Rendita INAIL nelle malattie professionali amianto: come funziona

Le malattie professionali sono infermità contratte nello e per lo svolgimento dell’attività lavorativa. Le malattie professionali provocano la lesione dell’integrità psicofisica (danno biologico). All’infermità si accompagnano anche minori capacità lavorative. In Italia, vige il sistema di sicurezza sociale contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Il sistema indennitario prevede l’assicurazione obbligatoria in favore dei lavoratori (art. 38 comma 2 della Costituzione e disciplinata dal D.P.R. 1124/65 e dal D.L.vo 38/2000).

Il sistema di indennizzo INAIL garantisce la protezione sanitaria ed economica ai lavoratori infortunati o colpiti da malattie professionali. In caso di decesso tale protezione è estesa ai familiari superstiti. Il costo di tale sistema di sicurezza sociale grava esclusivamente sul datore di lavoro che deve corrispondere i premi, in funzione transattiva anticipata rispetto alla lesione.

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La tutela della salute e del lavoratore e della sua famiglia

La nostra Costituzione (art. 32, ancorato sulle norme di cui agli artt. 2, 3 e 4) sancisce il diritto alla salute, anche come interesse collettivo. In caso di lesione della salute che derivi dal lavoro, vi è prima di tutto la tutela economica e sociale. Sono erogate prestazioni per il mantenimento del reddito (art. 38 della Cost.). Queste esigenze di tutela si trovano codificate anche negli artt. 153 e 156 del TFUE.

Malattie amianto: la sconfitta del sistema di prevenzione

Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali hanno determinato e determinano un numero considerevole di decessi. Solo per patologie asbesto correlate, nel 2019, sono venute a mancare più di 6000 persone. Poi ci sono tutte le altre malattie professionali, e l’alta incidenza di malattie professionali fortemente invalidanti.

L’Avv. Ezio Bonanni, Presidente ONA, ha denunciato il fallimento del sistema pubblico di prevenzione. Purtorppo, il sistema dell’indennizzo non restituisce la salute e la vita lese dai cancerogeni tra i quali amianto.

Infatti, fin dall’inizio del secolo scorso erano note le capacità lesive delle fibre di amianto. La stessa asbestosi fu indennizzata già con la legge  455 del 1943. La fibra killer fu posta al bando solo con l’art. 1 della L. 257/92. Per circa 50 anni si continuò ad usare amianto. L’Italia ne è stato il secondo utilizzatore in Europa, dietro solo all’Unione Sovietica. Questa situazione ha determinato l’esposizione ad asbesto di milioni di cittadini e lavoratori. Questa condizione di rischio è tutt’ora in corso. Le bonifiche sono scarse. Occorreranno ancora decenni per porre in sicurezza tutti i siti contaminati.

La prevenzione primaria: evitare l’esposizione

Una effettiva tutela della salute sui luoghi di lavoro non è stata possibile per la scarsa cultura della sicurezza, per la scarsa propensione del sistema industriale italiano a intervenire per la modernizzazione e per la prevenzione, anche perché si regge su piccole e medie imprese, che spesso hanno difficoltà ad accedere al credito. Inoltre il sistema sociale predilige gli esborsi per le prestazioni economiche in favore delle vittime rispetto alla bonifica e al non utilizzo degli agenti patogeni e alla rimozione di ogni situazione di pericolo. In altre parole la presunzione di poter valutare il rischio e di potere evitare gli eventi lesivi della salute umana (che poi puntualmente si verificano) va a scapito dei mezzi e degli strumenti della prevenzione primaria.

La prevenzione è l’unico strumento con il quale proteggere effettivamente la salute nei luoghi di lavoro e la dignità della persona, e la più efficace misura di protezione sociale, e di realizzazione dell’equilibrio del bilancio dello Stato e degli organi periferici. Diverse politiche, decisioni e culture hanno invece determinato, oltre a un costo umano e sociale per le vittime e per i loro familiari, enormi spese per prestazioni assistenziali, previdenziali e sanitarie, a carico della collettività, che si sarebbero potute evitare, nell’interesse di tutte le parti (lavoratori, datori di lavoro, pubbliche istituzioni, etc.).

Rendita INAIL e indennizzo del danno biologico

Il nostro sistema previdenziale (caratterizzato dal rischio professionale ancorato sulle norme di cui all’art. 38) non può prescindere dalle altre norme della nostra Costituzione, di cui è proiezione, e si caratterizza per l’indennizzo del danno biologico e del danno patrimoniale per diminuite capacità di lavoro, in caso di malattia professionale, causata dall’attività lavorativa (anche nel caso in cui la responsabilità dell’evento sia imputabile a colpa del lavoratore), quindi con finalità solo transattive, accompagnate da una selezione rigorosa sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo, e con accollo al datore di lavoro dell’onere finanziario dell’assicurazione.

La logica transattiva che caratterizza questo sistema ha precluso la possibilità di perseguire una efficace prevenzione delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro e di realizzare una efficace ed effettiva tutela della salute umana, poiché il datore di lavoro ha sempre preferito socializzare il danno con la transazione preventiva attraverso il pagamento del premio INAIL, con sostanziale impunità patrimoniale.

Così per decenni nei luoghi di lavoro si è continuato l’uso di amianto e di altri agenti patogeni (anche da parte di aziende di Stato, si pensi, a titolo di esempio, all’utilizzo dell’amianto nel settore ferroviario, nelle centrali elettriche, nella Marina Militare, e si potrebbe continuare all’infinito). Il tutto con assenza di misure di prevenzione e di elusione delle norme vigenti (in pieno inadempimento dei precetti specifici e di quelli generali di cui all’art. 2087 del codice civile, e delle norme costituzionali, prime fra tutte quelle dell’etica della libertà di iniziativa economica, pubblica e privata, consacrata nell’art. 41 II comma della Costituzione, che è stato certamente facilitato dall’assenza della logica della prevenzione, attraverso la riduzione a zero di qualsiasi rischio, e la totale abolizione dell’uso di ogni cancerogeno).

INAIL: Istituto Nazionale per l’Assistenza contro gli Infortuni sul Lavoro

I lavoratori del settore privato trovano tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali attraverso l’operato dell’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assistenza contro gli Infortuni sul Lavoro. L’INAIL ha assorbito l’IPSEMA, nel quale a sua volta erano confluite le Casse Marittimi.

Per i dipendenti civili dello Stato provvedono in genere le stesse amministrazioni (oppure l’INAIL in forza di un contratto di mandato) con addebito dei costi alle amministrazioni interessate, tanto da assumere quasi un monopolio nel settore.

Patologie asbesto correlate e malattia professionale

Le patologie asbesto correlate sono definite ‘malattie infortunio’, ovvero una sindrome morbosa imputabile all’azione lesiva di agenti diversi da quelli meccanico-fisici, che penetrati nell’organismo umano determinano l’alterazione dell’equilibrio anatomofisiologico (Cass. 28.10.2004, n. 20941) anche attraverso l’indebolimento delle difese immunitarie (Cass. 26.05.06, n. 12559), e ‘insorta in esecuzione di lavoro e prodotta da agenti esterni di varia natura (elettrica, radioattiva, chimica, etc.), evitabili con determinati accorgimenti’ .

i giudici di merito, con sentenze che si integrano tra loro per essere conformi sul punto, hanno chiarito che il pericolo per la pubblica incolumità derivava da una causa violenta individuata nella prolungata e massiccia esposizione a concentrazioni di amianto. Pertanto – a parte la considerazione che la richiamata sentenza n. 232-1983 della Corte Costituzionale nel caso di specie non ha alcun rilievo, in quanto la suddetta Corte si è limitata solo ad affermare il principio che esula dai suoi poteri l’estensione dell’ambito di applicazione dell’art. 437 c.p. anche al rischio di malattie professionali – correttamente i giudici di merito hanno inquadrato il rischio di infortunio, al quale erano esposti i lavoratori, nella categoria delle “malattie – infortunio” secondo il concetto elaborato dal consolidato indirizzo giurisprudenziale (vedi sez. 1 n. 12367 del 14-9-1990, proc. Chili, rv. 185325).

