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Battaglia del colonnello Calcagni contro l’uranio impoverito

Col Calcagni Carl, elicottero mililtare
Col Calcagni Carl, elicottero mililtare

Il colonnello del Ruolo d’Onore Carlo Calcagni ha spento le venti candeline di malattia.

“Mi concentro sulle cose positive” dice al notiziario dell’Osservatorio nazionale amianto, Il Giornale sull’amianto, al telefono. Di lui, della contaminazione da uranio impoverito nel teatro di guerra della Bosnia Erzegovina, della sua passione per lo sport, nonostante tutto, abbiamo già parlato.

È un uomo con una forza incredibile, che ha combattuto e continua a combattere per la vita, per restare accanto ai suoi figli, Francesca e Andrea, che oggi hanno 17 e 14 anni e che nomina sempre con orgoglio. Ha dovuto subire, però, oltre a tutto quello che la malattia ha portato ed a tutto quello di cui mi ha privato, anche l’ennesima delusione.

Il Ministero della Difesa, oltre a negargli un risarcimento del danno, gli ha tolto anche la possibilità di indossare la divisa.

Calcagni testimonianza vivente di quanto accaduto nei Balcani

“Soltanto perché – dice Calcagni – ho osato dire la verità. Io sono la testimonianza vivente, il mio corpo ne custodisce la prova, di quanto è accaduto nei Balcani ed ho il dovere di far conoscere i fatti realmente vissuti”.

Carlo Calcagni

Andiamo con ordine per raccontare una vicenda che avrebbe dell’incredibile, se non se conoscessero già altre simili di questo “sistema” che nega la realtà dei fatti. Questo per nascondere le responsabilità di chi sapeva, ma non ha informato il personale. Né ha fornito l’equipaggiamento di protezione necessaria ad evitare la contaminazione da metalli pesanti.

Calcagni, come è avvenuta la contaminazione

Nel 1996 Calcagni è stato impiegato in Bosnia Erzegovina come pilota elicotterista.

In quelle zone di guerra ha effettuato numerose missioni di volo, tra cui anche missioni di recupero e soccorso, non solo di militari, ma anche civili. Il più nobile dei servizi alla collettività: salvare vite umane.

Il colonnello Carlo Calcagni

Proprio per aver portato a termine tutte le missioni affidategli, nonostante l’urgenza ed i pericoli, gli è stato tributato un encomio dal comandante della Forza multinazionale di pace, per aver dato “lustro” all’Esercito italiano ed all’Italia intera.

Risulta nel suo Stato di servizio, nella parte riservata a “Campagne di guerra – decorazioni – onorificenze – ricompense”:

“Pilota soccorritore con raro senso della responsabilità e spiccato spirito di sacrificio, recuperava feriti con eccezionale professionalità ed in assoluta sicurezza anche nelle situazioni di estremo disagio e pericolo non lesinando energie ed impegno. Chiaro esempio di soldato che ha dato lustro all’Esercito Italiano riscuotendo unanime ammirazione anche dalle Forze Armate Internazionali impegnante in Bosnia-Erzegovina (Sarajevo, 02 luglio 1996)”.

Calcagni, nel suo corpo 28 metalli pesanti

L’uranio impoverito e gli altri metalli pesanti li porta nel suo corpo. I dati clinici dimostrano la presenza di 28 metalli pesanti di vario genere che gli hanno causato ben 24 patologie.

Proprio durante l’impiego nei Balcani, ha subito una gravissima e massiccia contaminazione. Il suo organismo si è ammalato in maniera irreversibile, fino al punto di modificare anche il patrimonio genetico, con conseguenze devastanti sulla sua vita e
sui propri figli che hanno ereditato la “mancanza” di un gene.

Il colonnello Carlo Calcagni

Le patologie di cui soffre, tra le altre, sono: cardiopatia, linfomielodisplasia, polineuropatia cronica, degenerativa ed irreversibile con Parkinson. E ancora fibrosi polmonare con insufficienza respiratoria, disfunzione dell’ipofisi e sensibilità chimica multipla, che lo costringono ad affrontare estenuanti terapie quotidiane. Sette iniezioni di immunoterapia, appena alzato, circa 300​ compresse, quattro ore di flebo, ossigenoterapia per almeno 18 ore al giorno, ventilatore polmonare notturno, sauna e lettino a raggi infrarossi, plasmaferesi (una sorta di dialisi) settimanalmente e, spesso, interventi chirurgici d’urgenza.

Soltanto una ferrea determinazione ed uno sconfinato amore per la vita hanno permesso al Colonnello Calcagni di continuare a vivere, nonostante il dolore e le privazioni siano, ormai, parte integrante della sua esistenza.

Interventi chirurgici e 300 punti di sutura

Le tragiche conseguenze, che la missione di pace in Bosnia ha lasciato nel suo organismo, sono evidenti anche sulla sua pelle. Il 28 settembre 2002 (data indimenticabile perché coincide con il compleanno della madre Teresa) si sottopone ad un intervento chirurgico al fegato, presso la clinica chirurgica Prima di Padova, il primo di una lunghissima serie che, fino ad oggi, hanno “decorato” il suo corpo con oltre 300 punti di sutura.

Il colonnello Carlo Calcagni

Questo momento ha dato inizio al lungo e terribile calvario che lo vede protagonista attraverso fasi di profonda sofferenza. Sempre affrontate con un’eccezionale forza d’animo che non lo ha mai abbandonato.

Più volte ha lottato per la vita, due soltanto in quest’ultimo anno, per una setticemia e per un infarto.

“La mia giornata – ci ha detto – è scandita dalle terapie che non hanno sosta, né giorno di festa. Inizio appena alzato con 7 iniezioni di immunoterapia a basso dosaggio, nel corso della giornata prendo 300 pastiglie, 4-5 ore di flebo, almeno 18bl ore al giorno di ossigeno terapia, autoemoterapia, sauna infrarossi e dormo attaccato ad un ventilatore polmonare”.

In cura presso un ospedale del Regno Unito

Da 12 anni è sottoposto ad un piano terapeutico che lo porta ogni 3-4 mesi a ricoverarsi presso il Breakspear Medical, nel Regno Unito, che è l’unica struttura di altissima specializzazione in Europa per la cura della MCS, la Sensibilità Chimica Multipla.

