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sabato, Giugno 15, 2024
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Morte per diagnosi errata: Asl condannata a risarcire

diagnosi errata

Errore medico: risarciti familiari del paziente deceduto

Errata diagnosi: confondono i sintomi di una leucemia con quelli di una colica renale. Per questo, perde la vita S.M., a soli 26 anni. Secondo la mia visione giuridica, anche in caso di perdita di chance sussiste la responsabilità e l’obbligo risarcitorio. Il caso in esame era stato trascurato anche dopo la morte del paziente. Grazie al supporto medico legale, e allo staff del mio studio (Studio Legale Bonanni), ho potuto dimostrare l’errore medico.

La ASL Roma 6, già Roma H, ha trascurato le mie sollecitazioni e quindi ho dovuto ricorrere al Giudice. Da qui, la condanna del Tribunale di Velletri.

Tribunale di Velletri: risarcimento record per diagnosi errata

Un errore medico, una diagnosi errata che ha portato alla morte, in soli cinque giorni, S.M., 26 anni di Anzio. La asl Roma H è stata condannata, con sentenza del Tribunale di Velletri, al pagamento di quasi ottocentomila euro. Questo importo è stato nel frattempo corrisposto. Infatti, in seguito al pignoramento, i familiari della vittima hanno ricevuto le somme dovute.

“Negligenza e imperizia medica non hanno consentito al paziente di avere un rallentamento nel decorso della malattia, privandolo dunque di avere una sopravvivenza più lunga e una migliore qualità della vita”.

Questa in sintesi la sentenza con la quale la ASL Roma H, ora Roma 6, è stata condannata al risarcimento record, che con gli interessi, ha sfiorato il milione di euro.

Leucemia fulminante: il paziente poteva essere salvato

Secondo quanto sostenuto dal medico legale di parte, qualora il paziente fosse stato trattato e stabilizzato, il decorso della malattia sarebbe stato bloccato. In ogni caso, quantomeno rallentato.

La malattia ematologica acuta, leucemia fulminante, è stata non diagnosticata dai sanitari dell’Ospedale di Anzio. Avevano, infatti, diagnosticato una semplice ‘colica renale’.

Certamente, un errore medico: la negligenza, imprudenza ed imperizia, che è costata la vita ad un giovane di 26 anni. Sì, perché S.M. aveva appena 26 anni, rientrato in casa, dopo due giorni, è sprofondato nel coma. Eppure, “i sintomi della leucemia erano chiaramente evidenti e la neoplasia facilmente diagnosticabile. Tuttavia, senza alcun esame strumentale, il paziente è stato dimesso, senza la presa in carico”, così, il medico legale di parte.

Diagnosi errata: fatale il ritardo nella diagnosi e delle cure

Un gravissimo errore medico costato la vita ad un ragazzo di appena 26 anni. S.M., quindi, è morto proprio per la negligenza dei medici in servizio al pronto soccorso dell’ospedale di Anzio e Nettuno. Il giorno in cui è arrivato con forti dolori all’addome doveva essere immediatamente trattato e stabilizzato.

Una diagnosi errata e ritardata che non ha permesso al giovane, che avrebbe potuto avere ancora tanti anni da vivere, tanti anni da potere dare e ricevere amore, di essere sottoposto a trasfusioni di plasma e piastrine. Questo trattamento avrebbe sicuramente permesso la sopravvivenza, ovvero maggiori chance di sopravvivenza, certamente maggiore a 5 giorni.

Una storia straziante: il paziente è dimesso senza cure

E’ il 4 dicembre di qualche anno fa. L’aria è gelida, le temperature quasi vicino lo zero. Si comincia a respirare aria di festa. Il Natale è vicino. Stefano è a casa. All’improvviso accusa lancinanti dolori all’addome. Spasmi che gli tolgono il respiro. Non ce la fa a resistere.

Stefano è giovane, solare, pieno di vita, non è ipocondriaco. Sta male sul serio. E’ in quel preciso momento che comincia il count down dei suoi ultimi cinque giorni.

Stefano è sorretto dai genitori. Sale in macchina e, insieme ai suoi affetti più cari, raggiunge il pronto soccorso dell’ospedale di Anzio e Nettuno. I medici lo visitano e poco dopo lo dimettono.

Sospetta colica reale sinistra”, questa la diagnosi. La cura? Antibiotici e riposo.

Diagnosi errata: il paziente in coma

Dopo due giorni S.M., mentre era a riposo a casa, come ‘prescritto’ dai medici dell’Ospedale di Anzio e Nettuno, perde conoscenza. Entra in un coma profondo dal quale non ne esce più perché muore dopo due giorni di ricovero nel reparto di rianimazione della casa di cura Città di Aprilia, trasportato d’urgenza nella struttura dai sanitari del 118. E’ nel pronto soccorso della clinica che i camici bianchi diagnosticano unaleucemia mieloide acuta.