Infatti, a differenza delle malattie professionali in senso stretto, che consistono in manifestazioni morbose contratte nell’esercizio e a causa di lavoro e che non sono prodotte da agenti esterni, “la malattia – infortunio” va intesa come “sindrome morbosa insorta in esecuzione di lavoro e prodotta da agenti esterni di varia natura (elettrica, radioattiva, chimica, ecc.), evitabile con determinati accorgimenti. Ne consegue che correttamente nel caso di specie è stato applicato l’art. 437 c.p., atteso che la condotta contestata consisteva nella omessa predisposizione di impianti e nella omessa adozione di altre misure idonee a prevenire il pericolo derivante da una causa esterna quale la elevata concentrazione di amianto nell’ambiente di lavoro”.

Le patologie asbesto correlate: malattia-infortunio

Il Tribunale Penale di Torino lo ha confermato con la Sentenza n. 565 del 13.2/14.5.2012 (da pag. 480), che fa esplicito riferimento ai principi dettati dalla Corte di Cassazione già dal 1990 (Cass. – Sez. 1 – sentenza n. 12367 del 9 luglio 1990 ud. – dep. 14 settembre 1990 – imp. Chili – rv. 185325 – in materia di inalazione di gas tossici), con un indirizzo che è rimasto costante, anche per altre patologie, quali le ipoacusie (Cass. – Sez. 1 – sentenza n. 10161 dell’ 1 ottobre 1996 ud. – dep. 26 novembre 1996 – imp. Martini + altri) e , ancora, proprio in materia di esposizione lavorativa alle polveri di amianto (Cass. – Sez. 1 – sentenza n. 350 del 20 novembre 1998 ud. – dep. 14 gennaio 1999 – imp. Mantovani ed altro – rv. 212203).

La Corte di Cassazione (Cass. – Sez. 1 – sentenza n. 11894 del 6 febbraio 2002 ud. – dep. 23 marzo 2002 – imp. Capogrosso e altri – rv. 221072), anche successivamente conferma questo indirizzo, proprio in riferimento alla norma di cui all’art. 437 c.p.:

a differenza delle malattie professionali in senso stretto, che consistono in manifestazioni morbose contratte nell’esercizio e a causa di lavoro e che non sono prodotte da agenti esterni – la malattia infortunio va intesa come sindrome morbosa insorta in esecuzione di lavoro e prodotta da agenti esterni di varia natura (elettrica, radioattiva, chimica, ecc.), evitabile con determinati accorgimenti. Ne consegue che correttamente nel caso di specie è stato applicato l’art. 437 c.p., atteso che la condotta contestata… consisteva nella omessa predisposizione di impianti e nella omessa adozione di altre misure idonee a prevenire il pericolo derivante da una causa esterna quale la elevata concentrazione di amianto nell’ambiente di lavoro.”

L’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale le patologie asbesto correlate sono malattie-infortunio, e non semplici malattie professionali in senso stretto, si è dunque definitivamente consolidato, e si possono individuare in “tutte quelle manifestazioni morbose contratte nell’esercizio e a causa di lavoro ma che non siano prodotte da agenti esterni”, dalla malattia-infortunio, definita “sindrome morbosa imputabile all’azione lesiva di agenti diversi da quelli meccanicofisici, purché insorte in esecuzione di lavoro“.

Si deve considerare infortunio sul lavoro anche l’alterazione dell’organismo determinata da causa violenta in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o un’inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, ovvero un’inabilità temporanea assoluta che comporti l’astensione dal lavoro per più di tre giorni, secondo la corretta esegesi dell’art. 2 del R.D. 17 agosto 1935, n. 1765 (Disposizioni per l’assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali), e quindi in modo da ricomprendervi la malattia-infortunio.

Il Tribunale di Torino, con la Sentenza n. 565 del 2012, chiarisce ancora che:

La Corte di Cassazione (Sentenza n. 12367/90), a tal riguardo, ha subito chiarito che il concetto di “causa violenta” deve essere comprensivo di tutte quelle forme di lesività tali da produrre un danno al lavoratore e, quindi, quelle ad esempio bariche, elettriche, radioattive, chimiche, eccetera.
E, dunque, la malattia- infortunio si distingue dalla malattia professionale, in quanto i due concetti non sempre coincidono, essendo l’ambito di manifestazione delle malattie professionali certamente più ampio di quello delle malattie-infortunio, perché si possono presentare sindromi morbose che, pur correlate all’attività lavorativa, non siano però dipendenti da una causa violenta determinata dall’aggressione di agenti esterni, risultando prodotte invece da agenti meccanico-fisici”.

Patologie asbesto correlate e tabelle delle malattie professionali

Le malattie professionali si distinguono in tabellate e non tabellate.
Le malattie professionali sono tabellate se:

  • indicate nelle due tabelle (una per l’industria e una per l’agricoltura)
  • provocate da lavorazioni indicate nelle stesse tabelle

denunciate entro un determinato periodo dalla cessazione dell’attività rischiosa, fissato nelle tabelle stesse (“periodo massimo di indennizzabilità”). In tema di patologie asbesto correlate, non vi è tale limite di tempo.

  • Le malattie asbesto correlate della lista I

L’asbestosi è stata la prima malattia asbesto correlata ad essere inserita nelle tabelle delle malattie professionali, già con la L. 455 del 1943. Soltanto con il D.P.R. 336 del 1994, sono state inserite nella Lista I dell’INAIL il mesotelioma (pleurico, pericardico e peritoneale) e il carcinoma polmonare (con D.M. 27 Aprile 2004, G.U. n.134 del 10 Giugno 2004).

Sono, quindi, state inserite nella Lista I le seguenti malattie asbesto correlate:

a) Placche pleuriche e ispessimenti pleurici con o senza atelettasia rotonda (j92);
b) Mesotelioma pleurico (c45.0);
c) Mesotelioma pericardico (c45.2);
d) Mesotelioma peritoneale (c45.1);
e) Mesotelioma della tunica vaginale del testicolo (c45.7);
f) Tumore polmonare (c34);

g) Asbestosi (j61);

h)tumore della laringe (I.6.03)

i)tumore delle ovaie(I.6.03)

 

Queste patologie sono assistite dalla presunzione legale di origine. Nell’ambito del cosiddetto “sistema tabellare”, il lavoratore non ha l’onere di dimostrare l’origine professionale della malattia. Quest ultimo deve provare di essere stato adibito a lavorazione tabellata (o comunque l’esposizione a un rischio ambientale provocato da quella lavorazione e dunque ad amianto). Non è necessario dimostrare una soglia di esposizione (Cass., Sez. Lav., n. 23653/16). L’esistenza della malattia, attiva il diritto all’indennizzo, perchè si presume per legge che quella malattia sia di origine professionale. È questa la cosiddetta “presunzione legale d’origine”, superabile soltanto con la rigorosissima prova – a carico dell’Inail – che la malattia è stata determinata da cause extraprofessionali e non dal lavoro.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 179/1988, ha introdotto nella legislazione italiana il cosiddetto “sistema misto” in base al quale il sistema tabellare resta in vigore, con il principio della “presunzione legale d’origine”, ma è affiancato dalla possibilità per l’assicurato di dimostrare che la malattia non tabellata di cui è portatore, pur non ricorrendo le tre condizioni previste nelle tabelle, è comunque di origine professionale.