La già gravissima malattia multi-organo si è complicata con l’insorgenza di altre gravi patologie, tra cui: cardiopatia diastolica ventricolare, fibrosi polmonare, demielinizzazione delle fibre nervose (soprattutto encefaliche) di tipo autoimmune, polineuropatia, atassia muscolare, fibromialgia e sindrome da
affaticamento cronico, fino alla diagnosi di una forma di sclerosi multipla con Parkinson risalente all’anno 2015.​

Nel suo organismo sono stati trovati 28 metalli pesanti, dei quali è stata DIMOSTRATA la presenza, in quantità esageratamente superiore alla norma: Alluminio, Antimonio, Argento, Arsenico, Berillio, Cadmio, Cesio radioattivo, Cromo, Ferro, Manganese, Mercurio, Nichel, Oro, Palladio, Piombo, Platino, Rame, Rodio, Stagno, Stronzio, Tallio, Titanio, Torio, Tungsteno, Uranio radioattivo, Vanadio. Metalli pesanti, tossici, tra cui due radioattivi: Cesio e Uranio.

Valori impressionanti, anche 22 mila volte oltre i valori di riferimento.

Li hanno trovati nel fegato, nei polmoni, nel midollo osseo e, persino, nel DNA.

I rischi legati ai metali pesanti

La presenza di metalli tossici, dal punto di vista sia chimico sia fisico, può provocare numerose patologie di tipo cronico degenerativo, derivanti dalla loro elevata tossicità e dal tipo di contatto, che in alcuni casi può rivelarsi letale.

L’organismo umano infatti è in grado di metabolizzare soltanto piccole concentrazioni di questi composti, che si accumulano a livello di organi vitali come fegato, reni, tessuto osseo e soprattutto nel sistema nervoso centrale.

L’Ona e sil suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, forniscono assistenza legale fratuita anche per tutti coloro che ritengono di essersi ammalati perchè esposti a cancerogeni e metalli pesanti.

Una valida assestenza legale permette di ottenere il riconoscimento della causa di servizio. Questo dà diritto, poi, anche alla pensione privilegiata e all’equo indennizzo.

Ogni giorno il colonnello Calcagni si sottopone a terapie multiple, farmacologiche, sia domiciliari che ospedaliere, tra cui terapie infusionali e trasfusioni ematiche, allo scopo di stimolare il sistema immunitario, costantemente impegnato contro le frequenti infezioni batteriche che potrebbero evolvere in pericolose e letali setticemie.

Rischi per la salute, sofferenze e privazioni

“Da vent’anni sono seguito da centri di eccellenza, come il l’endocrinologia di Pisa, l’Umberto I° e la Sapienza di Roma, la Cardiologia e la Nefrologia di Brindisi ed il Policlinico Universitario di Bari. Proprio presso il Policlinico Universitario di Bari, sono stato inserito nella sperimentazione di un nuovo farmaco che mi ha salvato dall’ultima setticemia, grazie ad una intuizione del professor Loreto Gesualdo”.

Il Colonnello, mano a mano che racconta della sua vita e della sua situazione, diventa più preciso e ci svela fatti e pensieri più profondi.

“Due settimane fa ho perso un caro amico, Maurizio, che si era ammalato per l’esposizione ai metalli pesanti. Tanti, troppi, sono stati negli anni i colleghi e gli amici deceduti o che si sono ammalati”.

I numeri si conoscono: in totale sono oltre 400 i morti e oltre 7mila quelli che hanno contratto patologie legate – come ha riconosciuto anche il Parlamento nel 2017 – all’uranio impoverito.

La testimonianza nelle scuole

“Per questo – ha continuato – porto in tutta Italia la mia testimonianza, soprattutto nelle scuole. Lo devo a me stesso, ai miei figli, ai miei colleghi che non ci sono più ed alle nostre famiglie. Cerco di trasmettere ai ragazzi i valori che la divisa incarna, proprio quei valori per cui tanti hanno perso la vita o, come me, hanno riportato danni permanenti, nell’adempimento del dovere”.

Lo capiamo che c’è un “ma”, doloroso, non espresso, ma che rende l’atmosfera pesante.

Perché ad intristire il colonnello Calcagni non è la malattia.

Quella l’ha accettata, l’ha fatta sua e la combatte ogni giorno pur di avere una vita il più possibile normale e degna di essere vissuta. È consapevole della sua forza e dell’affetto dei suoi cari. Questo lo rende più sereno ed ancor più determinato.

A farlo soffrire è, invece, un Ministero della Difesa che:

  • non lo ha, mai, informato su tutti i rischi a cui andava incontro durante quella missione nei Balcani;
  • non gli ha fornito – a differenza dell’Esercito statunitense – i dispositivi di protezione necessari ad evitare questo calvario;
  • ha dichiarato che lui non ha mai effettuato attività di volo nei Balcani, per negargli il risarcimento del danno;
  • gli nega, dal 01.01.2022, di indossare l’uniforme che ha sempre servito con onore.

La richiesta bonaria di risarcimento

“Voglio chiarire a tutti che la mia non è una battaglia per il risarcimento economico del danno. Per anni non mi sono mosso con avvocati. Nel 2005 ho chiesto, infatti, il risarcimento in via bonaria.

Le commissioni mediche militari, prima, ed il comitato di verifica, successivamente, avevano già accertato, verificato e riconosciuto la dipendenza da causa e fatti di servizio, con una invalidità del 100%. Non avevo nulla da dover dimostrare, ero stato iscritto nel Ruolo d‘Onore, oltre ad aver ottenuto lo status di vittima del dovere ed il distintivo d’onore di MUTILATO per servizio. Invece il Ministero della Difesa, nel 2007 – spiega Clacagni – dichiara il falso e questo ha condizionato gli ultimi 15 anni!”.

“Soltanto dopo che il TAR Lazio – ha continuato al telefono il colonnello – ha condannato il Ministero della Difesa, hanno ammesso che si è trattato di un errore e, in autotutela, hanno annullato e sostituito integralmente il documento contenente quella falsa dichiarazione. Grazie a quella l’avvocatura dello Stato di Lecce nel 2017 aveva espresso parere negativo, quindi negato la risarcibilità del danno.