Una patologia grave che sarebbe potuta essere accertata con un banale emocromo. Analisi di laboratorio, dunque, come stabilito dalle perizie mediche che hanno indotto il Tribunale di Velletri a pronunciare sentenza di condanna, riconoscendo quindi responsabilità medica, che avrebbero permesso la diagnosi.

Infatti, i risultati degli esami clinici, o meglio dell’emocromo, avrebbero evidenziato la leucemia. Infatti, sarebbero risultate completamente alterate. Così, avrebbero quindi messo in allerta i medici, capendo subito che la diagnosi di “sospetta colica renale” non poteva che essere errata.

Vittima di diagnosi errata: danno al paziente

S.M. con una patologia così grave non avrebbe potuto avere una vita lunghissima. Ma senza quel maledetto errore diagnostico, Stefano avrebbe sicuramente potuto avere la possibilità di essere sottoposto a trasfusioni di sangue e di piastrine. Un iter che permette ai malati ematologici di poter affrontare anche diversi cicli di chemioterapia. Ma tutto questo non è avvenuto a causa di una diagnosi errata.

E poi chissà se la vita avrebbe potuto riservargli anche una rinascita con un trapianto o un autotrapianto midollare. Chi può più dirlo, ora! A Stefano però, tutto questo è stato negato. Dai primi dolori, a chiudere per sempre gli occhi sono solo trascorse 120 ore. Le ultime, le più lunghe e interminabili che mamma e papà difficilmente dimenticheranno.

Lo squarcio nei cuori dei genitori, quella ferita che ha devastato la loro anima, rimarrà aperta per sempre. Un figlio non si dimentica. Un figlio continui ad amarlo anche non potendolo più accarezzare.

Diagnosi errata e risarcimento medico

Il diritto alla salute è il presupposto per l’esercizio di tutti gli altri diritti. Infatti, non vi può essere l’esercizio del diritto di libertà, piuttosto che del diritto al lavoro, se non si è in piena efficienza psicofisica. A maggior ragione, nel caso di S.M., che ha perso la vita proprio perché non è stato stabilizzato.

Recentemente tutta la normativa, in materia di responsabilità medica, ha trovato un definitivo assetto proprio in seguito alla c.d. Legge Gelli Bianco. Si tratta del riordino normativo di tutta la complessa materia della responsabilità medica, anche oltre la problematica del ritardo diagnostico.

Proprio il ritardo diagnostico è  uno dei temi fondamentali per quanto riguarda la responsabilità medica nei casi di mesotelioma, diagnosticati in ritardo. Questi profili sono stati attenzionati dall’ONA, che poi ha proseguito con la tutela anche per altri casi di errore medico.

Responsabilità medica in caso di diagnosi errata

Nel caso in cui ci si trovi di fronte ad errore diagnostico ed anche al ritardo nella diagnosi, sussiste il diritto al risarcimento di tutti i danni. Infatti, nel caso di S.M. il Tribunale di Velletri ha accolto la domanda di risarcimento del danno.

Il profilo più rilevante è proprio quello della responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, cui si aggiunge quello extracontrattuale.

Quindi, il paziente che subisce un danno può chiederne il risarcimento integrale. I danni risarcibili sono sia quelli non patrimoniali che patrimoniali.

Tra i primi, vi è il danno biologico, quello morale e quello esistenziale. Poi ci sono i danni economici. Inoltre, in caso di decesso, i familiari hanno diritto alla liquidazione di quanto maturato dal loro congiunto.

Risarcimento danni, diagnosi errata, errore medico

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, tutela quindi, anche i pazienti, senza dimenticare poi il ruolo importante dei medici, per l’assistenza sanitaria. In questa triste esperienza del Covid-19, il sistema sanitario nazionale e i sanitari hanno dato prova di capacità e dedizione. Per questi motivi, le azioni sono sempre intentate contro la struttura sanitaria e solo per ottenere il risarcimento del danno, in casi di effettiva responsabilità.

Consulenza, risarcimento danni diagnosi errata

Proprio perché non si può dimenticare il ruolo fondamentale dei medici, in particolare durante la pandemia Covid-19, nella quarta ondata del gennaio 2022, è necessario circoscrivere l’azione.

In sostanza, agire solo nei casi in cui vi sia un’effettiva responsabilità. Per questi motivi, si può approfondire sul tema malasanità proprio in questo sito.

