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Teschio con le orecchie di Napoli: tra storia e leggenda

teschio con le orecchie
teschio con le orecchie

Nella Chiesa di Santa Luciella ai Librai di Napoli, un “teschio con le orecchie”, testimonia l’usanza delle preghiere rivolte alle “anime pezzentelle” del Purgatorio.

Teschio con le orecchie 

Teschio misterioso. Abbandonata da oltre trentacinque anni, la chiesa medievale di Santa Luciella ai Librai, nel cuore di Napoli, ha riaperto i battenti nell’aprile 2019. 

Il merito va all’associazione “Respiriamo arte”, fondata nel 2013, in piena “emergenza rifiuti”, da un gruppo di giovani napoletani appassionati d’arte. 

La struttura custodisce il leggendario “teschio con le orecchie”, una reliquia venerata dai napoletani del quartiere, che si riteneva ormai persa.

Una struttura in stato di abbandono 

I giovani dell’associazione avevano sentito parlare di Santa Luciella, grazie al libro di Paolo Barbuto Le chiese proibite di Napoli”.

Una volta identificato il luogo, si sono tuttavia trovati davanti a una discarica a cielo aperto. 

L’accesso era bloccato da un’auto, all’interno c’erano rifiuti di ogni genere ed epoca ed era stato costruito persino un solaio abusivo che conduceva all’ipogeo. 

Come non bastasse, le infiltrazioni avevano arrecato ingenti danni ovunque.

Per nulla scoraggiati, i giovani hanno deciso di investire ogni forza ed energia nel progetto di rivalutazione del piccolo tesoro. Con la tipica ironia partenopea, hanno inoltre costruito un “armadio del degrado“, in cui sono conservati alcuni rifiuti interessanti, tra cui bottiglie di Peroni e lattine di Coca Cola risalenti a qualche decennio fa. 

La storia di Santa Luciella e dei pipernai

La chiesa fu edificata nel 1327 per volere del nobile e giurista Bartolomeo di Capua, il quale dedicò la cappella a Santa Lucia, la protettrice degli occhi. 

A costruirla furono i“pipernai” o “pipernieri” una corporazione segreta di arti e mestieri, che vantava conoscenze esoteriche. I “maestri intagliatori” erano gli unici a saper lavorare il piperno (la durissima pietra lavica).

Essi la intagliavano con lo scalpello e con il martello e siccome esponevano i loro occhi al rischio di schegge, iniziarono a venerare Santa Lucia. 

A loro e ai “tagliamonti”, si deve praticamente la costruzione della città di Napoli, interamente realizzata in tufo e appunto in piperno.

Per distinguere la piccola chiesa dalla omonima e più grande Basilica di Santa Lucia a Mare, i pipernai la chiamarono Santa Luciella.

Nel 1748 divenne sede dell’Arciconfraternita della Immacolata Concezione S.S Gioacchino e San Carlo Borromeo. Fu quindi restaurata e ristrutturata in stile neogotico o barocco.

“Santa Luciella n’miezz’ a chiesella” 

Piccola curiosità: una fonte del settecento parla di una statua che i pipernai fecero costruire in onore di Santa Lucia. Quando l’opera arrivò a destinazione, i Mestri si resero conto che era troppo grande, cosi la misero al centro della chiesa. Da qui il detto napoletano “Santa Luciella n’miezz’ a chiesella”.

Il ritrovamento del “teschio con le orecchie” nell’ipogeo

Ma torniamo all’argomento principale: il “teschio con le orecchie”.

I giovani dell’associazione “Respiriamo arte”, hanno ritrovato il singolare reperto nei sotterranei della chiesa, insieme agli ex voto dei fedeli.

L’ipogeo ospita l’area cimiteriale dellla confraternita. Qui, i corpi venivano inizialmente messi in piedi dentro a degli scolatoi, per far fuoriuscire tutti gli umori. 

Successivamente venivano adagiati nelle terre sante e quando diventavano ossa bianche, cioè scheletri, andavano a finire nell’ossario, situato in un piano inferiore separato da una grata.

I teschi, che i napoletani identificavano con l’anima, venivano messi sopra i cornicioni.

Perchè il teschio ha le orecchie?

Cosa si nasconde dietro le strane protuberanze di quello che sembra un caso più unico che raro? 

