Lavoratori portuali mesotelioma e Amianto

La storia che coinvolge i lavoratori portuali mesotelioma è lunga quanto il tempo trascorso tra scartoffie ed ospedali. Quasi una vecchia musica, un antico lamento incastrato tra gli ingranaggi del profitto.

È la storia di migliaia di operai e impiegati, vigili del fuoco, luoghi e ambienti compromessi irreversibilmente da inquinanti tossici.

È anche la storia di molti porti italiani, come quello di Trieste, di Carrara e di Livorno. Luoghi dove per anni sono state movimentate e maneggiate impunemente sostanze altamente nocive per l’ambiente e cancerogene per la salute dell’uomo.

Si parla di amianto, un composto di minerali cancerogeno, che intatto non comporta rischio per la salute.

Solo in seguito all’erosione rilascia le fibre sottili che lo compongono, le quali, se inalate, entrano in contatto con il sistema respiratorio e gastro-intestinale, provocando gravi fenomeni infiammatori. Processi infiammatori che provocano l’insorgenza di patologie come asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici, e naturalmente neoplasie.

È un rischio organico altissimo, rilevato scientificamente da oltre un secolo e concomitante con la nascita dell’era industriale. Questo è un pericolo su cui ancora molti fingono di non sapere ovvero tentano di aggirare le leggi.

L’Osservatorio Nazionale Amianto e il suo presidente, l’Avvocato Bonanni, da anni lottano per tutelare i lavoratori esposti alla fibra killer, soprattutto i lavoratori portuali. Questi possono accedere al servizio di consulenza gratuita legale e medica.

Consulenza lavoratori portuali mesotelioma

Indice

Amianto: una fibra che uccide migliaia di vittime
Lavoratori portuali mesotelioma: il caso di Trieste
Amianto al porto di Trieste: uso e collocazione
Il caso dei lavoratori del porto di Carrara
Lavoratori portuali mesotelioma: porto di Salerno
Epidemia malattie asbesto correlate in Campania
Tempo di lettura: 6 minuti

Amianto: una fibra che uccide migliaia di vittime

Diversi studi epidemiologici degli ultimi decenni hanno osservato uno spiccato aumento, nei Paesi industriali, dell’incidenza del mesotelioma.

Questo è il cancro causato dall’esposizione alle polveri di amianto, che fino a metà del ‘900 rappresentava una entità patologica rara. In Italia muoiono circa 1200 persone all’anno per mesotelioma.

I numeri parlano chiaro ma non potranno mai raccontare la tragedia vissuta dagli uomini, dalle donne e dalle loro famiglie, spesso sole in questa battaglia per la vita e contro i suoi detrattori. Li conosce bene l’ONA, che svolge servizio di assistenza tecnica, medica e legale gratuita su tutto il territorio.

I numeri in riferimento alle morti di amianto in Italia, sono stati aggiornati e pubblicati dall’Avv. Ezio Bonanni, nella sua pubblicazione: Il libro bianco delle morti di amianto in Italia (Ed. 2021)“.

Lavoratori portuali mesotelioma: il caso di Trieste

L’ONA ha seguito negli anni alcuni casi eclatanti legati soprattutto ai lavoratori portuali. Per esempio, un operaio ammalatosi tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000, aveva prestato servizio presso la Compagnia portuale di Terra del porto di Trieste tra il 1970 e il 1981. È un caso emblematico per varie ragioni.

Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta il porto di Trieste è stato oggetto di molte indagini scientifiche.  Nel complesso le indagini hanno prodotto numerosi dati particolarmente utili nelle investigazioni successive sulla problematica relativa alla tossicità dell’amianto. È un vero e proprio patrimonio statistico tuttora disponibile.

Dai rapporti stilati si evincono arrivi e partenze del minerale di amianto nonché, ancora più determinanti, modalità di trasporto ed effetti della movimentazione dell’amianto.

Amianto al porto di Trieste: uso e collocazione

La storia di questi dati racconta che tra il 1960 e il 1980 sono transitate dalle 5.000 alle 18.000 tonnellate annue di amianto per il porto di Trieste. E fino a metà degli anni Settanta, quando si iniziarono a usare i containers, il trasporto avveniva in scatole di cartone o sacchi, che andavano spesso incontro a rotture e alla dispersione del minerale nell’ambiente.

Parte delle operazioni di trasporto, dalle stive delle navi ai vagoni della ferrovia, si compiva pertanto in luoghi chiusi tramite gli operai, a loro volta completamente ignari della nocività del materiale e privi di alcuna precauzione. Anzi, quando un sacco o una scatola si rompeva talvolta giocavano a palle di neve con la polvere fuoriuscita.

L’operaio, difeso e risarcito infine grazie all’ONA, tra gli anni Novanta e i Duemila si ammalò di depressione. Solo successivamente venne a conoscenza dell’effetto domino della morte sui suoi ex colleghi e delle cause che l’avevano provocata. L’impatto psicologico fu enorme.

Una tragedia che si poteva evitare. Questa è la verità che non consolava, e che al contrario attanagliava giorno e notte quell’operaio portuale tanto da portarlo nel 2016 a tentare il suicidio.

