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Italia, permessi parcheggio per malati amianto garantiti

Italia, parcheggi accessibili per malati con patologie abesto-correlate
Parcheggi accessibili, in Italia permessi anche per ammalati di patologie asbesto-correlate

L’ASSEGNAZIONE DEI PERMESSI AI PARCHEGGI ACCESSIBILI È UN TEMA IMPORTANTE PER LE PERSONE AFFETTE DA MALATTIE GRAVI, COME IL MESOTELIOMA, UNA PATOLOGIA ASBESTO CORRELATA. COSA DICE LA LEGGE ITALIANA A TAL RIGUARDO? 

Leggi italiane sui permessi di parcheggio accessibile

parcheggi disabili
Le norme che regolano il rilascio dei permessi di parcheggio riservati alle persone con disabilità includono anche coloro affetti da gravi malattie come il mesotelioma

In Italia, le normative che regolano il rilascio dei permessi di parcheggio riservati alle persone con disabilità sono basate su un quadro legislativo chiaro e articolato. include anche coloro affetti da gravi malattie come il mesotelioma. Le leggi principali che disciplinano questi diritti mirano a garantire l’accessibilità e la tutela delle persone che affrontano limitazioni fisiche. indipendentemente dalla specifica natura della patologia.

Una delle norme centrali è la Legge n. 104 del 5 febbraio 1992. All’interno di questa legge, l’articolo 3 definisce i criteri per l’identificazione dei disabili, includendo le limitazioni fisiche e psicologiche che possono compromettere la mobilità o altre capacità essenziali. L’Articolo 9 si concentra, invece, sui diritti relativi all’accessibilità, stabilendo che coloro che rientrano nelle categorie protette hanno diritto all’uso di parcheggi riservati.

Un altro punto cruciale nella regolamentazione dei permessi di sosta è il Decreto del Presidente della Repubblica n. 151 del 30 marzo 2001, che fornisce dettagli specifici sulle modalità di assegnazione e utilizzo del contrassegno per handicap. L’Articolo 2 del decreto stabilisce che anche persone affette da malattie croniche gravi, come quelle correlate all’asbesto, che comportano limitazioni significative nella mobilità, possono ottenere il permesso. L’Articolo 3 definisce inoltre che tale permesso deve essere rilasciato dal comune di residenza del richiedente e obbligatoriamente esposto sul veicolo per poter usufruire dei parcheggi riservati.

Riconoscimento del diritto al permesso per malati di mesotelioma

Sebbene i pazienti affetti da mesotelioma non manifestino sempre disabilità evidenti legate alla deambulazione, la gravità della loro condizione fisica giustifica ampiamente la concessione di un contrassegno di sosta per disabili. L’infausta neoplasia correlata all’esposizione all’amianto, colpisce principalmente i polmoni e le membrane pleuriche, causando difficoltà respiratorie e affaticamento cronico, sintomi che compromettono pesantemente la mobilità.

Le difficoltà respiratorie e il grave affaticamento fisico rappresentano una delle motivazioni principali per cui i malati di questa rara forma di cancro dovrebbero essere considerati eleggibili per il permesso di sosta riservato. La dispnea, o difficoltà nel respirare, è un sintomo debilitante che può rendere infatti impossibile percorrere anche brevi distanze senza sofferenza. La semplice azione di muoversi dal parcheggio all’ingresso di un edificio può rappresentare un’impresa insormontabile per questi pazienti.

Un altro aspetto rilevante è l’impatto psicologico della malattia. Vivere con il mesotelioma non implica solo una sfida fisica ma anche un pesante fardello emotivo e sociale. La possibilità di parcheggiare in posti riservati vicino agli ingressi degli edifici può ridurre significativamente lo stress associato agli spostamenti.

In molti casi, i malati di mesotelioma necessitano di un accompagnatore per svolgere le loro attività quotidiane. Avere accesso a parcheggi più vicini e accessibili facilita il compito di chi li assiste, rendendo il trasporto più agevole e sicuro. Questo elemento è fondamentale per garantire un supporto continuo e una maggiore autonomia nella gestione della malattia.

Procedura per ottenere il permesso di parcheggio accessibile

Il primo passo per ottenere il contrassegno consiste nell’ottenere un certificato medico. Questo documento, rilasciato da un medico specialista, deve attestare in modo chiaro la patologia da cui il paziente è affetto e, soprattutto, evidenziare le significative limitazioni motorie che ne derivano. Nel caso di malattie come il mesotelioma, il certificato deve descrivere la riduzione della capacità fisica dovuta a difficoltà respiratorie e affaticamento, che spesso impediscono ai pazienti di percorrere anche brevi distanze.

Una volta ottenuto il certificato medico, il paziente deve compilare il modulo di richiesta per il rilascio del contrassegno di sosta, presentandolo all’ufficio preposto del Comune di residenza. Questo modulo deve essere corredato da una serie di documenti essenziali, tra cui una fotocopia del documento d’identità, il certificato medico e qualsiasi altra documentazione medica che possa supportare la domanda. L’obiettivo è fornire una panoramica chiara e completa della situazione del richiedente, in modo che l’autorità comunale possa valutare con precisione la richiesta.

Quindi, l’ufficio comunale preposto esamina la documentazione presentata. Se la richiesta soddisfa tutti i requisiti legali, il Comune provvede al rilascio del contrassegno di parcheggio per disabili, che consente al titolare di accedere ai parcheggi riservati e di usufruire dei diritti previsti dalla normativa. Questo contrassegno deve essere esposto sul veicolo in maniera visibile per garantire il rispetto delle regole di sosta.

