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Ilva di Taranto, falsa testimonianza: indagini chiuse

Ilva a Taranto
Ilva a Taranto

Il processo “Ambiente svenduto” che ha portato a pesanti condanne nei confronti dei vertici dell’Ilva di Taranto e degli altri imputati, porta con sé qualche strascico. Sono concluse le indagini per 6 testimoni nel dibattimento del procedimento giudiziario accusati di falsa testimonianza. Tutti vicini o avvicinati dai responsabili della società.

Ilva di Taranto, 6 gli indagati dopo il processo

Tra questi anche un ex consulente della Procura e un alto prelato, che avrebbero o mentito od omesso una parte della verità, secondo i giudici della Corte d’Assise. L’ex consulente avrebbe attribuito alcuni inquinanti ad un’azienda vicina all’ex Ilva, ritrattando la sua versione per ben due volte. Sarebbe stato avvicinato, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, da un ex dirigente e avrebbe (il condizionale è d’obbligo), frequentato spesso lo stabilimento.

Nell’inchiesta sono finiti anche due ex dirigenti Ilva, l’impiegata di una stazione di servizio e un giornalista. Gli indagati hanno 20 giorni di tempo per chiedere di essere sentiti dal pm per fornire la loro versione dei fatti o per presentare delle memorie difensive. A quel punto il pubblico ministero deciderà se archiviare le accuse o chiedere il rinvio a giudizio per alcune o tutte le persone coinvolte.

Ilva di Taranto, il processo “Ambiente svenduto”

Tutto iniziò nel 2012 quando il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco sequestrò i sei impianti a caldo dell’Ilva, dopo le indagini della Procura partite da un pezzo di formaggio. Furono due cittadini a predisporle e scoprirono, come sospettavano, che i terreni erano altamente inquinati e che probabilmente quella era la causa dell’alta incidenza di tumori nell’area. Sia i terreni che gli animali sono, infatti, contaminati da diossina e non solo.

Il Tribunale del Riesame confermò il sequestro, ma concesse l’uso dello stabilimento ai Riva, che continuarono a produrre acciaio con gli stessi sistemi di sempre. Il primo procedimento fu annullato. Il processo partì quindi nel 2016. Per la sentenza ci vollero 9 anni. I vertici dell’azienda furono condannati per disastro ambientale. La Corte d’Assise di Taranto ha condannato Fabio Riva a 22 anni di carcere e Nicola Riva a 20 anni. L’Osservatorio nazionale amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, si è costituita parte civile.

Conseguenze sull’ambiente e sulla salute

L’amianto e gli altri cancerogeni presso l’Ilva di Taranto causarono negli ex lavoratori e nei cittadini 472 casi di mesotelioma (quelli riconosciuti), registrati nella sola città nel periodo dal 1993 al 2015. Complessivamente in Puglia negli ultimi vent’anni sono stati censiti 1.191 mesotelioma e di questi il 40% sono a Taranto.

Il 400% in più di casi di cancro tra i lavoratori impiegati nelle fonderie Ilva. Il 50% di cancri in più anche tra gli impiegati dello stabilimento, che sono stati esposti solo in modo indiretto. Il 500% di cancri in più rispetto alla media della popolazione generale, della città di Taranto, non impiegata nello stabilimento. Il tasso di incidenza del cancro, dell’intera città di Taranto, è superiore alla media di tutte le altre città italiane. Non sono stati risparmiati neanche i bambini.

Soltanto l’asbesto causa, oltre al mesotelioma, il tumore del polmone, alla laringe, alla faringe, alle ovaie e al colon. L’asbestosi e le placche pleuriche e diverse altre malattie legate all’amianto. Il presidente Ona lo spiega anche nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. Qui si possono trovare anche i dati aggiornati. Il VII Rapporto ReNaM dell’Inail si ferma infatti al 2018 con la registrazione dei casi di mesotelioma in Italia.

L’Ilva resta un problema, sia a livello ambientale, sia per i tanti lavoratori ora in cassa integrazione che rischiano di restare senza lavoro. L’unica soluzione, però, è la bonifica. Sarà fondamentale restituire ai nostri figli un’area ripulita dagli agenti contaminanti e cancerogeni, dove poter costruire un futuro diverso. La bonifica è l’unica strada, in tutta Italia. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App per segnlare i siti con ancora componenti in amianto.

