gli animali da cortile non sono, come molti pensano, animali domestici ma sono quelli di piccola taglia che offrono sostentamento per l’uomo. Possono essere tenuti sia in gabbia sia liberi. Ma quali sono gli animali da cortile? Le specie più allevate sono conigli, polli, galline, tacchini, pavoni, papere, anatre e oche.

    Quali sono gli animali notturni e in cosa si differenziano?

    Gli animali notturni sono coloro che praticano le loro attività principalmente dopo il tramonto del sole. L’abitudine di agire di notte deriva spesso da un adattamento all’ambiente. Per esempio, nel deserto è comune che gli animali siano più attivi durante la notte in quanto le temperature diurne sono troppo alte. Ma, svolgendo la loro attività di notte, le creature del deserto si mantengono maggiormente fresche e idratate.

    Il vivere di notte comporta anche lo sviluppo di determinate caratteristiche fisiche. La vista, per esempio, si sviluppa in funzione della poca luce. Grazie, infatti, alla guanina, l’occhio capta i fiochi raggi di luce presenti nell’oscurità della notte. Anche l’udito e l’olfatto sono maggiormente sviluppati. Gli animali notturni sono in grado di percepire i più lievi suoni prodotti dalle loro prede e, grazie agli odori portati dal vento, rilevano la posizione di prede o predatori e dell’acqua, anche a grandi distanze.

    Mammiferi e ovipari: principali differenze

    Quali sono gli animali mammiferi? I mammiferi sono una classe di vertebrati caratterizzata dall’allattamento della prole. La classe dei mammiferi è molto ampia e varia e colonizza ogni tipo di ambiente, dalle calotte glaciali ai caldi deserti. Può includere animali molto piccoli o molto grandi, fino ad arrivare agli oltre 30 metri e 150 tonnellate di perso della balenottera azzurra, il più grande mammifero sulla Terra.

    Invece si riproducono deponendo le uova gli animali ovipari. La fecondazione dell’uovo può essere esterna o interna, ma la schiusa avviene sempre all’esterno del corpo e l’embrione riceve i nutrienti di cui ha bisogno per svilupparsi dal tuorlo dell’uovo. Inoltre, a differenza degli animali vivipari, come i mammiferi, che portano i piccoli in grembo, gli animali ovipari devono proteggere o nascondere le loro uova durante il loro sviluppo, in strutture chiamate nidi.

    Differenze tra erbivori, carnivori e onnivori

    Una principale distinzione tra gli animali si basa su cosa mangiano e come è strutturato il loro sistema digestivo, dalla conformazione dei denti fino al sistema di eliminazione dei residui. Le principali categorie sono:

    • erbivori, che si cibano di vegetali;
    • carnivori, che mangiano carne;
    • insettivori, che si cibano di insetti e invertebrati;
    • onnivori, i quali consuma quotidianamente alimenti di origine sia animale sia vegetale.

    Questi ultimi sono animali che si nutrono di piante e di altri animali. Per questo la loro mandibola è dotata di denti di vario tipo, che permettono loro di masticare diversi cibi.

    Le varie tipologie di animali erbivori

    Quali sono gli animali erbivori? In questo gruppo rientrano tutti i mammiferi, ovipari e insetti che si cibano esclusivamente di vegetali, come frutta, verdura, foglie, radici, semi. Infatti gli animali erbivori sono anche chiamati “consumatori primari” perché si nutrono solo di elementi primari che assorbono energia dal sole.

    Sulla base dei vegetali di cui si nutrono, si suddividono in:

    • frugivori, cioè coloro che si nutrono di frutta, come alcuni uccelli e il pipistrello;
    • folivori, cioè gli animali che si nutrono di foglie, come il bradipo, il panda o i lemuri;
    • granivori, un insieme di erbivori che si ciba di semenza, come le oche e i passeri;
    • nettarivori, animali che si nutrono di nettare, come il calabrone e la nettarina africana.

    Nello specifico, invece, i mammiferi erbivori si distinguono in monogastrici, cioè gli animali che compiono la digestione chimica e enzimatica in un solo stomaco, e poligastrici, che possiedono più camere per la digestione (rumine, reticolo, omaso, abomaso). Dei monogastrici fanno parte i roditori, come topi, marmotte, scoiattoli, e gli equidi, cioè cavalli, asini, zebre. Invece sono poligastrici i ruminanti.

    Infine sono erbivori anche gli animali monofagi, cioè le specie che si nutrono di un alimento vegetale in grande quantità, come il koala, che mangia solo foglie di eucalipto, o il panda, che mangia solo bambù.

    Quali sono gli animali carnivori: i sottogruppi

    Un animale carnivoro si nutre esclusivamente o prevalentemente di carne. Questo gruppo comprende sia i predatori, cioè gli animali che catturano attivamente la preda, sia i necrofagi, che mangiano esclusivamente animali già morti. Ci sono poi animali che si nutrono specificamente di materia organica in decomposizione. Questi organismi, molto utili perché facilitano la decomposizione e il riciclo della materia organica, sono chiamati saprofagi.

    Inoltre, in base a quanto la carne sia compresa nella loro dieta, vie è un’ulteriore distinzione:

    • ipercarnivori, la cui dieta è composta per almeno il 70% da carne;
    • mesocarnivori, che mangiano la carne dal 50 e al 70% della loro dieta;
    • ipocarnivori, i quali hanno una dieta composta da meno del 30% di carne.

    La maggior parte degli animali carnivori è dotato di un apparato digerente relativamente corto poiché la carne è facilmente digeribile e la digestione avviene in poco tempo. In più i mammiferi carnivori possiedono anche una dentatura eterodonte, con canini molto sviluppati e denti molto diversi tra loro. Ognuno è, infatti, specializzato in una funzione differente, come afferrare, strappare o masticare la carne.

    Infine molti predatori sono caratterizzati da forza, agilità e velocità, qualità indispensabili per inseguire e catturare le prede. Anche gli occhi frontali forniscono una visione più precisa, adatta a calcolare le distanze e a seguire corpi in movimento.

    Le specie a rischio estinzione in Italia e nel mondo

    Si definisce specie a rischio un gruppo di vegetali o animali che, a causa dell’esigua popolazione o di sopravvenuti mutamenti nel suo habitat, è a rischio di estinzione. Attualmente il 21% degli uccelli, il 27% dei mammiferi e il 36% degli anfibi sono animali a rischio estinzione.

    Secondo la ricerca scientifica di Niles Eldredge, “The Sixth Extinction“, se la frequenza delle estinzioni animali e piante dovesse procedere con l’attuale velocità, circa 30.000 specie andrebbero perdute ogni anno. Se, invece, dovesse accelerare, il numero delle specie estinte nella prossima decade potrebbe eguagliare o superare quello osservato per le grandi estinzioni di massa, l’ultima delle quali è risalente a 65 milioni di anni fa e ha provocato la scomparsa dei dinosauri. Si teme quindi che sia in corso la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta.

    L’azione dell’uomo è la principale causa

    La principale causa che mette a rischio molte specie animali, oltre che vegetali, è l’attività antropica. La perdita e la degradazione degli habitat naturali è la più grande minaccia per gli animali italiani in via di estinzione, ma non solo. La distruzione degli habitat è provocata principalmente dalla conversione della terra per le attività di agricoltura, commercio, edilizia. Uno dei fenomeni più preoccupanti è la deforestazione, che sta colpendo soprattutto le foreste tropicali. A questo si aggiungono il bracconaggio e il commercio illegale di alcuni animali.

    Un’altra causa che può determinare l’estinzione degli animali e delle piante è l’introduzione di specie dannose “aliene”, cioè non autoctone. Infine, il sovrasfruttamento delle risorse, i cambiamenti climatici e l’inquinamento possono provocare direttamente o indirettamente l’estinzione di molte specie.

    Occorre però preservare la biodiversità. Infatti, come sostiene la vincitrice del premio Pulitzer, Elizabeth Kolbert, “il genoma di una specie è una sorta di manuale. Quando la specie si estingue, quel manuale va perso. Stiamo distruggendo la biblioteca della vita“.

    Le “liste rosse” delle specie a rischio redatte dall’IUCN


    Quali sono gli animali in via di estinzione? L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) nel 1964 ha istituito una “lista rossa” delle specie minacciate. Raccoglie i dati provenienti da tutto il mondo riguardo tutte le specie di animali in via di estinzione e piante. Oltre 35.000 specie di animali e piante sono state dichiarate dall’IUCN specie a rischio di estinzione. Tra gli animali in estinzione ci sono mammiferi, uccelli, il 25% dei rettili, il 20% degli anfibi e il 30% dei pesci. In particolare, i Paesi in cui vi sono più uccelli e mammiferi minacciati sono la Cina, il Brasile, l’India e il Perù.

    Anche in Italia l’IUCN ha realizzato delle specifiche liste rosse italiane. Includono le valutazioni della flora italiana e di tutte le specie di pesci d’acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei, libellule, coralli e coleotteri saproxilici, native o naturalizzate in Italia in tempi preistorici.

    La lista rossa degli animali in via di estinzione italiani riporta che complessivamente il 31% dei vertebrati italiani sia minacciato, per un totale di 266 specie. Le principali cause sono la perdita di habitat (per circa il 20% delle specie) e l’inquinamento (per circa il 15%).

    Classificazione delle specie a rischio dell’IUCN

    La classificazione delle specie in pericolo realizzata dall’IUCN prevede 8 gruppi:

    • estinto (EX), cioè quando non si può dubitare che l’ultimo individuo sia morto, come nel caso del dodo;
    • probabile estinto (PE), racchiude animali che non si avvistano da tempo;
    • estinto in natura (EW), cioè una specie che sopravvive solo con individui coltivati o allevati in cattività o con popolazioni al di fuori dell’areale originale;
    • in pericolo critico (CR), quando vi è una riduzione significativa (80%) della specie o una distribuzione ridotta di più dell’85% o con pochi nuclei (2-5) all’interno dell’areale originario oppure una popolazione inferiore a 250 individui adulti ma in rapido declino o inferiore a 100 individui adulti oppure, ancora, quando vi è una probabilità di estinzione del 50% nelle prossime tre generazioni;
    • in pericolo (EN), cioè quando si verifica una riduzione della specie del 55-79% o una distribuzione ridotta del 50-84% o con pochi gruppi (6-10) a rischio, una popolazione inferiore ai 2500 individui ma in rapido declino o al di sotto dei 1000 individui maturi oppure una probabilità di estinzione del 20% nelle prossime cinque generazioni;
    • vulnerabile (VU), quando si verifica una riduzione della specie del 25-54% o una distribuzione ridotta del 40% oppure una popolazione inferiore agli 11000 individui ma in rapido declino o al di sotto dei 2500 individui maturi oppure, ancora, una probabilità di estinzione del 10% nei prossimi 100 anni.

    Anfibi tra gli animali a rischio estinzione

    Nella lista animali in via di estinzione in Italia ci sono molti anfibi. Gli anfibi, il cui nome scientifico è “Amphibia“, sono un gruppo di animali alquanto diversificato sia per dimensioni sia per abitudini. Il più grande anfibio del mondo si trova in Giappone ed è la salamandra gigante, che pesa ben 60kg. Gli anfibi sono comparsi sulle terre emerse 350milioni di anni fa e attualmente si contano 8.882 specie conosciute. Inoltre questi animali sono presenti in tutti i continenti, tranne l’Antartide.

    La vita degli anfibi è strettamente legata ad ambienti di acqua dolce in cui si riproducono e compiono la metamorfosi. Infatti i girini, dotati di branchie e totalmente acquatici, si trasformano gradualmente in animali terrestri con zampe e polmoni. La trasformazione comporta anche delle modifiche nelle loro abitudini alimentari: le alghe e altre piante, tipiche della dieta della fase larvale, vengono sostituite da invertebrati nella fase adulta. Anche le uova, prive di un guscio rigido, devono essere deposte in acqua o in luoghi sufficientemente umidi per evitarne la disidratazione.