Il ruolo dell’Osservatorio Nazionale Amianto e dell’Avvocato Ezio Bonanni

ezio bonanni
L’ONA, presieduta dall’avv. Ezio Bonanni svolge un ruolo rilevante nella difesa e nella protezione dei diritti di coloro che soffrono di malattie causate dall’esposizione all’amianto

In questo contesto, l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), sotto la guida dell’avvocato Ezio Bonanni, svolge un ruolo rilevante nella difesa e nella protezione dei diritti di coloro che soffrono di malattie causate dall’esposizione all’amianto. L’avvocato Bonanni ha dedicato gran parte della sua carriera alla tutela delle vittime di malattie asbesto-correlate. Offrendo non solo un prezioso sostegno legale ma anche un aiuto pratico e concreto nella gestione delle problematiche quotidiane che derivano da tali patologie.

Tra le attività principali dell’Osservatorio vi è l’assistenza legale, che si concretizza in consulenze mirate e nella rappresentanza legale delle vittime in contenziosi per ottenere risarcimenti e indennizzi. Questo aspetto è particolarmente rilevante per le famiglie e i malati. Spesso si trovano a dover affrontare lunghe e complesse battaglie legali per il riconoscimento dei propri diritti.

L’ONA si impegna anche nell’informazione e sensibilizzazione della società civile e delle istituzioni sui rischi derivanti dall’esposizione all’amianto. Attraverso campagne informative, convegni e pubblicazioni, l’ente cerca di aumentare la consapevolezza pubblica sulle patologie asbesto-correlate. Come il mesotelioma, e sull’importanza di prevenire l’esposizione a questa pericolosa sostanza.

Infine, l’Osservatorio fornisce un prezioso supporto pratico per aiutare i malati a ottenere le certificazioni necessarie per accedere a diversi tipi di assistenza, incluso il permesso di parcheggio riservato. Questo sostegno è essenziale, poiché molti pazienti, a causa della gravità della loro condizione, non sono in grado di gestire autonomamente la complessità burocratica necessaria per il riconoscimento dei propri diritti.

Amianto, risarcimento a ex ENEL per danno biologico

Enel, amianto: malattia professionale, riconosciuto
Condanna confermata: Enel dovrà risarcire oltre un milione di euro ai familiari di un operaio morto per mesotelioma

GIOVANNI GIANNETTO, 66 ANNI, EX DIPENDENTE E ARTIGIANO CHE HA LAVORATO IN ENEL DAL 1980 AL 2010, HA OTTENUTO UN RISARCIMENTO PER LA GRAVE MALATTIA SVILUPPATA A CAUSA DELLA PROLUNGATA ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO DURANTE IL SUO PERCORSO LAVORATIVO. L’UOMO È STATO COLPITO DA PATOLOGIE GRAVI CHE HANNO COMPROMESSO IN MODO SIGNIFICATIVO LA SUA SALUTE. DIFESO DALL’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE ONA, IL TRIBUNALE DEL LAVORO DI MESSINA HA RICONOSCIUTO IL SUO DIRITTO ALL’INDENNIZZO PER DANNO BIOLOGICO. PER UN IMPORTO PARI A 10MILA EURO

La storia di Giannetto: percorso segnato e riconosciuto dall’amianto

Riconosciuto risarcimento a Giovanni Giannetto
Riconosciuto risarcimento a Giovanni Giannetto. L’uomo ha trascorso oltre trent’anni della sua vita lavorativa alle centrali ENEL

Giovanni Giannetto, originario di Nizza di Sicilia (ME), ha trascorso oltre trent’anni della sua vita lavorativa alle centrali ENEL.

La sua carriera ha avuto inizio nell’ottobre 1980, quando ha iniziato a lavorare come dipendente all’interno di diversi impianti industriali dell’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, in Sicilia, tra cui San Filippo del Mela, Termini Imerese, Augusta, Priolo e Porto Empedocle. Queste strutture, fondamentali per la produzione di energia sull’isola, rappresentavano anche un rischio costante per i lavoratori a causa della diffusa presenza di materiali contenenti amianto.

Nello specifico, l’ex dipendente ha dichiarato di aver respirato polveri e fibre di asbesto durante tutto il suo percorso lavorativo, dal 1° ottobre 1980 al 30 aprile 2010. Questa esposizione è avvenuta sia nei periodi in cui era titolare della sua impresa artigiana (1° gennaio 1990 – 31 dicembre 1997, 1° gennaio 1998 – 31 dicembre 2001 e 1° gennaio 2002 – 30 giugno 2002), sia nel resto della sua carriera.

Svolgendo mansioni di manutenzione, riparazione e sostituzione di componenti degli impianti, veniva infatti regolarmente a contatto con materiali isolanti contenenti eternit, noto per i suoi devastanti effetti sulla salute.

I pericoli dell’amianto sui luoghi di lavoro

Nonostante il pericolo fosse noto e il minerale fosse stato vietato con la legge n. 257 del 1992, le centrali elettriche, costruite in un’epoca in cui si faceva abbondante uso di questo materiale, non erano state completamente bonificate. Il pericoloso minerale si trovava in tubature, caldaie, coibentazioni e pannelli, e le operazioni di manutenzione non venivano condotte con adeguate misure di protezione. Giannetto, come molti altri lavoratori, veniva quindi esposto sia in modo diretto, indossando guanti anticalore in amianto, sia indirettamente, poiché respirava polveri e fibre disperse nell’ambiente.