Chiedi la tua consulenza legale gratuita errore medico, facendone richiesta scritta all’Associazione. Otterrete, gratuitamente, la consulenza legale gratis errore medico, con un parere completo con le norme ed i riferimenti giurisprudenziali. Così, in questo modo, sarà possibile orientarsi e determinarsi per agire per la tutela di diritti.

Diagnosi errata malattie amianto: tutela medica e legale

Nei casi di malattia asbesto correlata, in particolare in caso di mesotelioma, con ritardo diagnostico, è chiaro che c’è responsabilità. Ho, infatti, sempre sostenuto che la diagnosi precoce è fondamentale. L’esperienza mi ha dato sempre ragione. Sono centinaia i casi per i quali la diagnosi precoce ha evitato il peggio. In particolare, nei casi di mesotelioma e di tumore del polmone.

Infatti, per legge, coloro che sono stati esposti a cancerogeni, in particolare ad amianto, hanno diritto alla c.d. sorveglianza sanitaria. Il tutto, come stabilito dall’art. 259 del D. Lvo 81/08 (testo unico sulla sicurezza sul lavoro).

In questo modo, con queste misure di c.d. prevenzione secondaria, è possibile attenuare gli effetti delle esposizioni pregresse.

Per chiedere assistenza medica e legale ci si potrà rivolgere all’Associazione ONA: Tutela Legale ritardo diagnosi malattie asbesto correlate.

La tutela dei sanitari, vittime del Covid-19

In ogni caso, l’ONA supporta tutti i cittadini, dal punto di vista medico e legale. Con il recente Governo Draghi, sono stati implementati i fondi della sanità pubblica. Però, questo non è sufficiente. E’ indispensabile valorizzare il nostro personale medico e paramedico, adeguare le retribuzioni.

Per i nostri numerosi medici, infermieri ed altro personale medico che hanno subito danno per l’epidemia Covid-19, necessario anche il riconoscimento di vittima del dovere.

In questo momento particolare, se si fa riferimento ad una sentenza del Tribunale che condanna delle strutture sanitarie, non si può non ricordare il sacrificio dei nostri sanitari.

Questo non lo possiamo dimenticare. Ecco perchè, già nel marzo del 2020, quando cominciavano a morire con i loro pazienti, ne ho invocato la tutela.

Tanto è vero che, anche nella trasmissione di ONA Tv “lavoratori e tutele nell’era del coronavirus”, ne abbiamo parlato.

Mi sembra doveroso ed onesto, ricordare anche la memoria di tutti i nostri caduti nella guerra al Covid-19, che non si è ancora conclusa.

Antonio Dal Cin: la battaglia contro l’accusa di abusivismo edilizio

Antonio Dal Cin, finanziere in congedo: una vita spesa per la giustizia

ANTONIO DAL CIN, FINANZIERE IN CONGEDO, VITTIMA DEL DOVERE ED EQUIPARATO ALLE VITTIME DEL TERRORISMO, GRAVEMENTE MALATO, SI TROVA AL CENTRO DI UNA CONTROVERSIA LEGALE CON IL COMUNE DI SABAUDIA. LA VICENDA INIZIA CON LA DENUNCIA DA PARTE DELLA POLIZIA LOCALE DI SABAUDIA PER ABUSIVISMO EDILIZIO. UN PARADOSSO TUTTO ITALIANO.

«LO STATO MI HA TOLTO L’ARIA TRAMITE L’ASBESTOSI CHE È UNA MALATTIA MORTALE E ADESSO IL COMUNE DI SABAUDIA VUOLE TOGLIERMI L’OMBRA DI UN GAZEBO E DI UNA TETTOIA, DOVE MI RIPARO DAL SOLE, MENTRE NON SI CURA DI EMETTERE LE ORDINANZE PER RIMUOVERE LE TETTOIE CHE UCCIDONO, QUELLE IN AMIANTO»

Lo sfogo di Antonio Dal Cin

Questo lo sfogo di Antonio Dal Cin, finanziere in congedo, noto per il suo impegno a fianco dell’ONA nella lotta all’amianto.

«È dal 2011 che mi appello al sindaco pro tempore per la mappatura e rimozione dell’amianto, in particolare le fatiscenti tettoie in eternit che costituiscono un grave e serio pericolo per la salute dei cittadini. Le istituzioni non hanno fatto nulla, mentre di contro il sindaco emette un’ordinanza per la mia tettoia ed un gazebo entrambi amovibili, che non costituiscono aumento di cubatura, denunciandomi per abusivismo edilizio».