Elenco malattie professionali LISTA II

Appartengono alle tabelle Inail malattia professionale anche le patologie inserite nella  LISTA II malattie professionali tabellate Inail.

Scopri quali sono le malattie professionali:

L’elenco malattie professionali riconosciute nel patologie elenco ovvero nella tabella risarcimento INAIL II (malattie professionali elenco e tabella malattie professionali – tabella inail malattie professionali) non si presumono di origine professionale e quindi la prova deve essere fornita dal lavoratore, il quale potrà però giovarsi del fatto che sono inserite nelle tabelle malattie tabellate Inail Lista II elenco malattie professionali INAIL.

Le patologie amianto correlate della LISTA II così come quelle inserite nella LISTA III, sono riconosciute se il lavoratore malato è nelle condizioni di dimostrare la loro origine professionale, con l’esposizione all’asbesto nelle condizioni e nel luogo di lavoro ed il nesso causale.

Elenco malattie professionali LISTA III

Appartiene alla LISTA III tabelle inail malattie professionali delle malattie professionali riconosciute dall’INAIL, solo il tumore all’esofago, che risulta tra le patologie più diffuse fra i lavoratori esposti ad amianto.

Liste dell’inail ed indennizzo delle patologie tabellate

Originariamente erano indennizzabili solamente quelle patologie che rientravano nelle tabelle (elenchi tassativi di malattie tipiche ritenute etiologicamente rilevanti e determinate da un agente patogeno, allo stato delle conoscenze scientifiche e dei dati di esperienza statisticamene rilevabili, nell’ambito di lavorazioni ritenute morbigene, con un ulteriore limite costituito dal periodo massimo entro il quale la patologia avrebbe dovuto manifestarsi per essere riconosciuta in rapporto causale con l’attività professionale, che poteva ritenersi presunto iuris et de iure, nel quale l’unico onere probatorio per l’avente diritto era quello di dimostrare di essere stato adibito a quella particolare lavorazione che nella tabella era individuata come morbigeno, con inversione dell’onere della prova a carico dell’Istituto assicuratore che ove voglia negare l’indennizzo deve dimostrare che la patologia è insorta esclusivamente per cause non attinenti l’attività professionale).

La Commissione della Comunità Europea fin dal 1962, sulla base dei risultati della ricerca scientifica, aveva messo in dubbio il sistema delle tabelle e ne aveva auspicato il superamento con il sistema misto, che, per quanto riguarda l’asbestosi, aveva trovato un primo riscontro nella legge 780 del 1975. 

Per le altre patologie di origine professionale era intervenuta la Corte Costituzionale, prima con la Sentenza n. 179 del 18.02.88 e poi con la Sentenza n. 206 del 25.02.88, le cui declaratorie di incostituzionalità avevano sancito il definitivo superamento del sistema tabellare, e quindi l’indennizzabilità di qualsiasi forma morbosa ‘per le quali sia comunque provata la causa di lavoro’ (art. 3 e 211 del D.P.R. 1124/65), con una nozione di causa lavorativa che comprendeva la nocività conseguente all’organizzazione dell’attività lavorativa, anche se ascrivibile a lavorazione non contemplata nella tabella e anche se insorta oltre il periodo massimo, per effetto della caducazione delle norme che fissavano un termine massimo entro il quale la malattia dovesse venire alla luce per essere indennizzata (artt. 134 e 254 del D.P.R. 1124/65), prevedendo che in questo caso l’onere della prova fosse a carico dell’assicurato.

Per quanto riguarda il tumore alla laringe, contemplato nella lista n. II, dell’INAIL, tra le malattie di origine lavorativa di ‘limitata probabilità’ e i tumori gastroenterici, in quanto contemplati nella lista III, ancorché di ‘possibile’ origine lavorativa, l’istituto assicuratore non ne potrà negare la indennizzabilità, ove l’avente diritto dimostri di aver svolto lavorazioni in esposizione all’amianto. Anche dove si ritenesse irrilevante il loro inserimento nella lista INAIL, l’onere della prova potrà essere assolto richiamando semplicemente le conclusioni IARC e di altre agenzie.

Asbestosi: le prestazioni dell’INAIL

Con la legge 455 entrata in vigore il 22.04.1943, anche l’asbestosi è stata contemplata nell’elenco delle malattie professionali che figurano nelle tabelle dell’INAIL, e successivamente il testo normativo è confluito negli artt. 142 e seguenti del D.P.R. 1124/65, che è stato successivamente modificato con la legge 780 del 27.12.75, che ha abrogato le disposizioni di cui agli artt. 142 e 143, cosicchè sono rimaste in vigore soltanto quelle degli artt. 144 fino a 177, e così è stata abrogata con la definizione legale di asbestosi, anche ogni restrizione in ordine ai termini e facendo assumere momento centrale all’esercizio dei lavori morbigeni: l’art. 144 stabilisce che le prestazioni assicurative sono dovute sia nei casi in cui la malattia determini diretta inabilità, sia nei casi in cui ne è concausa, con altre forme morbose dell’apparato respiratorio e cardiocircolatorio e l’art. 145 prevede provvidenze ulteriori in favore dei superstiti in caso di morte del lavoratore assicurato.

L’allegato 8 del D.P.R. 1124/65 indica le lavorazioni tabellate, ai fini del riconoscimento della silicosi e asbestosi:

La patologia determina una insufficienza respiratoria ingravescente, nella quale si osserva la riduzione prevalente dell’indice FVC, per la cui valutazione ai fini della determinazione del grado di invalidità ci si deve riportare all’all. 2 delle tabelle del D.M. 12.07.2000:

In riferimento all’indice DLCO, si deve far riferimento alla tabella relativa alle interstiziopatie: 

Altre patologie asbesto-correlate nelle tabelle dell’INAIL

Nelle tabelle INAIL, come abbiamo visto, figurano anche tutti i mesoteliomi, il tumore polmonare, le placche e gli ispessimenti pleurici, e la fibrosi polmonare, e anche qui, per quanto abbiamo già evidenziato, non ci possono essere dubbi sul diritto del paziente ad ottenere l’indennizzo e l’erogazione di tutte le prestazioni, ove dimostri di aver svolto lavorazioni in esposizione all’amianto.

La prova di presunzione di origine professionale nel sistema tabellare

Ai fini del rischio ambientale e della conseguente indennizzabilità delle malattie professionali ad esso collegate, assume rilievo l’esecuzione di un attività lavorativa che, per esigenze obiettive, debba costantemente e normalmente, anche se non quotidianamente, svolgersi in connessione ambientale con la lavorazione protetta, tale da determinare l’esposizione del lavoratore al rischio cui è esposto l’addetto di queste lavorazioni (Cass. Sez. Lav., 08.10.92, n. 10949).

L’INAIL per poter superare la presunzione legale di origine professionale della patologia ha l’onere di eccepire e dimostrare che la patologia insorta per altre cause, le uniche e sole sufficienti ad averla determinata, e la maniera sporadica ed occasionale della lavorazione tabellare, tale da renderla insufficiente a determinare la patologia, che ha per ciò stesso esclusiva origine extralavorativa (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 21.12.2009, n. 26893; Cassazione, Sezione Lavoro, 26.07.2004, n. 14023; Circolare Inail, 24.07.2008, n. 47), ove ciò non risulti incontrovertibilmente dimostrato in atti, deve provvedere al pagamento delle prestazioni:

Anche nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, che sia per sé sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge”.
(Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, del 04.11.2010, n. 22441).