Caso Calcagni, attese infinite

È da evidenziare che l’avvocatura dello Stato, che aveva preso per buona la falsa dichiarazione del Ministero della Difesa, emette il parere negativo alla mia richiesta di risarcimento, non subito nel 2007, ma 10 anni dopo la richiesta del Ministero della Difesa. Probabilmente aspettavano la mia morte per raccontare ai miei figli un’altra storia: questo è un pensiero terribile! Nessuno mi informa del parere negativo e solo un anno e mezzo dopo ricevo una lettera dal Ministero della Difesa con la quale mi comunicano di aver rigettato la mia richiesta di risarcimento. Un diniego senza alcuna motivazione.

Dopo 17 anni di paziente attesa, ho pensato: avrò almeno diritto ad una spiegazione!? Allora ho incaricato un avvocato di Roma per procedere ad un accesso agli atti che viene prontamente rigettato. E così, sono costretto a chiedere ad un giudice di autorizzare l’accesso agli atti. Anche in questo caso il Ministero della Difesa nega l’autorizzazione, ma in questa occasione, deve motivare la decisione del rigetto.

Sul caso Calcagni cade il segreto di Stato

Così scopro che sulla mia documentazione personale era stato posto il SEGRETO di Stato. Ma io non mi arrendo e faccio ricorso al TAR che condanna il Ministero della Difesa. Finalmente riesco ad ottenere l’autorizzazione di accesso agli atti. Il mio avvocato vede finalmente il fascicolo nel giugno del 2019, mentre ero ricoverato in Inghilterra.

Dovete sapere che dal 7 febbraio 2019 ero entrato a far parte del gruppo di lavoro del Tavolo tecnico sull’uranio impoverito. Era stato istituito con decreto ministeriale, presso l’Ispettorato della Sanità Militare. Ero consulente del Ministro della Difesa Trenta.

Il Ministro Trenta sensibile al fenomeno uranio impoverito

Prima di lei, nessun altro Ministro della Difesa era stato disponibile a parlarne e ad affrontare il problema uranio impoverito. Il Ministro Trenta, invece, mi nomina consulente per quel Tavolo tecnico. In poco tempo, insieme ad altre 15 persone, abbiamo raggiunto l’obiettivo chiesto dalla dottoressa Trenta. Abbiamo chiuso i lavori con una relazione finale che abbiamo firmato tutti quanti i membri del Tavolo, 16 persone, 16 firme, compreso me. Peccato che quella relazione, veramente importante, è sparita nel nulla!

Torniamo al documento falso: leggo l’atto che mi gira il mio avvocato e mi si gela il sangue, perché ho pensato immediatamente ai miei figli. Se fossi morto prima, se non avessi lottato per la verità, anche i miei figli avrebbero dubitato delle mie parole, dei miei racconti, dei miei valori. Allora, invio al ministro Trenta il documento in cui era stato dichiarato il falso insieme ai documenti che invece dimostrano la reale attività svolta nei Balcani.

Il Ministro della Difesa, a quel punto, incarica l’ufficio competente di fare chiarezza e, alla luce del mio stato di servizio, emette un documento in cui si attesta la reale attività di volo effettuata nei Balcani e che annulla e sostituisce integralmente quello erroneamente redatto nel 2007. Tiro un sospiro di sollievo, pensando che la questione è finalmente risolta”.

Caso Calcagni, intervengono Le Iene

Il colonnello Calcagni dopo 19 anni è costretto a rivolgersi a Le Iene.

“Quando però chiedo informazioni sulla mia pratica di risarcimento, mi rispondono che la risposta l’ho avuta già, anni prima e che per loro è una pratica chiusa con quella lettera del 2018 in cui mi avevano comunicato il rigetto. Sono esausto, avvilito. Decido a quel punto di scrivere alla redazione de Le Iene e di raccontare la mia storia, allegando i documenti più importanti:

  • il documento in cui avevano dichiarato il falso, nel 2007;
  • la condanna dal parte del TAR Lazio nei confronti del Ministero della Difesa, con cui è stato eliminato il segreto di Stato sulla mia documentazione personale;
  • la dichiarazione, in autotutela, con cui il Ministero della Difesa ammette l’errore e, soprattutto, dichiara i fatti realmente accaduti.
    Il 25 maggio 2021 va in onda il servizio de Le Iene con l’intervista di Luigi Pelazza.
    Spiego a loro e all’Italia tutta, in modo chiaro ed inequivocabile, che la mia battaglia è per il RISPETTO, tanto da essere persino disposto a rinunciare ad un risarcimento milionario, in cambio di un solo euro simbolico, ma davanti a scuse pubbliche nei miei confronti, nei confronti dei miei colleghi deceduti, dei miei colleghi ammalati e delle nostre famiglie che, troppo spesso, restano sole e ne pagano pesanti conseguenze. A quel punto, non soltanto la pratica di risarcimento non va avanti, ma accade l’incredibile: dopo aver prestato servizio per 11 anni in qualità di richiamato in servizio nel Ruolo d’onore, a domanda, il Ministero della Difesa mi revoca il richiamo in servizio, di cui avevo ottenuto già il decreto, e dal 01 gennaio 2022 mi è preclusa la possibilità di indossare la divisa”.

L’ultima beffa, preservato dal Covid

“Anche qui – ha concluso Calcagni – le motivazioni sono varie e disparate, sempre a seguito di un ulteriore ricorso al TAR. Prima il Ministero della Difesa dichiara che il provvedimento di revoca è solo una protezione nei miei riguardi. Proprio per le mie gravi e delicate condizioni di salute che sarebbe a rischio a causa dell’emergenza Covid (che era già arrivata in Italia da due anni!) se rientrassi in servizio. Successivamente, il Ministero della Difesa dichiara che la revoca è motivata dalla mancanza dei requisiti. Requisiti che però ho avuto per gli 11 anni precedenti in cui sono stato richiamato in servizio. Requisiti che, improvvisamente, sono spariti”.

Il Consiglio di Stato ha preso per buone le ragioni del Ministero della Difesa ed ha lasciato invariato il provvedimento del TAR.

Calcagni però è un sognatore che non molla, per nessun motivo.

Il colonnello Carlo Calcagni

Negli anni ha raccolto la vicinanza dei cittadini italiani, il popolo gli vuole un gran bene.

È di esempio e di ispirazione per tantissime persone. Ancor più per tutti coloro che affrontano gravi malattie o problemi di vario genere.

Il motto di Calcagni è “Mai arrendersi” che per lui è un vero e proprio stile di vita.

Ma la sua battaglia, che può essere assimilata a quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento, continua. Ci ha dimostrato, in più occasioni, che lui andrà fino in fondo, fino all’ultimo respiro.