Una denuncia assurda

Quanto a questa denuncia, Dal Cin si difende «non ho mai aumentato la cubatura dellimmobile e non ho posto in essere alcun abusivismo edilizio». Tuttavia, sia la Polizia Locale sia l’Ufficio Tecnico del Comune di Sabaudia procedono senza preavviso, negando l’accesso agli atti al suo avvocato, il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Ezio Bonanni, violando così le norme di base.

Dal Cin si trova pubblicamente «messo alla gogna all’albo pretorio del Comune di Sabaudia», con una delibera che lo condanna a spese legali. Nonostante il ricorso al TAR del Lazio, il Comune non si costituisce in udienza, sollevando interrogativi sulla trasparenza del processo. Dal Cin critica il trattamento ricevuto: «Mi hanno trattato come un suddito, colpito singolarmente senza giustificazione».

«Eppure, sarebbe bastato un confronto con l’Amministrazione Comunale per chiarire ogni cosa, sia attraverso una recente sentenza del Tribunale di Latina sia per il tramite di altre Sentenze, dove sussistono CTU (perizie del consulente tecnico d’ufficio), valide fino a querela di falso che documentano, provano e dimostrano in modo chiaro, inequivocabile ed incontrovertibile che mai e poi mai ho posto in essere abusivismo edilizio», continua l’ex finanziere.

«Sto vivendo un incubo, che mi toglie il sonno, quando dovrei vivere il tempo che mi resta in assoluta serenità».

Le richieste di Antonio Dal Cin riguardo agli abusi edilizi e alle emergenze sanitarie

Dal Cin, malato di asbestosi, si mostra profondamente sconcertato dal trattamento ingiusto che gli è stato riservato e richiama l’attenzione sulle tettoie in eternit, vecchie di oltre cinquant’anni, presenti sul territorio di Sabaudia, molte delle quali non conformi alle normative. 

«Sappiamo benissimo che esistono significativi abusi edilizi sul territorio e nessuno fa niente». 

Critica altresì l’inazione delle autorità competenti riguardo alle tettoie in amianto, affermando che «Sappiamo benissimo che esistono altre tettoie quelle che uccidono, perché non sono in legno, ma in amianto, così come i tetti delle abitazioni, dei capannoni, delle stalle, i fienili, e le stesse tettoie esistenti in città, ma nessuno le vede e nessuno fa niente e l’amianto continua ad agire indisturbato». 

L’appello al sindaco 

Dal Cin sottolinea l’importanza che il sindaco dedichi risorse e attenzione alla rimozione dell’amianto e alla priorità di proteggere la salute pubblica, anziché perseguire cittadini per presunti abusi edilizi.

«A questo punto, occorre ricordare che proprio Casale Monferrato fa storia in tal senso. Infatti, il 2 dicembre 1987 Riccardo Coppo, allora sindaco di Casale Monferrato emise unordinanza che, anticipando le leggi nazionali, vietava la fabbricazione, luso e il commercio del cemento-amianto. Il 24 settembre 1985 scrisse una lettera a Schimdheiny. Voleva incontrarlo per chiedergli conto di quanto accadeva a Casale, ma non ebbe mai risposta. Il 1 dicembre 2014, anche Riccardo Coppo è morto di cancro».

Clicca qui per leggere la sentenza

Amianto e mesotelioma tra i Vigili del Fuoco: prima condanna a carico del ministero dell’Interno

Amianto: il caso di un vigile del fuoco deceduto a seguito dell'esposizione

IL VIGILE DEL FUOCO, S. G., È DECEDUTO PER MESOTELIOMA PER ESPOSIZIONE AD AMIANTO. SOLO DOPO MOLTI ANNI E GRAZIE ALL’INTERESSAMENTO DELL’ONA – OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO HA OTTENUTO IL RICONOSCIMENTO DI EQUIPARATO A VITTIMA DEL DOVERE. LA FAMIGLIA HA OTTENUTO UN INDENNIZZO DI 140MILA EURO NELLA PROCEDURA DI RISARCIMENTO DEL DANNO DELLA VITTIMA, OLTRE AGLI INDENNIZZI DELLA SPECIALE ELARGIZIONE (230MILA EURO) E I RATEI MENSILI. L’IMPEGNO DELL’ONA PROSEGUE ORA NELLA CAUSA CIVILE PER IL RISARCIMENTO DEL DANNO DA LUTTO, SUBITO DALLA VEDOVA E DAGLI ORFANI

Giustizia per un vigile del fuoco vittima di amianto 

Una vita dedicata agli altri, a soccorrere chi, essendo in difficoltà, chiedeva l’aiuto ai Vigili del Fuoco. Così, negli incendi del Porto di Trieste, ancora per soccorrere le vittime del terremoto del Belice e del terremoto del Friuli. Eppure, il ministero dell’Interno negava il riconoscimento. In seguito all’azione legale al Tribunale di Trieste, c’è stato il riconoscimento e la liquidazione degli indennizzi ai superstiti. L’azione è proseguita poi per il risarcimento del danno. Il TAR Friuli Venezia Giulia, nel 2020, ha accolto la domanda di risarcimento presentata dall’avv. Ezio Bonanni e dall’avv. Corrado Calacione.