Probabilmente le “orecchie” si devono a una calcificazione del tessuto cartilagineo. Ma sono solo ipotesi. 

Quel che è certo è che i napoletani sono particolarmente devoti alla reliquia. 

Nel sentire collettivo, avendo delle orecchie così grandi, il teschio sarebbe in grado di ascoltare maggiormente le preghiere e di veicolarle al Signore. Sarebbe un ponte fra il mondo dei vivi e quello dei morti.

L’adozione del teschio e le anime pezzentelle

L’adorazione del teschio, è legata a stretto giro all’antica tradizione partenopea del “rifresco”. In cosa consiste? Praticamente i fedeli adottano un’anima “pezzentella”, incarnata in un teschio o uno scheletro abbandonato.

Scelgono la reliquia, la custodiscono e la ripongono in apposite nicchie.

Rivolgono preghiere all’anima e fanno cantare messa in suo onore, affinché trovi “ristoro” (rifrisco in dialetto napoletano) e possa ascendere in Paradiso. In cambio chiedono delle grazie e, una volta ottenute, depongono un ex voto.

E’ da questa usanza che è nato il detto “rifrisco all’anima del Purgatorio”. 

L’adozione delle reliquie o meglio delle “anime pezzentelle” nacque nella seconda metà del Seicento, quando la peste, la rivolta di Masaniello, i terremoti e l’esplosione del Vesuvio, decimarono migliaia di persone. Molte di esse, non avendo ricevuto degna sepoltura, sarebbero confinate in Purgatorio, ma attraverso la preghiera di chi le adotta possono finalmente congiungersi con Dio.

Memento mori

Anche in età romana, precristiana, si credeva che il morto ascoltasse i vivi. Rappresentava il cosiddetto “memento mori”.

A capa e muort che ‘rrecchie

Rivolgersi al “teschio con le orecchie“, che a Napoli viene chiamato “a capa e muort che ’rrecchie” è stato possibile grazie al lavoro dell’associazione Respiriamo arte.

 «Anticamente, il teschio si trovava in basso, in una posizione accessibile, pertanto i fedeli si inginocchiavano e rivolgevano le preghiere sussurrandole direttamente nelle grandi orecchie»- affermano i giovani.

Le richieste al teschio

Chi visita la chiesa e adotta un’anima pezzentella o il teschio con le orecchie, lascia dei biglietti chiusi, contenenti le richieste di grazia più disparate.

Cosa chiedono? I giovani dell’associazione, nel pieno rispetto della privacy, non leggono i messaggi, ma…ammettono di aver commesso un piccolo peccato. 

Aprendone uno a casaccio, si sono trovati davanti a una singolare (ma non troppo) richiesta: la vittoria del Napoli!

Conclusioni 

Oggi la chiesa fa parte di un percorso culturale che mira a far conoscere i segreti di Napoli e le sue storie.

Il restauro e il recupero di facciata e campanile sono stati realizzati grazie ai fondi devoluti da diversi benefattori. 

Adesso tocca lavorare sulle infiltrazioni.

Vitriol: un viaggio nel mondo interiore

dona medita davanti ad un lago. Vitriol, viaggio interiore
dona medita davanti ad un lago. Vitriol, viaggio interiore

Vitriol è un acronimo usato in ambito alchemico ed esoterico che indica la via da seguire per la propria crescita interiore.

Vitriol: significato dell’acronimo 

L’acronimo latino è “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, che tradotto significa “visita il centro della terra e rettificando troverai la pietra occulta”.

La parola compare per la prima volta sul manoscritto Azoth”, scritto nel 1613 del monaco benedettino tedesco Basilio Valentino.

Essa indica la prima materia, il solvente universale con cui si può operare un processo di scioglimento e coagulazione.

Utile precisazione: nel seicento, il neoplatonismo auspicava il ricongiungimento tra microcosmo (l’uomo, il suo essere interiore) e il macrocosmo (Dio, l’Universo). 

In questo senso, Vitriol era di fatto un pensiero alchemico, una formula che richiamava appunto il “solve et coagula”, quale ricongiungimento dell’uomo con sé stesso e con Dio. 

Cosa possibile solo attraverso un cammino di purificazione, un processo trasmutativo (dal punto di vista simbolico), in cui bisogna dapprima sciogliere la “pesantezza” dell’anima per poi riunirla all’Essenza di tutte le cose.