Segui l’intervento del colonnello Calcagni al convegno dell’Osservatorio nazionale amianto: “Guerra e pace, vittime del dovere“, a questo link (dal minuto 1.06.40).

Durante l’evento il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, ha sollecitato il Ministero della Difesa a risolvere quello che è ormai dventato il “caso Calcagni”. Il presidente vorrebbe, infatti, che fosse restituita la divisa ad un uomo che ha servito lo Stato con grande abnegazione e che, proprio per questo, ha riportato una grave invalidità.

Natale in casa Cupiello: una storia che ci rappresenta 

Natale, casa Cupiello, foto di famiglia
Natale, casa Cupiello, foto di famiglia davanti al presepe

Natale in casa Cupiello è una tragicommedia intramontabile nella quale ci possiamo identificare un po’ tutti. Cosa vuole insegnarci il capolavoro di Eduardo sul Natale a casa Cupiello?

Natale in casa Cupiello: “un parto trigemino”

Natale in casa Cupiello è definito dallo stesso Eduardo De Filippo (24 maggio 1900 –, 31 ottobre 1984) «un parto trigemino con una gravidanza di quattro anni» è un’opera tragicomica scritta dal drammaturgo napoletano nel 1931.

Inizialmente doveva essere una commedia ad atto unico. Nel 1932 fu aggiunto il primo atto, il cosiddetto prologo e nel 1934 verrà arricchita da un terzo atto che fungerà da conclusione.

Commedia di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello

Eduardo in Natale in casa Cupiello, come in tutte le sue opere, ci offre uno spaccato di vita quotidiana, fatto di miserie e dolore, ma anche di amore. Un amore che tuttavia non riesce a esprimersi con un linguaggio aperto. E’ una storia che esce dai confini del verosimile e della descrizione, per arrivare nel territorio della visione e del simbolo. Ma entriamo nel vivo della rappresentazione.

Un’opera colma di umanità e umorismo tragico 

In questa commedia Natale in casa Cupiello Eduardo De Filippo siamo a Napoli negli anni ‘30. Il sipario si apre con la rappresentazione dell’antivigilia del Natale. I componenti della famiglia: Luca Cupiello, la moglie Concetta, il figlio Nennillo, dormono nella stessa misera stanza e i contrasti fra loro sono sempre più evidenti.

Così come evidenti sono gli attriti con gli altri membri della famiglia. Concetta, spesso usa il “voi” per rivolgersi al marito, ma solo come sfottò, per dissacrare la figura del pater familia, tanto cara in epoca fascista. Tommaso disprezza il presepio e ogni qualvolta il padre gli chiede “Te piace ‘o presebbio?” la sua risposta è “A me non mi piace”. La figlia Ninuccia sta per abbandonare il ricco consorte.

Il Natale segreto del protagonista Lucariello

Lucariello, figura centrale della commedia, è un uomo che si estranea dalla realtà e che a sua volta ne viene isolato. Ha una vera e propria fissazione per il Natale e per i suoi simboli, su tutti il presepe, emblema della napoletanità e della sacra unione domestica. Quando ogni anno lo allestisce, è come se volesse costruirsi una realtà parallela, quasi fosse un antidoto alla triste e opprimente quotidianità.

Ma nessuno condivide la sua passione. 

Per gli altri, il Natale è un giorno in cui la famiglia si deve riunire per abbuffarsi e stare insieme, perché è così che vuole la tradizione. Fine! La famiglia non è un nido d’amore, ma una vicinanza forzata nella quale ognuno sfoga le proprie frustrazioni e anche se in fondo, ci si vuole bene, non si può fare a meno di litigare per ogni sciocchezza. 

La delusione e lo sconforto di Lucariello

Lucariello, da buon sognatore, da anti-eroe, finge di non vedere cosa succede in casa e continua a farsi trasportare, come un eterno fanciullino, dalla magia del Natale. A un certo punto tuttavia si trova faccia a faccia con l’amara realtà. Scopre che la figlia tradisce il marito e in quel momento avviene un corto circuito nella sua vita. 

Si rende conto che il mondo che aveva tentato di costruire è andato in frantumi.

Lucariello inizia pertanto un lungo tormentato viaggio nello sconforto, in cui la dissoluzione degli ideali contrasta fortemente con la finta atmosfera natalizia. La famiglia riunita, le tradizioni ravvivate, i simboli in evidenza non hanno ormai alcun collante che possa tenere unito questo presepio. Non c’è più posto per i sogni.

Natale in casa Cupiello, un finale dolce-amaro 

Colpito da un ictus, Lucariello torna in quel letto da cui si era scetato nel primo atto e in cui si sta per adduormere per sempre.

Fuori, i fuochi d’artificio fanno da contrasto al dolore di una famiglia che trova, finalmente, la sacralità dell’unione davanti al capezzale del moribondo. 

La morte liberatoria, riporta Lucariello nella sua dimensione onirica, segnando il distacco definitivo da quella vita che non corrisponde minimamente ai suoi ideali.

E nella morte, è lui il vero vincitore, perché i familiari finalmente comprenderanno il valore del Natale, incluso Tommasino che, raccogliendo quell’eredità da sempre non gradita, potrà cominciare ad amare ‘o presepe. 

Le riflessioni di Natale casa Cupiello

Quando il sipario cala, non si può che riflettere su un amaro percorso di vita che in fondo coinvolge un po’ tutti: la fuga da una verità che fa male, la schiavitù delle convenzioni piccolo-borghesi-sociali, la paura dello scandalo, l’incapacità di crescere, l’ipocrisia e i compromessi delle relazioni familiari. 

Curiosità della commedia: un Natale antifascista? 

Piccola curiosità su Natale in casa Cupiello: il Natale descritto da Eduardo è ambientato in epoca fascista, epoca in cui i valori della Patria e della famiglia erano sacrosanti e venivano celebrati in pompa magna.

De Filippo, uomo legato alla sinistra, narrando la dissoluzione di tali valori, ha velatamente conferito una certa valenza politica all’opera Natale in casa Cupiello.

Essa risiede sia nella carica liberatoria del finale, sia nel ribaltamento di quella “tragicomica pagliacciata” fascista che andava in scena per le strade dell’Italia dell’epoca.