Tra gli impianti in cui ha lavorato, spicca la centrale di San Filippo del Mela, situata nella Valle omonima sul versante occidentale dei monti Peloritani (Messina), una delle aree più inquinate della Sicilia e riconosciuta come Sito di Interesse Nazionale (SIN) per l’elevato tasso di inquinamento ambientale. 

Questo lungo periodo di esposizione ha avuto conseguenze devastanti per la sua salute: Giannetto ha sviluppato una broncopatia cronica, microplacche del diaframma e fibrosi polmonare, patologie che, purtroppo, sono tipiche delle persone esposte a lungo al pericoloso patogeno.

Quello di Giannetto non è un caso isolato in ENEL. L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha infatti denunciato come molte centrali ENEL, sia in Sicilia sia in altre regioni, abbiano rappresentato in passato un grave pericolo per la salute dei lavoratori. Episodi analoghi sono emersi nel corso degli anni, con numerose cause legali avviate per ottenere il riconoscimento delle malattie professionali.

L’esordio della malattia: i primi sintomi e le conseguenze

Gia nell’aprile 2007, l’uomo aveva ottenuto dall’INAIL una certificazione che attestava la sua esposizione all’amianto, secondo l’articolo 13, comma 8, della legge 257/1992, per il periodo dal 29 ottobre 1980 al 15 dicembre 1989.

Questa confermava la soglia delle 100 ff/l (fibre per litro) era stata superata nella media delle otto ore lavorative. Ma è solo nel 2017 che il lavoratore ha iniziato a manifestare i primi segni di una patologia legata all’esposizione all’asbesto. Dopo una serie di esami approfonditi, tra cui una TAC toracica, la certificazione ha confermato che il lavoratore aveva superato la soglia delle 100 ff/l (fibre per litro) nella media delle otto ore lavorative.. Le successive indagini cliniche hanno rivelato una broncopatia cronica ostruttiva, insieme alla presenza di micronoduli polmonari e microplacche al diaframma, lesioni caratteristiche dell’esposizione a questo materiale tossico. Tali condizioni hanno compromesso gravemente la sua capacità respiratoria, incidendo pesantemente sia sulla qualità della vita sia sulle opportunità lavorative. Cosa che lo ha spinto a richiedere un risarcimento all’INAIL per la malattia professionale.

L’iter legale e la sentenza

Ezio Bonanni
L’avv. Bonanni ha assistito Giovanni Giannetto

Nonostante la chiara correlazione tra la malattia e l’esposizione all’amianto, l’INAIL aveva inizialmente respinto la domanda di indennizzo di Giannetto. Nel 2018, l’ente assicurativo aveva negato l’esistenza di un nesso causale tra la sua malattia e l’esposizione lavorativa, decisione confermata anche in seguito a una prima opposizione nel 2019. Tuttavia, l’ex lavoratore, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, ha continuato la sua battaglia legale, fino a ottenere una perizia medico-legale favorevole. Il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) ha infatti confermato che le lesioni riscontrate nei polmoni erano compatibili con un’esposizione prolungata all’amianto.

Il 5 ottobre 2024, la giudice del lavoro, Graziella Bellino, ha emesso una sentenza definitiva che riconosce a Giannetto il diritto a un risarcimento per danno biologico. Nella sentenza, si sottolinea che «la patologia broncopatica cronica ostruttiva e le lesioni asbestosiche riscontrate sono riconducibili all’esposizione professionale». L’INAIL è tenuta dunque a corrispondere un risarcimento di 10mila euro per il danno biologico. Calcolato sulla base di un’invalidità permanente del 6%, oltre a rivalutazioni monetarie e interessi legali. La sentenza ribadisce inoltre l’importanza di un rigoroso monitoraggio medico per i lavoratori esposti all’amianto, suggerendo un continuo controllo radiologico e funzionale.

Il commento dell’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA

«Dopo questa condanna adesso agiremo per il risarcimento del danno e nei confronti di INPS per ottenere la maggiorazione della pensione – annuncia Bonanni – lONA in Sicilia, solo di mesoteliomi, e cioè la patologia sentinella, ha censito circa 1.850 casi dal 1998 a oggi e che lindice di mortalità di questa neoplasia è pari al 93% nei primi cinque anni con circa 1.720 decessi, a cui vanno aggiunti 3.500 per tumore del polmone e ulteriori 1000 per le altre malattie asbesto correlate, per un totale di oltre 6.200 morti. Numeri drammatici, che si ripetono ogni anno, senza che si riesca a far fronte al problema». Ma approfondiamo la questione siciliana.

L’amianto in Sicilia: un problema diffuso

Il Polo petrolchimico Agusta- Priolo Gargallo- Melilli
Il Polo petrolchimico Agusta- Priolo Gargallo- Melilli, è noto come il “triangolo della morte”

Il problema asbesto in Sicilia non riguarda solo le centrali ENEL, ma si estende a molte altre industrie pesanti. Raffinazione del petrolio, la cantieristica navale e i grandi impianti chimici e siderurgici. 

Tra le aree maggiormente colpite spicca Biancavilla, in provincia di Catania, dove i ricercatori hanno identificato la fluoro-edenite, un minerale fibroso simile all’asbesto, presente nelle rocce del vicino Monte Calvario. Utile precisare che da questa cava, si estraevano materiali impiegati nell’edilizia locale. Per anni, la comunità di Biancavilla ha subito inconsapevolmente l’esposizione alla sostanza, con effetti devastanti sulla salute, come il mesotelioma pleurico e l’asbestosi. Nonostante la fluoro-edenite non figuri ancora nelle liste dell’INAIL né sia formalmente riconosciuta dalla normativa italiana come amianto, le indagini scientifiche ed epidemiologiche ne hanno accertato il potenziale cancerogeno.