    L’acqua è importante anche per la loro pelle. Infatti hanno una pelle molto delicata, liscia e sottile, che deve sempre rimanere umida per evitarne la disidratazione. Questa è permeabile e molto vascolarizzata, tanto da assorbire ossigeno dall’ambiente esterno e avere un ruolo determinante nella respirazione. La loro pelle sensibile e funzionale alla respirazione cutanea li rende purtroppo suscettibili ai minimi cambiamenti dell’habitat e all’inquinamento. Inoltre gli anfibi sono minacciati da gravi patologie, come la chytridiomicosi, malattia che interferisce con la respirazione cutanea comparsa in Sud America negli anni ‘70 e diffusa oramai in tutto il mondo. Questa è stata la causa dell’estinzione di diverse specie di anfibi.

    anfibi-animali

    Le specie di anfibi minacciate in Italia

    In Italia, il 36% di specie di anfibi sono in pericolo, mentre le altre subiscono minori gradi di minaccia. I principali fattori che ne stanno determinando il declino sono:

    • inquinamento delle acque;
    • trasformazione dell’habitat;
    • frammentazione dell’habitat dovuta all’incessante urbanizzazione;
    • cambiamento climatico;
    • competizione con le specie aliene;
    • prelievo illegale per scopi amatoriali e alimentari;
    • malattie infettive.

    L’Italia ospita circa 40 specie, di cui il 30% endemiche, come la salamandra di Lanza (Salamandra lanzai) presente unicamente in Piemonte, il tritone sardo (Euprotto playcephalus) che vive in alcune aree circoscritte della Sardegna orientale, e il caratteristico proteo (Proteus anguinus), presente in una piccola area carsica del fiume Isonzo.

    Tra le specie più particolari sul nostro territorio ci sono 4 specie di tritone, i cui maschi sono dotati di creste dorsali molto appariscenti come quelle del tritone crestato italiano (Triturus carnifex). Invece l’ululone è un piccolo rospo che emette, nel periodo riproduttivo, un inconfondibile tintinnio che rimbomba ritmicamente nell’ambiente circostante.

    Invece le salamandre italiane vivono nel sottobosco umido e possiedono delle ghiandole della pelle con secrezioni tossiche, innocue per l’uomo ma che sono all’origine di molte leggende popolari. I geotritoni sono molto simili ai tritoni, ma più piccoli e vivono nelle grotte e nelle cavità carsiche. Infine in Italia ci sono oltre 20 specie di rane, raganelle e rospi, come i pelobate fosco (Pelobates fuscus), il discoglosso sardo (Discoglossus sardus) e la rana di lataste (Rana latastei).

    Le aquile in Italia: aquila reale e aquila di Bonelli

    La categoria delle aquile comprende uccelli e rapaci di grandi dimensioni, con artigli e becchi affilati. L’Italia ospita 9 specie di rapaci, ma le principali sono l’aquila reale (Aquila chrysaetos) e l’aquila di Bonelli o aquila fasciata.

    In Italia l’aquila reale è ben distribuita nell’emisfero settentrionale, ma il 75% circa delle coppie di aquila reale in Italia vivono sulle Alpi e nelle grandi isole. Invece l’aquila di Bonelli è presente nel bacino del Mediterraneo, in Asia meridionale e in Africa, ma in Italia sopravvive solo in Sicilia e in Sardegna. In più ci sono specie che arrivano sul nostro territorio in inverno, come le aquile anatraie e l’aquila minore. Altre, invece, si possono osservare durante i periodi di migrazione, in primavera o in autunno, come la rara aquila rapace o l’aquila imperiale. Nidifica in Italia anche il biancone, una piccola aquila che si nutre di serpenti.

    In generale, il 50% delle prede delle aquile sono marmotte. Poi ci sono anche volpi, lepri, conigli selvatici, faine. L’aquila reale si nutre per il 70-80% di mammiferi, però, in Europa settentrionale caccia maggiormente uccelli, come pernici, corvidi e altri rapaci. Invece, d’inverno, si nutre regolarmente di animali morti. A differenza di quella reale, l’aquila di Bonelli è più specializzata e si nutre essenzialmente di lepri, conigli o animali di circa 2 kg.

    I rischi e le minacce per le aquile in Italia

    Nonostante tutti i rapaci godano di protezione legale e la loro uccisione sia penalmente perseguitata, ancora le aquile vengono uccise da colpi di fucili o vengono avvelenate. Inoltre spesso cadono vittima dei cavi dell’alta tensione.

    Tuttavia non è solo la persecuzione diretta da parte dell’uomo che le minaccia. Molti esemplari subiscono danni a causa delle perturbazioni ambientali, della silvicoltura intensiva, dell’utilizzo di pesticidi e fitofarmaci nell’agricoltura e della distruzione dei loro habitat riproduttivi

    La lista rossa italiana considera l’aquila reale “quasi minacciata”, mentre l’aquila di Bonelli è “in pericolo critico”. Infatti le aquile reali presenti su tutto l’arco alpino, sugli Appennini, in Sicilia e Sardegna sono circa coppie di 490-550. La disponibilità di pareti rocciose dove costruire il nido e di prede sono fattori determinanti per l’insediamento e la riproduzione.

    Ben diversa è la situazione della più piccola e meno conosciuta aquila di Bonelli, il cui nome è un omaggio al naturalista Franco Andrea Bonelli. Oggi sopravvivono solo 50 coppie in Sicilia, con presenze rare in Calabria e Sardegna. Quest’ultima regione è stata oggetto di un progetto di reintroduzione della specie, dopo il brusco calo subito negli anni ’70 e ’80. Dal 2018 al 2020 sono stati liberati 21 esemplari, ma purtroppo alcuni non sono sopravvissuti.

    Le caratteristiche delle specie di avvoltoi italiane

    Nonostante gli avvoltoi siano tra le specie in pericolo critico in Italia, se ne trovano di più nei nostri cieli. Infatti, fino alla metà del ‘900 tutte le quattro specie di avvoltoi europei si riproducevano nel nostro Paese. Purtroppo, però, dopo la scomparsa dell’ultimo nido dell’avvoltoio monaco, avvenuta in Sardegna nel 1961, restano sul territorio solo tre specie:

    • gipeto (Gypaetus barbatus), di cui si contano circa 60 coppie riproduttive sull’arco alpino;
    • grifone (Gyps fulvus), di cui ci sono circa 170 coppie nidificanti;
    • capovaccaio, in serio pericolo di estinzione, il quale conta solo 7 coppie che si riproducono attualmente in Sicilia.

    Tra le specie di avvoltoi presenti in Italia, il capovaccaio è anche noto con il nome di “avvoltoio degli Egizi“. Infatti nell’antico Egitto era considerato l’animale sacro alla dea Iside e la sua raffigurazione era un simbolo reale. La sua caratteristica principale è il fatto di far parte di quelle poche specie che utilizzano “utensili”. Infatti è stato più volte osservato che questo tipo di avvoltoio prenda sassi con il becco per lanciarli contro le uova di struzzo, così da romperle e poterle mangiare.

    Invece, il gipeto, chiamato in Spagna con il termine “quebrantahuesos” (spacca-ossa) si nutre del midollo contenuto nelle ossa, che riesce a estrarre facendole cadere dall’alto sulle rocce, per far sì che si rompano. Infine il grifone è l’unico avvoltoio europeo che nidifica in colonie sulle pareti rocciose. Anche il gipeto e il capovaccaio si riproducono sulle pareti rocciose, ma con singoli nidi. Al contrario l’avvoltoio monaco predilige per i suoi nidi grandi alberi isolati.

    L’avvoltoio è tra le specie di animali minacciate

    L’uccisone illegale attraverso bocconi avvelenati o arma da fuoco, il disturbo dei siti riproduttivi e le nuove pratiche di allevamento sono tutti fattori che determinano il grave grado di minaccia degli avvoltoi. Tuttavia, grazie alla riduzione del bracconaggio e a progetti di ripopolamento e reintroduzione, gli avvoltoi sono tornati a popolare il nostro territorio. Infatti, fino a metà del ‘900 resistevano solo in Sardegna e in Sicilia, mentre ora popolano anche le Alpi e gli Appennini.

    Il gipeto si era estinto sulle Alpi nel 1913 e poi nel 1961 in Sardegna anche l’avvoltoio monaco, mentre il grifone sopravviveva lì con poche coppie. In più il capovaccaio compariva in poche aree impervie della sud Italia e in Sicilia. Ma i progetti di rilascio del gipeto sulle Alpi (con oltre 220 individui rilasciati dal 1986 a oggi) e del grifone sull’Appennino e in Sicilia hanno posto fine all’emergenza. Non condividono lo stesso destino, invece, l’avvoltoio monaco, che fa ormai la sua comparsa molto raramente in Italia, e il capovaccaio, che sull’orlo dell’estinzione nel nostro Paese. Infatti continua a diminuire drammaticamente, passando dalle 71 coppie negli anni ’70 alle attuali 10, di cui ben 7 in Sicilia. Per fortuna, dal 2019, una nuova coppia di capovaccaio ha iniziato a riprodursi in Sardegna, dove la specie non era mai stata presente.

    Balenottere sono tra gli animali da tutelare

    La balenottera, il cui nome scientifico è “Balaenoptera physalus“, è il secondo animale più grande del Pianeta, dopo la grande balenottera azzurra (Balaenoptera musculus). Può infatti raggiungere i 26 metri di lunghezza e le 80 tonnellate di peso.

    La balenottera comune è un animale pelagico, cioè vive prevalentemente in mare aperto, lontano dalla costa. Il suo habitat si trova in acque temperate e nell’emisfero australe. Tuttavia è l’unica balena presente regolarmente nel Mediterraneo, ma in acque con una profondità superiore ai 2.200 metri e a circa 44 chilometri dalla costa.

    Ha una colorazione grigio ardesia sul dorso e bianca sul ventre e la sua vita media è di circa 100 anni. Può compiere grandi balzi fuori dall’acqua e, quando respira, emette un soffio, il cui spruzzo può raggiungere 4-6 metri di altezza. Generalmente alterna fasi di nuoto in superficie a immersioni, che durano mediamente dai 5 ai 15 minuti e che possono raggiungere i 350 metri di profondità.

    Le balenottere sono anche veloci nuotatori. Raggiungono i 20 nodi (27 km/h), anche se preferiscono spostarsi sebbene in media a 2-4 nodi. Compiono migrazioni regolari dalle acque caldo-temperate, dove trascorrono l’inverno, a quelle sub-polari, frequentate in estate per l’alimentazione. L’unico legame duraturo è quello tra la madre e il piccolo che dura fino allo svezzamento. Un cucciolo alla nascita può pesare fino a 2 tonnellate.

    La dieta della balenottera e le minacce da affrontare

    La dieta di una balenottera è una delle più varie tra i Cetacei Misteceti. Questo gruppo comprende tutte le specie munite di fanoni, cioè centinaia di lunghi filamenti disposti a pettine con cui filtrano l’acqua marina per alimentarsi. In particolare quelli della balenottera comune sono lunghi 70-90 centimetri e larghi 20-30 centimetri. Grazie ad essi si nutre di piccoli crostacei, noti come “krill”, pesci come aringhe, merluzzi, sardine e sgombri, insieme a piccoli cefalopodi.

    In media ogni anno una balenottera ingerisce 330tonnellate di cibo. Normalmente le balenottere formano piccoli nuclei di 2-4 esemplari, mentre solo dove ci siano grandi concentrazioni di cibo si possono riunire fino a 100 animali.

    Purtroppo la balenottera è considerata una specie vulnerabile (VU). La caccia spietata a cui sono stati sottoposti questi animali, soprattutto dalla fine del XIX secolo, ne ha ridotto sensibilmente il numero. Oggi se ne contano meno di 100.000 in tutti i mari del mondo. Inoltre, sebbene sia protetta a livello internazionale dagli anni ’80, alcuni Paesi, come il Giappone o popolazioni indigene, continuano a cacciarle nell’Antartico.

    Costituiscono altre minacce per le balenottere la cattura accidentale nelle reti da pesca (bycatch), l’inquinamento da plastica o da altre sostanze inquinanti, e la collisione con le navi.