Il caso dei lavoratori del porto di Carrara

L’ONA vince contro l’INPS e ottiene il dovuto risarcimento per i lavoratori del porto di Carrara. È una sentenza del 2017 a condannare l’ente a favore dell’operato di un giudice del lavoro di Massa, Augusto Lama, che aveva riconosciuto il risarcimento per i danni causati ai lavoratori del porto carrarese esposti all’amianto, fino al dicembre del 1992.

Il successivo ricorso in appello dell’INPS contro l’azione del magistrato si ritiene inammissibile dalla sentenza.

L’ONA, a fianco del giudice e dei lavoratori, si espresse in quell’occasione tramite il suo presidente l’avvocato Ezio Bonanni, che affermò di ritenere incomprensibile l’accanimento dell’ente previdenziale contro i lavoratori della Marina portuale di Massa e contro altri assistiti seguiti dall’Osservatorio, per cui puntualmente l’INPS comunque viene condannato a pagare.

Lavoratori portuali mesotelioma: porto di Salerno

Tra i porti italiani più a rischio oggi vi è il porto di Salerno. Su di esso recentemente si sta cercando di fare luce con inchieste ed indagini specifiche, come l’inchiesta di Le cronache del Salernitano, pubblicata a ottobre 2020, sulla base di dati pregressi riguardo ai lavoratori della compagnia “Flavio Gioia” di Salerno.

Balzato alle cronache nazionali qualche anno fa, quando patologie sospette iniziarono a mietere vittime tra i portuali, risulta ormai essere evidentemente un luogo di lavoro tra quelli più pericolosamente esposti al rischio.

È del 2017 la sentenza che ha fatto giurisprudenza su una morte per mesotelioma pleurico maligno, la patologia “manifesto” dell’esposizione alla polvere di amianto. Infatti è stata accertata la stretta correlazione nella più alta percentuale dei casi.

A sporgere denuncia una giovane donna che aveva perso il padre, operaio al porto di Salerno, ammalatosi cinque anni prima. La vicenda rientrava nell’indagine “Marina Ter” della Procura di Padova, e, come ha affermato l’avvocato Ezio Bonanni presidente dell’ONA, per la prima volta una vittima del dovere veniva equiparata a una vittima del terrorismo. Alla figlia dell’operaio si riconosce un indennizzo mensile e una speciale elargizione di 200.000,00 euro.

Una vittoria importante, come ha commentato Bonanni, anche perché Ministero e Marina militare non volevano riconoscere indennizzi alla figlia visto che non era a carico del padre.

Epidemia malattie asbesto correlate in Campania

Tutta l’area campana è considerata oggi compromessa dalla presenza fuori legge di amianto.

La Regione Campania ha stanziato nel 2018 i fondi per la bonifica amianto, ma soltanto tre comuni ne hanno chiesto l’erogazione. Si tratta di una regione su cui nel 2018 sono state censite ancora più di 4.000 strutture con amianto.

Questi numeri in realtà rappresentano una sottostima rispetto alla reale entità del problema, come già più volte denunciato dall’ONA. E se è vero che la Regione Campania si è mossa in modo efficace e ha stanziato dei fondi utili alla bonifica, è altresì un dato di fatto che solo tre Comuni hanno richiesto l’erogazione, due nel casertano (Aversa e Sparanise) e un altro in Irpinia (Caposele).

E il malaffare, o dovremmo chiamarlo criminalità, non risparmia neppure luoghi e meraviglie del territorio che hanno un rilievo mondiale e sono patrimonio dell’umanità. Nel 2014 una notizia apparsa su “Il Mattino” di Napoli annunciava la presenza di materiale nocivo in alcuni blocchi di cemento mescolato con amianto, serviti per costituire dei frangiflutti posti a Cetara, in costiera amalfitana.

Tutto il porto della città veniva ristrutturato in quegli anni grazie a una variante disposta ad hoc. Non pochi ipotizzarono che l’operazione di ripristino si faceva allo scopo occulto di riciclare lo stesso materiale tossico. Già allora, in questa area si rilevava l’incremento di malattie legate all’inquinamento da sostanze nocive.

Consulenza gratuita lavoratori portuali

L’ONA mette a disposizione dei cittadini servizi di assistenza medica e assistenza legale. Quest’ultima, grazie al team legale dell’Avvocato Bonanni, è importante per salvaguardare i propri diritti. Infatti, il riconoscimento della malattia professionale dà accesso all’indennizzo INAIL o alla rendita. Inoltre si può richiedere la prestazione aggiuntiva del Fondo Vittime Amianto.

Inoltre le vittime di malattie asbesto correlate di origine professionale hanno diritto ai benefici contributivi (art. 13, comma 7, L. 257/92). Grazie a queste maggiorazioni con il coefficiente di 1,5, si ha accesso al prepensionamento e alla rivalutazione della propria pensione. Se, nonostante l’accredito di questi contributi, non si accede al diritto alla quiescenza, si può richiedere la pensione d’invalidità amianto.

Infine, oltre ai danni indennizzati dall’INAIL, le vittime possono ottenere l’integrale risarcimento dei danni. Per richiedere la consulenza occorre chiamare il numero verde 800 034 294 o compilare il form.

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