Solo recentemente, le autorità hanno avviato interventi di bonifica e messa in sicurezza delle aree colpite.

Biancavilla, però, non è un caso isolato. In Sicilia vi sono altre zone considerate ad alto rischio. Tra cui i territori di Augusta – Priolo Gargallo – Melilli (provincia di Siracusa), sede delle raffinerie del Polo Petrolchimico. Costituiscono il cuore del cosiddetto “Triangolo della morte”. 

In questi impianti, centinaia di lavoratori hanno subìto per decenni l’esposizione al killer silente. Le operazioni di bonifica, avviate solo in seguito, procedono in modo lento e, in molti casi, restano tuttora incomplete. Di conseguenza, i dipendenti e le loro famiglie continuano a pagare il prezzo delle gravi conseguenze legate a una contaminazione che risale a diversi decenni. Con ripercussioni profonde sulla salute e sulla qualità della vita.

Gela e Milazzo 

A Gela, in provincia di Caltanissetta, uno dei più importanti poli petrolchimici del Mediterraneo, le industrie hanno operato fin dagli anni ’60. Esponendo per decenni i lavoratori e la popolazione a sostanze tossiche come l’amianto.

Cosa che ha provocato un aumento preoccupante di patologie gravi, come asbestosi e mesotelioma. Tuttavia, i danni non si fermano qui. In città si sono registrati numerosi casi di malformazioni congenite e tumori, in particolare al colon e al sangue (come leucemie). Causati dall’inquinamento industriale che ha contaminato l’aria, l’acqua e il suolo. Negli ultimi anni, le autorità hanno finalmente avviato programmi di sorveglianza sanitaria ed epidemiologica. Nel tentativo di monitorare l’impatto dell’inquinamento e contenere i danni che continuano a colpire la popolazione.

Anche Milazzo, in provincia di Messina, ha subito pesantemente l’impatto del suo vasto polo petrolchimico e delle raffinerie. L’esposizione prolungata a sostanze chimiche tossiche ha lasciato segni profondi, contaminando non solo l’aria ma anche le risorse idriche e il mare circostante. Questo quadro di inquinamento ha causato un aumento significativo dei tumori e delle malattie respiratorie tra i residenti. Nonostante i primi interventi di monitoraggio sanitario, in entrambi i casi le operazioni di bonifica avanzano lentamente. Insomma, il pericolo incombe tuttora, visti i lunghi tempi di latenza fra esposizione insorgenza delle patologie asbesto correlate.

L’Osservatorio Nazionale Amianto è impegnato nella tutela delle vittime, dei loro familiari e dei lavoratori esposti tramite il sito o il numero verde 800 034 294

Amianto in McLean County: la tragedia di Unarco raccontata

Monstra storie amianto Illinois
Storie di sfruttamento e vite spezzate. mostra al McLean County Museum of History di Bloomington, Illinois

IL MCLEAN COUNTY MUSEUM OF HISTORY DI BLOOMINGTON, ILLINOIS, HA INAUGURATO UNA TOCCANTE MOSTRA CHE INDAGA SU UNA DELLE PAGINE PIÙ DRAMMATICHE DELLA STORIA INDUSTRIALE AMERICANA. L’USO DELL’AMIANTO E LE SUE DEVASTANTI CONSEGUENZE SULLA SALUTE PUBBLICA. INTITOLATA “A DEADLY DECEPTION: THE ASBESTOS TRAGEDY IN MCLEAN COUNTY”, L’ESPOSIZIONE È VISITABILE FINO AL 2027. ATTRAVERSO DOCUMENTI, TESTIMONIANZE E REPERTI STORICI. LA RASSEGNA RACCONTA COME QUESTO MATERIALE PERICOLOSO ABBIA SEGNATO IN MODO INDELEBILE LA VITA DI MIGLIAIA DI LAVORATORI E DELLE LORO FAMIGLIE AMERICANE. OFFRENDO UNA RIFLESSIONE SULLA NEGLIGENZA AZIENDALE E LE SUE TERRIBILI RIPERCUSSIONI

La mostra “A Deadly Deception” e le storie di vite spezzate

Il cuore della mostra è dedicato alla storia di UNARCO
Il cuore della mostra è dedicato alla storia di UNARCO, un’azienda che produceva materiali isolanti a base di amianto

La mostra “A Deadly Decepcion: The Abestos Tragedy in McLean County” e le storie delle vite spezzate.

Il cuore dell’esposizione è dedicato alla Union Asbestos and Rubber Company (UNARCO), un’azienda che ha operato a Bloomington dal 1951 al 1972, producendo materiali isolanti a base di amianto.

La vicenda della compagnia rappresenta uno dei capitoli più tragici della storia industriale americana, fatta di negligenza aziendale e devastanti conseguenze sulla salute dei lavoratori.

La decisione della società di trasferire il proprio stabilimento da Cicero, Chicago, a Bloomington nel 1951 fu motivata da ragioni ben precise. A quel tempo, l’azienda era già sotto pressione a causa di un numero crescente di cause legali intentate (e vinte) da lavoratori affetti da patologie gravi, come l’asbestosi e il mesotelioma, causate dall’esposizione al pericoloso minerale utilizzato nei suoi materiali isolanti. Di conseguenza voleva lasciare alle spalle la sua controversa reputazione, trovando una nuova base operativa lontano da Cicero e dalle questioni legali che l’avevano colpita.