Buon Natale dalla redazione

Mastro Titta: “er boja” della Roma papalina

mastro titta, er boja più famoso
mastro titta, er boja più famoso di Roma

Mastro Titta, fu il boia più prolifico nella storia del Regno Pontificio. Secondo una leggenda, il suo fantasma si aggira ancora nei luoghi delle esecuzioni.

Mastro Titta: boia o verniciatore di ombrelli? 

Mastro Titta. All’anagrafe Giovanni Battista Bugatti, (Senigallia 1779- Roma 1869), era ufficialmente un verniciatore di ombrelli. Oltre alla sua attività artigianale, l’uomo tuttavia era noto per essere il “maestro delle giustizie” (da cui l’appellativo “Mastro”) dello Stato Pontificio.

Nei sessantotto anni di “onorata” carriera, prestò servizio per sei Papi, da Pio IV a Pio IX.

Con una media di sette esecuzioni annue, “er boja de Roma”, tra il 22 marzo 1796 e il 17 agosto 1864, giustiziò 514 persone. Poi andò in pensione, guadagnando un vitalizio mensile di 30 scudi, pari a circa 2.600 euro odierni).

In realtà, nel suo taccuino, l’uomo aveva riportato 516 nomi, ma a quanto pare, due di essi vennero stornati dalla lista, perché non rientravano nella metodologia esecutiva canonica. 

Il primo morì fucilato, il secondo impiccato e squartato dal suo aiutante Vincenzo Balducci.

La sua attività ebbe una piccola tregua, durata qualche mese, quando nel 1849 la Repubblica Romana di Mazzini spodestò il Papa e abolì la pena di morte. Dopo l’interferenza di Napoleone III e la restaurazione del potere temporale di Pio IX, tuttavia le cose tornarono come prima.

Essendo al soldo del Papa, Mastro Titta eseguiva le condanne anche in altre zone in cui il Vaticano esercitava il suo potere: Foligno, Macerata, Frosinone, Perugia.

Il libro di Mastro Titta 

Nel 1891, l’editore Edoardo Perino, pubblicò in chiave romanzata il taccuino di Bugatti, dal titolo “Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso”.

A scriverlo fu probabilmente Ernesto Mezzabotta, ma in realtà il nome dell’autore non compare mai.

L’incipit del testo

«Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati. Giunto a Foligno incominciai a conoscere le prime difficoltà del mestiere: non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca e dovetti andar la notte a sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo.

Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr’ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano. Nicola Gentilucci frattanto, a due ore di notte, dopo avergli rasata la barba e datogli a vestire una candida camicia di bucato e un paio di calzoni nuovi, venne condotto coi polsi stretti da leggere manette, nella gran sala comunale, poiché volevasi dare la massima solennità all’esecuzione, stante la gravità del suo delitto, superiore a qualsiasi altro, trattandosi dell’uccisione di un curato e di due frati».

“Boia nun passa ponte”

Per ovvie ragioni, Mastro Titta non godeva della simpatia dei suoi concittadini. Di conseguenza rimase perennemente confinato all’interno della cinta vaticana, al numero 2 di vicolo del Campanile.

Si racconta che addirittura non potesse attraversare l’altro lato del Tevere, per motivi di sicurezza.

Da qui nascerebbe il proverbio romano “Boia nun passa ponte“, che significa “ciascuno se ne stia al proprio posto“. 

Mastro Titta passa ponte

Il boia poteva oltrepassare il Tevere solo quando era chiamato a giustiziare qualcuno. Le esecuzioni non avvenivano infatti nel borgo papalino, bensì in luoghi quali: piazza del Popolo, piazza di Ponte, Campo de’ Fiori o via dei Cerchi.

In questo caso, Bugatti attraversava ponte S.Angelo e si recava “al lavoro”.

Questo particolare, diede vita a un altro famoso detto romanesco: “Mastro Titta passa ponte“, a significare qualche esecuzione imminente. 

Prima di procedere con le operazioni, Mastro Titta si confessava, prendeva i sacramenti e, indossato un mantello rosso dava via all’esecuzione. Anche il condannato a morte veniva portato in chiesa il giorno prima per ricevere gli ultimi sacramenti.

Uno spettacolo che destava curiosità nel popolino e non solo

Se da un lato i romani odiavano Mastro Titta, dall’altro pare che il popolino apprezzasse “gli spettacoli”.

Piccola curiosità: gli uomini portavano con sé i figli e nel momento in cui terminava il lavoro del boia, erano soliti schiaffeggiare i pargoli. Questo serviva quale monito, per far capire loro cosa sarebbe successo in caso di problemi con la giustizia.

Tale usanza è riportata da Giuseppe Gioachino Belli nel sonetto n. 68 chiamato “Er dilettante de Ponte”. “Tutt’a un tratto, al paziente, Mastro Titta appioppò un calcio in culo, e il papà a me, uno schiaffone sulla guancia con la destra. Tieni, mi disse, e ricordati bene che questa stessa fine sta già scritta per mille altri che sono meglio di te”.

Nel 1817 George Gordon Byron, narrò dettagliatamente una scenografica esecuzione. 

Nel 1845 Charles Dickens, dopo aver visto Mastro Titta all’opera, riportò l’episodio nel suo libro Pictures of Italy (“Lettere dall’Italia”, 1846)

La storia di Mastro Titta è riportata anche nella commedia musicale di Garinei e Giovannini, Rugantino”.

La filastrocca di Mastro Titta

Il personaggio ha persino ispirato una filastrocca per bambini che recita “sega sega Mastro Titta, ‘na pagnotta e ‘na sarciccia, una a me, una a te, una a mammeta che ‘so tre!”.

Quanto era cattivo Mastro Titta?

Mastro Titta non è visto solo come un cinico e freddo assassino, mano spietata del governo del papa. 

In certi casi viene descritto come una persona, per così dire, “umana”, che svolgeva il lavoro con distacco.

Egli cercava di soddisfare gli ultimi desideri dei condannati a morte: un sorso del vino, un’ultima presa di tabacco e poi di corsa sul patibolo. Ai lati del patibolo, i frati dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, rigorosamente incappucciati, avevano il compito di pregare per l’anima. 

Le tecniche di Mastro Titta

Fra le tecniche utilizzate dal boia: l’impiccagione, il mazzolamento (l’uccisione con un colpo secco di mazza), la decapitazione.

In quest’ultimo caso, prima della Rivoluzione Francese si usava un colpo d’ascia, poi la testa mozzata veniva presa per i capelli, mostrata al popolo e infilzata su una picca.

