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giovedì, Novembre 30, 2023

Ilva di Taranto, falsa testimonianza: indagini chiuse

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Il processo “Ambiente svenduto” che ha portato a pesanti condanne nei confronti dei vertici dell’Ilva di Taranto e degli altri imputati, porta con sé qualche strascico. Sono concluse le indagini per 6 testimoni nel dibattimento del procedimento giudiziario accusati di falsa testimonianza. Tutti vicini o avvicinati dai responsabili della società.

Ilva di Taranto, 6 gli indagati dopo il processo

Tra questi anche un ex consulente della Procura e un alto prelato, che avrebbero o mentito od omesso una parte della verità, secondo i giudici della Corte d’Assise. L’ex consulente avrebbe attribuito alcuni inquinanti ad un’azienda vicina all’ex Ilva, ritrattando la sua versione per ben due volte. Sarebbe stato avvicinato, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, da un ex dirigente e avrebbe (il condizionale è d’obbligo), frequentato spesso lo stabilimento.

Nell’inchiesta sono finiti anche due ex dirigenti Ilva, l’impiegata di una stazione di servizio e un giornalista. Gli indagati hanno 20 giorni di tempo per chiedere di essere sentiti dal pm per fornire la loro versione dei fatti o per presentare delle memorie difensive. A quel punto il pubblico ministero deciderà se archiviare le accuse o chiedere il rinvio a giudizio per alcune o tutte le persone coinvolte.

Ilva di Taranto, il processo “Ambiente svenduto”

Tutto iniziò nel 2012 quando il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco sequestrò i sei impianti a caldo dell’Ilva, dopo le indagini della Procura partite da un pezzo di formaggio. Furono due cittadini a predisporle e scoprirono, come sospettavano, che i terreni erano altamente inquinati e che probabilmente quella era la causa dell’alta incidenza di tumori nell’area. Sia i terreni che gli animali sono, infatti, contaminati da diossina e non solo.

Il Tribunale del Riesame confermò il sequestro, ma concesse l’uso dello stabilimento ai Riva, che continuarono a produrre acciaio con gli stessi sistemi di sempre. Il primo procedimento fu annullato. Il processo partì quindi nel 2016. Per la sentenza ci vollero 9 anni. I vertici dell’azienda furono condannati per disastro ambientale. La Corte d’Assise di Taranto ha condannato Fabio Riva a 22 anni di carcere e Nicola Riva a 20 anni. L’Osservatorio nazionale amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, si è costituita parte civile.

Conseguenze sull’ambiente e sulla salute

L’amianto e gli altri cancerogeni presso l’Ilva di Taranto causarono negli ex lavoratori e nei cittadini 472 casi di mesotelioma (quelli riconosciuti), registrati nella sola città nel periodo dal 1993 al 2015. Complessivamente in Puglia negli ultimi vent’anni sono stati censiti 1.191 mesotelioma e di questi il 40% sono a Taranto.

Il 400% in più di casi di cancro tra i lavoratori impiegati nelle fonderie Ilva. Il 50% di cancri in più anche tra gli impiegati dello stabilimento, che sono stati esposti solo in modo indiretto. Il 500% di cancri in più rispetto alla media della popolazione generale, della città di Taranto, non impiegata nello stabilimento. Il tasso di incidenza del cancro, dell’intera città di Taranto, è superiore alla media di tutte le altre città italiane. Non sono stati risparmiati neanche i bambini.

Soltanto l’asbesto causa, oltre al mesotelioma, il tumore del polmone, alla laringe, alla faringe, alle ovaie e al colon. L’asbestosi e le placche pleuriche e diverse altre malattie legate all’amianto. Il presidente Ona lo spiega anche nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. Qui si possono trovare anche i dati aggiornati. Il VII Rapporto ReNaM dell’Inail si ferma infatti al 2018 con la registrazione dei casi di mesotelioma in Italia.

L’Ilva resta un problema, sia a livello ambientale, sia per i tanti lavoratori ora in cassa integrazione che rischiano di restare senza lavoro. L’unica soluzione, però, è la bonifica. Sarà fondamentale restituire ai nostri figli un’area ripulita dagli agenti contaminanti e cancerogeni, dove poter costruire un futuro diverso. La bonifica è l’unica strada, in tutta Italia. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App per segnlare i siti con ancora componenti in amianto.

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