Bloomington offriva non solo una posizione strategica nel Midwest, ma anche l’opportunità di ripartire in un nuovo contesto industriale. Tuttavia, il trasferimento non fermò la produzione di materiali a base di asbesto. Proseguì fino al 1972, anche se già dagli anni ’50 le ricerche sui rischi per la salute derivanti dall’esposizione a questo materiale erano ormai note.

Durante questo periodo, la compagnia cercò di minimizzare i rischi, adottando pratiche discutibili, come l’uso di radiografie per identificare eventuali segni di malattia nei lavoratori e successivamente licenziandoli una volta rilevati i primi sintomi di patologie respiratorie. Questo approccio mirava a ridurre le responsabilità legali dell’azienda, ma lasciò migliaia di persone esposte a condizioni lavorative altamente pericolose senza alcuna protezione adeguata.

Il crac di UNARCO

Nel 1982, travolta da cause legali e da richieste di risarcimento sempre più numerose, Unarco dichiarò bancarotta. Fu la prima azienda produttrice di materiali contenenti amianto a cadere sotto il peso delle controversie legali ma non l’ultima. Seguirono altre grandi industrie del settore, anch’esse colpite dall’ondata di azioni legali intentate da ex dipendenti malati.

Per fronteggiare l’immensa mole di richieste di risarcimento, nel 1990 fu istituito un fondo fiduciario da oltre cento milioni di dollari, destinato a risarcire i lavoratori affetti da malattie asbesto correlate. Tuttavia, la portata dei danni era così vasta che il fondo si esaurì nel 2019, segno dell’incredibile impatto che il minerale ebbe sulla salute di decine di migliaia di persone.

In definitiva, il trasferimento a Bloomington rappresentò un prolungamento del disastro sanitario che avrebbe segnato profondamente la vita di numerosi lavoratori e delle loro famiglie. 

Le storie delle vittime di esposizione secondaria 

Le malattie come il mesotelioma e l’asbestosi non colpirono soltanto coloro che lavoravano direttamente nello stabilimento ma anche le famiglie, esposte indirettamente alle fibre killer trasportate dagli abiti dei lavoratori nelle loro case. La mancanza di trasparenza e la consapevolezza dell’azienda sui pericoli associati all’amianto aggravò ulteriormente la situazione, provocando uno degli scandali industriali più gravi della storia americana.

Amianto: una tragedia locale con eco nazionale

La mostra non si limita a raccontare le storie dei lavoratori di questa azienda. Mike Matejka, storico e co-curatore dell’evento, spiega che «lUNARCO non è uneccezione: è un esempio lampante di un problema ben più vasto. I lavoratori di Bloomington rappresentano una piccola parte di una tragedia che ha coinvolto tutto il Paese». Questa esposizione, infatti, parla di uomini e donne usati come cavie, vittime inconsapevoli di un sistema in cui il profitto prevaleva sulla vita umana.

La direttrice esecutiva del museo, Julie Emig, ha sottolineato la portata universale di questa vicenda: “Questa non è solo la storia di una contea. «È la storia di persone sacrificate in nome del guadagno, costrette a lavorare in condizioni tossiche senza consapevolezza dei rischi che stavano correndo».

Un memoriale per non dimenticare le storie delle vittime

Tra le opere più intense della mostra, spicca un muro commemorativo che rende omaggio alle vittime dell’esposizione a questa micidiale sostanza. Su di esso sono incisi i nomi di 133 persone della contea di McLean, tutte decedute a causa dell’esposizione al “killer silente”. La scelta di chiamarlo così non è casuale. Il minerale, invisibile e inodore, ha causato devastazioni irreversibili senza che le sue vittime ne avessero la minima percezione fino a quando non era troppo tardi.

Tra i nomi più significativi incisi su questo memoriale spicca quello di William McHenry, un ex dipendente della fabbrica UNARCO, il cui tragico destino incarna la drammatica realtà di un’intera comunità. McHenry non solo pagò con la vita il prezzo di anni di esposizione all’asbesto sul luogo di lavoro, le fibre causarono involontariamente anche la morte della moglie e dei tre figli.

Questa tragedia familiare mette in evidenza una delle realtà più angoscianti legate a questa sostanza: la trasmissione secondaria delle fibre tossiche. I lavoratori trasportavano involontariamente queste minuscole particelle all’interno delle loro case. Una volta che si depositavano sui loro vestiti, capelli o pelle, esponendo così i familiari a un rischio letale.

Oltre a ripercorrere le storie passate, la mostra lancia un forte monito sul rischio asbesto che, purtroppo, persiste ancora oggi in diverse industrie. Gli operai e i macchinisti, che maneggiano prodotti contenenti amianto, sono particolarmente esposti.

Una mostra per riflettere 

La mostra del McLean County Museum of History non è solo un viaggio nel passato, ma una lezione potente e attuale. Racconta di un tempo in cui il profitto aveva priorità sulla sicurezza, e i lavoratori pagavano con la loro salute. Oggi, ci ricorda quanto sia importante continuare a lottare per i diritti dei lavoratori e garantire che nessuno debba più soffrire per l’avidità e la negligenza.

“A Deadly Deception” vuole altresì incoraggiare chiunque abbia perso una persona cara per colpa del pericoloso minerale a farsi avanti e condividere la propria storia. Gli organizzatori sperano che, grazie alla loro iniziativa, emergano nuove testimonianze di persone che non hanno mai avuto la possibilità di ottenere giustizia.

