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mercoledì, Maggio 29, 2024

Caravaggio: il bene trionfa sempre sul male 

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La pittura di Caravaggio, genio controverso, amato e odiato allo stesso tempo, è ricca di riferimenti simbolici. Su tutti, campeggia l’eterna lotta manichea fra bene e male.

Caravaggio: genio e sregolatezza 

Nelle chiese di Roma si possono ammirare alcune delle tele più significative di uno dei geni più controversi della pittura, amato e odiato nello stesso tempo: Michelangelo Merisi. Noto come il “Caravaggio”, l’artista predilesse, quale “palcoscenico” della sua vita, la città dei Papi.

Qui, riuscì a imporsi grazie al il suo temperamento stravagante e alla sua pittura “maledetta” e ipnotica, alimentando il mito dell’eterno binomio “genio e sregolatezza”. 

Chi era Caravaggio?

Nato a Milano il 29 settembre 1571, ebbe quale suo primo maestro di pittura Simone Peterzano, seguace di Tiziano e Tintoretto.

Nel 1953 arrivò a Roma, dove visse uno dei suoi periodi di massimo successo.

Nella “Città eterna”, Caravaggio notò subito una certa discrepanza fra la povertà del quotidiano e la ricchezza di nobili e papato. Cosa che volle documentare attraverso l’arte.

Al suo arrivo, alloggiava a Palazzo Orsini, vicino alla statua di Pasquino, per il resto, pare che vivesse, almeno inizialmente, come un clochard

La svolta artistica di Caravaggio

A Roma ebbe la protezione di Costanza Sforza Colonna che gli presentò il Cardinale del Monte. Da qui iniziò la sua fortuna. Del Monte era infatti l’ambasciatore dei Medici a Roma, amante della cultura e dell’arte. 

Grazie a lui, Caravaggio andò a vivere a Palazzo Madama e iniziò a dipingere in una delle tante stanze del sontuoso edificio.

Successivamente, il cardinale chiese a Caravaggio di realizzare degli affreschi nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, nei pressi di Piazza Navona.

Il 28 novembre del 1600, il pittore malmenò e percosse con un bastone il nobile Girolamo Stampa da Montepulciano. 

In seguito a questo e altri episodi di risse, violenze e schiamazzi, venne arrestato e condotto presso le carceri di Tor di Nona.

Qui conobbe Giordano Bruno.

Tra i compagni di avventura, Orazio Gentileschi, padre di Ippazia.

A Campo Marzio, la sera del 28 maggio 1606, uccise per futili motivi Ranuccio Tommasoni da Terni. Lasciò dunque la Capitale nel 1606 per fuggire a Malta e morì sulle spiagge di Porto Ercole il 18 luglio 1610.

Un personaggio complicato nella vita e nell’arte

Caravaggio, nonostante fosse in costante attrito con la società in cui viveva, era in perfetta sintonia con il potere ecclesiastico, anche se stravolse completamente i canoni artistici dell’epoca.

Roma era dominata dal manierismo, che aveva un visione celebrativa dell’arte e in cui la Natura aveva un ruolo secondario. 

Caravaggio superò questa tendenza e rese la Natura la protagonista e vera maestra dell’arte. 

Non si trattava di una Natura idealizzata, bensì realistica, priva di orpelli abbellitivi. 

Nella sua concezione, anche l’uomo doveva essere “vero”, come vera era la venuta di Cristo. 

La cappella Contarelli di Roma 

Oggi esaminiamo la simbologia dell’eterna lotta fra bene e male, presente in una delle sue più celebri opere: il “Martirio di San Matteo”.

Il capolavoro si trova nell’ultima navata a sinistra della Chiesa di San Luigi dei Francesi.

Alla decorazione del luogo di culto contribuirono diversi artisti, tra cui Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (Arpino, 14 febbraio 1568 – Roma, 3 luglio 1640) che affrescò la volta, mentre Caravaggio si occupò della realizzazione delle due teli laterali.

Le novità: una tecnica estemporanea 

Di solito, le raffigurazioni laterali erano affreschi di piccole dimensioni, quelle di Caravaggio invece campeggiano per imponenza: tre metri in altezza e tre metri mezzo di larghezza. 

Piccola curiosità: non esistono bozzetti delle sue opere. C’è chi ritiene che il grande Maestro non volesse rendere note le varie fasi della realizzazione. Altri studiosi pensano invece che dipingesse andando a correggere direttamente la tela con le sue superbe pennellate.

A conferma di ciò, alcune indagini radiografiche.

Esse attestano infatti che nell’opera il “Martirio di San Matteo”, ci sono diversi “cambi di rotta”.

Soffermiamoci sul valore artisti e simbolico di questo capolavoro.

Il Martirio di San Matteo: la scena e la luce

L’opera è stata realizzata fra 1600-1601. Giordano Bruno era stato condannato per eresia e Cervantes aveva appena pubblicato Don Chisciotte

Ma veniamo alla scena. 