    Delfini: le principali caratteristiche

    Il delfino, il cui nome scientifico è “Delphinus delphisci“, appartiene al gruppo dei Cetacei Odontoceti, cioè con i denti, che complessivamente comprende 70 specie. Questi mammiferi marini si distinguono facilmente dai grandi pesci pelagici perché, quando nuotano, la pinna caudale è orizzontale e si muove dall’alto verso il basso. Anche la colorazione del delfino è molto distintiva, con il dorso scuro o nero, il torace color crema e il ventre bianco.

    Un delfino adulto può raggiungere i 2 metri di lunghezza e il peso di 90 kg. La durata media della sua vita in natura è di 20-30 anni e può immergersi fino a 300 metri di profondità. Raggiunge fino a 65km/h (35 nodi) di velocità e vive in branchi non troppo numerosi, tra una o due dozzine di animali.

    Questa specie è considerata in pericolo (EN). Infatti è vittima di attività di cattura a scopo alimentare da parte della Russia, Bulgaria, Turchia e Romania. Inoltre nell’Oceano Pacifico tropicale orientale, nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano un numero considerevole di delfini viene catturato accidentalmente (bycatch) durante la pesca al tonno.

    Altri fattori di rischio sono l’inquinamento, il degrado degli habitat marini costieri e il disturbo causato dal turismo da diporto. In più tra i predatori naturali delle varie specie di delfini ci sono le orche, i grandi squali e le focene.

    Le specie di delfino presenti nel Mar Mediterraneo

    I delfini generalmente sono presenti in acque temperate e tropicali. Nel Mar Mediterraneo possiamo identificare almeno tre specie:

    • delfino comune;
    • stenella striata (Stenella coeruleoalba);
    • tursiope (Tursiops truncatus).

    A questi tipi di delfino si aggiungono altre specie più rare, come lo zifio (Ziphius cavirostris), il globicefalo (Globicephala melas) e il grampo (Grampus griseus).

    Il tursiope è più diffuso e ha una colorazione grigia omogenea, mentre la stenella ha una distintiva colorazione con strisce grigio-nere. Le stenelle sono cetacei molto attivi e visibili. Infatti compiono salti fuori dall’acqua anche di 7 metri. Si radunano in grandi branchi e possono arrivare fino a 3.000 esemplari nell’oceano, mentre a un centinaio nel Mediterraneo.

    Invece i delfini comuni hanno la capacità di immergersi anche fino a 10 minuti. La loro alimentazione è composta da acciughe, sardine, aringhe, ma anche da seppie e calamari. Spesso sono stati osservati cacciare in gruppo in maniera coordinata.

    Per quanto riguarda, infine, la riproduzione, generalmente avviene tra giugno e settembre nell’emisfero settentrionale. I piccoli nati restano con la madre per ben 19 mesi fino allo svezzamento, mentre la maturità sessuale è raggiunta dopo 6/7 anni nelle femmine e tra i 5 e 12 anni nei maschi.

    Elefanti: caratteristiche e curiosità

    L’elefante è il più grande mammifero presente sulla Terra ed è un animale in estinzione. L’esemplare maschile di un elefante africano può superare anche i 3 metri di altezza e pesare più di 5 tonnellate. Questa specie è molto sociale. Infatti gli elefanti vivono in gruppi costituiti da femmine imparentate e dalla loro prole, a capo dei quali c’è la “matriarca”, cioè la più anziana. Si mantengono in contatto tra loro comunicando anche attraverso gli infrasuoni emessi a bassa frequenza, non udibili dall’uomo.

    L’acqua è particolarmente importante nella vita degli elefanti non solo per dissetarsi (riescono ad aspirare dalla proboscide in una sola volta ben 12 litri d’acqua), ma anche per regolare la temperatura corporea e per liberarsi dai parassiti. Inoltre, dato che gli elefanti sono privi di ghiandole sudoripare, utilizzano le loro grandi orecchie per disperdere il calore in eccesso. L’elevata vascolarizzazione dell’orecchio, l’ampia superficie e il movimento continuo permettono il raffreddamento del sangue e l’abbassamento della temperatura corporea.

    Gli elefanti trascorrono fino a 18 ore al giorno ad alimentarsi di sostanze vegetali come germogli, frutti, foglie, radici e rami, che strappano grazie alla proboscide. In questo modo contribuiscono anche a mantenere la savana aperta, limitando la ricrescita della vegetazione. Ingeriscono fino a 150 kg al giorno di cibo.

    Un’altra caratteristica principale degli elefanti è che compiono la più lunga gestazione tra gli animali terrestri, ben 22 mesi. Il cucciolo appena nato pesa già circa 100 kg e, dopo pochi giorni, è già in grado di seguire il branco. Lo svezzamento totale avviene dopo circa 3 anni, sebbene a 9 mesi di età cominci già a mangiare anche sostanze vegetali.

    elefanti-animali

    Gli elefanti sono animali minacciati dall’uomo

    Oggi in Africa vivono due specie, l’elefante africano (Loxodonta africana), che si trova nelle savane sub-sahariane, e l’elefante di foresta (Loxodonta cyclotis), mentre l’esemplare asiatico popola tutta l’Asia meridionale, dall’Iran alla Cina, fino all’Indonesia settentrionale.

    Tutte e tre le specie di elefante sono a rischio di estinzione, soprattutto per la perdita e frammentazione dell’habitat causata dall’espansione umana e dalla conseguente conversione di habitat naturali in aree agricole e insediamenti abitativi. Una delle specie più a rischio di tutto il regno animale è proprio l’elefante di Sumatra. Gli esemplari rimasti sono stimati tra 2000 e 2500 e, negli ultimi 25 anni, questa specie ha perso l’80% del suo habitat originario, principalmente a causa dell’intensa deforestazione, operata per fare spazio alle piantagioni di olio di palma e all’agricoltura intensiva.

    Tuttavia ha un grave impatto anche il bracconaggio per il commercio illegale delle zanne e il consumo di carne. Gli elefanti africani di entrambi i sessi hanno le zanne, che invece sono assenti nelle femmine di elefante asiatico e in alcuni maschi. Queste zanne d’avorio sono i denti incisivi superiori, che nei maschi adulti possono arrivare a 2-3 metri di lunghezza e può raggiungere il peso di 50kg. Nonostante le leggi di protezione di cui gli elefanti godono, il commercio dell’avorio comporta ogni anno l’uccisione di molti esemplari.

    Il falco pescatore e il suo ritorno in Italia

    Tra gli animali a rischio di estinzione in Italia c’è il falco pescatore (Pandion haliaëtus). È una delle specie di rapaci diffusa in diverse zone del mondo, come gli Stati Uniti e l’Australia. In Italia è recentemente tornata a riprodursi, in seguito a vari progetti volti alla conservazione di questo animale. Risale al 2011 la prima nidificazione in Maremma a seguito di questa iniziativa.

    Attualmente 6 coppie di falco pescatore nidificano in Italia. Nel Mediterraneo le coppie sono in genere isolate o poste a distanza di qualche chilometro. Invece, in altri Paesi, dove la popolazione è maggiore, si possono formare aggregazioni di centinaia di nidi in aree ristrette. Inoltre il falco pescatore nidifica anche nei centri abitati, a stretto contatto con l’uomo.

    Alcuni gruppi di falco pescatore sono migratori, come quelli che si trovano in Nord Europa e transitano o si fermano nel Mediterraneo durante l’inverno. Si contano tra i 55 e i 100 esemplari che trascorrono l’inverno nel nostro Paese. Tuttavia la maggior parte attraversa il deserto del Sahara e raggiunge l’Africa equatoriale. Infine ci sono anche gruppi che sono sedentari.

    Generalmente questa specie è legata agli ambienti acquatici. Vive infatti in prossimità di paludi, stagni, fiumi e coste marine, dove cattura le sue prede con spettacolari tuffi. La sua dieta è costituita per il 95% da pesci, sia di acqua dolce sia di acqua salata. Occasionalmente può catturare anche piccoli mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e crostacei. La coppia di falchi pescatore cattura le sue prede entro un raggio d’azione di circa 10 km dal proprio nido. In più, durante il primo mese di vita dei piccoli, la femmina sorveglia il nido e lo protegge, mentre il maschio pesca per tutta la famiglia.

    I rischi che corre il falco pescatore

    L’urbanizzazione costiera e le uccisioni illegali, soprattutto durante il periodo invernale in cui si pratica la caccia, il disturbo dei siti riproduttivi, il saccheggio dei nidi e la contaminazione da mercurio e altri metalli pesanti hanno compromesso per decenni la presenza di questo rapace in Italia. Si stima che negli anni ’60-’70 siano stati uccisi oltre mille esemplari all’anno.

    Se in Italia si vedono i segni di una lenta ma efficace tutela della specie, in molti Paesi del sud del Mediterraneo le uccisioni continuano in modo preoccupante. Inoltre si aggiungono i rischi dovuti al bracconaggio e all’impatto con i cavi dell’alta tensione.

    Fenicottero, l’uccello più elegante della fauna italiana

    I fenicotteri (Phoenicopterus roseus) appartengono a una delle più antiche famiglie di uccelli. I primi fossili risalgono infatti a 30 milioni di anni fa. La caratteristica colorazione rosa dei fenicotteri è dovuta alla loro alimentazione e può essere più o meno intensa. Infatti i fenicotteri si nutrono di alcuni crostacei, tra cui l’Artemia salina, che contiene un pigmento di colore rosso-arancione. I giovani esemplari sono inizialmente di colore bruno-grigio, poi cominciano ad assumere la colorazione rosa dopo il secondo anno di vita. Inoltre questi animali sono dotati di un becco con una particolare conformazione in grado di filtrare l’acqua e gli esemplari maschi arrivano ad avere un’apertura alare di ben 160 centimetri.

    Nel mondo ci sono circa 800.000 individui di questa specie, suddivisi in almeno 25 siti. Gli esemplari si trovano soprattutto nelle zone umide del bacino del Mediterraneo, in Africa e in Asia. Anche in Italia tra i 15.000 e i 25.000 fenicotteri trascorrono regolarmente l’inverno. La maggior concentrazione si registra nelle lagune costiere della Sardegna e della Maremma toscana, dove dal 1993 si riproduce con successo.

    Pur non essendo una specie minacciata, risente allo stesso modo del deterioramento dell’habitat a causa dell’inquinamento, del disturbo antropico delle colonie, soprattutto durante il periodo di nidificazione, della collisione con le linee elettriche e delle predazione di uova e pulcini da parte di cani e altri animali. Inoltre, ancora in molti Paesi del bacino del Mediterraneo meridionale vengono uccisi o catturati per essere venduti.

    I fenicotteri rosa come animali sociali

    Il fenicottero rosa è una specie molto sociale e forma grandi colonie, anche con 20.000 coppie. Questi animali compiono lunghi spostamenti tra le colonie poste intorno al Mediterraneo, concentrandosi soprattutto nelle aree di svernamento o nelle colonie riproduttive.

    È una specie monogama. Nel periodo riproduttivo, i fenicotteri si esibiscono nelle caratteristiche “parate”, composte da movimenti ritmici, battiti d’ali, gonfiando le penne ed emettendo versi specifici.

    Poi le uova vengono deposte in un nido di fango a forma di vulcano. Entrambi i genitori collaborano alla cova e all’allevamento dei pulcini. Quando uno dei partner non è impegnato nella cova percorre distanze fino a 150 km per nutrirsi. Durante la schiusa i piccoli nati emettono frequenti pigolii, a cui i genitori rispondono. Questo processo è fondamentale per il riconoscimento in tutto il periodo della crescita. Dopo circa dieci giorni dalla nascita, i pulcini abbandonano il nido e si uniscono in grandi “asili”, controllati a turno dagli adulti, finché non saranno in grado di volare.

    Foca monaca: tra i mammiferi marini più minacciati al mondo

    La foca monaca (Monachus monachus) è tra gli animali in pericolo di estinzione. Infatti è una delle foche più rare e l’unica presente nel Mediterraneo. È considerata una delle 100 specie di mammiferi più minacciati al mondo. Ne restano in natura meno di 500 esemplari, di cui si stima che 350-450 siano individui maturi.

    La sua principale area di presenza è il Mar Egeo e il Mediterraneo orientale. Vive anche lungo le coste della Mauritania, vicino le Isole Canarie, nel Mar Nero e in Italia, soprattutto in Basilicata, in Sicilia e intorno alle isole del Tirreno. I gruppi più numerosi di foche monaca si trovano invece lungo la costa atlantica dell’Africa conserva.