L’avv. Ezio Bonanni, ONA: “il profitto aveva la precedenza su tutto”

Ezio-Bonanni
L’avvocato Bonanni, presidente ONA denuncia, “il profitto aveva la precedenza su ogni altra considerazione”

«La mostra A Deadly Deception: The Asbestos Tragedy in McLean County rappresenta una testimonianza dolorosa di quanto l’avidità economica abbia prevalso sulla vita umana – dichiara il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’avv. Ezio Bonanni La tragedia della Union Asbestos and Rubber Company (UNARCO) non è un caso isolato, ma riflette un sistema industriale globale in cui il profitto veniva anteposto alla salute dei lavoratori».

Come da anni sottolineo nella mia attività con l’ONAprosegue Bonanni – la produzione di materiali contenenti amianto è stata portata avanti con piena consapevolezza dei rischi mortali, ignorando deliberatamente le evidenze scientifiche sui danni che avrebbe causato. Migliaia di persone hanno perso la vita o hanno visto le loro famiglie distrutte a causa dell’esposizione a questo “killer silenzioso”. Questo dimostra ancora una volta che, per molte aziende, i guadagni erano più importanti della salute dei lavoratori. Questo tragico modus operandi, che emerge dalla vicenda di Unarco negli Stati Uniti, è purtroppo lo stesso che ha colpito migliaia di lavoratori italiani esposti all’asbesto. Si tratta di una vera e propria guerra contro i diritti umani, dove l’unico vincitore è stato il profitto, a discapito di vite spezzate».

“Difendo i miei uomini”: il Campidoglio sfida il sistema militare

Convegno in Campidoglio
Convegno al Campidoglio: "Non abbandono i miei uomini esposti all'uranio impoverito" – Il racconto di una denuncia contro il sistema militare

IL 2 OTTOBRE, NELLA SUGGESTIVA CORNICE DELLA SALA LAUDATO SÌ, ALL’INTERNO DEL PALAZZO SENATORIO DEL CAMPIDOGLIO, SI È SVOLTO UN CONVEGNO DAL FORTE IMPATTO EMOTIVO. ORGANIZZATO DALL’ACCADEMIA DELLA LEGALITÀ, PRESIEDUTO DALLA DOTT.SSA PAOLA VEGLIANTEI E PATROCINATO DA ROMA CAPITALE, L’INCONTRO HA ACCESO I RIFLETTORI SU UNO DEI PIÙ CONTROVERSI TEMI LEGATI ALLA SICUREZZA DEI SOLDATI ITALIANI IMPEGNATI NELLE MISSIONI ALL’ESTERO: L’ESPOSIZIONE ALL’URANIO IMPOVERITO. TRA I PROTAGONISTI DELL’EVENTO, OLTRE ALLA DOTT.SSA VEGLIANTEI, IL TENENTE COLONNELLO FABIO FILOMENI, AUTORE DEL LIBRO DENUNCIA “NON ABBANDONO I MIEI UOMINI ESPOSTI ALL’URANIO IMPOVERITO”, CHE HA ISPIRATO IL DIBATTITO. PREZIOSO IL CONTRIBUTO DELL’AVV. DANIELA SEGAT E DEL GIORNALISTA ETTORE LEMBO

La sicurezza dei militari sotto i riflettori del convegno

L’ultimo libro del tenente colonnello Fabio Filomeni (nella foto insieme alla dott. Paola Vegliantei) è una denuncia sul tema della sicurezza dei militari italiani impegnati in missioni all’estero. In particolare, sull’esposizione all’uranio impoverito

Non abbandono i miei uomini esposti all’uranio impoverito”, l’ultimo libro del tenente colonnello Fabio Filomeni, è una denuncia coraggiosa sul tema della sicurezza dei militari italiani impegnati in missioni all’estero, in particolare riguardo l’esposizione all’uranio impoverito e alle sue devastanti conseguenze. 

Il testo si basa sull’esperienza diretta dell’autore e mette in evidenza gravi mancanze nel sistema di protezione dei soldati italiani impegnati in missioni all’estero. Filomeni ha infatti ricoperto un ruolo di fondamentale importanza come responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi, assicurando che i militari fossero informati e protetti adeguatamente.

Tra le missioni più critiche cui ha partecipato, spicca quella in Iraq, dove il contingente italiano faceva parte della coalizione internazionale anti-Isis. L’obiettivo di questa operazione era stabilizzare le aree precedentemente controllate dai jihadisti, operazione che, però, nascondeva pericoli letali, tra cui l’esposizione a sostanze tossiche come l’uranio impoverito utilizzato nelle munizioni. 

Filomeni aveva già trattato questi argomenti nel suo libro precedente, “Baghdad: Ribellione di un Generale“, in cui descriveva le manovre militari durante la missione Prima Parthica in Iraq nel 2018. Questo libro aveva già messo in evidenza il silenzio dei vertici militari italiani su tali questioni.

Il contesto del convegno e la denuncia del tenente colonnello Fabio Filomeni

Il tema centrale del convegno è stato l’esposizione dei militari italiani all’uranio impoverito durante le cosiddette “missioni di pace“, che di pacifico avevano ben poco. Nello specifico, il tenente colonnello Fabio Filomeni, ha affrontato con fermezza questioni riguardanti le gravi carenze nella protezione della salute dei soldati italiani impiegati in scenari bellici come Iraq, Balcani e Afghanistan. 

Durante le operazioni militari, i militari erano costantemente a contatto con sostanze tossiche, tra cui il cosiddetto “depleted uranium” (uranio impoverito). Nonostante numerosi studi scientifici avessero già evidenziato il legame tra l’inalazione di queste particelle pericolose e l’insorgenza di gravi patologie, molti soldati sono stati esposti a tali rischi senza misure di protezione adeguate.