Il sistema misto: come sostituisce il sistema tabellare?

L’INAIL, per le patologie che figurano nelle tabelle, deve solo provvedere a erogare le prestazioni, a meno che neghi la loro origine professionale e lo dimostri, mentre per tutte le altre, comunque cagionate da agenti patogeni nell’ambiente lavorativo, come per il caso dell’amianto, l’intervento della Corte Costituzionale, prima con la sentenza n. 179 del 18.02.88 e poi con la Sentenza n. 206 del 25.02.88, ha determinato il definito superamento del sistema delle tabelle, e ha sancito, con il sistema misto, l’indennizzabilità ‘anche per le malattie per le quali sia comunque provata la causa di lavoro’.

Il sistema misto introduce un ‘doppio metodo’ di definizione della domanda di prestazione previdenziale, che incide unicamente sul piano probatorio, poiché per patologie tabellate sussiste la presunzione legale di origine, mentre per quelle che non lo sono deve essere ‘comunque provata la causa di lavoro’ (Corte Costituzionale, Sentenze n. 179 del 18.02.88, e n. 206 del 25.02.88), e le prestazioni sono del tutto identiche, né si poteva né si doveva intravedere nessuna differenza (Corte di Cassazione, a Sezione Unite, con Sentenza 1919 del 09.03.1990).

Le tabelle non possono essere applicate in via analogica:
In tema di assicurazione contro le malattie professionali, nella disciplina risultante a seguito della declaratoria di parziale illegittimità costituzionale dell’art. 3 primo comma del d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124 (sentenza della Corte Costituzionale n. 179 del 1988), inerente le malattie diverse da quelle specificatamente elencate nelle apposite tabelle, ovvero ricollegabili all’esercizio di lavorazioni diverse da quelle descritte nelle tabelle stesse, sono indennizzabili solo dietro prova della “causa di lavoro” da parte dell’interessato, per le malattie e lavorazioni entrambe “tabellari”, opera, a favore dell’assicurato, una presunzione di eziologia professionale. A tale ultimo riguardo, le elencazioni contenute nelle indicate tabelle hanno carattere tassativo, ma ciò, se vieta un’applicazione analogica delle relative previsioni, non è di ostacolo ad una interpretazione estensiva delle medesime, con la conseguenza che la suddetta presunzione è invocabile anche per lavorazioni non espressamente previste nelle tabelle, ma da ritenersi in esse implicitamente incluse, alla stregua della identità dei connotati essenziali, ferma restando l’inapplicabilità della presunzione stessa per quelle lavorazioni che presentino solo alcuni caratteri in comune, unitamente ad elementi non marginali di diversità, sì da rendere configurabile una piena somiglianza con fattispecie inclusa nella lista (nella specie, la C.S. ha cassato la decisione dei giudici del merito che avevano ritenuto la frantumazione di materiale calcareo mediante mulini a palle rientrare nella attività di produzione di polveri metalliche con macchine a pestelli, prevista dalla voce n. 44 lett. e della tabella)”.
(Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 1919 del 09.03.90)

E’ possibile affermare la presunzione legale di origine professionale della malattia soltanto nel caso in cui sussista una implicita inclusione nelle tabelle, e/o identità di connotati essenziali, e/o piena somiglianza con la fattispecie inclusa nella lista (Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 1919 del 09.03.90) e  “il Giudice può fare una applicazione estensiva di tali previsioni (in caso di) infermità del tutto identica a quella cagionata o derivata da una lavorazione tabellata (vedi Corte Costituzionale n. 179 del 1988)” (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 5254 del 19.11.89).

In caso di insorgenza di patologie diverse da quelle indicate nelle tabelle e comunque causate e/o concausate dall’esposizione a polveri e fibre di amianto, il lavoratore ha diritto ad ottenere il riconoscimento delle prestazioni previdenziali erogate dall’INAIL purché renda la prova del nesso di causalità:

  • In tema di assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, la sentenza della corte costituzionale n. 179 del 1988, dichiarativa (fra l’altro) della parziale illegittimità costituzionale dell’art. 3 e dell’art. 134, primo comma, del d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124, ha comportato l’istituzione di un sistema cosiddetto misto, nell’ambito del quale va distinto il caso del lavoratore colpito da una delle tecnopatie tabellate, nel quale, nel concorso delle altre condizioni di legge, vale la presunzione legale dell’origine professionale della malattia, dall’ipotesi del lavoratore colpito da malattia non riferibile a lavorazioni tabellate, ancorchè insorta fuori del periodo massimo d’indennizzabilità, nella quale il lavoratore medesimo ha l’onere di provare la derivazione causale della malattia dall’attività lavorativa”.
    (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 6808 del 3/7/1990)

Poiché  “per conseguire il diritto a una rendita da malattia professionale ai sensi del d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124 – la quale, a seguito della sentenza della corte costituzionale n. 179 del 1988, è configurabile relativamente ad ogni infermità, di cui sia provata l’origine lavorativa, e cioè la connessione eziologica con un rischio specifico o anche soltanto generico aggravato dall’attività lavorativa protetta – il lavoratore addetto ad una lavorazione non tabellata è tenuto a dimostrare, in base ai principi in tema di onere probatorio fissati dall’art. 2697 cod. civ., l’avvenuta esposizione a rischio nonché, le particolari caratteristiche dell’affezione che la distinguano dalle altre patologie di natura comune
(Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 2500 del 21/3/1997).

L’onere della prova può considerarsi assolto ove sussista ‘certezza allo stato’, sulla base del criterio probabilistico fondato su base epidemiologica, e ciò soprattutto per le patologie di origine multifattoriale rispetto alle quali è impossibile raggiungere la certezza scientifica assoluta sul nesso di causalità: “In tema di assicurazione contro le malattie professionali, nella disciplina risultante a seguito della declaratoria di parziale illegittimità costituzionale dell’art. 3, primo comma, del d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124 (sentenza della Corte Costituzionale n. 179 del 1988) la neoplasia polmonare può essere inclusa tra le malattie causate da piombo (di cui alla voce n. 1 della nuova tabella delle malattie professionali nell’industria, allegata al d.p.r. n. 48211975) se il nesso di causalità tra la specifica sostanza morbigena tabellata (piombo) e detta malattia venga stabilito in base a dati (anche epidemiologici) ritenuti affidabili dalla scienza medica; in difetto di malattia professionale “tabellata” contratta nell’esercizio di lavorazioni, o in dipendenza dell’esposizione a sostanze, parimenti tabellate, deve essere verificato in concreto l’eventuale nesso di causalità tra malattia e attività lavorativa dell’assicurato, indipendentemente dalla loro inclusione nella tabella”.
(C. Cass. Sezione Lavoro n. 8310 del 24/7/1991).

Eventuali concause non escludono il nesso di causalità, come già precisato dalla Corte di Cassazione, la quale ha ormai consolidato il suo orientamento, ispirato dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 179 del 1988:
la concorrenza di fattori causali professionali e non professionali, implica l’applicazione del principio dell’equivalenza delle condizioni recepito dall’art. 41 c.p., per cui va attribuita efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito – anche in maniera indiretta e remota – alla produzione dell’evento…
e
se indubbiamente appare discostarsi dalle normali regole assicurative, è invece in linea con le finalità sociali dell’assicurazione sociale nelle quali ha rilevanza dirimente la regola del ‘in dubio pro misero”.