Nei casi di crimini particolarmente efferati, soprattutto a danno del clero, si procedeva a squartare il cadavere post-mortem.

I quarti venivano poi affissi ai quattro angoli del patibolo.

Il museo del boia 

Al Museo Criminologico di Roma, nel Palazzo del Gonfalone, sono custoditi il mantello scarlatto, la tabacchiera e il coltello del carnefice.

L’arnese si utilizzava per mutilare i criminali indigenti, che non erano in grado di pagare le multe previste per i loro reati.

Per i poveracci, si procedeva con l’asportazione di occhi, il taglio di orecchie e nasi.

Ai ladri colti in fragranza, si tagliava dapprima la mano e, in caso di recidiva, anche la mano destra.

Il fantasma di Bugatti 

Secondo una leggenda, il fantasma di Bugatti si aggira ancora nei luoghi in cui era solito dar via alle esecuzioni. Avvolto nel suo mantello rosso, passeggerebbe all’alba, offrendo del tabacco a chi glielo chiede, proprio come faceva in vita.

Riferimenti bibliografici 

Mastro Titta, Il Boia Di Roma: Memorie Di Un Carnefice Scritte Da Lui Stesso

(foto dal sito romasparita.eu)

Amianto nell’Esercito, finanziere riconosciuto vittima del dovere

esercito, elicottero
esercito, elicottero

Battaglia vinta in Appello per un appuntato scelto dell’Esercito, ora in servizio presso la Guardia di Finanza, colpito da ispessimenti pleurici, placche pleuriche a causa dell’esposizione all’amianto.

Battaglia vinta per un finanziere

La Corte di Appello di Trieste ha, infatti, accolto il ricorso presentato dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, e riconosciuto Marco Sedda vittima del dovere. Il Tribunale di Trieste, nel processo di primo grado, aveva ritenuto non fossero stati forniti elementi specifici e concreti della presenza di amianto sul luogo di lavoro.

Invece, come specificato dall’avvocato Bonanni, il minerale killer era presente nei motori e nelle coibentazioni degli elicotteri in dotazione all’Esercito e alla Guardia di Finanza. Sedda, 59 anni, ha subito quindi un’esposizione all’asbesto tra il 1984 e il 1990, mentre era in servizio presso lo Squadrone autonomo misto di Alghero e dal 2002 ad oggi, “per contaminazione dell’ambiente lavorativo, essendo tale materiale utilizzato in tutte le coibentazioni e nei diversi locali, nonché nella componentistica degli autoveicoli militari, mezzi corazzati, elicotteri, e ciò sia nell’esercito che nella GdF”. Il 59enne ha fatto parte della fanteria meccanizzata e di un gruppo di elicotteristi che portavano documenti da Alghero a Roma.

Amianto nella caserma “Campo Marzio” di Trieste

L’amianto era presente, secondo la relazione dell’ing. Marino Valle, anche nella caserma “Campo Marzio” della Guardia di Finanza di Trieste, dove Sedda ha prestato servizio fino al 2008. Anche le bonifiche avvenute nel 2002 non sarebbero state a norma. A causa dell’amianto, oltre agli ispessimenti pleurici e alle placche pleuriche, Sedda avrebbe contratto anche una sindrome delle apnee ostruttive di lieve entità.

La Corte di Appello di Trieste ha quindi accertato il diritto del 59enne ad essere inserito nell’apposito elenco di vittime del dovere ai fini della concessione dei benefici di legge. Ad eccezione dello speciale assegno vitalizio (circa 1900 euro mensili), che spetta a chi raggiunge una invalidità almeno del 25%. La Corte ha poi condannato i ministeri dell’Interno, della Difesa e dell’Economia, al pagamento della elargizione. Sedda avrà diritto, avendo avuto il riconoscimento del 4% di invalidità, ad una tantum di 2000 euro per ogni punto di invalidità (8mila euro in totale), e a tutti gli altri benefici.

Amianto nell’esercito, finanziere otterrà il prepensionamento

Potrà, inoltre, ottenere il prepensionamento e le maggiorazioni sull’importo dei ratei pensionistici. Inoltre si potrà agire per il risarcimento del danno con il ricorso al TAR. L’avvocato Bonanni sta anche valutando un ricorso per Cassazione, perché sulla base di una più recente giurisprudenza sussiste il diritto a conteggiare, nella lesione, anche la sofferenza morale.

Esercito, Bonanni: “Restituita un po’ di giustizia”

“Un modo per restituire un po’ di giustizia – ha commentato l’avvocato Bonanni – ad un uomo che ha lavorato per anni per lo Stato, per la comunità, e che proprio sul posto di lavoro ha contratto una patologia che negli anni purtroppo potrebbe aggravarsi o trasformarsi. L’amianto è stato, ed è ancora, presente in tante caserme italiane perché veniva utilizzato per gli scopi più disparati: è stato trovato persino vecchie lampade. Era anche nei camion frigo che trasportavano la frutta e che venivano controllati regolarmente dalle forze dell’ordine. Era nelle tubature delle caldaie, nei veicoli, in tanti strumenti utilizzati da civili e militari”.

L’asbesto, come spiegato nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“, causa oltre a queste patologie già richiamate, anche il mesotelioma e altri tipi di cancro. Per questo l’Ona e il suo presidente si impegnano ogni giorno per fermare questa strage silenziosa. L’Osservatorio nazionale amianto ha anche realizzato una App per la segnalazione dei siti contaminati.

Le vittime dell’amianto in Friuli Venezia Giulia

Il Friuli Venezia Giulia ha pagato alto il prezzo dell’uso dell’amianto. Se il VII rapporto ReNaM registra 1346 casi di mesotelioma tra il 1993 e il 2018, a questi si devono aggiungere 133 casi analizzati dall’INAIL tra il 2019 e il 2021. Di cui ben 53 nella sola provincia di Trieste.

Secondo le rilevazioni ONA e sulla base del confronto con i dati INAIL, risulta che i casi di tumore del polmone da amianto sono stati oltre 3000. Con un impatto di circa 2700 decessi. Per le altre patologie, purtroppo bisogna aggiungere 900 decessi. Si arriva così in totale a circa 5000 morti per malattie asbesto correlate, oltre a più di 10.000 vittime con patologie invalidanti.