Varie interpretazioni di Vitriol

Dal punto di vista alchemico, Vitriol si riferisce alla “pietra filosofale”, con cui si riteneva di poter trasformare il piombo in oro.

Da un punto di vista strettamente esoterico, simbolico, il messaggio nascosto dietro alla parola è “guarda dentro te stesso e troverai la pietra nascosta”, vale a dire l’anima.

Vitriol è altresì l’acrostico della parola vetriolo, che in chimica indica l’acido solforico, un componente utile, ma anche tossico.

In questo caso, il significato “nascosto” è il seguente: se si raggiunge una certa levatura spirituale, si può usarla per il proprio miglioramento e per quello altrui, dando vita ai processi costruttivi del vetriolo. 

Se si decide di utilizzarla per danneggiare sé stesso e gli altri, essa sortisce gli effetti velenosi dell’acido. 

In buona sostanza: più il potere della conoscenza aumenta, più le responsabilità aumentano, dunque bisogna essere all’altezza delle scoperte interiori che si fanno. 

Vitriol nel “gabinetto delle riflessioni”

Trovare la propria anima è il punto di partenza di ogni disciplina esoterica e di ogni cammino iniziatico. Per tali ragioni, la scritta campeggia, insieme a molti altri simboli, all’interno del cosiddetto “gabinetto delle riflessioni” dei templi massonici. 

Parliamo di uno stanzino buio, in cui l’iniziando scrive il proprio “testamento spirituale” prima di essere ammesso in loggia.

Esaminiamo il significato simbolico, analizzando ogni singola parola dell’acronimo. 

Scopriremo che nelle lettere di vitriol ci sono tutte le fasi del processo alchemico di trasformazione interiore.

Visita interiora terrae: come si fa a visitare la terra interiore?

La prima parte della formula ci dice che dobbiamo visitare la terra interiore”.

Che vuoi dire? Quali sono i meccanismi che possono condurci a questo viaggio alchemico di trasformazione interiore?

Iniziamo col dire che “visita” è un termine legato etimologicamente a “vista” (dal sanscrito vid che vuol dire conoscere).

Si riferisce all’occhio, l’organo che vede la luce.

Ed è proprio la luce ciò che cerca l’iniziando all’ingresso nel tempio: la luce di Dio e della conoscenza.

La luce spirituale tuttavia è qualcosa che si piò ottenere solo se l’occhio (interiore) ha la volontà di riceverla. 

Che significa “terra interiore”?

La terra interiore è un concetto denso di significati.

  • E’ il nostro centro di gravità, la nostra essenza, il punto d’incontro di ogni esperienza periferica;
  • Per gli alchimisti, la terra interiore è l’humus, parola da cui deriva l’aggettivo umile (colui che proviene dalla terra, dal basso). E qui il significato subisce una biforcazione. Senza umiltà non si va da nessuna parte, dall’humus si ricava la materia prima della nostra terra interiore, il limo, da trasformare in oro attraverso il cammino;
  • Parlando di cammino, visitare la terra interiore vuol dire anche visitare il nostro inferno interiore, il lato oscuro. Ciò è possibile solo attraverso la catabasi, la discesa al mondo di sotto, la morte spirituale e la successiva risalita che porta a un nuovo ciclo di rinascita e di trasformazione.

Rectificando: come avviene la rettifica?

Il primo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno, primo canto) recita “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita”.

Il Sommo Poeta parla della “dritta via”, la retta via smarrita.

La rettificazione di cui parla si riferisce al cammino iniziatico, compiuto dall’anima attraversando simbolicamente l’inferno, il suo lato oscuro, per poi raggiungere la luce, dopo aver rettificato (corretto, reso “retto”) il suo comportamento.

Dal punto di vista atomico, rettificare la materia vuol dire renderla in grado di trasformare, assorbire e riflettere la luce come cristallo, come sale (il nome Cristo è assimilato alla purezza del cristallo). 

Nel crogiolo alchemico, la rettifica avveniva attraverso il calore e gli acidi. 

In ambito massonico, la rettifica avviene attraverso l’uso della squadra (simbolo di rettitudine) e del compasso (l’abilità di mantenere perfetta la propria condotta) e che porta alla cosiddetta “quadratura del cerchio”.