Per il riconoscimento delle prestazioni assistenziali, l’accertamento del nesso di causalità risiede nella regola della preponderanza ‘dell’evidenza o «del più probabile che non»’, in ragione della ‘diversità’ rispetto al ‘processo penale’ (cfr. Cass. Sez. Unite, Sent. 581/08 ed ex multis Cass. 16 ottobre 2007, n. 21619; Cass. 18 aprile 2007, n. 9238; Cass. 5 settembre 2006, n. 19047; Cass. 4 marzo 2004, n. 4400; Cass. 21 gennaio 2000, n. 632), ed è sufficiente la ‘probabilità qualificata’ (Cass., Sentenza 6388/98), che può essere verificata attraverso ulteriori elementi, come i dati epidemiologici, idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale.

E’ di tutta evidenza che per ritenere un evento probabile si richiede che il grado di probabilità sia per lo meno superiore al 50%: criterio che può essere in linea di massima accettato in sede previdenziale, come causalità debole, ancora più debole della causalità civile. Ma di fatto non esiste alcun metodo, in questo ambiti per formulare una elevata stima percentuale. Chi utilizza queste formulazioni… esprime una convinzione soggettiva… mediante varie formule ‘serie ed apprezzabili probabilità’, ‘molto probabile’, ‘notevoli probabilità’, ‘elevata probabilità’” (Cass., Sentenza 3602/98)… La differenza appare solo di natura quantitativa e può racchiudersi nei concetti di causalità forte (in sede penale) e di causalità debole negli altri due ambiti forse con ulteriore qualificazione di causalità ultradebole in sede previdenziale”.

In tema di responsabilità professionale del medico, nella ricerca del nesso di causalità tra la condotta dell’agente e l’evento, al criterio della certezza degli effetti della condotta lesiva si può (e si deve, occorrendo) sostituire il criterio della probabilità, anche limitata, di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli; ne consegue che il rapporto di causalità sussiste anche quando l’opera del sanitario, se correttamente e tempestivamente intervenuta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì soltanto serie ed apprezzabili possibilità di successo, tali che la vita del paziente sarebbe stata, con una certa probabilità, salvata (nella specie trattasi di omicidio colposo per tardiva diagnosi di infezione tetanica in donna sottoposta a taglio cesareo; i giudici di merito avevano ritenuto il nesso causale tra la condotta omissiva del medico e l’evento letale, sussistendo la probabilità del 30% che un corretto e tempestivo intervento terapeutico avrebbe avuto esito positivo
(Cass. Pen. Sez. IV, 17 gennaio 1992, Silvestri e altro, in Dir. Famiglia, 1992, 580; ID in Nuova Giur. Civ. commentata, 1992, I, 358).

Per la valutazione causale degli agenti patogeni è necessario tener conto in concreto anche delle condizioni fisiche del singolo e ai fini della prova della sussistenza del nesso causale tra i fattori di rischio e la patologia denunciata è sufficiente la ragionevole certezza dell’origine professionale della malattia (Cass. 10.02.2011, n. 3227; Cass. 05.08.2010, n. 18270; Cass. 21.12.2009, n. 26893), che deve ritenersi sussistente in presenza di un grado di probabilità (cosiddetta qualificata) desumibile anche da dati epidemiologici e dalla letteratura scientifica (nota Inail 16.02.2006 n. 7876 bis), sulla base della constatazione che ‘non si poteva escludere che’ le attività nell’ambiente lavorativo hanno comunque determinato una influenza negativa sull’insorgenza o sul più grave decorso dell’infermità denunciata, secondo i principi del ‘più probabile che non’, tenendo conto che
…la presenza nell’ambiente lavorativo dei fattori di nocività, quando non sia possibile riscontrare con certezza le condizioni di lavoro esistenti all’epoca della dedotta esposizione al rischio, può essere desunta con un elevato grado di probabilità, dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell’ambiente di lavoro e dalla durata della prestazione lavorativa. A tale scopo ci si dovrà avvalere dei dati delle indagini mirate di igiene industriale, di quelli della letteratura scientifica, dalle informazioni tecniche, ricavabili da situazioni di lavoro con caratteristiche analoghe, nonché di ogni altra documentazione e conoscenza utile a formulare un giudizio fondato su criteri di ragionevole verosimiglianza…”.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro con la Sentenza n. 2002 del 02.02.2005, nel riformare la decisione della Corte territoriale, riconosceva la natura professionale del tumore polmonare diagnosticato a due lavoratori prima che questa patologia fosse contemplata nelle nuove tabelle, integrate con notevole ritardo, rispetto ai dati della ricerca scientifica, con il D.P.R. n. 336 dell’aprile 1994, alle quali fa esplicito riferimento nella motivazione, e per il loro decesso ha accolto la domanda delle vedove e condannato l’INAIL, il cui ricorso incidentale veniva rigettato, a costituire le relative rendite, e ad erogare ogni altra prestazione dovuta:
Ciò posto, può dirsi, in applicazione di principi consolidati, che il nesso causale tra il decesso del lavoratore e l’attività lavorativa è da reputare sussistente ogni volta che, secondo le leggi scientifiche in materia risulti altamente probabile – secondo criteri di prove statistiche – che il lavoratore deceduto, avendo operato in ambiente inquinato, abbia potuto contrarre la patologia letale riscontrata.
In altre parole, in base alle leggi scientifiche in materia di esposizione all’azione dell’amianto, secondo l’accertamento compiuto dal primo giudice (che non è specificamente censurato dall’INAIL in questa sede) deve ritenersi di natura professionale il decesso dei due assicurati, in conseguenza della attività a lungo espletata in ambiente fortemente inquinato da fibre della detta sostanza: è agli atti la prova che il decesso di entrambi i lavoratori sia collegata alla malattia professionale, a sua volta derivata dalla lunga esposizione a rischio di inalazione delle fibre menzionate. Il primo giudice ha richiamato i dati risultanti dalla sentenza penale e la consulenza tecnica effettuata nel giudizio di primo grado, concludendo che vi possono essere dubbi, all’esito di una rigorosa valutazione dei dati acquisiti con il supporto dei più accreditati studi condotti a livello internazionale e di dati epidemiologici omogenei rispetti ai casi in esame, sull’esistenza del nesso eziologico tra esposizione all’azione dell’amianto e le neoplasie riscontrate, che hanno portato alla morte di entrambi gli assicurati.
Questa, del resto, doveva essere opinione condivisa dallo stesso Istituto, se è vero che lo stesso – almeno per il coniuge della Goliuso – aveva ammesso il caso all’indennizzo, preavvertendo addirittura della prossima costituzione della rendita a superstiti.
I ricorsi della Goliuso e della Festivo devono, in conclusione, essere accolti, quello incidentale dell’INAIL rigettato.
La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alle censure accolte”.

Il principio di diritto, dell’alta probabilità, secondo criteri statistici, della possibilità di contrarre la patologia, ai fini del riconoscimento del nesso causale è affermato in modo inoppugnabile:
il nesso causale tra il decesso del lavoratore e l’attività lavorativa è da reputare sussistente ogni volta che, secondo le leggi scientifiche in materia risulti altamente probabile – secondo criteri di prove statistiche – che il lavoratore deceduto, avendo operato in ambiente inquinato, abbia potuto contrarre la patologia letale riscontrata”.

Come funzionano le prestazioni INAIL?