    Un tempo questa specie era molto diffusa nel Mediterraneo. Ma è stata oggetto di costante ostilità da parte dell’uomo e dei pescatori. Veniva cacciata per le pelli e per il grasso, che veniva trasformato in olio. Inoltre subisce il disturbo dei siti di riproduzione a causa del turismo e delle imbarcazioni da diporto. Infine è vittima ancora oggi di uccisioni illegali, della cattura accidentale con le reti da pesca (bycatch), dell’inquinamento e della diffusione di plastica in mare.

    Foca monaca: caratteristiche e periodo riproduttivo

    La foca monaca ha una colorazione brunastra uniforme con una macchia bianca irregolare sul ventre. Invece i piccoli sono inizialmente neri e mutano la pelliccia solo dopo diverse settimane. Il muso ha dei lunghi ciuffi di vibrisse. L’animale può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 350 kg di peso e può vivere fino a 30 anni. Infine la sua dieta è composta da anguille, sardine, triglie e piccoli tonni, ma anche aragoste e polpi.

    Come tutte le altre specie di foche, quando si trova sulla terra si muove in modo lento e impacciato poiché la conformazione del bacino non le consente di alzare il ventre. In mare, invece, è agile e veloce, in particolare quando caccia le sue prede durante immersioni fino a 20 metri di profondità. In realtà la foca monaca è in grado di immergersi fino a 100 metri di profondità e di restare in apnea per 10 minuti.

    La maturità sessuale viene raggiunta a circa 5-6 anni di età. Si accoppia generalmente in estate-autunno e, dopo 11 mesi di gestazione, partorisce un unico cucciolo in una spiaggia non disturbata o in una grotta riparata. Le nascite avvengono solitamente tra maggio e novembre e il piccolo viene allattato per 16-17 settimane. Solo dopo lo svezzamento fa il suo primo ingresso in acqua.

    Tutele e minacce del gatto selvatico

    Il gatto selvatico (Felis silvestris) è uno tra gli animali in via di estinzione in Europa. Si distingue dal gatto domestico perché è più grande e più robusto e ha zampe più lunghe. Per questi motivi, in passato, si pensava di distinguerlo nettamente dal gatto domestico e da quello sardo. Tuttavia recenti indagini genetiche hanno confermato che sono una sola specie ma con una differenziazione sottospecifica e morfologica.

    I gatti selvatici vivono in diversi habitat, come boschi, nella macchia mediterranea e lungo i margini delle paludi e delle coste. Evitano, invece, le alte montagne, le coste esposte e ambienti agricoli e urbani. Il gatto selvatico si trova in Europa, in gran parte dell’Africa, in Asia sud-occidentale e centrale, in India, in Cina e in Mongolia. Tra tutte le diverse specie che popolano il mondo, quella europea è più piccola rispetto alle altre (3,1 kg i maschi e 1,6 kg le femmine).

    Purtroppo spesso i gatti servatici sono minacciati per il commercio della loro pelliccia. Nonostante recentemente sia diminuito, è ancora una minaccia costante. Ma il più grande rischio che corrono è dovuto alla riduzione dei propri habitat, per esempio in India si è ridotto di ben il 90%. In Europa, le minacce includono la frammentazione degli habitat, l’esposizione a sostanze chimiche agricole tossiche e la trasmissione di malattie da parte dei gatti domestici. Infine è spesso vittima di incidenti stradali e, in seguito alla crescita dell’ibridazione con i gatti domestici, sta subendo una perdita della propria identità genetica.

    Caratteristiche principali di questa specie di animali

    Le dimensioni, il colore del mantello e gli eventuali segni distintivi nel gatto selvatico variano da continente a continente. Per esempio, in Africa il colore e le macchie del pelo possono essere grigie o rossastre. La pelliccia solitamente presenta una fascia sub-terminale chiara e una punta nera, che conferiscono al pelo un aspetto maculato. La coda lunga termina con due o tre anelli nerastri e una punta nera. Infine le orecchie sono arrotondate con corti ciuffi scuri.

    I gatti selvatici tendono ad avere abitudini notturne. Tuttavia, negli inverni particolarmente freddi, interessati da forti nevicate, piogge e vento, il gatto selvatico può rimanere inattivo anche fino a 28 ore. Caccia muovendosi lentamente e silenziosamente lungo i sentieri. Si ciba di roditori (arvicole e topi), uccelli (piccioni e quaglie), lepri, insetti, ragni e serpenti. A volte può anche cacciare prede più grandi, come giovani antilopi in Africa. Dopo aver attaccato la preda, la blocca con gli artigli a terra, prima di infliggere il morso letale. La preda, una volta uccisa, può essere nascosta tra la vegetazione, in buchi nel terreno, negli alberi oppure ricoperta da detriti. Il peso di un esemplare adulto può arrivare fino a 7kg.

    I maschi raggiungono la maturità sessuale a circa un anno di età, mentre le femmine un paio di mesi prima. La gestazione dura da 56 a 65 giorni e di solito si partoriscono 2-3 cuccioli. Appena nati, i piccoli sono ciechi e crescono in luoghi ben nascosti, come in alberi cavi, tane sotterranee, fessure rocciose e tra l’erba fitta. I piccoli escono dalla tana a un mese e vengono avviati alla caccia dopo 3-4 mesi, diventando indipendenti a 5-6 mesi.

    ghepardo

    Il ghepardo, l’animale più veloce della Terra

    Il ghepardo (Acinonyx jubatus) è il più veloce mammifero terrestre. Infatti può raggiungere i 110 km orari e compiere balzi di oltre 6 metri. È il suo corpo slanciato e aerodinamico che gli permette di fare scatti ad alta velocità, soprattutto quando caccia una prede. La caccia avviene quasi esclusivamente di giorno e si ciba soprattutto di antilopi, come la gazzella di Thomson), lepri e uccelli. La sua strategia di predazione consiste in un lento avvicinamento tra l’erba e, solo quando giunge a una distanza di circa 70 metri, si lancia all’inseguimento. L’uccisione della preda avviene rapidamente per soffocamento con un morso alla gola.

    Vive nelle aree aperte di savana e la sua caratteristica distintiva è il mantello giallo con piccole e singole macchie nere. La lunga coda funziona da bilanciere durante la corsa, ma è anche un modo dei cuccioli per comunicare con la madre quando camminano tra l’erba alta.

    Il ghepardo è il felino più socievole, ad eccezione del leone. Forma spesso gruppi familiari composti dalla madre e dai cuccioli, che restano insieme anche dopo lo svezzamento. I cuccioli mostrano un caratteristico mantello scuro e grigio sul dorso, probabilmente dovuto a un adattamento difensivo.

    Pericoli e minacce subiti da questi felini

    Nell’ultimo secolo la popolazione di questo felino si è ridotta del 90% e solo il 50% dei ghepardi sopravvive ai primi tre mesi di vita. Si contano in tutto circa 6.600 esemplari e circa un terzo vive in Africa meridionale. Invece sono solo 60-100 esemplari che sopravvivono ancora in Iran. Perciò sono considerati una specie in pericolo critico.

    Le principali minacce per questo felino sono:

    • bracconaggio, soprattutto per ottenere la sua pelliccia;
    • perdita di habitat;
    • commercio illegale;
    • insufficiente numero di prede, che spinge il ghepardo a cacciare gli animali da allevamento delle popolazioni locali, entrando in conflitto con queste;
    • incrocio tra esemplari consanguinei, con conseguente perdita di variabilità genetica e indebolimento della specie;
    • competizione con gli altri predatori, come leoni, iene e leopardi.

    Il giaguaro: il grande felino americano

    Il giaguaro (Panthera onca) è l’unica pantera ad abitare nel territorio americano ed è il più grande felino del continente. È diffuso principalmente in America centrale e in parte dell’America meridionale. Si può trovare in habitat boschivi, foreste umide tropicali, lungo fiumi e torrenti, paludi di mangrovie e foreste umide pedemontane.

    Questa specie viene spesso confusa con il leopardo. Tuttavia il suo mantello ha macchie più fitte e regolari, differenti in ogni esemplare. Il colore può variare dal rosso ruggine a un oro pallido, mentre le macchie sono nere e racchiudono uno o più punti neri. Però esistono anche esemplari, detti melanici, la cui pelliccia è completamente nera, con macchie comunque presenti ma meno visibili, che vengono chiamati comunemente “pantere nere”.

    Un ghepardo adulto può raggiungere 2,5 metri di lunghezza e pesare fino a 120 kg. La forza del suo morso è maggiore di quella di tutti gli altri grandi felini e i suoi canini sono in grado di penetrare anche i duri gusci delle tartarughe e la spessa pelle dei coccodrilli. Inoltre, a differenza di altri felini, i giaguari non evitano l’acqua e sono grandi nuotatori.

    Per quanto riguarda la riproduzione, le femmine raggiungono la maturità sessuale a 24-30 mesi, mentre i maschi a 3-4 anni di età. La gestazione dura circa 105 giorni e la femmina partorisce da 1 a 4 cuccioli, che fino a 10-11 settimane sono totalmente dipendenti dal latte della madre. Poi, a 15-18 mesi, iniziano a cacciare da soli.

    Il rischio di estinzione di questo animale

    La caccia intensiva e il commercio illegale hanno in passato portato il giaguaro ad essere un animale a rischio estinzione. Infatti, proprio a causa del suo manto maculato, è stato spesso vittima di bracconieri.

    Tra gli anni ’60 e ’70 circa 18.000 esemplari venivano uccisi ogni anno per la loro pelliccia o per essere esposti come trofeo. Per fortuna, grazie all’istituzione di CITES (Conservation on the International Trade in Endangered Species) nel 1973, si sono poste delle regole per il commercio di flora e fauna a rischio di estinzione.

    Attualmente, però, anche il giaguaro continua a essere minacciato a causa della veloce riduzione del suo habitat.

    La giraffa è il più alto mammifero della Terra

    La giraffa è il più grande animale ruminante e il più alto mammifero. Ha un lungo collo, composto come tutti i mammiferi da 7 vertebre, che però sono particolarmente allungate, e lunghe zampe. In questo modo i maschi possono raggiungere fino ai 5 metri e mezzo di altezza. In questo modo la giraffa è l’unico erbivoro in grado di raggiungere le foglie di cui si nutre, a oltre 2 metri di altezza.

    Le giraffe sono animali gregari e non territoriali. Il loro habitat è la savana arida africana, a sud del Sahara. Esistono quattro specie principali di giraffa:

    • settentrionale;
    • meridionale;
    • masai;
    • reticolata.

    Ogni esemplare può assumere una colorazione del mantello dal marrone scuro al nero, soprattutto nei maschi più anziani. Le caratteristiche macchie e il reticolo più chiaro formano un “pattern” unico e diverso per ciascun individuo. Inoltre entrambi i sessi possiedono delle ossa costituite da due prolungamenti ossei ricoperti da pelle e peli.

    Le femmine di giraffa spendono il 53% delle 24 ore della giornata a nutrirsi, mentre i maschi il 43%, perché molte ore del giorno sono trascorse anche alla ricerca di femmine in calore. L’alimentazione si concentra soprattutto durante le prime e le ultime tre ore di luce, mentre trascorrono le ore più calde il tempo a ruminare. La giraffa non beve molto, poiché riesce a trarre i liquidi di cui necessita direttamente dalle foglie.

    In media un maschio adulto di giraffa pesa 2 tonnellate. Ma, al galoppo, un esemplare può raggiungere i 56 km/h, sebbene su medie distanze. Inoltre le giraffe utilizzano gli arti posteriori e anteriori, per sferrare potenti calci letali per un predatore.

    La drastica riduzione di esemplari di questo animale

    Alla fine degli anni ’80 in Africa si stimavano 155.000 individui di giraffa, ma oggi si contano solo 111.000 individui appartenenti all’insieme delle quattro specie. In più alcune sottospecie di giraffa sono tra gli animali più rari del mondo, come la giraffa del Kordofan (Giraffa camelopardalis antiquorum), che vive al confine settentrionale del Congo con il Sudan e al confine fra Ciad e Repubblica Centrafricana, oppure la giraffa nubiana (Giraffa camelopardalis camelopardalis), che vive nel Sudan orientale e in parte dell’Etiopia occidentale.