Essa è ambientata all’interno di una chiesa, l’immagine è a grandezza naturale e anche le figure sono naturalistiche. 

Sullo sfondo appaiono un altare, una vasca battesimale e un autoritratto dello stesso Caravaggio.

Mentre Matteo, in primo piano, battezza dei neofiti, un sicario lo uccide a colpi di spada. 

La luce al centro colpisce in parte la figura di Matteo e il braccio dell’Angelo. Investe completamente l’aguzzino. 

Quest’ultimo indossa un perizoma ed è vestito come gli altri personaggi battezzati dal Santo. 

Poi c’è un bambino che ha occhi senza pupille, perché non deve vedere la violenza. Può solo sentirla.

Le altre persone, in abiti seicenteschi (segno della mescolanza fra passato e presente) si ritraggono inorridite.

Geometria dell’opera 

La scena è organizzata in forma triangolare attorno a Matteo e all’assassino. Poi si sviluppa su una linea circolare, concentrica, a spirale, che partendo da Matteo avvolge il sicario e il bambino, i catecumeni, i padrini, e gli altri personaggi, fino a giungere all’Angelo sostenuto da una nuvola. 

La forma triangolare simboleggia la stabilità, in antitesi con la lotta tra bene e male. La spirale è dinamismo, movimento verso l’alto, il Divino. Le croci, date dalle gambe di assassino e vittima e dalle spade, formano angoli acuti. Essi simboleggiano l’aggressività, la morte.

Il giovane armato appare vittorioso, intento a sovrastare la vittima distesa ai suoi piedi.

La testa è avvolta da un tenia, una benda che veniva indossata dagli atleti dell’antica Grecia. Essa è simbolo della sua preponderante superiorità. Il corpo nudo è perfetto. Perché è nudo? 

Il carnefice viene accostato ad Adamo, che uscito dal Paradiso, per via della sua superbia, rappresenta il peccato.

Dualismo del bene e del male in Caravaggio 

I protagonisti della scena sono il sicario e il suo antagonista Matteo. 

La posa che li contrappone è la stessa di Caino e Abele o quella di San Michele intento a uccidere il drago e simboleggia l’eterno dualismo bene/male. 

A prima vista, si ha la sensazione di assistere alla vittoria del male sul bene, del forte sul debole. 

In realtà, il volto del giovane sicario ricorda la gorgone Medusa, simbolo del male, ma la sua postura evoca quella del Perseo di Benvenuto Cellini, (in cui Perseo uccideva la Medusa). 

Merisi, voleva rappresentare nel sicario il concetto di apparente perfezione corrotta dal male, pertanto ha sovrapposto la figura di Adamo, nudo in verticale, a quella del mitologico Perseo con il volto di medusa. 

Cosa significa? Il messaggio è chiaro: chi fa del male diventa l’autore della propria sconfitta. 

Tutta la scena si basa dunque sulla testimonianza del bene e del male espressa dalle azioni dei personaggi. 

Altri simboli nell’affresco di Caravaggio 

Il dualismo bene/ male i si esplica anche in altri oggetti simbolici presenti nell’opera. 

La tenia, simbolo di vittoria, si pone in antitesi al cingolo indossato da Matteo, simbolo di virtù e del dominio di sé. La spada, emblema di forza e violenza, si contrappone alla palma, portatrice di gloria eterna, di premio per la santità. La posizione verticale del sicario si oppone a quella distesa della vittima.

L’assassino è nudo, fiero della sua virilità, il Santo, indossa vesti sacre. Esse sono: 

  • L’alba, una tunica bianca simbolo della grazia del battesimo e della purezza di cuore;
  • La stola simbolo di immortalità;
  • La pianeta simbolo della carità. 

Numeri chiave e simbolismo 

I personaggi rappresentati sono in tutto tredici. Numero che rimanda ai dodici Apostoli e Cristo. La scena evoca pertanto il tradimento di Giuda (il sicario infiltrato) e l’atteggiamento passivo degli stessi apostoli all’arresto del Messia.

Una rinascita a nuova vita 

Accanto alla vasca battesimale, il corpo dei tre catecumeni evoca il Giudizio Universale o il Diluvio Universale, abbattutosi per sconfiggere il male. Ciò simboleggia la rinascita dal peccato attraverso il sacramento del battesimo. Baptizo (βαπτίζω in greco) significa immergere nell’acqua. E’ il seppellimento dell’uomo vecchio che rinasce in Cristo, una morte che riporta alla vita. 

La morte che il sicario procura a Matteo viene trasformata dunque in vita eterna dalla palma offerta dall’Angelo. Questa morte testimonia la fedeltà del Santo al Signore. In effetti martirio (μάρτυς) in greco vuol dire testimone. 

Matteo è testimone di Cristo ed è disposto a morire pur di non tradirlo. 

La candela sull’altare è simbolo della fede e rimanda alla parole di Gesù. 

La misteriosa croce greca

Sull’altare è altresì visibile una croce greca, stemma dei Cavalieri di Cristo, ordine nato nel 1318 dopo la soppressione dei Templari.