Biancavilla, ex cava di Monte Calvario: partita la bonifica

Biancavilla
immagine illustrativa del risultato della bonifica dell'ex cava di Monte Calvario

Sono partiti i lavori di bonifica all’ex cava di Monte Calvario, a Biancavilla. Il piccolo comune della Sicilia ha una storia drammatica alle spalle. Senza aver mai avuto a che fare con l’amianto ha, infatti, registrato negli anni un’altissima incidenza di mesotelioma.

Biancavilla contaminata dalla fluoro-edenite

Alcuni ricercatori hanno dimostrato che il materiale della cava, la fluoro-edenite, ha la stessa cancerogenicità dell’asbesto (altro nome per chiamare l’amianto).

Era però troppo tardi: tutti gli edifici costruiti dopo l’apertura della cava, nei primi anni ’70, erano contaminati con il minerale killer. Il palazzo comunale, le scuole, le case, persino il campo di calcetto. Un vero disastro. Quando i casi di mesotelioma cominciarono ad essere davvero sospetti fu effettuato uno studio più approfondito, nel 1997. L’Arpa Sicilia scoprì che il mostro arrivava dalla cava. L’amministrazione prese allora diversi accorgimenti per evitare la dispersione delle fibre.

Accorgimenti per ridurre le esposizioni

Gli operai asfaltarono le strade di Biancavilla con un materiale che non permette alle polveri asbestiformi di essere rilasciate. Le facciate di alcuni edifici pubblici sono state rifatte per coprire gli intonaci che cominciavano a sgretolarsi. Gli istituti scolastici, il palazzo comunale, il muro di cinta del cimitero municipale. Il campo sportivo è stato rivestito con un fondo d’erba sintetica.

Questo, però, non è sufficiente ad azzerare il rischio. Come ripete da sempre il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, l’unico modo per fermare la strage è la bonifica dei siti contaminati.

L’Arpa Sicilia scoprì per prima che nella cava era presente la fluoro-edenite. Un minerale che all’epoca era sconosciuto in Italia e in tanti altri Paesi. Ora, dopo che lo Stato e la Regione hanno stanziato 12 milioni di euro per liberare il territorio dalla morsa del minerale, è partita la bonifica.

Biancavilla, finanziamento statale e regionale

“Ringrazio tutte le realtà della Regione Siciliana che, in questi anni – ha detto durante la cerimonia organizzata per l’occasione, l’assessore all’Ambiente, Elena Pagana – si sono impegnate per dare una risposta ad una comunità che, fino a oggi, ha pagato un prezzo inaccettabile. Le istituzioni, quando lavorano insieme, danno i risultati che i cittadini ci chiedono. Ringrazio, in particolar modo, Arpa Sicilia che in questi anni ha effettuato tutte le operazioni di controllo e monitoraggio e ha giocato un ruolo fondamentale. Il nostro compito non è finito qui, ovviamente: da oggi vigileremo affinché le operazioni vengano effettuate in modo celere ed efficace”.

In Sicilia ci sono ancora tanti siti da bonificare. Il lavoro è soltanto iniziato. L’Ona da anni si batte per le bonifiche dei siti interessati nella Regione, anche con manifestazioni e convegni. I più importanti nella regione sono 4: Biancavilla appunto, poi Gela, Milazzo e Priolo Gargallo. Il coordinatore di Ona Sicilia è Calogero Vicario, che insieme al presidente Bonanni, porta avanti la sua battaglia personale e quella di tutti gli ex lavoratori esposti all’amianto sul territorio.

Già nel 2013 l’Ona ha effettuato un sopralluogo a Biancavilla, proprio davanti l’ex cava. Nel gennaio dell’anno successivo, invece, sempre l’Osservatorio ha organizzato un convegno con la presenza delle istituzioni. Era presente anche l’On. Pippo Gianni che ha fatto sua la battaglia contro l’amianto.

Già nel 2009, Pippo Gianni, all’epoca assessore presso la regione Sicilia, aveva avanzato numerose proposte al Governo regionale e nazionale, ma era difficile farsi sentire su questo tema. Nel 2014 fu il promotore della c.d. legge regionale Gianni (10/2014) che, però, passò soltanto molti anni più tardi.