Invenies occultum

Rettificando il tuo comportamento, invenies troverai” l’occulto, ciò che è “nascosto”. Il termine occulto merita un piccolo approfondimento. In realtà, si parla di occulto non perché si voglia nascondere qualcosa, ma perché se non siamo in grado di guardare dentro di noi, non siamo in grado di percepire la nostra essenza “nascosta”

Ritornaniamo alla prima parte della formula: la nostra vista deve cambiare per poter vedere quello che abbiamo sotto gli occhi.

Occultum lapidem: la pietra occulta

E qui arriviamo all’ultima frase sibillina. 

Dobbiamo trovare la pietra occulta o ciò che è occultato nella pietra? Di quale pietra si parla?

Michelangelo diceva «ogni blocco di pietra contiene un numero infinito di forme umane, spetta allo scultore materializzare la propria visualizzazione».

La pietra è dunque qualcosa che nasconde in sé forme che per emergere devono essere sgrezzate. 

In un passo della Genesi si legge che Giacobbefece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. Durante il sonno, utilizzò come cuscino la dura pietra, mentre parlava con Dio.

Concettualmente, l’immagine rappresenta il massimo della smaterializzione: grazie al massimamente materiale (la pietra) si può raggiungere il massimo dell’immateriale. Questo è il senso dell’occultum lapidem. Ma c’è dell’altro. Giacobbe prese la pietra, la consacrò con l’olio e da essa trasse l’acqua che abbeverò il suo popolo nel deserto.

La pietra occulta è un simbolo importante anche in massoneria. 

La pietra scartata (si è staccata dal trono di Dio ed è precipitata nell’abisso) dai costruttori (e cioè dalle Sefirot dell’edificio cosmico) è diventata pietra d’angolo (cioè fondamento del mondo).

Tutto il lavoro degli iniziati si focalizza sull’opera di cesellamento della pietra grezza, da cui appunto si ottiene una pietra levigata.

Vitriol: l’emblema di tutta l’opera alchemica

Riassumendo l’acronimo arriveremo alla soluzione: se guardando la nostra parte interiore, riusciremo a liberare lo spirito dalla materia, a ripulirlo, alleggerirlo, dal punto di vista morale ed etico, otterremo la pietra filosofale. 

Tutto deve partire da noi, dalla nostra volontà, dal nostro cammino incrociato, in cui sacro e profano non devono essere separati ma convivere per il progresso nostro e del genere umano.

Solo così passeremo dalla fisica alla metafisica.

Riferimenti 

Azoth- Basilio Valentino

L’esoterismo islamico- René-Jean-Marie-Joseph Guénon 

Santa Croce in Gerusalemme e le reliquie Passione di Cristo

Santa Croce in Gerusalemme
Santa Croce in Gerusalemme

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, custodisce da oltre diciassette secoli le reliquie della Passione di Gesù.

Santa Croce in Gerusalemme

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme fu edificata nel luogo in cui sorgeva il Palatium Sessorianum, costruito agli inizi del IV sec. a.C. per volere dell’Imperatore Settimio Severo (Leptis Magna, 11 aprile 146 – Eboracum, 4 febbraio 211).

Nel 313 d.C., i due imperatori Licinio e Flavio Valerio Aurelio Costantino promulgarono l’editto di Milano, con cui si consentiva la libertà di culto ai cristiani.

Successivamente, nel 324 d.C., quest’ultimo spostò la capitale dell’Impero Romano d’Oriente a Costantinopoli. 

Da quel momento, la madre Flavia Giulia Elena (Sant’Elena), si stabilì nell’edificio.

Nei racconti di Sant’Ambrogio (340-397) si legge che nel 326 d.C., Elena partì per la Terrasanta, nei luoghi della Passione del Signore. A Gerusalemme, “ispirata” dallo Spirito Santo, fece scavare i siti. 

La loro individuazione non era difficile, dal momento che l’Imperatore Adriano, nel II sec d.C., per cancellare ogni memoria della cristianità, aveva eretto due templi.

Uno dedicato a Giove, sorgeva sopra al Santo Sepolcro, l’altro dedicato a Venere, si trovava sul luogo della crocifissione di Cristo. 