Dal Cin: “Lo Stato riconosca a questi militari i loro diritti”

“Nel Registro degli esposti all’amianto di Trieste – ha commentato il finanziere vittima del dorere Antonio Dal Cin, che da anni sta portando avanti la sua battaglia dopo aver contratto l’asbestosi – sono stati iscritti un numero elevato di appartenenti alla Guardia di Finanza, che hanno prestato servizio nelle caserme del Corpo, dove è stata comprovata la presenza di amianto, così come nell’area portuale della città, ma anche presso il Valico Ferroviario di 1^ Categoria di Villa Opicina (TS), la Dogana di Fernetti-  Sez. Doganale di Prosecco (TS)”.

“I finanzieri – ha continuato Dal Cin – hanno pagato e stanno pagando tutt’ora un tributo altissimo in termini di vite umane. Purtroppo continueranno ad ammalarsi e a morire a causa di questo micidiale cancerogeno. Un nemico subdolo ed invisibile, che in tempo di pace ha determinato più morti che in guerra. Risultato presente anche su alcuni elicotteri, in ben 200 parti della loro componentistica e sul naviglio del glorioso Corpo della Guardia di Finanza.

Lo Stato e le istituzioni tutte, riconoscano a questi militari i loro diritti per aver compiuto il proprio dovere fino all’estremo sacrificio”.

Matematica e IA per la previsione rischi del terzo millennio

matematica, Angela Pietrantoni ed Ezio Bonanni
Da sinistra il presidente del World Protection Forum Genséric Cantournet, il Ceo di Kelony Angela Pietrantoni e il presidente Ona, l'avvocato Ezio Bonanni

La matematica moderna e l’intelligenza artificiale alla base delle previsioni dei rischi del terzo millennio. Questa la missione della Kelony, la prima agenzia di quotazione del rischio al mondo. Il suo presidente, Genséric Cantournet, e il Ceo e cofondatrice di Kelony Angela Pietrantoni, che insieme hanno dato vita anche al World Protection Forum, hanno accettato di spiegare meglio all’Ona notiziario “Il Giornale sull’Amianto”, di cosa di tratta e le implicazioni che la conoscenza delle prospettive future possono comportare.

Necessario prevedere i rischi

Iniziamo l’intervista contattando telefonicamente Pietrantoni. Buongiorno, durante il convegno a Roma, del 12 dicembre scorso, organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto, fortemente voluto dal presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, durante il quale sono stati presentati gli Stati generali della sostenibilità, ha parlato della necessità di prevedere i rischi in una società che sta cambiando e per la quale non valgono più le vecchie soluzioni. Kelony basa le sue previsioni e scenari su una matematica moderna.

In che ambito è stata applicata questa matematica che supera, come ha detto, la statistica?

Parliamo di matematica per il fatto che viviamo e siamo immersi in un mondo digitale, parola che si sente pronunciare spesso. Il suo significato, transitato attraverso la parola inglese digit, significa numero. Viviamo quindi in un mondo di numeri, ora più che mai. Superando quello che già il genio di Galileo disse più di 400 anni fa, sul fatto che la matematica è il linguaggio della natura, oggi la matematica è di fatto il linguaggio per decifrare il mondo. In un mondo di numeri, per avere chiarezza e controllo su quello che ci circonda, bisogna utilizzare una scienza consona con i numeri, ossia la matematica”.

La statistica utile per lo studio dei dati del passato

“La statistica – ha continuato Pietrantoni – è una branca della matematica, ma è solo una delle circa 3.800 discipline che esistono nel suo ambito, è uno strumento potentissimo, soprattutto devoluto allo studio dei dati del passato. Funziona in certi casi, anacronistica in altri. E soprattutto oggi in un mondo caratterizzato da cambiamenti ampi e repentini, di fenomeni che non si sono mai avverati prima è fondamentale scegliere gli strumenti giusti al problema da risolvere”.

“La matematica è il linguaggio per decifrare il mondo”

Poi è entrata nel vivo delle difficoltà dei nostri tempi: “Oggi le complessità sono tante, pensiamo alle emissioni di CO2, all’inquinamento che respiriamo, ai problemi ESG (Environmental, Social and Governance) la cui regolamentazione è in continua evoluzione, e a cui i diversi Paesi reagiscono in diversi modi. Pensiamo agli innumerevoli problemi legati alle materie prime, alla produzione e all’inflazione. Pensiamo al problema della protezione delle persone. Per risolvere tutti questi problemi noi ci siamo avvalsi di matematica particolarmente avanzata per sviluppare strumenti da mettere a disposizione per tutti per poter navigare in questo mondo.

Abbiamo dovuto superare l’approccio monoculturale delle previsioni fatte con l’uso della statistica per risolvere problemi complessi legati a fenomeni nuovi. A fenomeni che nemmeno in natura rispettano leggi di “distribuzione log normale” (la distribuzione di probabilità di una variabile aleatoria X il cui logaritmo log X segue una distribuzione normale, ndr).

Tecniche statistiche avrebbero quindi portato a previsioni sbagliate. Abbiamo perciò sviluppato una nuova forma di intelligenza artificiale, che si ispira alle neuro scienze. Questa aiuta a comprendere precisamente e in anticipo quale rotta prendere in mezzo alle innumerevoli difficoltà in cui siamo immersi. Ed è proprio questa la richiesta più forte da parte di aziende e Governi. Poter fare diagnosi in tempo reale del problema, avere previsioni di scenari possibili al fine di poter concretamente decidere con la massima consapevolezza per prendere decisioni vincenti. Gli strumenti di IA di nuova generazione che abbiamo sviluppato aiutano a fare proprio questo, capire con precisione e in anticipo su quali scenari puntare”.

Avete detto di aver previsto la pandemia del Covid 19, qualcuno vi ha ascoltato? Come siete poi riusciti ad aiutare la gestione della pandemia?

“Fortunatamente è tutto ampiamente documentato. Già dal mese di ottobre 2019, basandoci su segnali deboli che provenivano dalla Cina, avevamo emesso diversi fenomeni di allerta su quello che sarebbe diventata una pandemia mondiale. Abbiamo lavorato per più mesi alla realizzazione di un modello matematico chiamato Risk -Momentum e regalato tale strumento previsionale sia all’Oms, sia alle autorità sanitarie competenti europee, sia a quelle nazionali.