Bernini e i messaggi nascosti nella Roma barocca

Bernini
fontana dei quattro fiumi, Bernini

Bernini, lo scultore caro alla Chiesa disseminò nelle sue opere una serie di messaggi allegorici. Partiamo dalla Cappella Chigi e seguiamo le tracce di una “caccia al tesoro” che rimanda ai quattro elementi.

Bernini: il genio dell’allegoria

Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680), ridisegnò il volto della città eterna con i suoi capolavori. Oggi ci soffermeremo sul connubio, mirabilmente sintetizzato nelle sue opere, fra dottrina cristiana e quelle del Corpus Hermeticum, riscoperto grazie alla traduzione di Marsilio Ficino del 1463.

Un viaggio, che secondo alcuni studiosi, ci porta alla scoperta dei quattro elementi. Sarà vero, sarà una coincidenza? Chi può dirlo. 

Cappella Chigi in S. Maria del Popolo

La meravigliosa Cappella Chigi, con i suoi marmi rossastri è ricca di riferimenti cari al simbolismo esoterico.

Iniziamo il camino guardando verso l’alto. Al centro della cupola scorgiamo Dio creatore del firmamento, con intorno immagini allegoriche del Sole, della Luna, dei cinque pianeti conosciuti e delle stelle fisse, dei segni zodiacali e di altri simboli terreni. Tutte caratteristiche che rimandano al tempio massonico.

Significato? La Cappella, per come è strutturata, rappresenterebbe l’altare della Terra e del materiale.

Successivamente incontriamo due piramidi che ricordano il culto egizio, con i ritratti dei mecenati di arte e scienze Agostino e Sigismondo Chigi.

Spostando l’occhio verso il pavimento centrale, notiamo un mosaico a tarsie marmoree.

Esso raffigura la “morte alata”, uno scheletro con lo stemma del Casato Chigi. Il motto recita “Mors aD CoeLos”, che significa “morte = viaggio ai cieli” e ricopre la botola dalla quale si accede all’ossario.

A disegnarlo fu proprio Bernini, su commissione del cardinale Fabio Chigi (divenuto Papa col nome di Alessandro VII). 

Allo scultore si deve anche la realizzazione delle statue dei due profeti Daniele a Abacub. E qui si nasconderebbe un altro messaggio misterioso.

Bernini e il messaggio dell’Angelo 

La scultura di Abacuc e l’Angelo di Dio è racchiusa all’interno di una nicchia. Anche in questo caso, Bernini voleva lanciare un messaggio segreto ai posteri? 

Nel Vecchio Testamento, Abacub (l’ottavo dei dodici profeti minori) aveva predetto la fine dei tempi.

Legata al contesto della Cappella, che come abbiano accennato simboleggia l’altare della Terra, la presenza dell’Angelo di Dio, diventa lo strumento per raggiungere l’altare dell’Aria, del Cielo, attraverso il lavoro sinergico di anima e intelletto. 

Ma l’altare si trova fuori dalla chiesa.

Guardando attentamente la scultura dei due personaggi, si può notare che entrambe le figure hanno le braccia tese, come a indicare qualcosa in lontananza. In particolare, sarebbe l’Angelo a suggerire la giusta via. Dove porta? 

Il “soffio di Dio” o West Ponente

L’Angelo del Signore indica piazza San Pietro e precisamente l’obelisco.

Sul pavimento, una placca marmorea realizzata dallo scultore raffigura una specie di angelo che fa uscire dalla bocca un alito di vento. Nell’incisione si legge “West Ponente” ma viene chiamata “Il soffio di Dio”. 

L’obelisco è dunque il secondo altare, quello dell’Aria? Proseguiamo il viaggio, seguendo la direzione del soffio.

Santa Maria della Vittoria 

L’alito di vento ci porta direttamente a Largo di Santa Susanna. Qui entriamo nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, che custodisce un altro capolavoro del Bernini: l’Estasi di Santa Teresa d’Avila

La mistica spagnola, fondatrice di monasteri carmelitani e riformatrice del monachesimo femminile, aveva una visione molto intima del divino. Sostenitrice del “matrimonio mistico” non ebbe vita facile all’interno dell’Istituzione ecclesiastica. 

La stessa opera del Bernini, che coglie la Santa nell’estasi, somiglia molto a un orgasmo.

Meglio conservarla altrove.

Accanto a lei, è raffigurato un serafino, l’angelo delle sue visioni. L’etimologia del termine (deriva da saraf, “ardere”), rimanda al terzo altare “elementale” del viaggio: quello del Fuoco.