    Sono molte le cause di questa drastica riduzione:

    • perdita dell’habitat a causa della deforestazione;
    • conversione dei terreni per usi agricoli e per l’attività estrattiva di minerali;
    • crescente urbanizzazione;
    • disordini civili, guerre e instabilità politica, che creano condizioni di alto rischio per le giraffe;
    • bracconaggio;
    • cambiamenti climatici, che stanno trasformando la savana in un ambiente ancora più arido e desertico, causando problemi di alimentazione a approvvigionamento idrico per le specie selvatiche.

    Gorilla è l’animale più vicino all’uomo

    Il gorilla è il più grande primate vivente ed è tra le scimmie antropomorfe più vicine all’uomo dal punto di vista evolutivo, dopo lo scimpanzé e il bonobo. Oltre ad avere imponenti dimensioni e una grande forza, è anche molto intelligente. Un maschio adulto raggiunge i 140-185 centimetri di altezza e i 160 kg di peso.

    Ha una vita media di 40 anni e un gorilla dedica circa il 30% del giorno a nutrirsi. Essendo una specie prevalentemente vegetariana, si ciba di steli, germogli di bambù e una varietà di frutti, integrando la dieta con cortecce e invertebrati. Un altro 30% della giornata il gorilla lo trascorre muovendosi, mentre il restante 40% riposando. I gorilla vivono in piccoli gruppi stabili di 3-20 individui e la notte la trascorrono in giacigli fatti di frasche e rami, costruiti a terra o sugli alberi.

    Le femmine raggiungono la maturità sessuale a 7-8 anni, ma iniziano a riprodursi solo alcuni anni più tardi. Invece i maschi maturano più tardi e raramente si riproducono prima di aver raggiunto i 15 anni di età. Generalmente una femmina è in grado di allevare un solo piccolo ogni 4-6 anni.

    Le varie specie di gorilla in pericolo

    Le uniche due specie di gorilla esistenti al mondo vivono in Africa equatoriale e sono separate da circa 900 km di foresta del Bacino del Congo. Il gorilla occidentale (Gorilla gorilla) è diviso in due sottospecie:

    • di pianura, con circa 316.000 esemplari, vive in Angola, Camerun, Repubblica Centro-africana, Congo, Repubblica Democratica Del Congo, Guinea Equatoriale e Gabon;
    • del Cross River, con 250-300 esemplari, vive al confine tra Camerun e Nigeria.

    Poi c’è il gorilla orientale (Gorilla beringei), che vive nella Repubblica Democratica Del Congo, in Rwanda e Uganda. Anche questo animale è suddiviso in due sottospecie:

    • di montagna, con circa 1.600 esemplari, nella regione dei Monti Virunga, al confine tra Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, e nella foresta di Bwindi, nell’Uganda sud-occidentale.
    • di pianura orientale o di Grauer, con 3.800 esemplari.

    I gorilla di pianura vivono nella foresta alpina di bambù, tra i 2.000 e i 2.500 metri di altitudine. Invece il gorilla di montagna vive tra i 2.800 e i 3.400 metri, fino a raggiungere i 4000 metri nelle brughiere afro-alpine. La pelliccia è folta e lunga nel gorilla di montagna, mentre più rada e corta in quello di pianura.

    Il bracconaggio è il principale colpevole del drammatico declino nella popolazione di gorilla negli ultimi decenni in Africa. La causa principale è il commercio di “bushmeat”, carne di animali selvatici. La carne di gorilla, di scimpanzé, di antilope e di altri animali è infatti un cibo ricercato nei mercati clandestini di molti Paesi.

    A questo fenomeno si aggiunge la deforestazione (ogni anno si distruggono circa 700.000 ettari di foresta) e la perdita degli habitat dovuta allo sfruttamento forestale e del sottosuolo, per via delle miniere a cielo aperto e dell’estrazione di oro, diamanti, petrolio e minerali presenti nei beni elettronici di largo consumo.

    L’importanza degli impollinatori per l’ecosistema

    Tra gli animali in estinzione in Italia ci sono molti impollinatori. Circa un terzo del nostro cibo proviene da piante impollinate da impollinatori selvatici. Oltre 100.000 differenti specie di animali, tra cui insetti, pipistrelli, api, mosche, farfalle, coleotteri e uccelli, forniscono servizi di impollinazione, sia per gli ecosistemi naturali sia per quelli “secondari” creati dall’uomo.

    In Europa, gli impollinatori sono prevalentemente api e sirfidi, ma anche farfalle, falene, alcuni coleotteri e vespe. L’ape domestica da miele occidentale (Apis mellifera) è la specie più conosciuta, utilizzata dagli apicoltori per la produzione di miele e altri prodotti, come propoli, pappa reale e cera. Sono fondamentali per l’impollinazione negli spazi aperti di prati, pascoli e praterie le farfalle diurne. In Italia sono presenti 288 specie indigene di lepidotteri diurni e ben il 13% è a rischio estinzione. Inoltre, secondo la Lista Rossa italiana degli apoidei, sono 151 le specie di api native in Italia in declino e 34 quelle con diversi livelli di minaccia.

    Tra le principali cause ci sono la riforestazione naturale, conseguenza dell’abbandono delle aree rurali, e l’intensificazione dell’agricoltura. Molte specie chiave impollinatrici sono in pericolo anche a causa di:

    • distruzione dei propri habitat;
    • pesticidi;
    • diffusione di malattie e di parassiti;
    • cambiamenti climatici;
    • piante invasive;
    • competizione con gli impollinatori non-nativi.

    Le politiche agricole dannose e le nuove tutele

    Ma la riduzione degli insetti impollinatori rappresenta un importante fattore di rischio soprattutto per il settore agricolo. Infatti, in tutta Europa, si è già registrata la perdita di circa il 40% delle specie vegetali.

    Tuttavia proprio le politiche agricole hanno causato questa situazione. Infatti sono sempre più orientate all’aumento della produttività, ottenuto attraverso l’uso di agro-farmaci tossici. Così la diversità biologica che è alla base dei nostri sistemi alimentari sta scomparendo, compromettendo le future scorte di cibo, la salute e l’ambiente e la presenza di questi animali impollinatori.

    Per far fronte all’emergenza, l’Unione Europea ha presentato, nel 2020, la strategia “Farm to Fork”. È fondamentale per la tutela degli impollinatori perchè presenta come obiettivi:

    • riduzione dell’uso dei pesticidi;
    • aumento delle superfici coltivate con agricoltura biologica;
    • restauro ecologico degli agro-ecosistemi, destinando almeno il 10% della superficie delle aziende agricole al mantenimento della biodiversità.

    Koala: la specie iconica dell’Australia

    Il koala (Phascolarctos cinereus) è un marsupiale arboricolo dell’Australia orientale e meridionale. La sua vita è strettamente legata alle foreste di eucalipto, le cui foglie sono la sua unica fonte di alimentazione e ne mangia più di 500 grammi al giorno. Le foglie di eucalipto contengono però dei tannini, sostanze tossiche, che però questi animali riescono a neutralizzare grazie alla presenza di batteri nel loro apparato digerente. Inoltre bevono molto di rado perché traggono i liquidi di cui necessitano proprio da queste foglie.

    È un animale solitario e attivo soprattutto di notte. Conduce prevalentemente una vita sedentaria, riposando ogni giorno circa 19 ore. Possiede zampe con dita prensili e lunghi artigli, grazie alle quali si arrampica su tronchi e rami. Si muove molto lentamente e raramente scende a terra, dove rischierebbe di diventare preda dei dingo, i cani selvatici australiani.

    Il maschio raggiunge i 14 kg di peso e possiede una particolare ghiandola toracica che secerne una sostanza odorosa con cui marca gli alberi e che attira la femmina durante il periodo riproduttivo. La gestazione dura appena 25-35 giorni. Poi, come tutti i marsupiali, l’unico piccolo, nato prematuro, completa il suo sviluppo all’interno del marsupio.

    Dopo circa 6 mesi inizia a essere trasportato dalla mamma sul dorso. Al termine dell’accrescimento nel marsupio, il cucciolo viene nutrito con una emulsione di foglie e semi, già digerita che, attraverso l’intestino della madre, acquisisce i micro-organismi necessari per potersi nutrire delle foglie tossiche di eucalipto.

    koala

    La principale minaccia di questi animali: gli incendi

    La principale minaccia per il koala è rappresentata dal cambiamento climatico, responsabile dell’incremento di periodi di siccità, che comportano il verificarsi di incendi più lunghi, frequenti e devastanti. È proprio a causa del perpetuarsi degli incendi nel 2019 e 2020, durati ben 9 mesi, che sono morti oltre 60.000 koala e sono bruciati quasi 19 milioni di ettari di foreste.

    Inoltre la siccità costringe questa specie a scendere a terra alla ricerca di fonti alternative di acqua, rendendoli particolarmente vulnerabili a incidenti e predazioni. In più l’aumento della CO2 determina un abbassamento della qualità nutritiva delle foglie di eucalipto, causando frequenti casi di malnutrizione e morti.

    A tutti questi fattori di rischio si aggiungono anche la caccia per la pelliccia e il diffondersi di infezioni di Chlamidya, una malattia sessuale che coinvolge circa il 45% degli esemplari e che causa infertilità.

    Il leone: perché è chiamato il “Re della foresta”?

    Il leone (Panthera leo) è uno dei predatori che si trova nelle savane africane. Allora perché spesso è chiamato il “Re della foresta”? Questo appellativo deriva da un’altra specie di leone che vive nel continente asiatico in un ambiente forestale. Qui, però, è presente solo un piccolo nucleo di circa 580 animali, appartenente a una sottospecie (Panthera leo persica) a serio rischio di estinzione. Invece in Africa sembra non mostrare preoccupanti segni di declino della popolazione, anche se il numero di esemplari, negli ultimi due decenni, è passato da 100.000 a meno di 30.000.

    Tuttavia, in generale, il leone è un animale considerato minacciato dalla lista rossa della IUCN. Infatti è scomparso dall’80% del suo areale originario e, adesso, si concentra soprattutto nelle aree protette dell’Africa sub-sahariana e dell’India nord-occidentale. Le principali cause che stanno compromettendo la sopravvivenza del leone in natura sono:

    • bracconaggio da parte dell’uomo a causa dei conflitti dovuti alla predazione da parte del leone sul bestiame domestico;
    • distruzione dell’habitat;
    • riduzione delle prede;
    • accoppiamenti tra consanguinei nelle aree protette, che stanno indebolendo la loro genetica, rendendoli maggiormente vulnerabili alle epidemie.

    Caratteristiche e curiosità di questo animale

    Il leone è il più grande felino delle savane africane. Il maschio è caratterizzato da una folta criniera scura, che ha la funzione di attrarre le femmine e di intimidire i maschi rivali. Come tutti i carnivori, i leoni hanno denti specializzati per lacerare la carne e i tendini e la lingua è ruvida e coperta da piccole papille uncinate con la funzione di raschiare la carne intorno alle ossa e di facilitare la pulizia del pelo.

    È un felino sociale e vive in branchi, costituiti da un maschio dominante, un gruppo di femmine imparentate fra loro e i giovani. Nella comunità dei leoni sono le femmine che si occupano di procacciare il cibo. Le battute di caccia prevedono una strategia di accerchiamento e agguato che culmina con l’uccisione della preda con un morso alla gola. La cooperazione all’interno del gruppo permette di cacciare, oltre gli impala, anche bufali, gnu, zebre, elefanti e giraffe. La quantità di carne mangiata da un leone in un giorno può arrivare a 30kg.

    Invece il maschio, che può superare i 200 kg di peso, ha il compito di proteggere il gruppo e difendere il vasto territorio attraverso marcature odorose (urina) e vocali (ruggito). Il ruggito di un leone può essere udito fino a 8km. Tuttavia tutte le attività sono concentrate durante le ore crepuscolari e notturne, mentre gran parte della giornata è trascorsa a riparo dalla calura.