L’art. 66 del D.P.R. 1124/65 specifica le prestazioni assicurative in favore di lavoratori vittime di infortunio o di malattia professionale:

    1. un’indennità giornaliera per l’inabilità temporanea;
    2. una rendita per l’inabilità permanente;
    3. un assegno per l’assistenza personale continuativa;
    4. una rendita ai superstiti e un assegno una volta tanto in caso di morte;
    5. le cure mediche e chiurgiche, compresi gli accertamenti clinici;
    6. la fornitura degli apparecchi di protesi.

Queste prestazioni sono dovute dall’istituto assicuratore anche nel caso in cui il datore di lavoro non abbia adempiuto gli obblighi stabiliti dalla legge (art. 67 del D.P.R. 1124/65), secondo il principio di automaticità.

Le prestazioni sanitarie a carico dell’INAIL

L’INAIL assicura le cure mediche e chirurgiche, i soccorsi di urgenza, gli accertamenti clinici e la fornitura di apparecchi di protesi, presso le strutture del Servizio Sanitario Nazionale, con oneri a suo carico, mentre sono di sua competenza gli accertamenti e le prestazioni medico legali (art. 12, comma I, legge 67/88), per tutto il tempo della inabilità temporanea (art. 86 del D.P.R. 1124/65) e senza che l’infortunato possa rifiutarsi.

Assicura cure ambulatoriali, protesi e cure termali e soggiorni climatici, durante i quali l’assicurato ha diritto all’indennità per inabilità temporanea assoluta o integrazione della rendita e al rimborso delle spese di viaggio di andata e ritorno e del soggiorno in albergo convenzionato.

Le prestazioni economiche a carico dell’INAIL

L’infortunio sul lavoro e le malattie professionali, ivi comprese quelle asbesto correlate, sono indennizzabili nel caso in cui provochino al lavoratore, oltre alla inabilità temporanea assoluta, la morte o la lesione personale, purchè con postumi non inferiori al 6%, per quanto riguarda il danno biologico, e al 16% per quanto riguarda la riduzione della capacità generica di lavoro, e in assenza di questi requisiti e presupposti la patologia non è indennizzabile.

Non sono indennizzabili conseguenze che non assumono particolare rilievo, né quei pregiudizi, come il danno morale, esistenziale, etc. che non determinano menomazione psicofisica suscettibile di una valutazione medico legale, né una riduzione della capacità lavorativa.

Inabilità temporanea assoluta dell’assicurato

Le norme di cui agli artt. 68 e 73 del D.P.R. 1124/65 stabiliscono che in caso di inabilità temporanea assoluta in seguito ad infortunio sul lavoro o malattia professionale il lavoratore ha diritto alla retribuzione che è posta a carico del datore di lavoro per i primi 4 giorni, e dell’Inail, per il periodo successivo, salva la possibilità di prevedere nei contratti collettivi l’obbligo di integrazione del datore di lavoro.

Prestazioni per inabilità permanente dell’assicurato

L’art. 13 del D.L.vo 38/2000 ha integrato l’originario sistema ed ha stabilito che in luogo della prestazione di cui all’articolo 66, primo comma, numero 2), del D.P.R. 1124/65, fosse erogato l’indennizzo del danno biologico, ove abbia causato una invalidità di natura permanente, capace di menomare l’integrità psicofisica del soggetto e di ripercuotersi su tutte le sue attività e capacità ed ha stabilito:

2. In caso di danno biologico, i danni conseguenti ad infortuni sul lavoro e a malattie professionali verificatisi o denunciati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3, l’INAIL nell’ambito del sistema d’indennizzo e sostegno sociale, in luogo della prestazione di cui all’articolo 66, primo comma, numero 2), del testo unico, eroga l’indennizzo previsto e regolato dalle seguenti disposizioni:

a) le menomazioni conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica di cui al comma 1 sono valutate in base a specifica ‘tabella delle menomazioni’, comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali. L’indennizzo delle menomazioni di grado pari o superiore al 6 per cento ed inferiore al 16 per cento è erogato in capitale, dal 16 per cento è erogato in rendita, nella misura indicata nell’apposita ‘tabella indennizzo danno biologico’. Per l’applicazione di tale tabella si fa riferimento all’età dell’assicurato al momento della guarigione clinica. Non si applica il disposto dell’articolo 91 del testo unico;
b) le menomazioni di grado pari o superiore al 16 per cento danno diritto all’erogazione di un’ulteriore quota di rendita per l’indennizzo delle conseguenze delle stesse, commisurata al grado della menomazione, alla retribuzione dell’assicurato e al coefficiente di cui all’apposita ‘tabella dei coefficienti’, che costituiscono indici di determinazione della percentuale di retribuzione da prendere in riferimento per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali, in relazione alla categoria di attività lavorativa di appartenenza dell’assicurato e alla ricollocabilità dello stesso. La retribuzione, determinata con le modalità e i criteri previsti dal testo unico, viene moltiplicata per il coefficiente di cui alla ‘tabella dei coefficienti’. La corrispondente quota di rendita, rapportata al grado di menomazione, è liquidata con le modalità e i criteri di cui all’articolo 74 del testo unico.

L’indennizzo del danno biologico (art. 13, comma 2, n°1, D. Lgs. 38/00) è svincolato dal reddito e non viene determinato in base alla retribuzione, ed è corrisposto sotto forma di capitale per gradi di invalidità pari o superiori al 6% e inferiori al 16%, e nel caso di menomazione pari o superiore viene corrisposta una quota aggiuntiva di rendita per le conseguenze patrimoniali che derivano dalla menomazione (ex art. 13, comma 2, n. 2, D. Lgs. 38/00), calcolata e liquidata con i criteri di cui all’art. 74, proporzionata al grado di inabilità sulla base delle aliquote di retribuzione, e quindi per inabilità dal 16% al 64%, con aliquota crescente con il grado di inabilità, dal 50% al 98% e per inabilità dal 65% al 100%, aliquota pari al 100%.

La rendita diretta è liquidata sulla base della retribuzione effettiva corrisposta al lavoratore nei 12 mesi antecedenti l’infortunio o la malattia professionale, e ove non avesse prestato la sua opera durante questo periodo in modo continuativo, ovvero qualora fosse stato dipendente di più datori di lavoro, e non sia possibile il cumulo, la retribuzione annua si valuta uguale a 300 volte la retribuzione giornaliera, entro determinati limiti, massimi e minimi.

Per la liquidazione delle rendite relative ai postumi per asbestosi, così come stabilisce l’art. 147 del D.P.R. 1124/65, la retribuzione annua da assumersi come base di calcolo è quella percepita dal lavoratore, nei 12 mesi precedenti la manifestazione della malattia durante il periodo nel quale il lavoratore è stato adibito alle lavorazioni morbigene e ove le avesse abbandonate la rendita differisce a seconda se sia disoccupato o occupato in lavorazione non soggette all’obbligo dell’assicurazione, e in qual caso si assume come base di riferimento la retribuzione percepita dai lavoratori nella medesima località e nella medesima lavorazione alla quale era adibito il lavoratore alla data dell’abbandono; e ove fosse occupato in attività soggetta ad obbligo di assicurazione, per il qual caso si assume la liquidazione della retribuzione che sarebbe servita per la determinazione della rendita, ove la liquidazione fosse avvenuta alla data dell’abbandono.

In conclusione, l’art. 13 del D.Lgs. 38/2000 precisa che, in caso di danno biologico, definito come ‘lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico-legale, della persona’, le menomazioni conseguenti vengono indennizzate in termini di danno biologico e danno patrimoniale, secondo i seguenti requisiti:

  • causa lavorativa dell’infortunio o della malattia;
  • grado di menomazione dell’integrità psicofisica compreso tra il 6% ed il 100%.