Il ministero non si è dato per vinto e ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, chiedendo la sospensione della condanna. L’istanza è stata rigettata. Ora, a distanza di quattro anni, è stato rigettato l’appello e quindi la sentenza diventa definitiva. Si tratta della prima pronuncia che condanna il ministero dell’Interno per un caso di mesotelioma tra i Vigili del Fuoco.

«È una sentenza storica destinata a scoperchiare il vaso di Pandora delle morti di amianto tra i Vigili del Fuoco. È il primo passo per una definitiva ed efficace tutela per le vittime di amianto tra i Vigili del Fuoco», ha dichiarato l’avv. Ezio Bonanni, legale dei familiari e presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto

Il fatto

S. G. è deceduto nel 2008, all’età di 75 anni, di mesotelioma pleurico correlato all’esposizione ad amianto, a distanza di due anni e mezzo dalla diagnosi. Il vigile del fuoco, il primo ad ottenere il riconoscimento dello status “vittima del dovere”, aveva subito un’esposizione a livelli elevatissimi di fibre di amianto durante il servizio prestato per 34 anni al Comando del capoluogo regionale, in un periodo in cui la prassi era quella di far indossare guanti e tute antincendio in amianto. Aveva inoltre partecipato ai soccorsi nelle aree colpite dai terremoti, tra cui il Belice nel 1968 e il Friuli nel 1976.

«Abbiamo dimostrato che anche i Vigili del Fuoco sono stati esposti ad amianto attraverso l’utilizzo di guanti e tute, interventi durante incendi ed eventi sismici e il contatto con macerie contenenti amianto, senza adeguata informazione, formazione e strumenti di prevenzione», afferma Bonanni.

Inizialmente, il ministero dell’Interno aveva negato che la morte dell’uomo fosse dovuta all’esposizione alle fibre di amianto, nonostante l’esistenza di “prove schiaccianti”. Tuttavia, di fronte all’evidenza, il Viminale aveva dovuto riconoscere la gravità della situazione e il legame tra l’esposizione all’asbesto e il mesotelioma pleurico.

Un lungo iter processuale 

Dopo aver vinto davanti al giudice del lavoro di Trieste la causa di vittima del dovere, gli eredi hanno dovuto presentare ricorso al TAR per ottenere il riconoscimento del risarcimento. Contro la sentenza favorevole, il ministero dell’Interno aveva fatto ricorso al Consiglio di Stato. Quest’ultimo, ha tuttavia confermato la decisione del TAR.

Una parte della storia si è conclusa. Adesso rimane in piedi un ultimo procedimento intentato dagli eredi per ottenere il riconoscimento del danno da lutto.

Secondo il presidente dell’ONA, la vittima non sarebbe l’unico vigile del fuoco coinvolto, ma parte di un «fenomeno epidemico di mesoteliomi e altre malattie asbesto-correlate tra il personale del Dipartimento dei Vigili del Fuoco del soccorso pubblico e della difesa civile». 

L’ONA continua a offrire supporto e assistenza alle vittime e alle loro famiglie, promuovendo la consapevolezza e la lotta contro i pericoli dell’amianto. Per poter accedere al servizio gratuito di assistenza per le vittime di amianto e/o mesotelioma scrivere sul sito dell’ONA

o telefonare al numero verde 800 034 294.

Specchietto 

Diagnosi della malattia: 17.02 2006

Ha lavorato presso il Ministero dell’Interno- Dipartimento Vigili del Fuoco dal 10 gennaio 1956 fino al 31 agosto 1990 (data del pensionamento) 

Riforestazione e tutela dell’ambiente: tra innovazione e sostenibilità

LA CAMPAGNA MOSAICO VERDE SI PROIETTA VERSO UN FUTURO SEMPRE PIÙ SOSTENIBILE. UN IMPEGNO CONCRETO NELLA LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, FAVORENDO UNA GESTIONE DEL TERRITORIO CHE PRIVILEGIA LA BIODIVERSITÀ LA CONSERVAZIONE DEGLI HABITAT E LA RIFORESTAZIONE

Nel corso dell’evento “Ecosistema Mosaico” sono stati celebrati i primi sei anni del progetto Mosaico Verde, che si è occupato di riforestazione e tutela dell’ambiente nelle regioni italiane. Sono oltre trecentotrenta mila le piante messe a dimora e duecentoundici le aree verdi riqualificate, oltre al ripristino dei boschi, al fine della tutela della biodiversità.