Filomeni, ha voluto rompere il silenzio su un tema scomodo, mettendo in evidenza una responsabilità che coinvolge non solo le gerarchie militari, ma anche l’intero sistema di gestione delle missioni all’estero, dove le conseguenze della contaminazione radioattiva sono state minimizzate a lungo, nonostante i danni irreversibili causati ai soldati.

Ma perché l’uranio impoverito è così pericoloso? 

I danni dell’uranio impoverito 

Questa sostanza, usata per migliorare la capacità penetrativa dei proiettili, ha conseguenze devastanti non solo sui bersagli, ma anche sull’ambiente e sulle persone del posto o che vi operano. Quando queste munizioni colpiscono l’obiettivo, l’esplosione rilascia nell’aria e nel terreno nanoparticelle di metalli pesanti che contaminano ampie zone, compromettendo aria, acqua e suolo. I militari e i civili presenti nelle aree colpite inalano e ingeriscono attraverso cibi contaminati queste particelle tossiche, con il rischio di sviluppare malattie gravi come tumori, leucemie e malformazioni.

Le inchieste condotte a livello internazionale e nazionale hanno confermato che migliaia di militari, al ritorno dalle missioni, hanno sviluppato gravi patologie, in molti casi letali: ad oggi, 382 militari italiani hanno perso la vita a causa di malattie correlate a questa esposizione, e oltre 7mila risultano gravemente ammalati.

Il muro di gomma istituzionale

Purtroppo, nonostante numerosi tentativi di far emergere la questione, le istituzioni militari italiane hanno spesso eretto un “muro di gomma” per proteggere l’apparato. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta e molteplici studi scientifici non sono riusciti a smuovere le resistenze dei vertici militari, che continuano a minimizzare i rischi e a mantenere il silenzio sui veri danni causati dall’uranio impoverito.

In questo clima di negligenza e omertà, il libro di Filomeni e il convegno al Campidoglio rappresentano un passo importante per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di tutelare la salute dei militari. Come sottolineato dall’a dottoressa Vegliantei, «Abbiamo giurato e baciato la nostra bandiera per servire il nostro popolo, la nostra Patria e le nostre famiglie. La sicurezza sul lavoro anche dei nostri militari non può essere messa in secondo piano».

L’emozione del dibattito

Durante il convegno, l’atmosfera è diventata particolarmente animata. Giornalisti, medici, avvocati e militari, tra cui diversi comandi dell’Arma dei Carabinieri di Roma e dei paesi limitrofi, hanno espresso la loro preoccupazione e il desiderio di far luce su queste gravi omissioni. 

In particolare, è emersa con urgenza la necessità di rivedere e potenziare la normativa sulla sicurezza sul lavoro per i militari. I partecipanti hanno messo in evidenza come questi uomini e donne, nonostante il loro instancabile impegno e dedizione, siano frequentemente percepiti come “guerrieri bellicosi” anziché come vittime di un sistema che li espone a rischi mortali. Inoltre, hanno sottolineato l’importanza di portare questa tematica nelle scuole e nella società civile, per aumentare la consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli ai quali sono sottoposti i nostri soldati.

«Vitale è migliorare le norme sulla sicurezza, importantissimo creare delle opportunità per fare conoscere questa nostra storia anche nelle scuole».Queste parole cariche di significato hanno sottolineato la gravità della situazione, ribadendo l’importanza di una maggiore sensibilizzazione sui rischi corsi dai militari in missione.

L’Osservatorio Nazionale Amianto e la lotta all’uranio impoverito

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Il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, avv. Ezio Bonanni dichiara «Abbiamo il dovere di non dimenticare chi è stato sacrificato e di lottare affinché le nuove generazioni di militari non debbano affrontare lo stesso destino»

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha a lungo denunciato i devastanti effetti dell’uranio impoverito sulla salute dei militari italiani. In diverse occasioni, Bonanni ha sottolineato l’importanza di riconoscere le responsabilità delle istituzioni nel proteggere i lavoratori delle Forze Armate esposti a sostanze tossiche durante le missioni, spesso senza adeguate misure di sicurezza.

«Non possiamo ignorare il grido di sofferenza di tanti uomini e donne che hanno servito il loro Paese con onore, solo per vedersi abbandonati di fronte a malattie devastanti come il cancro», ha dichiarato il legale. «L’uranio impoverito è stato impiegato senza la dovuta considerazione per gli effetti sulla salute, portando a un vero e proprio disastro umano».

L’ONA si impegna in prima linea per ottenere giustizia per i militari colpiti e le loro famiglie, assistendo molti di loro in cause legali che hanno portato a risarcimenti significativi. Bonanni ricorda che ci sono state oltre 130 sentenze che hanno riconosciuto la correlazione tra esposizione all’uranio impoverito e gravi patologie oncologiche.

Nonostante questi progressi, il presidente ONA denuncia il persistere di una negazione da parte delle istituzioni, nonostante le evidenze scientifiche e le testimonianze. «Abbiamo il dovere di non dimenticare chi è stato sacrificato e di lottare affinché le nuove generazioni di militari non debbano affrontare lo stesso destino».