L’identificazione della vera croce di Cristo

Durante gli scavi si rinvennero tre croci. Capire quale appartenesse al Signore non era tuttavia così semplice.

Elena allora decise di fermare un corteo funebre e ordinò di adagiare la salma su ognuno dei tre legni.

La “legenda aurea” di Jacopo Da Varrazze narra che, non appena il defunto venne a contatto con la croce del Redentore, risuscitò miracolosamente. 

Elena la fece allora dividere in tre parti. Una sarebbe rimasta a Gerusalemme, un’altra andò a Costantinopoli, dal figlio. Portò invece la terza parte con sé a Roma, insieme con della terra prelevata sul Monte Calvario. 

Sparsa sul suo oratorio privato, la terra divenne il fondamento di un luogo in cui conservare le reliquie della Passione di Cristo.

Perché la Basilica di chiama Santa Croce “in” Gerusalemme? 

Dalla morte di Sant’Elena il palazzo è aperto al culto e trasformato nell’odierna Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Si chiama “in Gerusalemme”, perché è come trovarsi effettivamente nella città giudaica, visto che è costruita con la terra consacrata del Calvario.

Nel Medioevo era nota come “a Jerusalem” o “Gerusalemme romana

A partire dal III sec d.C, ogni Venerdì Santo, per diversi secoli, i Papi onorarono le reliquie, andando a piedi nudi dal Laterano fino alla Basilica.

Da questa tradizione ha preso vita l’attuale liturgia del Venerdì Santo, nel corso della quale viene mostrata la preziosa reliquia ai fedeli per l’adorazione.

Durante la celebrazione, si canta l’antifona “Ecco il legno della croce su quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo”.

Chi ha edificato Santa Croce in Gerusalemme?

L’edificio ha subito diversi ritocchi nel corso dei secoli (almeno sei). 

L’ultimo restyling risale alla metà del XVIII sec e si deve a Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua. I due architetti realizzarono le superfici concave e convesse della facciata e incorniciarono la chiesa con le statue degli evangelisti Costantino e Sant’Elena. Le fondazione e le mura sono rimaste sempre quelle delle origini.

Nel 1930, l’architetto Florestano Di Fausto 1890-1965), progettò la cappella delle reliquie.

Il reliquiario testimonia la passione di Gesù

Ma esaminiamo le tre preziose reliquie: le più antiche di cui si abbia traccia! 

Si tratta di tre frammenti della croce, parti della corona di spine, un sacro chiodo e il Titulus crucis. Quest’ultimo venne alla luce nel 1492 durante i lavori di conservazione condotti nella chiesa. 

Le altre reliquie, conservate ininterrottamente dal IV secolo d.C. si trovano all’interno di una teca di cristallo. 

Le spine lunghe e acuminate sono nella parte superiore. Al centro della teca, c’è un reliquiario a forma di croce, contenente tre frammenti della croce: due nel braccio orizzontale, uno nel braccio verticale in basso. 

Nel corso di secoli, il Pontificato romano ha donato molte schegge di croce alle Chiese di tutto il mondo, per creare alleanze e stabilità politica fra Imperi e culti religiosi. Il chiodo è lungo circa undici centimetri ed è privo di punta.

Il Titulus crucis: scritta su una tavola di legno di noce 

Si tratta del cartiglio originario affisso sopra la croce di Cristo, che riportava il motivo della condanna: “INRIIesus Nazarenus Rex Iudaeorum (letteralmente, «Gesù il Nazareno, Re dei Giudei»).

La triplice iscrizione è in ebraico, greco e latino. Quella in latino si può leggere al rovescio, come la scrittura orientale (una consuetudine delle province romane orientali). 

Piccola curiosità: il quarto Vangelo (Giovanni 19, 21, 22) afferma anche che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiederne la correzione.

Secondo loro, il titulus non doveva affermare che Gesù fosse il Re dei Giudei, ma che si fosse autoproclamato tale. Pilato rispose “Quod scripsi, scripsi” (ciò che è scritto è scritto) e si rifiutò di apportare ulteriori modifiche.

Il valore delle reliquie

Oggi la Basilica è una delle sette Chiese di Roma, meta del pellegrinaggio dei fedeli di tutto il mondo. Per via del reliquiario, essa rappresenta non tanto un luogo in cui si celebra messa, ma un’angolo sacro che custodisce e testimonia la memoria della sofferenza del Cristo Redentore.