    Non hanno un periodo specifico per la riproduzione. I cuccioli, solitamente da 2 a 6, nascono dopo circa 4 mesi. Poi vengono accuditi dalle femmine del branco e iniziano a mangiare la carne solo intorno ai 3 mesi di vita.

    Leopardo delle nevi, un animale estremamente elusivo

    Il leopardo delle nevi (Panthera uncia) è un felino di dimensioni medio-grandi. In particolare il maschio raggiunge i 75 kg e il peso è intorno ai 50 kg. Vive nelle aree rocciose e montane dell’Himalaya, del Tibet, del Pamir, dei Monti Altai e di altre zone dell’Asia centrale. Ogni esemplare occupa un territorio ben definito, ma si sposta molto alla ricerca di prede. Generalmente la densità è di un 1 animale ogni circa 1.000 km2.

    Hanno una pelliccia il cui colore varia dal grigio al marroncino-giallastro, con piccole macchie scure e parti inferiori biancastre. Le zampe sono dotate di pelliccia anche tra i polpastrelli e gli permettono di camminare sulla neve. La coda, lunga, spessa e flessibile, aiuta i leopardi a mantenere l’equilibrio sul terreno roccioso.

    Questa specie caccia soprattutto di notte o all’alba e le sue prede abituali sono le pecore, capre selvatiche, la pecora blu e l’argali, insieme a cervi, giovani yak, asini selvatici e bestiame allo stato brado. Invece l’accoppiamento avviene alla fine dell’inverno, tra febbraio e marzo, mentre le nascite, da uno a cinque cuccioli, ci sono tra maggio e giugno.

    Il leopardo delle nevi è una specie vulnerabile

    La più recente stima degli esemplari di leopardo delle nevi è di 2.710-3.386 individui maturi. Negli ultimi 20 anni abbiamo perso più di un quinto della popolazione perché è stata cacciata per la pelliccia. Tuttavia, oltre al bracconaggio, ci sono altri pericoli che deve affrontare:

    • conflitti con le comunità locali;
    • distruzione dell’habitat;
    • cambiamento climatico e riscaldamento globale, che sta minacciando il futuro delle alte montagne himalayane.

    Tra le specie di leopardo più a rischio c’è anche il leopardo dell’Amur. Si contano solo 35-50 esemplari rimasti ed è quindi considerato il felino più raro al mondo. È originario delle zone montane della taiga e delle foreste temperate della Corea, Cina nord-orientale e Russia orientale. Qui, però, l’agricoltura intensiva, la frammentazione degli habitat, la colonizzazione urbana e il bracconaggio a scopo commerciale hanno inesorabilmente ridotto al minimo le popolazioni di questo animale.

    La lince, una delle specie più perseguitate

    La lince (Lynx lynx), originariamente presente sulle Alpi, si è estinta a seguito delle persecuzioni dirette e a fattori indiretti di origine antropica tra la fine del XIX e inizio del XX secolo. Attualmente in Europa la lince è presente con una popolazione stimata di circa 10.000 individui, suddivisa in 10 distinte sottopopolazioni. Di questi 120-150 esemplari si trovano sull’arco alpino in Svizzera e Slovenia e, secondariamente, in Francia, Italia, Germania e Austria.

    Negli ultimi anni, la lince europea è tornata in Italia, con alcuni individui nelle Alpi orientali (dal Tarvisiano, al Veneto e fino al Trentino orientale) provenienti dalla popolazione slovena. Più sporadica è invece la presenza di linci in Lombardia, Valle d’Aosta e Piemonte, provenienti dalla popolazione svizzera.

    Essendo una specie elusiva, è spesso soggetta al bracconaggio che ne rallenta il ritorno nelle aree in cui era estinta. Nonostante sia formalmente protetta dalle leggi nazionali e internazionali, non mancano casi di uccisione illegale nel nostro Paese. Inoltre il ridotto numero e i nuclei separati compromettono il vitale flusso genetico tra la popolazioni alpina e balcanica.

    Caratteristiche principali di questi animali

    La lince frequenta una grande varietà di ambienti forestali, in particolare quelli con formazioni mature e disetanee, presenza di radure, canaloni e affioramenti rocciosi. È una specie presente in Europa, Russia e Asia centrale.

    Caccia principalmente al tramonto e di notte. Le sue prede preferite sono il capriolo, il camoscio alpino e la lepre. Ha abitudini solitarie, tranne nel periodo degli amori, da febbraio ad aprile.

    La lince è un animale che ha bisogno di grandi spazi, di luoghi tranquilli e di prede. Solo attraverso una gestione corretta del territorio e una riduzione degli impatti derivati dalle attività umane sarà possibile un ritorno di una popolazione stabile di lince sulle Alpi italiane.

    La lontra è una specie in estinzione in Italia

    La lontra (Lutra lutra) vive in un’area geografica molto ampia che va dalla Penisola iberica fino al Giappone e in alcuni Paesi del Nord Africa, come Marocco, Tunisia e Algeria. In Italia è considerata una specie in pericolo di estinzione. È localizzata nelle Regioni del Centro-Sud. Negli ultimi anni anche alcune Regioni del Nord Italia hanno visto il ritorno della lontra, come Trentino (dall’Austria) e Friuli (dalla Slovenia).

    Durante il XX secolo, la lontra è stata ampiamente cacciata per la sua pelliccia, utilizzata nell’abbigliamento femminile. Attualmente, invece, le principali minacce sono:

    • distruzione degli habitat fluviali;
    • inquinamento da sostanze chimiche, scarichi urbani e industriali;
    • impoverimento della fauna ittica;
    • auto che investono accidentalmente questo animale;
    • episodi di bracconaggio, dovuti al conflitto con i pescatori e gli allevamenti ittici.

    La lontra e il suo legame con l’acqua

    La vita della lontra è strettamente legata ai corsi d’acqua. Infatti presenta un corpo allungato, una fitta pelliccia, zampe palmate, piccole orecchie e narici che si chiudono quando si immerge.

    Possiede delle lunghe vibrisse, che le permettono di localizzare le prede anche nelle acque più torbide e di notte. Si nutre principalmente di pesci come alborelle, cavedani, vaironi e anguille. Tuttavia, la sua dieta spesso integra uccelli acquatici, piccoli mammiferi e granchi di fiume.

    È un animale solitario, a eccezione del periodo della riproduzione. La lontra si riproduce in tane ricavate da buche lungo gli argini, cavità naturali tra le radici o tane abbandonate di volpi o tassi. La gestazione della lontra va dai 61 ai 74 giorni e solitamente nascono da 1 a 3 piccoli.

    Il ritorno del lupo e il conflitto con l’uomo

    Il lupo (Canis lupus) è una specie che si trova in Europa, Nord-America e Asia. In particolare, in Italia, la popolazione alpina del lupo è di circa 293 esemplari, mentre la popolazione appenninica è di almeno 1.580 animali.

    Questi dati sono molto incoraggianti dato che nei primi anni ’70 si contavano solo 100 lupi rimasti in Italia. Oggi la popolazione è in forte ripresa grazie alla maggiore disponibilità di prede selvatiche, all’abbandono delle aree marginali da parte dell’uomo e alla sua maggiore protezione a livello legale.

    Nonostante non rappresenti una minaccia diretta per l’uomo, le predazioni ai danni del bestiame domestico suscitano reazioni avverse e persecutorie nei confronti del lupo. L’ultima aggressione in Italia di un lupo a un uomo risale al 1825, mentre ogni anno si stima che tra i 200 e i 500 lupi muoiano uccisi da fucilate, veleno, trappole o investiti dalle auto.

    Occorre quindi ridurre i conflitti tra lupo e uomo e i danni al bestiame. Questo è possibile grazie all’utilizzo di cani da guardiania e alla corretta gestione del bestiame con l’uso dei recinti elettrificati.

    lupo

    Caratteristiche e peculiarità di questi animali

    Il mantello del lupo varia a seconda dell’età e delle stagioni. Il tono dominante è bruno-fulvo con delle sfumature più chiare sulla parte mediana della testa, sulle orecchie e sulle zampe.

    Questa specie vive in branchi, le cui dimensioni variano in base alla disponibilità di cibo e alle condizioni ecologiche. Solitamente, in Italia, i branchi sono costituiti da 2-7 individui. Il branco è una vera e propria unità familiare che caccia, alleva la prole e difende il territorio. All’interno di questo esiste una gerarchia sociale ben definita, al vertice della quale ci sono un maschio e una femmina dominanti, definiti “alfa”. Questi esemplari sono gli unici a riprodursi, mentre gli altri collaborano attivamente alla crescita dei cuccioli e alla caccia.

    Le prede del lupo sono cinghiali, caprioli, cervi oppure animali più piccoli, come lepri, conigli e talpe. Grazie al suo olfatto, questo animale è in grado sentire la presenza di prede o di pericoli anche a grandi distanze.

    Orango: origine del nome e le varie specie

    Il nome orango deriva dall’espressione “orang-utang“, che in malese significa “uomo delle foreste”. Questa denominazione proviene dalla naturale attitudine di questo animale a vivere la maggior parte del tempo sugli alberi.

    È l’unico grande primate presente fuori dall’Africa e si trova prevalentemente nella foresta pluviale. Le tre specie di orango esistenti vivono nelle foreste del Borneo e di Sumatra. L’orango del Borneo (Pongo pygmaeus) costituisce circa il 90% di tutti gli esemplari e il restante 10% è relativo a quello di Sumatra (Pongo abelii) e all’orango di Tapanuli, localizzato a sud del Lago Toba nell’isola di Sumatra.

    L’orango di Sumatra è il più grande primate asiatico e si caratterizza per un pelo rossiccio. Questo animale vive nelle foreste pluviali dell’Indonesia ma, a causa dei numerosi incendi, usati per fare spazio alle coltivazioni intensive di palme da olio, la loro esistenza è sempre più a rischio. L’intera specie degli orango è considerata in pericolo critico. Appartenenti al gruppo del Borneo sono 55.000 animali. Gli oranghi di Sumatra sono 13.846, mentre gli esemplari dell’orango di Tapanuli sono solo 800.

    La riduzione dell’habitat vitale costituisce la principale minaccia alla sopravvivenza dell’orango. La deforestazione è un mezzo per far posto alle coltivazioni di olio di palma e di acacia, utilizzata per la produzione industriale di polpa di carta. Come conseguenza della riduzione della superficie forestale, gli oranghi invadono le aree agricole alla ricerca di cibo e spesso vengono uccisi dai bracconieri, che ne vendono la carne illegalmente.

    Caratteristiche, alimentazione e riproduzione

    L’orango può essere alto tra 1,25 e 1,70 metri e pesare fino a 118 kg, mentre la femmina pesa solo tra i 30 e i 50 kg. Anche il loro aspetto è diverso. Il maschio presenta delle protuberanze adipose attorno alle guance, che aumentano di volume quando l’animale invecchia, una lunga barba, folti baffi e grossi sacchi sulla gola che gli permettono di emettere dei richiami udibili a lunga distanza. Anche le lunghe braccia sono ricoperte di lunghi peli rossi e superano i 2 metri di ampiezza.

    L’orango trascorre la maggior parte del tempo sugli alberi dove si nutre, dorme e si riproduce e solo il maschio scende occasionalmente a terra. Grazie ai piedi prensili, l’orango è perfettamente adattato alla vita sugli alberi.

    L’orango dedica quasi tutta la giornata alla ricerca del cibo, mentre la notte costruisce una piattaforma di rami intrecciati su cui dormire. La sua dieta è composta da frutta, foglie, miele, lucertole, termiti, uccelli e uova.

    Infine questo animale è prevalentemente solitario. Dopo il periodo riproduttivo, la femmina partorisce un solo cucciolo. I giovani restano dipendenti dalla madre per 6-8 anni in Borneo e 10-11 anni a Sumatra.

    L’orca, il grande predatore dei mari

    L’orca (Orcinus orca) vive in tutti i mari e gli oceani del mondo, dalle regioni artiche e antartiche fino ai mari tropicali. Nel Mar Mediterraneo è una specie rara, ma alcuni esemplari sono stati avvistati nel Mar Ligure.

    Fa parte della famiglia dei Delfinidi, composta da 37 specie. Ha una caratteristica colorazione bianca e nera. I maschi possono raggiungere le 6 tonnellate di peso e una lunghezza di 6-8 metri. Inoltre sono in grado di immergersi fino a 1.000 metri di profondità.