In un’estasi mi apparve un angelo… io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d’oro e portava all’estremità una punta di fuoco. L’angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”.

Seguiamo la direzione indicata dalla freccia.

Bernini ci porta a piazza Navona 

La linea immaginaria della freccia, che unisce i quattro vertici della croce, ci conduce a piazza Navona.

La spettacolare fontana dei Quattro Fiumi realizzata da Bernini è assai chiaramente un rimando all’elemento Acqua, l’ultimo altare della Scienza.

Guardando la cima dell’obelisco che la sovrasta, si può scorgere una colomba di bronzo, simbolo dell’Angelo della Pace.

L’obelisco è un simbolo solare egizio, ma è anche l’emblema degli angeli, esseri di luce che fanno da tramite tra il mondo divino e l’universo. I fiumi (Danubio, Nilo, Gange e Rio della Plata) potrebbero simboleggiare, oltre ai quattro continenti allora conosciuti, anche i quattro “fiumi di vita” del Paradiso. Ma non finisce qui.

L’incontro tra terra e cielo  

Nella fontana, oltre alla colomba troviamo altri animali. Si tratta di un leone, un ippopotamo e un cavallo.

Cosa rappresentano? Nel mito egizio, Osiride, figlio del Dio Sole, (nella fontana è il leone) aveva trovato la morte per mano del fratello Seth, rappresentato dall’ippopotamo (letteralmente il “cavallo dei fiumi”).

Di fronte al leone, un cavallo emerge dalle acque. 

Gli animali sembrano ricordarci che il volere divino (la colomba alata sull’obelisco) si attua sulla terra (la caverna cosmica), attraverso il superamento manicheo del dualismo bene e male, luce e oscurità.

Insomma Dan Brown in “Angeli e Demoni” aveva indovinato?

Fonti 

Daniele Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, 

Ch. Avery, Bernini: Genius of the Baroque, Thames & Hudson,

H. Hibbard, Bernini, Penguin Books,

Baldinucci, Vita di Gian Lorenzo Bernini

J. Connors, Virgilio Spada’s Defence of Borromini, in “Burlington Magazine”

Nica Fiori aboutartonline.com

Amianto, uranio: strage militari Kosovo. Condanna ministero

kosovo, Di Vico
kosovo, Di Vico

Maxi risarcimento per la famiglia di un militare morto a causa della malattia contratta dopo l’esposizione ad amianto, uranio impoverito e altri cancerogeni nei teatri di guerra (Albania e Kosovo), come in Patria. Il Tribunale di Roma ha condannato il ministero della Difesa a pagare 600mila euro alla vedova e ai due figli del luogotenente Leopoldo Di Vico.

È un’altra vittima della sindrome dei Balcani. Di Vico – ha spiegato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto – è stato riconosciuto solo dopo il decesso. Successivamente, abbiamo attivato l’azione giudiziaria, e finalmente è arrivata la condanna anche al risarcimento del danno”.

Militare esposto a cancerogeni, anche in Kosovo

Leopoldo Di Vico ha prestato servizio nell’Esercito italiano come meccanico dei mezzi blindati e corazzati, anche del Battaglione Meccanizzato Granatieri di Sardegna. Ha partecipato a due missioni di pace, in Albania e in Kosovo.

È stato, così, esposto ai proiettili all’uranio impoverito e ai metalli pesanti presenti in quei teatri di guerra, e all’amianto. Si è così ammalato, la diagnosi è stata purtroppo carcinoma uroteliale del bacinetto renale.

Inizialmente il Ministero della Difesa aveva negato il riconoscimento della causa di servizio e dello status di vittima del dovere. Riconoscimenti ottenuti soltanto dopo la sua morte, nel marzo 2015. La famiglia ottenne solo parte delle prestazioni, quindi con l’Ona che la assiste ormai da anni, hanno incardinato un contenzioso giudiziario.

Bonanni: “Con la condanna giustizia è fatta”

“Quando fu sepolto Leopoldo – ha detto Bonanni – ricordiamo ancora il picchetto d’onore dell’Esercito, e poi il riconoscimento di causa di servizio. Ma a che cosa serve riconoscere, tanto più per il fatto che la malattia ha determinato la morte? È forse il sonno della morte più lieve, quello di Leopoldo, ucciso dalle nanoparticelle all’uranio impoverito, dalle radiazioni e dall’amianto? Ora arriva la giustizia con la condanna del Ministero”.