Le menomazioni conseguenti alle lesioni psicofisiche sono indennizzate, senza alcun riferimento alla retribuzione, in base a:

    • tabella delle menomazioni;
    • tabella dell’indennizzo danno biologico.

Le prestazioni consistono in:

    • indennizzo in capitale: se il grado di menomazione è pari o superiore al 6% e inferiore al 16%;
    • indennizzo in rendita: se il grado di menomazione è pari o superiore al 16%.

Nel caso di indennizzo in capitale, oggetto dell’indennizzo è il solo danno biologico. Nel caso di indennizzo in rendita, la rendita stessa viene integrata, per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali, di una ulteriore quota commisurata al grado di menomazione, alla retribuzione percepita ed al coefficiente individuato nell’apposita ‘tabella dei coefficienti’.

Altre prestazioni a favore dell’assicurato

  • Assegno di incollocabilità

Le norme di cui agli artt. 180 del D.P.R. 1124/65 e 10 della legge 246/76, stabiliscono il diritto all’assegno mensile pagato con la rendita diretta, che svolge una funzione sostitutiva dell’avviamento obbligatorio al lavoro nei confronti degli invalidi che hanno perso ogni capacità lavorativa o che per il grado o per la natura della invalidità, potrebbero essere nocivi per l’incolumità degli altri lavoratori o per la sicurezza degli impianti (Corte di Cassazione 03.03.1986, n. 1338).

Con decorrenza dal 1° gennaio 2007, i requisiti per avere diritto all’assegno di incollocabilità sono costituiti dalla sussistenza di un grado di riduzione dell’integrità psicofisica (danno biologico) di grado superiore al 20%, secondo le tabelle per il calcolo biologico; l’età non superiore ai limiti pensionistici stabiliti dalla legge, la incollocabilità riconosciuta dalla DPL.

Questo assegno viene concesso dopo un mese dalla presentazione della richiesta all’Inail e viene pagato fino al compimento dell’età pensionabile, salvo che nel frattempo non intervengano variazioni sui requisiti di accesso, ed è di importo pari ad €239,16 (come rivalutato in seguito al D.M. 20.05.2011; Circolare Inail del 19.09.2011, n. 46).

  • La rendita di passaggio

La rendita di passaggio è una prestazione economica particolare che viene riconosciuta in favore dei lavoratori affetti da silicosi o asbestosi per effetto delle norme di cui agli artt. 150 e 151 del D.P.R. 1124/65 (nota Inail 11.01.2007, n. 264), al fine di incentivarne l’abbandono delle attività pericolose e che viene concessa dall’Inail a coloro che ne hanno avuto il riconoscimento, purchè con grado di inabilità non superiore all’80%, e dal 1° gennaio 2007, con danno biologico di qualunque grado, purchè non superiore al 60%, e che sono occupati nella lavorazione nella quale si è contratta la malattia professionale che si vuole abbandonare ai fini di profilassi (anche nel caso in cui la concentrazione delle polveri non sia sufficiente a determinare l’insorgenza della malattia), con decorrenza dalla data di effettivo abbandono della lavorazione a rischio e per il periodo di 1 anno, indipendentemente dalle prestazioni o dalle indennità che già spettano in seguito all’accertata riduzione dell’attitudine al lavoro.

La rendita è pari a 2/3 della differenza in meno tra la retribuzione giornaliera percepita nei 30 giorni precedenti l’abbandono della lavorazione a rischio e quella percepita nella nuova occupazione e nel caso in cui rimanga temporanemanete disoccupato è pari a 2/3 della retribuzione giornaliera percepita negli ultimi 30 giorni, comunque senza poter superare tenendo conto delle altre indennità la retribuzione percepita dall’assicurato nella lavorazione nel corso della quale è stato causato l’insorgere della malattia professionale.

  • Le quote integrative

L’articolo 77 del TU 1124/1965 prevede che se l’infortunato ha moglie e figli, solo moglie o solo figli aventi requisiti di cui ai nn. 1 e 2 dell`art. 85 la rendita è aumentata di un ventesimo per la moglie e per ciascun figlio, indipendentemente dalla data di matrimonio e di nascita.
Tali quote integrative della rendita sono corrisposte anche nel caso in cui l’infortunio sia occorso ad una donna; a tale effetto, per quanto riguarda il coniuge, debbono ricorrere le condizioni di cui al secondo e terzo comma dei n. 1 dell`art. 85.

Le quote integrative della rendita seguono le variazioni della rendita e cessano in ogni caso con questa, qualora non siano cessate prima per il decesso della persona per la quale furono costituite. Le quote predette, che sono parte integrante della rendita liquidata all’infortunato, sono riferite per tutta la durata della rendita alla composizione della famiglia dell`infortunato stesso. La rendita è aumentata di 1/20 per il coniuge e per i figli fino a 18 anni; per i figli inabili, senza limiti di età, finché dura l`inabilità; per i figli viventi a carico fino a 21 anni se studenti di scuola media superiore e e per tutta la durata normale del corso, ma non oltre il ventiseiesimo anno di età, se studenti universitari.

In questi ultimi due casi, peraltro, e necessario fornire la prova della vivenza a carico del lavoratore infortunato, vivenza a carico che e invece presunta/iuris et dejure per la moglie e per i figli inabili o di eta non superiore ai diciotto anni.

La Corte cost. 12 maggio 1988 n. 529 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 77, II c, T.U. 1965 per violazione degli artt. 3 e 29 Cost. nella parte in cui, per il periodo di tempo anteriore all’entrata in vigore della L. 9 dicembre 1977, n. 903, riconosceva il diritto della moglie infortunata alla quota integrativa della rendita solo nell’ipotesi di riduzione dell’attitudine al lavoro del marito a meno di un terzo, anziché per il semplice fatto della vivenza a carico della moglie, che è situazione considerata invece sufficiente per 1’ipotesi in cui l’infortunato sia il marito. Le quote integrative hanno natura indennitaria e costituiscono parte integrante della rendita, giacché perseguono la funzione di risarcire i familiari dell’infortunato che, vivendo con quest’ultimo, risentono anch`essi della conseguenza dell`infortunio; pertanto, tali maggiorazioni non rappresentano un’erogazione assimilabile agli assegni familiari, e quindi, per essi non opera il divieto di cumulo sancito in generale dall’art. 16, 1 c, D.L. 2 marzo 1974 n. 30 fra i suddetti assegni e gli altri trattamenti di famiglia comunque denominati. Il tutto purche`, per quanto concerne la moglie, non vi sia stata sentenza di separazione personale passata in giudicato e pronunciata per colpa di lei o di entrambi i coniugi.

Come funzionano le prestazioni ai superstiti?

La rendita in favore del coniuge, dei figli e degli altri familiari
Le norme di cui agli artt. 85, 105 e 106 del D.P.R. 1124/65 stabiliscono che qualora l’infortunio o la malattia professionale abbiano cagionato la morte dell’assicurato, ai superstiti spetta, dal giorno successivo, una rendita proporzionata alla retribuzione annua del lavoratore deceduto, senza che possa superare l’importo dell’intera retribuzione e con l’obbligo dell’Inail di avvertire i superstiti della necessità di proporre domanda entro i termini, senza alcun indennizzo del danno biologico.

  • Assegno continuativo mensile

In caso di morte del titolare della rendita per inabilità permanente di grado non inferiore al 65% per diversa patologia rispetto a quella riconosciuta come quella professionale, spetta al coniuge e ai figli superstiti uno speciale assegno continuativo mensile, pari ad una quota parte della predetta rendita.