Perché questo stemma? 

All’ordine appartenevano personaggi del seicento vicini a Caravaggio e lo stesso ambiva a diventare cavaliere prima di fuggire da Roma. 

Con tale stemma, il pittore voleva ingraziarsi la protezione dei suoi amici influenti. E a ben vedere, la sua tunica bianca e il mantello ricordano l’abbigliamento dei cavalieri.

Si intravede inoltre l’ombra di una spada, arma che solo i cavalieri potevano indossare pubblicamente.

La potenza evocativa delle mani

Nella scena nessuno si ribella. Tutti guardano o fuggono. Solo Caravaggio, ritratto con la mano tesa, sembra fermare l’atto per ricordarlo e fissarlo nella tela come monito. 

Il valore semantico del gesto delle mani, come simbolo dell’agire umano, è molto forte. 

Matteo, con una mano tocca la fonte battesimale, con l’altra cerca di afferrare la palma. 

La mano dell’Angelo sullo Spirito Santo (simboleggiato dalla nube), offre al martire la palma della vittoria, della gloria e dell’immortalità. 

Il carnefice, con una mano impugna la spada, con l’altra tenta di bloccare la vittima. 

La mani di un catecumeno si appoggiano al suolo, simbolo della materia e immanenza che ha dimenticato l’esistenza dello spirito. 

Altri due personaggi portano le mani sul capo in segno di disperazione ma nessuno osa agire. 

La nube dell’Angelo

La nube evoca il fumo che invase l’altare costruito da Caino per l’offerta che Dio rifiutò, preferendo quella di Abele.

Il sicario e Matteo, novelli Caino e Abele presentano dunque come offerta, la testimonianza delle proprie azioni. Matteo, come l’agnello, presenta il suo sacrifico di sangue, il sicario offere solo odio e violenza. I due altari si sovrappongono metaforicamente e la nube dello spirito ne accetta una: santifica l’azione di Matteo e rifiuta quella dell’assassino.

L’assassino chi è in realtà?

Perché un uomo che si vuole battezzare diventa un assassino? 

La risposta si trova nella “legenda aurea” di Jacopo da Varrazze. 

Per capire l’episodio, bisogna conoscere la storia del martirio di Matteo, che non è scritta nei Vangeli, ma appare nel libro settimo delle memorie del primo vescovo di Babilonia Abdia. 

Secondo Abdia, Matteo giunto in Etiopia, avrebbe convertito il re Egippo al cristianesimo, dopo aver fatto risuscitare il figlio.

Alla sua morte, gli sarebbe succeduto il fratello Ertaco che, desiderando sua nipote Ifigenia, la voleva sposare. La giovane tuttavia voleva consacrare la sua verginità al Signore. Irtaco chiese a Matteo di convincere la fanciulla, ma il Santo lo invitò a una delle sue omelie. Durante la messa, Matteo consacrò Ifigenia al Signore e affermò che nessuno avrebbe potuto mai infrangere tale voto. Per vendicarsi, il Re diede ordine di uccidere il Santo. 

Il mandante del delitto nell’affresco di Caravaggio

Nell’affresco, si distingue un uomo che indossa un ricco cappello piumato. Ebbene, il suo sguardo impietoso e cattivo evoca proprio il re Itarco, mandante dell’omicidio. 

La sua mano tocca la spada, come se avesse brandito il colpo prima del carnefice. 

In realtà, lui è solo il colpevole morale che non si sporca le mani. 

Il sicario, nonostante il sangue sul corpo del martire, ha una spada pulita, eppure dorrebbero essere sporca!

La spada del Re e del sicario si intersecano quasi a far capire che è stata quella del nobile a uccidere il Santo. 

Colpevoli, innocenti, non colpevoli, non innocenti

L’assassinio si può compiere grazie alla complicità dei presenti. Nessuno si oppone e lui crede di aver vinto, ma in realtà la vittima ha ottenuto la gloria del Paradiso proprio grazie al martirio. 

Per Caravaggio dunque il bene trionfa sempre, anche quando sembra che il male abbia avuto la meglio.

Le forze concettuali e simboliche mettono poi in un rapporto complementare e contraddittorio i concetti di innocenza e colpevolezza. 

Si rappresentano pertanto il sicario e Re quali colpevoli, San Matteo e l’Angelo quali innocenti. 

Poi ci sono i “non colpevoli”, tra cui il bambino, scusabile per la giovane età e i “non innocenti”, gli adulti che non hanno fatto nulla per evitare la tragedia (i complici del delitto). 

Infine c’è il ritratto del Caravaggio, che è un “fotografo” dell’accaduto, un narratore, un testimone. 

Conclusioni 

Caravaggio offre non solo uno spettacolo realistico, ma un capolavoro semantico e concettuale con vari livelli di lettura, il cui messaggio in realtà è molto più semplice di quanto si pensi: il bene vince sempre.

Un messaggio comprensibile a tutti e pertanto, a pieno titolo, universale.

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