    L’orca vive normalmente in gruppi composti da femmine, i piccoli e un maschio adulto. Tutti i componenti del nucleo familiare comunicano tra loro attraverso suoni di vario genere, sviluppando un proprio linguaggio distintivo. In più hanno un organo sensoriale che utilizzano come sonar. Grazie a esso quindi riescono a percepire le onde sonore che rimbalzano su un oggetto o un animale.

    Alimentazioni e pericoli per questi animali

    Come temibile predatore dei mari, l’orca è all’apice della catena alimentare. Essendo un animale sociale, caccia in gruppo. Le prede scelte e le modalità di caccia sono specifiche del gruppo familiare. Alcuni gruppi si nutrono esclusivamente di pesci, mentre altri cacciano uccelli e pinguini, leoni marini, foche, balene, delfini e anche piccoli capodogli. In media un’orca mangia ogni giorno circa il 3-4% del suo peso.

    Purtroppo la trasformazione degli ecosistemi marini, l’inquinamento dovuto alla presenza di contaminanti in mare e lo sversamento accidentale di petrolio rappresentano gravi minacce per questa specie. Inoltre le orche subiscono anche l’impatto negativo dell’impoverimento degli stock ittici dovuto alla pesca eccessiva e non sostenibile. Infine anche le orche sono vittime della caccia, nonostante il divieto del commercio internazionale.

    Orso bruno è tra gli animali in pericolo critico in Italia

    L’orso bruno (Ursus arctos) è il più grande carnivoro europeo e del Nord America. È una specie molto diffusa in Russia, Europa orientale e Nord America, mentre in Italia è in pericolo critico. Qui vivono tre distinti nuclei:

    • nel Trentino occidentale;
    • nel Tarvisiano e nelle zone di confine tra Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia;
    • sottospecie endemica “marsicanus” dell’Appennino centrale.

    L’orso alpino mostra le stesse caratteristiche degli orsi europei, poiché la sua presenza è riconducibile a un progetto che ha reintrodotto animali provenienti dalla popolazione slovena. Invece l’orso bruno marsicano ha il mantello di colore bruno marrone, più chiaro sulla testa, sul collo e sul dorso, e il muso è più corto. Di questa specie ne restano cinquanta esemplari, raccolti all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

    Nonostante la protezione di norme nazionali e internazionali, l’orso bruno è ancora vittima della persecuzione diretta e indiretta da parte dell’uomo. Il bracconaggio con lacci, veleno e arma da fuoco, insieme agli incidenti stradali, rappresenta una delle principali minacce.

    Inoltre, il suo ritorno in aree da cui si era estinto ripropone nuovi conflitti con la popolazione. La sua presenza può creare problemi alla fruizione del territorio da parte dell’uomo e all’allevamento.

    Caratteristiche che contraddistinguono questa specie

    Gli orsi bruni sono strettamente legati al bosco, soprattutto nel caso della specie alpina. Sono maggiormente attivi nelle ore crepuscolari e notturne per la ricerca di cibo: frutta, germogli, bulbi, tuberi, bacche, miele, invertebrati, piccoli vertebrati e carcasse di animali. La dieta varia in relazione alla stagione e alla disponibilità del territorio.

    Questa animale ha una vita solitaria, tranne nel periodo riproduttivo. I cuccioli, solitamente due, nascono in pieno inverno, durante il “sonno invernale”. In primavera escono dalla tana al seguito della madre con cui rimarranno per circa 2-3 anni.

    I rigidi mesi invernali sono trascorsi da tutta la specie in un sonno che può durare fino a 6 mesi, ma è normalmente interrotto nelle giornate più calde, quando l’animale può uscire alla ricerca di cibo, grazie al suo olfatto che è in grado di sentire gli odori a distanza di 2-3 km.

    orso-polare

    Orso polare: il grande predatore dell’artico

    L’orso polare è un animale in via di estinzione ed è tra i più grandi carnivori terrestri. Il suo nome scientifico “Ursus maritimus” si ricollega al fatto che questo animale trascorre la maggior parte della vita nei pressi dell’acqua. Può nuotare per grandi distanze, raggiungendo una velocità di 10 km/h, e riesce a immergersi fino a 2 minuti.

    L’orso polare è ricoperto da uno strato di grasso che arriva fino a 11 cm che lo tiene caldo, specialmente mentre è in acqua. La pelliccia è color crema, perché i peli sono cavi e traslucidi e permettono al calore del sole di essere irradiato all’interno fino alla radice, dove viene assorbito dalla pelle nera. Inoltre i cuscinetti delle zampe sono in parte ricoperti di pelo e anch’essi trattengono il calore.

    I maschi adulti solitamente arrivano fino ai 2,5 metri e pesano fino ai 600 kg. La specie si nutre principalmente di foche degli anelli, ma anche di altre specie di foche, di trichechi, balene beluga, narvali, piccoli mammiferi, pesci, uccelli marini e delle loro uova.

    Gli orsi polari sono animali solitari, tranne durante il periodi della riproduzione quando restano in coppia per circa una settimana. I cuccioli, generalmente due, nascono dopo circa due mesi e lo svezzamento avviene in 2-3 anni.

    L’animale più minacciato dal cambiamento climatico

    Questa specie è in serio pericolo. Circa 26.000 animali, divisi in 19 sottopopolazioni, vivono nelle regioni artiche. I cambiamenti climatici stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza dell’animale simbolo dell’Artico. Infatti le temperature sempre più calde stanno causando il ritiro dei ghiacciai. Tutto ciò influisce sulla vita dell’orso polare, cambiandone le abitudini e l’aspetto fisiologico.

    Inoltre le regioni artiche sono sempre più spesso interessate dall’estrazione di minerali, petrolio e gas, e attività industriali. Questi fattori influiscono negativamente sull’ambiente dell’orso polare e delle altre specie artiche.

    Il panda, l’animale simbolo della Cina

    Anche se era già noto alle locali popolazioni cinesi, il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) fu fatto scoprire alle popolazioni occidentali solo nel 1869 dal gesuita naturalista francese Armand David, da cui deriva il suo nome iniziale di “orso di Padre David”.

    Dal colore bianco e nero, appartiene alla famiglia degli orsi. Quindi ha un sistema digerente da carnivoro, pur essendosi adattato a una dieta quasi completamente vegetariana. Infatti il suo habitat sono le foreste miste di bambù della Cina sud-occidentale, nelle province del Sichuan e sui monti Qin nello Shaanxi.

    È un animale solitario, che trascorre il giorno al riparo nella foresta nutrendosi di germogli, dai 12 ai 38 Kg al giorno. Soltanto l’1% della sua dieta è composta da altre specie di piante e da carne.

    panda

    I pericoli che mettono a rischio questa specie

    Il panda è in pericolo perché le sue foreste vengono distrutte e sono sempre più ridotte e isolate. Quando i panda vivevano in grandi aree riuscivano a spostarsi alla ricerca dei luoghi dove i bambù erano fioriti, oggi questi spostamenti sono sempre più lunghi e difficoltosi, esponendoli al bracconaggio.

    L’ultimo censimento ha individuato 1.864 panda, di cui almeno 1.000 si trovano nelle aree protette. La deforestazione, la costruzione di nuove strade, di dighe e di insediamenti urbani causa la riduzione e frammentazione dell’habitat del panda. Questo animale è oggi relegato a una ventina di aree residue, per una estensione complessiva di circa 23.000 km2.

    Pinguino imperiale: caratteristiche e curiosità

    Tra gli animali in estinzione nel mondo c’è il pinguino imperatore (Aptenodytes forsteri), una delle 18 specie di pinguini esistenti. Vive solo nel continente antartico con una popolazione stimata tra 270 mila e 350 mila individui, i quali sopportano una temperatura che può raggiungere i -60°C.

    Con i suoi 115 cm di altezza è il più grande dei pinguini. È un uccello incapace di volare ed è l’unica specie a nidificare durante l’inverno antartico. Le coppie si riproducono tra maggio e giugno. In questo periodo le femmine depongono un solo uovo di grandi dimensioni, per poi tornano in mare per alimentarsi. È il maschio che si occuperà di covare. Il ritorno della femmina, dopo due mesi in mare, sarà fondamentale per la crescita del pulcino.

    I pinguini si radunano in colonie con fino a 50.000 coppie, in luoghi prescelti distanti anche 200 km dalla costa, situati per lo più sul ghiaccio. Un pinguino imperatore può vivere 20 anni, compiendo per una quindicina di volte l’incredibile viaggio di andata e ritorno dalla colonia nell’entroterra alla costa.

    Si nutre di piccoli pesci, calamari e altri cefalopodi, krill e piccoli crostacei che costituiscono lo zooplancton. Grazie alla forma idrodinamica, può arrivare a una velocità di 40 km/h, immergendosi anche a 150-200 metri e restando in apnea per 20 minuti.

    Le minacce all’habitat dei questi animali

    I cambiamenti climatici e la presenza dell’uomo minacciano l’esistenza del pinguino imperiale e il suo habitat. La popolazione è diminuita del 50% negli ultimi 50 anni, soprattutto fino agli anni ’70. La principale minaccia è il riscaldamento globale, che causa la scomparsa dei ghiacciai e della banchisa.

    La crisi antartica ha un effetto dirompente anche sui banchi di krill, la fonte di cibo primaria non solo per i pinguini, ma per ogni specie dell’ecosistema marino antartico.

    Quali sono le diverse specie di rinoceronte?

    I rinoceronti sono tra i più grandi mammiferi terrestri e tra gli animali a rischio estinzione nel mondo. Possiedono un corpo tozzo, con numerose pieghe cutanee e il caratteristico corno. Esistono cinque specie di rinoceronti, che si differenziano principalmente per la dimensione del corno o l’assenza di zanne. Due specie di questo animale vivono in Africa, mentre tre nel sud-est asiatico:

    • rinoceronte bianco (Ceratotherium simum), considerata una specie quasi minacciata;
    • nero (Diceros bicornis), che è in pericolo critico;
    • rinoceronte di Giava (Rhinoceros sondaicus), anch’esso in pericolo critico;
    • indiano (Rhinoceros unicornis), considerato un animale vulnerabile.

    Il rinoceronte bianco è il più grande e può raggiungere le 3 tonnellate e mezzo di peso. Ha la testa allungata e un labbro superiore squadrato adatto a pascolare l’erba. È la specie meno minacciata con circa 18.000 esemplari allo stato selvatico in 430 popolazioni, di cui il 93% in Sud Africa.

    Invece il rinoceronte nero è un brucatore ed è provvisto di un labbro superiore prensile, per afferrare i rami e le foglie. Ha un’indole più aggressiva e si stimano circa 5.600 esemplari.

    Poi c’è il rinoceronte asiatico, un tempo largamente diffuso nelle isole di Giava e di Sumatra, in Indonesia, in India e Cina. Il rinoceronte di Sumatra è il più piccolo e l’unico rinoceronte asiatico con due corni. Si nutre prevalentemente di foglie su piccoli alberi e ne rimangono appena 80 esemplari. Invece ha un solo corno il rinoceronte di Giava, che presenta le caratteristiche pieghe sulla pelle. Anch’esso è molto raro e ne sopravvivono solo 65 in natura.

    Infine il rinoceronte indiano vive in Nepal e in India settentrionale. Si ciba di erbe alte, arbusti e piante acquatiche, e ne sopravvivono circa 3.500 esemplari.

    rinoceronte

    Caratteristiche e pericoli per questi animali

    I rinoceronti trascorrono la maggior parte del tempo pascolando l’erba o brucando le foglie di alberi e arbusti. Possono restare immersi nel fango per 9 ore, al fine di raffreddare la temperatura corporea e proteggere la superficie della pelle dagli insetti parassiti.

    Presente in entrambi i sessi, il corno del rinoceronte è più grande nelle specie africane che, mancando completamente di zanne, presenti invece nelle specie asiatiche. Il corno è costituito da cheratina. Per questo la sua crescita è continua. È utilizzato durante i combattimenti o per difesa dai predatori.