  • Assegno funerario

Ai superstiti dei lavoratori deceduti per infortunio sul lavoro o per malattia professionale spetta un assegno a rivalutazione monetaria periodica, come la rendita, e qualora non ci fossero eredi a coloro che dimostrino di avere sostenuto le spese in occasione dell’evento, così come stabilisce l’art. 86 comma 3 del D.P.R. 1124/65.

  • Prestazioni del Fondo Gravi Infortuni

Ai familiari dei lavoratori deceduti per infortunio sul lavoro verificatosi dopo il 1° gennaio 2007, sono erogati benefici economici, tra i quali una prestazione una tantum di importo stabilito ogni anno con D.M., commisurata al numero dei familiari superstiti ed erogata dall’Inail e una anticipazione della rendita ai superstiti pari a 3 mensilità, in favore di coloro cui spetta la rendita e alle medesime condizioni.

La disposizione in esame rileva poiché, come abbiamo già prima evidenziato, l’insorgenza delle patologie asbesto-correlate deve essere considerata un infortunio sul lavoro, per la causa violenta che la determina, e come tale dà luogo al diritto di cui all’art. 1, comma 1187, Legge 296/06 e di cui all’art. 9, comma 4, letta d, D. Lgs. 81/08; e del D.M. 19.11.2008.

Come funziona la procedura per ottenere l’indennizzo da parte dell’INAIL?

Il lavoratore deve informare tempestivamene il datore di lavoro, il quale a sua volta deve fare denuncia dell’evento all’Inail, la quale avvia il procedimento di accertamento.

L’avente diritto deve proporre domanda di indennizzo, specificando la prestazione richiesta, rendita, indennità, etc. e su di lui incombe l’onere della prova (art. 2697 c.c.).

Quali sono i termini per la prescrizione?

L’azione per conseguire le prestazioni si prescrive nel termine di 3 anni dal giorno dell’infortunio o dalla data della manifestazione della malattia professionale (art. 112 del D.P.R. n°1124/65) e rimane sospeso durante la liquidazione amministrativa, per 150 giorni, per il procedimento previsto dall’art. 104, e per 210 per quello indicato nell’art. 83, del D.P.R. n°1124/65, decorsi i quali l’interessato ha facoltà di proporre l’azione giudiziaria.

Come funziona la decorrenza della prescrizione?

La prescrizione inizia a decorrere da quando il diritto può essere fatto valere, ovvero da quando si siano verificate tutte le condizioni di legge, e quindi per quanto riguarda le patologie asbesto-correlate, da quando si sono manifestate, sussistendo inabilità indennizzabile e consapevolezza della loro natura professionale.

Nel caso di patologie multifattoriali, come alcune tra le quali il tumore polmonare, etc., la prescrizione inizia a decorrere dalla diagnosi della malattia e dei suoi profili tecnopatici, della sua origine professionale e il raggiungimento della misura minima indennizzabile (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 21.11.2001, n°14665).

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza n. 8257 del 2003 ha precisato:
La manifestazione della malattia professionale, rilevante quale dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale di cui all’art. 112 del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, può ritenersi verificata solo quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, l’origine professionale ed il grado invalidante sia desumibile da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, che costituiscano fatto noto ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., quali la domanda amministrativa (con valore di presunzione semplice), certificati medici che attestino l’esistenza della malattia al momento della certificazione, od altri fatti noti dai quali sia possibile trarre presunzioni gravi, precise e concordanti circa lo stato soggettivo di consapevolezza dell’assicurato. Non corrisponde a tali requisiti un giudizio peritale posteriore, che desuma la consapevolezza anteriore unicamente dalla gravità della malattia, dal medesimo accertata in sede peritale”.

Ancora più recentemente, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la Sentenza n. 2002 del 2005, proprio riferendosi al tumore polmonare di origine professionale per esposizione ad amianto, ha chiarito:
L’INAIL, come già rilevato, ha eccepito la prescrizione sul solo rilievo che le domande di rendita sono state proposte, con ricorso al giudice del lavoro, dopo il decorso dei tre anni dalla morte dei rispettivi coniugi.
Una volta stabilito, tuttavia, che la morte, di per sè, non è sufficiente a legittimare l’esercizio del diritto al conseguimento del diritto alla prestazione INAIL, ne deriva che la morte non può neppure rappresentare il momento iniziale del termine di prescrizione. Come esattamente ha rilevato il primo giudice, l’INAIL deve, dunque, dimostrare che tra la conoscibilità del carattere professionale delle malattie determinative della morte dei rispettivi coniugi e le date di presentazione delle domande di rendita delle ricorrenti, vi era stato un intervallo di almeno tre anni, ai fini della maturazione del termine prescrizionale.
Non essendo stato soddisfatto tale onere, (come già detto l’INAIL anzi ha continuato ancora a negare l’esistenza di un nesso di causalità tra esposizione a rischio e decesso e quindi l’origine professionale della malattia) l’eccezione di prescrizione deve essere respinta.
Come è già stato posto in luce dalla sentenza del Tribunale, ancora in anni successivi alle domande amministrative, l’INAIL aveva pervicacemente continuato a negare che i lavoratori (poi deceduti) fossero stati esposti al rischio amianto, e così al rischio delle malattie professionali dagli esiti letali.
Contraddittoriamente, dopo avere ammesso (nel caso della Goliuso il caso ad indennizzo) l’Istituto aveva poi invocato per entrambe le posizioni (Goliuso e Festivo), la prescrizione triennale, nel giugno 1990, arrivando persino a sostenere, in sede di costituzione nel giudizio di primo grado “l’infondatezza della domanda in quanto priva del requisito essenziale del nesso di causalità tra evento lesivo e morte del lavoratore” (3 maggio 1994). Il tutto in aperta contraddizione con il comportamento precedente e, tra l’altro, quando la nuova tabella delle malattie professionali di cui al D.P.R. n. 336 dell’aprile 1994 indicava già tra le malattie neoplastiche causate dall’asbesto il mesotelioma pleurico, pericardico e peritoneale ed il carcinoma del polmone.
Tale elemento, di per sè solo, sarebbe sufficiente a determinare l’accoglimento della domanda. Solo da questo momento, infatti, deve ritenersi che fosse oramai acquisita la conoscenza di tutti i presupposti di legge. E nonostante ciò l’Istituto continuava a negare l’esistenza del nesso eziologico tra esposizione a rischio e malattia professionale.
Il Collegio non vuole sostenere la retroattività della inclusione tra le malattie tabellate. Sui ritardi con il quale il nostro Paese ha acquisito dati scientifici già da tempo noti nella scienza medica non è qui il caso di soffermarsi.
Solo da questo momento poteva iniziare a decorrere il termine di prescrizione, sulla base dei dati medici acquisiti.
In ogni caso, nel caso di specie, la documentazione sanitaria agli atti dimostra per entrambi gli assicurati che il decesso fu dovuto a adenocarcinoma polmonare (Merone) e a mesotelioma pleurico (Figlioli)”.

L’INAIL, ove ritenga che si sia maturata la prescrizione, oltre a doverlo eccepire, deve dimostrare lo stato di soggettiva consapevolezza dell’assicurato ovvero dei suoi eredi circa la natura professionale della patologia in un periodo superiore ai 3 anni e 150 giorni, ovvero i 3 anni e 210 giorni, rispetto a quando è stata inoltrata la domanda.

Come richiedere l’assistenza legale gratuita

Per richiedere l’assistenza medica dell’ONA basta chiamare il numero verde 800 034 294 o contattare l’Osservatorio Nazionale Amianto attraverso il form che trovate qui sotto e consultare la pagina dei servizi gratuiti ONA di assistenza legale gratuita e medica