Crema e le anime scampate al rogo

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Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Un soccorritore, come Manrico, protagonista del Trovatore di Verdi, canta : “…Di quella pira l’orrendo foco /Tutte le fibre m’arse avvampò!…/Empi spegnetela, o ch’io tra poco/ Col sangue vostro la spegnerò…”. Sono ormai passati centosessantasette anni dalla prima di quell’opera al Teatro Apollo di Roma e appena due giorni dal rogo di Crema, che sembra aver risvegliato le coscienze critiche di tanti, rispetto al reale civismo di pochi. Una donna, nel Campo del Mezzo, pare abbia voluto concludere il suo disagio terreno, scegliendo forse lucidamente la soluzione purificatrice del fuoco, liberando la sua anima. Quando analogamente , cinquantuno anni fa, Jan Palach ed i suoi amici emuli a Praga, come i bonzi vietnamiti, scelsero di immolarsi tra le fiamme, per un nobile intento, qualcuno tentò di salvarli senza riuscirci, ma sicuramente altri si preoccuparono di documentarne l’estremo gesto, consegnandoli ad un ruolo determinante per il divenire della storia.

L’inferno, si sa, viene immaginato come un luogo di pena, dove le fiamme sono un miraggio, la speranza di potersi liberare da eterne afflizioni fisiche, salvando l’anima. E qui, se mi consentite, nasce il conflitto tra il dovere di salvare e il diritto presunto di assistere all’olocausto, piuttosto che quello di uccidere, come perverso abuso dell’immaginifico, che si riverbera sull’immaginario, sino alla proliferazione collettiva, sino alla condivisione dei video da cellulare, proprio a significare la straordinarietà, la sublimazione di chi sul rogo ci finisce accidentalmente o volontariamente, piuttosto che costretto e quindi oggetto di attenzioni finanche morbose. Ma vogliamo ricordarci dei tanti beatificati ed elevati a santità, dopo essere stati purificati loro malgrado, da San Lorenzo, a Santa Barbara, a Sant’Eustachio con l’intera famiglia ? Vogliamo ricordarci di chi, oggi come ieri, è di certo piromane e non di meno assassino, autore delle migliaia d’incendi che da anni costellano l’Italia dei Fuochi, condannando a morte milioni di esseri animali e vegetali, oltre che non pochi umani, peraltro vittime anche dei mefitici veleni sprigionati?

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Vogliamo rimembrare la fine orrenda inflitta a Jacques de Molay, Gran Maestro dell’Ordine dei Templari e all’eroina Patrona di Francia, Giovanna d’Arco, piuttosto che a Girolamo Savonarola e a Giordano Bruno, per non parlare delle migliaia di donne dichiarate streghe e arrostite in nome di Dio, nel corso di secoli, in cui l’umanità si è distinta per il suo senso criminale e distruttivo, orientato alla soluzione finale, giusto attraverso il fuoco, come avvenuto per milioni di sventurati nei forni dei lager o con l’atomo elevato a fusione e ad ignobile potenza, il nucleare fatto bomba, come capitò ad Hiroshima e Nagasaki, nel 1945. Aver deciso di attaccare le Torri Gemelle a New York l’ 11 settembre del 2001, uccidendo e carbonizzando almeno tremila esseri umani, per ragioni di terrorismo a matrice estremista religiosa, non fa differenza con l’orribile morte cui sono stati condannati Marco Gottardi e Gloria Trevisan, i due architetti italiani arsi vivi con altre settanta persone nella Torre Grenfell , a Londra, tre anni fa, piuttosto che per coloro che, ogni giorno, le vite le perdono o le salvano per missione e professione, appunto i Vigili del Fuoco. Dalla Roma Imperiale, di neroniana memoria, rispetto al divampare del fuoco e quel che rappresenta, nulla è cambiato se non i mezzi e le tecniche di spegnimento. Tutto dipende da come si previene e ci si organizza, purché se ne abbia vero intendimento.

Lo abbiamo capito anche per quel che è accaduto a Parigi e Nantes, come in altre diciannove chiese, in Francia , dove l’incuria e la dabbenaggine non hanno che favorito la condanna delle Cattedrali all’incenerimento. E, al riguardo, faccio un’annotazione, spero a breve futura memoria: ma è mai possibile che in auto non corra l’obbligo di avere la dotazione di un estintore, come elemento principe di salvaguardia per se e gli altri? Poche decine di euro avrebbero salvato e potrebbero salvare la vita di tanta gente, compresa quella povera donna a Crema, resasi torcia per illuminare la nostra vocazione all’indifferenza ed alla rassegnazione. Un minimo barlume di saggezza avrebbe evitato l’incenerimento della nostra antica sapienza, con l’incendio della Biblioteca ad Alessandria d’Egitto, nel 270, quando a Palmira regnava Zenobia e il distruttore era Aureliano, prima che, con i suoi Editti da Costantinopoli, Teodosio I, nel 391 e nel 393, desse il colpo di grazia alla cultura pagana, dalle opere letterarie ai Giochi Olimpici, stoppati alla loro duecentonovantatreesima edizione. Infine, torno a Giordano Bruno che, prima che gli fosse rinserrata la lingua con una mordacchia, urlò ai cardinali inquisitori Mandina, Pietrasanta e Millini: “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam!”. Così, il 17 febbraio 1600, il frate domenicano, rivoluzionario filosofo, illuminato assertore dell’infinito cosmico, terminava i suoi giorni terreni su di una pila di legna in Campo dei Fiori, denudato, legato ad un palo, arso vivo , salvo la sua anima scampata per nostro libero beneficio dal rogo, mentre i “caravaggeschi” romani di allora ne gettavano a Fiume quel che di fisico restava: cenere, soltanto cenere.

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