Amianto. Fincantieri condannata: risarcimento milionario a dipendente

Fincantieri condannata: risarcimento milionario per la morte di un dipendente esposto all’amianto a Castellammare di Stabbia
Fincantieri condannata: risarcimento milionario per la morte di un dipendente esposto all’amianto a Castellammare di Stabbia

IL TRIBUNALE DI TORRE ANNUNZIATA – SEZIONE LAVORO – HA EMESSO UNA SENTENZA DI CONDANNA CONTRO FINCANTIERI IN RELAZIONE ALL’AMIANTO PRESENTE NEI CANTIERI NAVALI DI CASTELLAMMARE. QUESTA DECISIONE GIURIDICA HA PORTATO AL RICONOSCIMENTO DI UN RISARCIMENTO DI CIRCA UN MILIONE DI EURO, DESTINATO AI FAMILIARI DI UN OPERAIO DECEDUTO A CAUSA DELLE CONSEGUENZE PROFESSIONALI LEGATE ALL’ESPOSIZIONE A QUESTO MATERIALE TOSSICO. LA SENTENZA SEGNA UN’IMPORTANTE VITTORIA PER LA GIUSTIZIA IN MERITO ALLA SALUTE E ALLA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO. EVIDENZIA ALTRESÌ LA NECESSITÀ DI PROTEGGERE I LAVORATORI DA SOSTANZE PERICOLOSE E DI GARANTIRE AMBIENTI LAVORATIVI SALUBRI. A DIFENDERE I FAMILIARI DELLA VITTIMA, L’AVV. EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO

Castellammare, amianto nei cantieri: la storia di una vittima

Fincantieri condannata per la morte di un operaio che lavorava nel cantiere di Castellammare di Stabbia. l’uomo si era ammalato di mesotelioma

La sentenza del tribunale ha messo in luce la tragica storia di un operaio, scomparso prematuramente nel 2019 a soli 58 anni a causa di un mesotelioma pleurico, una forma aggressiva di cancro legata all’esposizione all’amianto. L’uomo, il cui tragico destino si è compiuto dopo anni di lavoro nei cantieri navali, aveva operato nello stabilimento di Castellammare di Stabia (Napoli) dal 1977 al 1981. Durante la sua carriera, aveva svolto diversi mansioni, tra cui sabbiatore, pavimentista, verniciatore e manovale, immergendosi in un ambiente di lavoro caratterizzato da una massiccia presenza di asbesto.

Sin dagli anni ‘60, il minerale era diventato una costante nei cantieri navali, ampiamente utilizzato per le sue proprietà di isolamento termico e resistenza al fuoco. Tuttavia, questa sostanza tossica si è rivelata letale per molti lavoratori, che si sono trovati a contatto con sottilissime fibre killer disperse in ogni comparto delle navi. In particolare, il lavoratore aveva manipolato amianto friabile in locali privi di adeguati impianti di aerazione e senza dispositivi di protezione individuale, come mascherine e tute monouso, strumenti fondamentali per ridurre l’inalazione delle pericolose polveri. 

La perizia del CTU

Le condizioni di lavoro erano altamente rischiose, come evidenziato dalla perizia del CTU (consulente tecnico d’ufficio).

Quest’analisi ha rivelato che il lavoratore aveva subito un’esposizione diretta a materiali contenenti eternit, utilizzato in varie parti delle navi: dalle coibentazioni alle tubature, dalle pareti ai vani motore, senza trascurare le cuccette di bordo delle imbarcazioni sia militari sia civili. La mancanza di misure di sicurezza adeguate ha ulteriormente aggravato la sua situazione lavorativa, rendendo il contesto ancora più drammatico. Grazie a questa approfondita perizia, il tribunale ha potuto riconoscere un chiaro nesso causale tra l’esposizione professionale e l’insorgenza della malattia, portando alla condanna di Fincantieri per la responsabilità nei confronti della salute del lavoratore.

Si legge in sentenza: «alla luce delle modalità operative con cui si svolgeva la movimentazione dell’amianto, la società convenuta risulta aver omesso di predisporre tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore sul luogo di lavoro, atteso che tutte le operazioni che implicavano l’esposizione ad inalazione di amianto venivano effettuate sostanzialmente senza alcuna effettiva precauzione volta ad evitare o ad abbattere l’inalazione di polveri contenti amianto».

L’ONA a fianco delle vittime di amianto 

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L’avvocato Bonanni, presidente ONA, ha difeso i familiari della vittima

L’azienda cantieristica navale ora dovrà risarcire i familiari, assistiti dal presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Avv. Ezio Bonanni per circa un milione di euro. «Si tratta di una sentenza storica perché riconosce un maxi risarcimento per i familiari, e, oltre all’esposizione professionale, per la prima volta è stata riscontrata anche quella domestica, perché anche il padre che ha lavorato nello stesso cantiere è deceduto per mesotelioma. Un traguardo significativo verso la giustizia per le vittime di amianto» – sottolinea Bonanni.

Ad oggi, ONA ha seguito diversi procedimenti legali contro Fincantieri, come La Spezia e Monfalcone, dove numerosi lavoratori hanno riportato malattie gravi legate all’amianto, con centinaia di decessi registrati. Le condizioni di lavoro estremamente pericolose e l’assenza di adeguate misure di sicurezza e protezione, hanno esposto i lavoratori a rischi significativi dal 1960 fino agli anni ’90, con l’entrata in vigore della legge 257/92.

Il crescente numero di casi di mesotelioma e altre patologie legate all’amianto nella regione Campania e non solo, continua a essere una questione preoccupante. 

L’ONA non si limita a fornire assistenza legale; ha istituito anche un servizio di supporto sanitario per coloro che hanno ricevuto l’infausta diagnosi, raggiungibile attraverso il numero verde 800 034 294 e lo sportello telematico