Tanti traguardi che hanno permesso di generare anche un beneficio economico e sociale complessivo del valore di oltre 1milione e 700mila euro per ogni anno di vita degli impianti arborei ed arbustivi messi a dimora. L’evento è rientrato nel calendario del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2024 e gode del patrocinio AzzeroCO2 e Legambiente.

I traguardi raggiunti dal progetto Mosaico Verde

Mosaico Verde è la campagna nazionale per la forestazione di aree verdi, il recupero degli ecosistemi e la rigenerazione ambientale, promossa da AzzeroCO2 e Legambiente. Negli ultimi sei anni il progetto ha raggiunto ambiziosi traguardi. È stata, infatti, effettuata la piantumazione di oltre trecentotrenta mila piante messe a dimora, oltre alla riqualificazione di più di duecento aree verdi. In questo modo, si è proceduto a promuovere una campagna di tutela della biodiversità. Non solo, infatti, queste iniziative hanno generato anche un beneficio economico e sociale.

Il progetto Mosaico Verde è stato inserito nel corso dell’evento Ecosistema Mosaico, che ha rappresentato anche l’occasione per offrire una visione più ampia dell’intera campagna. L’impegno di Mosaico Verde, infatti, va perfino oltre la rigenerazione dei boschi e delle aree verdi urbane, garantendo anche il restauro degli habitat naturali e mantenendo sempre l’attenzione sulle specificità dei singoli territori, coinvolgendo nel progetto tutti i portatori di interesse. Ad oggi, d’altronde, sono oltre cinquanta le aziende che hanno deciso di integrare questo progetto tra le proprie strategie di Responsabilità Sociale d’Impresa.

Gli obiettivi dell’evento Ecosistema Mosaico Verde

Ecosistema Mosaico Verde è un evento organizzato per la sensibilizzazione e il sostegno di progetti che guardino alla salvaguardia del pianeta, tutelando in questo senso anche la biodiversità.

«In un contesto globale segnato da sfide ambientali sempre più urgenti, la tutela della biodiversità e degli ecosistemi emerge come una fondamentale linea di difesa. La loro perdita si traduce infatti sia in una crisi ecologica senza pari sia in un rischio diretto per il benessere della collettività», ha dichiarato Sandro Scollato, amministratore delegato di AzzeroCO2. L’obiettivo che si pone quest’evento, in cui appunto si inserisce anche il progetto Mosaico Verde, è quello di lanciare un messaggio di tutela ambientale, soprattutto a fronte degli enormi cambiamenti che stanno trasformando il mondo e causati dalla crisi climatica in atto.

L’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha fornito cifre allarmanti in merito alle alterazioni riscontrate a seguito di esami su ambienti terresti e marini. Tra i principali responsabili c’è l’uomo, che rappresenta sempre maggiormente una minaccia per l’intero ecosistema. In questo senso, Mosaico Verde – e più in generale l’intero progetto che lo ingloba – sostiene la conservazione degli ecosistemi minacciati, oltre alla prevenzione nei confronti dei possibili incendi e la protezione del paesaggio, attraverso il ripristino dell’equilibrio naturale.

La cura degli ecosistemi: tra responsabilità e opportunità

«Albero dopo albero siamo arrivati alla sesta edizione di Mosaico Verde. Una campagna che si rivela, di anno in anno, essere un potente alleato nel contrasto alla crisi climatica che minaccia sempre di più i nostri territori, la biodiversità e gli habitat, rubandoci il futuro. [..] – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -. Un lavoro incredibile, che ha sostenuto anche il progetto europeo Life Terra di cui Legambiente è l’unica referente italiana e che ci dimostra che l’unione fa la forza se il nemico da battere è la crisi climatica e l’obiettivo è un futuro sostenibile, più equo e giusto».

Dunque, la cura degli ecosistemi non è solo una responsabilità, ma anche un’opportunità per arricchire e preservare il patrimonio naturale e lavorare per un futuro sostenibile. Il valore aggiunto di Mosaico Verde risiede proprio nella capacità di lavorare sinergicamente insieme alle aziende e agli enti che negli anni passati e ancora oggi aderiscono alla campagna. Promuovendo tutti insieme un futuro migliore.