Neutralità climatica, in testa tre regioni del centro-sud

neutralità climatica, cartello non c'è un pianeta B
neutralità climatica, cartello non c'è un pianeta B

Sono Campania, Calabria e Lazio le migliori tre regioni in tema di neutralità climatica. Sono infatti sul podio del ranking regioni per il clima e sono queste tre regioni del centro-sud Italia a far registrare i valori migliori per le emissioni di CO2 in atmosfera e in fatto di consumo energetico. Ad evidenziarlo è il report “La Corsa delle Regioni verso la neutralità climatica 2022” realizzato da Italy for Climate in collaborazione con ISPRA.

Riguardo alle fonti rinnovabili, invece, c’è ancora molto da lavorare per tutte le regioni italiane. C’è chi va meglio delle altre, ma nessuna di fatto ha raggiunto gli obiettivi europei al 2030 né la neutralità climatica.

Obiettivo neutralità climatica: servono interventi radicali

L’obiettivo della neutralità climatica è estremamente sfidante e richiede di mettere in campo interventi efficaci e spesso anche radicali a tutti i livelli” – spiega I4C. “L’Italia non è purtroppo ancora sulla strada giusta e senza un maggiore coinvolgimento delle Regioni e un loro pieno commitment non riusciremo a rispettare, come Paese, l’impegno sottoscritto a Parigi nel 2015.

Ad oggi inoltre non disponiamo di un quadro complessivo sui contributi delle singole Regioni al raggiungimento degli obiettivi climatici ed energetici nazionali. L’iniziativa “La corsa delle Regioni verso la neutralità climatica” nasce in questo contesto per stimolare il dibattito nazionale“.

La classifica delle regioni per il clima: il podio

Tre i parametri chiave considerati nella classifica delle regioni per il clima. Sono il volume delle emissioni di CO2, i consumi di energia e l’uso di fonti rinnovabili.

Ad essere misurati, i valori assoluti raggiunti nel 2020, ma anche i miglioramenti e i peggioramenti del biennio 2018-2020. Naturalmente è stato anche considerato che nel 2020, causa della pandemia e del lockdown, i consumi energetici e le emissioni di gas serra sono hanno fatto registrare riduzioni generalizzate in 18 Regioni su 20.

In testa, con più della metà degli indicatori sopra la media nazionale per emissioni di CO2 e consumo energetico, ci sono Campania, Calabria e Lazio. Delle tre, la prima fa meglio della media nazionale per uso di fonti rinnovabili, il Lazio invece presenta valori sotto la media. Solo solo cinque le regioni che hanno almeno il 40% di consumi coperti da rinnovabili: sono Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Basilicata, Calabria, Molise.

Fonti rinnovabili: c’è ancora molto da fare

Il gruppo centrale della classifica è invece composto da dieci regioni. Si tratta di Abruzzo, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto. In coda le altre sette regioni: Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Toscana, Umbria ed Emilia Romagna fanno registrare le performance peggiori sulle fonti rinnovabili e, più in generale, andamenti negativi per tutti gli indicatori nel biennio analizzato (fa eccezione soltanto la Lombardia).

Mentre Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Molise, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta hanno azzerato il loro consumo di carbone; tutto il contrario avviene invece inPuglia, Sardegna e Lazio, che da sole fanno quasi l’80% del consumo nazionale di carbone.

Le regioni più piccole (con meno di 1,5 milioni di abitanti) invece presentano le emissioni pro capite di CO2 oltre la media. Sono Basilicata, Molise, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta.

Italia auto-dipendente: 666 ogni mille abitanti

L’Italia si conferma ancora una volta un Paese auto-dipendente. La media nazionale è di 666 autovetture ogni mille abitanti. Risulta così uno dei Paesi europei con la maggiore concentrazione di veicoli.

Nella classifica della neutralità climatica, solo sette regioni risultano avere un tasso di motorizzazione inferiore alla media. Anche se il valore di per sé resta alto. La migliore su questo punto è infatti la Liguria, con 554 auto ogni mille abitanti. Le peggiori sono Trentino Aldo Adige e Valle d’Aosta con oltre un’auto per persona. Il rapporto segnala peraltro, su questo parametro, un trend in peggioramento.