Kosovo e missioni di pace, rischio cancerogeni

L’associazione da anni denuncia i rischi legati all’uranio impoverito, alle radiazioni e alle nanoparticelle che ne conseguono, e che hanno provocato non meno di 400 decessi solo per tumori emolinfopoietici tra tutti coloro che sono stati impiegati nelle missioni all’estero.

Di Vico è morto a soli 58 anni nel marzo 2015, dopo aver combattuto la sua battaglia contro il cancro. Ora il Tribunale di Roma rende giustizia ai familiari.

Impegno Ona per le vittime del dovere, il convegno a Roma

L’Ona prosegue il suo impegno e la sua attività. Lo ha fatto anche nel recente convegno che si è svolto in Campidoglio, “Guerra e pace: vittime del dovere”. Alla presenza del Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego. L’ONA ha ribadito le istanze di tutela dei veterani e, comunque, di tutti i militari impiegati all’estero e in Patria. Il nuovo Governo, compresa la premier Meloni, ha manifestato vicinanza ai nostri uomini in divisa.

Anche la ricerca è fondamentale per l’Ona. Per questo cerca sempre di collaborare con i migliori medici che si occupano delle patologie asbesto correlate e quelle legate invece alle esposizioni sui teatri di guerra. Tra questi c’è anche il Dott. Pasquale Montilla, oncologo clinico, che ha elaborato un particolare protocollo, presentato nell’ultimo convegno a Roma.

Imperia, vendesi ex asilo carico di amianto

asilo
Imperia, vista panoramica

Avviso pubblico per la vendita di un asilo pieno di amianto, ad Imperia. La struttura non svolge più la sua funzione originaria, proprio perché le fibre di amianto sono estremamente pericolose, soprattutto se l’esposizione è di lunga durata. Anche se non esiste una soglia minima che esclude il rischio. Non era, quindi, adatta ad ospitare bambini che avrebbero potuto riportare, una volta adulti danni molto gravi.

Asilo contaminato da amianto e i rischi alla salute

L’amianto, come ricorda sempre l’Osservatorio nazionale amianto, e come è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica da tempo, provoca il mesotelioma. Si tratta del tumore sentinella, dove infatti è alta la sua incidenza, siamo di fronte a un sito contaminato. Oltre a questo l’asbesto (altro nome dell’amianto), causa il tumore del polmone, delle ovaie, della laringe, della faringe e del colon e diverse altre patologie asbesto correlate. Tra queste ricordiamo soltanto l’asbestosi.

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona, stima che ci siano in Italia almeno 7mila vittime di amianto in Italia ogni anno. Sebbene, infatti, questo minerale è stato messo al bando 30 anni fa con la legge 257/1992, le bonifiche sono in forte ritardo. Questo, oltre al lungo periodo di latenza tra l’esposizione e la manifestazione della malattia, comporta tanti altri nuovi casi di mesotelioma (registrati nel VII Rapporto ReNaM dell’Inail).

Per contribuire alle bonifiche l’Ona ha anche realizzato una App apposita. Come si legge ne: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, liberare il territorio dal minerale killer è l’unico modo per fermare la strage.

Struttura di via Nicolo’ Berio, 373 mq di amianto

L’avviso pubblico riguarda l’ex asilo di via Nicolo’ Berio. All’interno sono stipati 373,36 mq di amianto.

L’edificio prevede l’obbligo di demolizione e sistemazione di terreno. La cubatura risultante di 1521,33 metri cubi, potrà essere utilizzata per la costruzione o l’ampliamento di fabbricati di abitazione civile sul territorio comunale. Il prezzo a base d’asta è di 50mila euro più Iva. L’importo tiene conto dei costi di demolizione e smaltimento del fabbricato che sono stati stimati in 100mila euro.

Il traporto del materiale cancerogeno dovrà essere effettuato entro 12 mesi dal trasferimento del bene. Le domande vanno presentate all’Ufficio Protocollo del Comune di Imperia.

L’Ona stima in italia ancora 2400 scuole con amianto. Nonostante la prima battaglia del 2012, quando furono monitorate, negli anni tante altre ne sono state scoperte. Il presidente Ona insiste con la bonifica, degli istituti scolastici e degli ospedali in primis.