Amianto in Rai: Pasquale Russo, altra vittima del mesotelioma

Pasquale Russo: vittima dell'amianto in RAI

L’INAIL HA UFFICIALMENTE CONFERMATO L’ORIGINE PROFESSIONALE DELLA MALATTIA A PASQUALE RUSSO, DIPENDENTE DELLA SEDE RAI DI NAPOLI, DECEDUTO ALL’ETÀ DI 76 ANNI PER MESOTELIOMA PLEURICO IL 31 AGOSTO 2020. L’UOMO AVEVA PRESTATO SERVIZIO PER L’EMITTENTE RADIOTELEVISIVA DAL 1977 AL 2007, DATA DEL PENSIONAMENTO. COME SI LEGGE NELL’ESPOSTO DENUNCIA PRESENTATO DALLA VEDOVA, ASSUNTA ATARDO, “QUALE CAPO OPERAIO COSTRUTTORI, IN FALEGNAMERIA E IN PARTE NEGLI STUDI TELEVISIVI PER MONTAGGIO E SMONTAGGIO RELATIVE ALLA REALIZZAZIONE DI COSTRUZIONI SCENOGRAFICHE PER PRODUZIONI IN STUDIO ED ESTERNO”

Ancora morti in RAI

Dopo i decessi di Mariusz Marian Sodkiewicz, (lo scorso 13 maggio) e del giornalista Franco Di Mare (17 maggio) entrambi causati dal mesotelioma, la RAI Radiotelevisione italiana S.p.A è scossa da un altro tragico evento, che impone la presa d’atto di un rischio che deve essere affrontato e risolto. 

La figlia Lucia di Pasquale Russo ha deciso, così, di rivelare la storia del suo papà, che aveva lavorato per programmi come “Avanspettacolo”, “Domenica In”, “Sotto le stelle”, “Furore”, “Blu Notte”, “Un posto al Sole” e tanti altri.

Il fatto 

Durante il periodo in cui prestava servizio in RAI, Pasquale utilizzava l’amianto e materiali che contenevano questa sostanza nel corso delle sue mansioni, specificamente nell’allestimento delle scene. 

Tuttavia, non aveva ricevuto alcuna informazione preventiva riguardo la pericolosità di tali materiali e il loro potenziale rischio per la salute, compreso il rischio di sviluppare il cancro. «Quando chiedemmo a mio padre come fosse possibile che avesse dell’amianto nei polmoni, ci stupì dicendo che in RAI, oltre ad essere stato presente in parte della struttura, poi bonificata, l’amianto veniva utilizzato spesso dai costruttori, per degli anni, finché non fu smaltito completamente». Così commenta Lucia Russo. «Ci raccontò, ad esempio, che si usavano i fogli di amianto nella costruzione di camini da scena, oppure “per tagliare le vie di fuga”. Insomma per diverse costruzioni».

«Quanto ai controlli sanitari sui dipendenti RAI, – prosegue Lucia – avvenivano ogni sei mesi e comprendevano visite mediche tra cui radiografie al torace, esami del sangue e elettrocardiogrammi. Nonostante queste procedure, mio padre non ha mai avuto informazioni della pericolosità dell’amianto né di eventuali problemi di salute correlati».

I primi sintomi della malattia da amianto

A maggio 2020, Pasquale iniziava a mostrare i primi sintomi di spossatezza, fastidi allo stomaco e al fianco, e qualche colpo di tosse. A luglio 2020, dopo una serie di esami e una TAC, gli fu diagnosticato un mesotelioma.

Il 24 agosto 2020, consapevole del fatto che non gli restasse molto tempo da vivere, chiamò a sé i figli e la moglie, «ci ringraziò per tutto ciò che avevamo fatto e chiese di essere accompagnato con la terapia del dolore. Mio padre morì il 31 agosto 2020», conclude Lucia.

«È quantomai opportuno e doveroso che la RAI esegua e porti a termine la bonifica, così da smaltire l’amianto non ancora bonificato, e così da evitare ulteriori esposizioni professionali a polveri e fibre di amianto, oltre che risarcire le vittime, come il caso Russo Pasquale, senza ulteriori ritardi». A dichiararlo, l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale dei familiari della vittima.

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto ha istituito il servizio di assistenza per le vittime di amianto e/o mesotelioma. Per poter accedere al servizio gratuito è sufficiente scrivere all’associazione attraverso il sito istituzionale, e/o telefonare al numero verde 800 034 294. L’associazione interverrà con una consulenza gratuita e con l’assistenza medica e legale, se richieste.