La Commissione europea recentemente ha pubblicato le nuove norme sulle automobili, proponendo lo standard Euro 7. L’obiettivo è proprio quello di ridurre ulteriormente le emissioni in atmosfera. Entreranno in vigore il primo luglio 2025.

neutralità climatica

Al via a Venezia il summit annuale del “World protection forum”

world protection forum
Giudecca, Venezia. world protection forum

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, interverrà domani, venerdì 25 novembre 2022, al Summit annuale del “World protection forum”. Per la sua quarta edizione l’evento si terrà a Venezia, con importanti appuntamenti anche nella giornata di sabato.

L’obiettivo dell’incontro di uomini delle istituzioni, scienziati, economisti e professionisti – spiegano gli organizzatori – è quello di “concentrare insieme in modo concreto tutte le iniziative volte a proteggere le persone, le aziende e il pianeta in cui viviamo”. Le due giornate assumono un’importanza ancora maggiore in questo periodo storico, in cui l’umanità è circondata da rischi, i cui effetti sono crescenti su ogni fronte, sociale, sanitario, economico, ambientale e digitale.

La manifestazione avrà il patrocinio del Comune di Venezia, in occasione della Città in Festa. Promuoverà, inoltre, il lancio degli Stati Generali della Sostenibilità del giornalista Massimo Lucidi. Proprio in questo contesto il presidente dell’Ona presenterà la sua esperienza nella lotta all’amianto e a tutti i cancerogeni.

Tutti i rischi legati all’amianto

L’amianto è un rischio subdolo, per troppi anni sottaciuto, che ancora oggi causa mesotelioma, tumore del polmone e tante altre patologie asbesto correlate. E che causa oltre 7mila morti l’anno soltanto in Italia. Molte di più di quelle registrate nel VII Rapporto ReNaM dell’INAIL che conteggia i soli casi di mesotelioma. Per saperne di più è possibile consultare l’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”.

L’asbesto, altro modo di chiamare l’amianto, rappresenta però per il presidente Ona l’esempio palese di come, se non si rispetta l’ambiente e la sicurezza degli esseri umani, in nome del profitto, si rischia di provocare danni al territorio e innumerevoli decessi assolutamente evitabili e profondamente ingiusti.

World protection forum: proteggere l’uomo dai rischi

Tornare indietro, come nel caso emblematico dell’amianto, può diventare poi quasi impossibile. Per bonificare tutti i siti contaminati – se le bonifiche iniziassero oggi – ci vorrebbero oltre 80 anni. Le nuove esposizioni in questi anni e in quelli a venire purtroppo continueranno a provocare altre malattie e altri decessi. Questo vale per l’ambiente, ma anche per gli stessi rapporti umani e tra i Paesi del mondo. Alla base dell’agire deve esserci quindi la volontà di “proteggere l’uomo dai rischi in ogni contesto della vita”.

Il “World protection manifesto”

È questa la volontà di chi sottoscrive il “World protection manifesto” che esplicita come il “World protection Forum” porti avanti ogni azione possibile attraverso il lavoro di ricerca scientifica e di divulgazione corale a livello internazionale.

Agli Stati generali della sostenibilità parteciperanno anche Massimiliano Falcone, professore e stratega della comunicazione per SDGs, Adriano Ieva, amministratore delegato della Royal Bank of Scotland Business, Roberto Razeto, responsabile dell’Ufficio Affari Internazionali e Ranking dell’Università IULM, Riccardo Grassi, direttore generale e responsabile delle Politiche Editoriali, Piattaforma dei Cittadini sul Cambiamento Climatico e un Mondo Sostenibile, sostenuto dall’Unesco.

L’Annual summit sarà ospitato da SerenDPT, società benefit che ha il proprio quartier generale nel complesso dei Santi Cosma e Damiano, alla Giudecca. Qui la chiesa sconsacrata è stata valorizzata da un bellissimo restauro che la rende oggi fruibile anche al pubblico.

Tra i temi affrontati ci saranno quelli della sostenibilità, del riscaldamento globale e dell’inquinamento. Ma anche povertà, salute, disuguaglianze sociali. Così come sicurezza informatica, uguaglianza di genere e nucleare. La strategia è quella di anticipare i rischi per neutralizzarli.