I modelli da noi proposti differivano da quelli tradizionali che hanno considerato il fenomeno in modo deterministico, cioè un susseguirsi tra causa ed effetto. Il nostro modello, basato su un sistema dinamico di equazioni differenziali ci consentì all’epoca di calcolare già da marzo 2020, agli inizi, l’esatta contagiosità e mortalità di tale fenomeno, mortalità che stimavamo intorno al 4% al massimo, che si rivelò essere la migliore previsione all’epoca sul fenomeno.

Il modello Risk Momentum applicato in Albania

Questa nostra metodologia è stata utilizzata anche da alcuni governi, tra cui, ad esempio, quello dell’Albania. Nonostante la diaspora albanese renda questo un Paese molto esposto, che avrebbe quindi potuto concentrare in sé tantissima quantità di rischio, avendo usato i nostri sistemi previsionali è riuscita a governare la complessità della situazione con un’efficienza documentata migliore di altri ‘più grandi paesi’. A tal punto di aver potuto permettersi il lusso di aver offerto all’Italia un supporto medico operativo, nell’estate successiva. Questo risultato è stato reso possibile grazie ai nostri modelli predittivi”.

Ho letto nel vostro archivio che l’India potrebbe “morire di sete” e che il rischio è più alto di quello di una guerra nucleare. Come le nazioni potrebbero utilizzare queste informazioni? E – scusi la domanda irrispettosa – quanto sono affidabili?

“Nessuna domanda può rivelarsi irrispettosa nell’ambito della scienza che è principalmente fatta di domande. Anche per questo ogni nostro risultato viene registrato, a volte su blockchain, e la nostra algoritmica continuamente perfezionata dalle nostre squadre di lavoro. Partendo da basi solide matematiche e scientifiche ritarano quotidianamente i risultati ottenendo strumenti sempre migliori per capire e decidere.

L’accelerazione dei tempi è un fatto inesorabile e palese a tutti oggi dell’ecosistema nel quale siamo immersi. Globalmente, ma soprattutto sociale, economico e tecnologico. Pertanto l’umanità sarà sempre più confrontata a casi non successi in precedenza. Perché questa accelerazione del cambiamento porterà ad evoluzioni adattative, confrontandosi con casi mai documentati prima.

Le decisioni vincenti coadiuvate da Intelligenze aumentate

La situazione, evolvendo ogni volta, necessita di nuovi strumenti per poter affrontare il processo decisionale con la consapevolezza che vi è un obbligo morale di non sbagliare. In particolare in Paesi le cui scelte interessano un tale ingente numero di persone e coinvolgono l’umanità intera. Il mondo avrà sempre più bisogno di un cambio di paradigma. Per non sbagliare a comprendere esattamente un fenomeno la soluzione è non affidarsi più a tecniche tradizionali. Ma fare uso di strumenti che permettono di comprendere la rivoluzione permanente di oggi. I processi decisionali vincenti saranno sempre più coadiuvati da Intelligenze Aumentate, quali quelle che programmiamo.

Per fare un esempio, ognuno di noi utilizza strumenti di navigazione anche per navigare in una città conosciuta. Il fatto di conoscere la strada per recarsi da qualche parte non ci impedisce di usare un navigatore che ci indica la presenza di traffico o lavori. Questa immagine, che ognuno di noi applica già a se stesso, è quello che gli Stati stanno facendo sempre di più. Affiancarsi ad un co-pilotaggio di previsione per dare la giusta priorità alle azioni da intraprendere. Come ad esempio il fatto di capire che il rischio cardine per l’India è quello della siccità prima di qualunque altro consente, come con l’uso di un GPS, di correggere la traiettoria di una decisione o degli sforzi finanziari da conseguire nei prossimi mesi o anni”.

Quali sono le previsioni future di Kelony? Penso all’ambito sanitario, ambientale, ma anche alla guerra in Europa.

“Le previsioni di Kelony si trovano aggiornate nei documenti prospettici che emettiamo regolarmente, chiamati KELONYSharp-Risk, e che fanno previsioni a due anni. Nel documento prospettico Sharp-Risk 2023-2024 emergono essenzialmente tre tendenze di fondo”.

“Vivremo sempre più pandemie endemiche”

“La prima, come da lei sottolineata, è il fatto che vivremmo sempre di più pandemie endemiche, un susseguirsi e una sovrapposizione di pandemie dovute alla demografia mondiale e ai suoi spostamenti e alle modificazioni profonde che questi spostamenti di ‘masse di cultura’ imprimono agli ecosistemi.

La seconda di pari importanza di portata è rivolta ad un aumento di conflitti, soprattutto sociali, fino alla guerra tra Paesi. A causa di un fenomeno di asimmetria matematica, data dal fatto che, per fare la pace, più parti devono necessariamente raggiungere un accordo, mentre per poter scatenare la guerra, è sufficiente la presenza di uno solo dei player al tavolo. La moltiplicazione dei player istituzionali e non, nei prossimi anni, basti pensare alla finanza decentralizzata, moltiplicherà i conflitti.

La terza tendenza sarà rivelata alla prossima tappa del World Protection Forum alla quale siete invitati”.

Al presidente di Kelony, Genséric Cantournet, abbiamo chiesto invece com’è nato il World protection forum e cosa potrà fare per migliorare la qualità della vita della popolazione mondiale. Questa la sua risposta:

“Viviamo in un’epoca in cui crisi economica, energetica-ambientale e sociale confluiscono, contemporaneamente al fatto che se l’Europa al momento non è in guerra, la guerra è in Europa.

Siamo entrati nell’‘era del rischio’, cioè in un momento in cui l’umanità è circondata da rischi, i cui effetti sono crescenti su ogni fronte, dal sociale, al sanitario, all’economico, all’ambientale o al digitale. È quindi di vitale importanza concentrare insieme in modo concreto tutte le iniziative su come proteggere le persone, le aziende e il pianeta in cui viviamo tutti.

A questo scopo, nel 2020 sotto la Presidenza dell’On. Angelo Maria Sanza, è nato il World Protection Forum, da un’idea dei fondatori di Kelony.

Il merito del WPF è stato di riuscire, per la prima volta, a mettere in contatto diversi mondi: istituzionale, aziendale, scientifico, sportivo e culturale, mondi che difficilmente si sarebbero incontrati in un unico Forum. È stato così possibile condividere differenti visioni e metodi in grado di catalizzare tutte le idee e le iniziative concrete per la protezione dell’uomo e degli ecosistemi digitali e naturali”.