    La principale minaccia per questa specie è rappresentata proprio dal bracconaggio per il commercio internazionale del prezioso corno. Questo viene infatti utilizzato per produrre souvenir e oggetti ornamentali, come il manico intagliato del djambiyya, il tradizionale pugnale yemenita. Inoltre viene anche ridotto in polvere e usato nella medicina tradizionale orientale.

    A questo pericolo corso dai rinoceronti si aggiunge la perdita e frammentazione dell’habitat. In particolare il rinoceronte di Giava e quello di Sumatra sono le due specie maggiormente a rischio di estinzione. Tra le due specie africane, quello nero si trova in una situazione più critica.

    Gli squali, animali evoluti minacciati dall’uomo

    Gli squali appartengono alla classe dei Condroitti Elasmobranchi, caratterizzati per non avere lo scheletro osseo ma di cartilagine.

    Hanno una forma idrodinamica, che consente a questa specie di nuotare velocemente. Inoltre, grazie al sensibile olfatto, riesce a individuare un odore a centinaia di metri di distanza. Il grande squalo bianco misura mediamente 4-6 metri e può arrivare a pesare 10-20 quintali. Tuttavia il più grande esemplare di questa specie è l’innocuo squalo balena, che vive in tutti i mari tropicali e temperati della Terra e sfiora i 19 metri di lunghezza

    Gli occhi degli squali sono posti lateralmente e possono essere di grandi dimensioni nelle specie che vivono in profondità. Sul muso hanno numerosi pori che sono in diretta comunicazione con le ampolle di Lorenzini, organi sensoriali che possono percepire i campi elettrici, fondamentali per orientarsi nella navigazione o localizzare le prede.

    I denti sono di forma triangolare, taglienti e disposti in varie file. Però, a essere funzionanti sono solo quelli della prima fila, mentre le file successive sono in crescita e vanno a sostituire quelli che si usurano, rompono e cadono.

    La pelle degli squali ha una colorazione formata da pigmenti di vari colori. Solitamente il dorso è più scuro e il ventre è bianco.

    Rischi e pericoli nel Mar Mediterraneo

    Esistono più di 465 specie di squalo in tutto il mondo. Di queste 47 sono presenti nel Mar Mediterraneo. Purtroppo però il 50 % delle specie di squalo presenti nel Mediterraneo è a rischio estinzione e un quarto di tutte le specie al mondo rischia di estinguersi.

    Il bycatch, cioè la pesca accidentale, è una delle principali minacce per la sopravvivenza degli squali. Inoltre anche il consumo di carne di squalo mette a rischio questa specie. Uno dei maggiori mercati al mondo è proprio l’Italia, anche se spesso si tratta di vere e proprie frodi alimentari.

    Tartaruga Marina: i maggiori rischi nel Mar Mediterraneo

    La tartaruga marina comune (Caretta caretta) è tra le specie animali in via di estinzione nel mondo. È una specie diffusa nelle acque degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico e nel bacino del Mediterraneo e del Mar Nero. Sebbene sia la specie più diffusa nel Mediterraneo, sono presenti raramente anche altre specie, come la grande tartaruga liuto (Dermochelys coriacea).

    Nel mondo esistono in totale sette specie di tartarughe marine e sono tutte a rischio di estinzione. Queste tartarughe sono seriamente minacciate dalle attività umane, in quanto sono sensibili al disturbo del turismo nelle aree di riproduzione e all’inquinamento, in particolare della plastica. Il 35% degli animali recuperati in Italia aveva ingerito rifiuti di plastica.

    Il più grande rischio che corrono è quello dovuto alla pesca accidentale (bycatch). Si stima che ogni anno circa 150.000 tartarughe marine finiscano catturate accidentalmente dagli attrezzi da pesca nel Mediterraneo e che di queste oltre 40.000 muoiano.

    A questo pericolo si aggiungono la cementificazione e il degrado delle coste e dei litorali, che distruggono i siti riproduttivi.

    La riproduzione delle tartarughe marine

    La tartaruga marina comune è una specie carnivora che si nutre di meduse, pesci, crostacei e molluschi. Questo animale può vivere fino a 50 anni, raggiunge la maturità sessuale intorno ai 30 e la sua attività riproduttiva dura circa 10 anni.

    Nel Mediterraneo i siti di deposizione delle uova sono localizzati soprattutto nella parte orientale (Grecia, Turchia, Cipro, Libia), mentre nella parte occidentale le nidificazioni sono da ritenersi più irregolari. In Italia ogni anno sono identificati circa 40 nidi.

    Dopo l’accoppiamento, che avviene in acqua, le femmine depongono le uova su una spiaggia tra maggio e agosto. Le uova sono incubate dal calore del suolo e la temperatura determina il sesso:

    • temperature maggiori di 29°C daranno origine alle femmine;
    • con temperature al di sotto nasceranno maschi.

    Un nido contiene mediamente un centinaio di uova, che si schiudono dopo un periodo di 45-70 giorni. La schiusa avviene in modo simultaneo in due o tre notti successive. I nuovi nati iniziano poi la fase di vita in mare e torneranno sulla terra ferma solo dopo 30 anni per riprodursi. Inoltre gli esemplari di tartaruga attraversano nel corso della vita due diverse fasi ecologiche: all’inizio frequentano la zona superficiale del mare aperto e, successivamente, si spostano in fondali bassi.

    La presenza di plastica sulle spiagge può compromettere anche le nidificazioni. Infatti la sabbia in cui la femmina depone le sue uova, in presenza di frammenti di plastica, non mantiene la stessa umidità e modifica la temperatura, con ripercussioni sullo sviluppo e la schiusa.

    Tigri: animali simbolo di potenza e agilità

    Le tigri (Panthera tigris) sono animali che si possono trovare in vari habitat: nei bacini di drenaggio di fiumi e laghi, nelle foreste montane, nei boschetti erbosi, nelle foreste miste di pioppi e querce, nelle pianure alluvionali e nelle foreste tropicali.

    Si trovano soprattutto in Bangladesh, Bhutan, Birmania, Cina, India, Indonesia, Laos, Malaysia, Nepal, Russia e Thailandia. Il colore del mantello può variare in base alla specie. Può passare da rosso scuro a giallo pallido, varia anche l’intensità del nero delle strisce e il loro “pattern”. Generalmente le tigri del sud-est asiatico hanno un colore più scuro e hanno più strisce rispetto alle tigri delle aree settentrionali.

    Di solito la pelliccia è corta, ma, nel caso delle tigri che vivono nelle zone dell’Estremo oriente russo, è più lunga e spessa. Inoltre alcune tigri del Bengala sono chiamate “tigri bianche” per il loro manto bianco o color crema, il naso rosa e gli occhi azzurri.

    La tigre può raggiungere anche i 4 metri di lunghezza, mentre il peso va dai 140 kg nei maschi della tigre di Sumatra ai 300 kg nella tigre siberiana. Tutte le specie hanno però abitudini principalmente crepuscolari e notturne. Sono solitarie e cacciano seguendo la preda e attaccandola all’improvviso con agguati. Una tigre adulta può consumare fino a 32 kg di carne per singolo pasto.

    Le tigri raggiungono la maturità sessuale intorno ai 5-7 anni di età. Dopo circa 100 giorni di gestazione, la femmina di tigre che partorisce dà la vita da uno a sette cuccioli. Nelle aree tropicali le tigri possono partorire durante tutto l’anno, mentre nelle aree temperate partoriscono solo durante la primavera.

    tigre

    Tigre come specie minacciata a causa della superstizione

    Si stimano in totale 2.154-3.159 individui maturi attualmente viventi e si ritiene che il 95% delle tigri selvatiche si siano estinte nell’ultimo secolo. Inoltre, dal 1940 al 1980, tre sottospecie si sono già estinte: la tigre di Bali, di Giava e del Caspio.

    Le tigri vengono cacciate per sport, per paura, perché possono aggredire il bestiame domestico, ma soprattutto per superstizione. Infatti, secondo alcune culture, le loro ossa tritate rendono più forti, mentre mangiare gli organi genitali possono aumentare la virilità e gli occhi sono in grado di curare malattie della vista.

    Anche la pelliccia della tigre è considerata una merce pregiata, simbolo di lusso e di potere. Infine i cuccioli vengono venduti come animali da compagnia.

    Tonno rosso, uno dei pesci più preziosi

    Il tonno rosso (Thunnus thynnus) è uno dei pesci più preziosi dal punto di vista economico. Inoltre è uno dei grandi pesci pelagici più rappresentativi del Mediterraneo, anche dal punto di vista biologico.

    Ha un corpo massiccio e allungato, con una colorazione blu acciaio sul dorso, a volte molto scura. Il ventre e i fianchi sono invece bianco-argentei. Questa specie si nutre di sardine e anche di cefalopodi pelagici. Può raggiungere 750kg di peso e fino a 70km/h di velocità.

    Il tonno rosso vive nell’Atlantico settentrionale, ma in primavera migra verso il Mediterraneo dove si riproduce, per tornare poi nell’oceano in autunno. Questa specie passa da una fase erratica, in piccoli gruppi, a una gregaria, che coincide con l’inizio della stagione riproduttiva. In questa fase i branchi tendono a passare negli stessi luoghi anno dopo anno e la conoscenza di queste rotte ha permesso la costruzione di impianti di pesca fissi dette “tonnare“.

    A causa del suo valore, il tonno rosso è stato pesantemente vittima della pesca illegale praticata soprattutto nelle sue zone di riproduzione. Per questo in Italia la lista rossa valuta la specie quasi minacciata. La pesca tradizionale con le tonnare a terra sfruttava il passaggio dei tonni durante le migrazioni e il prelievo avveniva in forma sostenibile. Oggi, invece, le flotte pescherecce asiatiche saccheggiano i banchi di tonno in mare aperto, con grave compromissione del rinnovamento degli stock ittici.

    Lo sfruttamento eccessivo è quindi la minaccia principale che potrebbe portare a una “estinzione commerciale” della specie.

    Altre specie di animali a rischio estinzione

    Tra le specie ad alto rischio estinzione c’è il Saola o bue di Vu Qang, uno dei mammiferi più rari al mondo. Il suo nome significa “corna affusolate”, ma viene chiamato anche “l’Unicorno d’Asia”. Vive infatti in un’area ristretta tra la riserva naturale di Vu Quand e Laos, vicino al confine col Vietnam. La deforestazione e la caccia selvaggia hanno ridotto la popolazione di questo animale, che si stima attualmente di circa 500 esemplari, e la sua impossibilità a vivere in cattività rende difficile la sua tutela.

    Anche lo stambecco, una delle specie simbolo dell’arco alpino, è seriamente in pericolo. Oggi ne esistono soltanto 53 colonie, frutto di un importante lavoro di ripopolamento, dopo che alla fine del ‘900 era quasi totalmente scomparso dall’Italia.

    Infine si stimano solo 12 esemplari di Vaquita, una rara specie di focena che vive nel Golfo della California. La causa del declino della popolazione è dovuta ancora una volta al comportamento umano. Questa specie è stata sterminata dalle reti da pesca e avvelenata dall’inquinamento marino, in particolare dai pesticidi clorinati riversati nelle acque dalle industrie costiere.

    L’importanza della tutela degli animali e dell’ambiente

    Tutelare gli animali è importante per preservare la biodiversità, l’ecosistema e l’ambiente in cui viviamo: la Terra.

    Infatti proteggere le specie a rischio è uno dei primi passi da compiere per avere un ambiente sano. Viceversa anche il mantenimento di un ambiente salubre, in cui non si sfruttano le risorse, è una delle soluzioni per riuscire a salvaguardare il mondo degli animali, compreso l’uomo.

    Per questo è importante bonificare le aree contaminate esistenti e ristabilire l’equilibrio. Gli ambiente possono essere contaminati dall’inquinamento, dai rifiuti e da agenti cancerogeni e dannosi per l’uomo e gli animali.

    Proprio rendere ogni ambiente, ogni luogo di vita e di lavoro privo di rischi per la salute è uno degli obiettivi dell’ONA. L’azione dell’associazione è volta anche ad assistere le vittime di questi ambienti malsani. Possono infatti fare richiesta per l’assistenza medica e l’assistenza legale, chiamando il numero verde o compilando il form.

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