Asbestosi in alto mare. Il TAR Lazio condanna il ministero della Difesa a risarcire un sottufficiale 

navi: un caso di asbestosi

DI AMIANTO IN MARINA MILITARE NE ERANO ZEPPE LE UNITÀ NAVALI DI VECCHIA GENERAZIONE. SALVATORE, UN LUOGOTENENTE, SI È AMMALATO DI ASBESTOSI POLMONARE A CAUSA DELL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO DURANTE IL SERVIZIO. ASSISTITO DALL’AVV. EZIO BONANNI E DALL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, HA OTTENUTO IL RICONOSCIMENTO DELLA CAUSA DI SERVIZIO ED È STATO EQUIPARATO ALLE VITTIME DEL DOVERE. IL DANNO BIOLOGICO È PARI AL 17%. PER QUESTI MOTIVI, HA OTTENUTO IL RICONOSCIMENTO E LA LIQUIDAZIONE DELLA SPECIALE ELARGIZIONE PER CIRCA 50MILA EURO. DOPO L’ISTRUTTORIA E L’ACCERTAMENTO MEDICO LEGALE, A FRONTE DELLE SPECIFICHE RESPONSABILITÀ, IL TAR HA LIQUIDATO UN ULTERIORE IMPORTO DI 50MILA EURO

La battaglia di Salvatore contro l’asbestosi: una storia di esposizione e ingiustizia

Salvatore, 63enne originario di Palermo, ha prestato servizio nella Marina Militare dal 1978 al 2014, come capo radiotelegrafista di bordo. Durante questo periodo, ha svolto le sue attività a terra, negli arsenali e a bordo per 17 anni e 11 mesi, di cui circa 12 anni nei sommergibili della classe “Toti”.

Durante questo periodo, Salvatore ha subito una massiccia esposizione all’amianto, utilizzato come materiale coibente e isolante. Nonostante fosse ben nota da tempo la lesività dell’amianto, Salvatore non fu mai informato dalla Marina Militare, né dotato di strumenti di protezione individuale.

Nel 2005, seguendo le indicazioni del ministero della Difesa, Salvatore aveva presentato una domanda all’INAIL di Siracusa per il riconoscimento dell’esposizione all’asbesto, al fine di ottenere i benefici previdenziali previsti dalla legge. Nel 2013, però, l’INAIL aveva riconosciuto l’esposizione solo per un periodo inferiore ai dieci anni, dal 1986 al 1995, ignorando il periodo più lungo dichiarato dallo stesso dicastero.

La richiesta del riesame

Questo riconoscimento parziale ha avuto conseguenze significative: il militare non ha potuto accedere ai benefici previdenziali completi previsti dal comma 8 dell’art. 13 della legge n. 257/1992, subendo un ritardo nel raggiungimento dei requisiti pensionistici e ricevendo una prestazione pensionistica ridotta. Per tali motivi, aveva chiesto il riesame della sua istanza all’INAIL di Siracusa, senza tuttavia ricevere alcuna risposta.

Nel 2014, Salvatore ha ottenuto il congedo per infermità. Sia il ministero della Difesa sia INAIL avevano attestato l’esposizione all’amianto. Di conseguenza, il 16 ottobre 2019, è seguita l’iscrizione del ricorrente nel registro dei lavoratori esposti all’amianto da parte della Regione Siciliana.

Nel 2020 è arrivata la diagnosi di asbestosi polmonare, riconosciuta come “dipendente da causa di servizio”. Nel 2021, Salvatore è stato equiparato alle “Vittime del dovere” e la Regione Sicilia lo ha ufficialmente inserito nel registro dei lavoratori esposti all’amianto, confermando così la sua esposizione.

Asbestosi e mancato riconoscimento dei diritti: Salvatore si rivolge all’ONA

Nonostante questi traguardi, Salvatore ha continuato la sua lotta per ottenere il riconoscimento completo dei suoi diritti, inclusa la determinazione del grado di invalidità e la ricerca di un adeguato risarcimento per i danni subiti, non solo per l’asbestosi polmonare ma anche per i disturbi psicologici manifestati e per il timore di ricevere una diagnosi di patologia di esito mortale. Si è quindi rivolto all’ONA. Grazie all’azione legale portata avanti dall’avv. Ezio Bonanni, con il verdetto del TAR, finalmente il militare ha ottenuto giustizia.

Il TAR Lazio ha riconosciuto a Salvatore un risarcimento di circa 50mila euro per danni biologici, patrimoniali e non patrimoniali, oltre alla rivalutazione e agli interessi. Questa sentenza rappresenta una conquista significativa nella battaglia dell’Osservatorio Nazionale Amianto per la tutela dei militari e dei civili esposti all’amianto e altri cancerogeni.

L’Osservatorio Nazionale Amianto ha istituito il servizio di assistenza medica e legale di tutti coloro che hanno subito esposizione ad amianto e altri veleni. Si può contattare l’associazione al numero verde 800 034 294, oppure scrivere attraverso il sito istituzionale