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Agricoltura verticale: i campi si spostano in città?

agricoltura verticale, braccio meccanico
agricoltura vertocale, braccio meccanico

L’agricoltura verticale è un sistema alternativo di coltivazione che consente di sviluppare la stessa direttamente nei centri abitati. Di cosa parliamo? 

Agricoltura verticale: le fattorie urbane

L’inquinamento, l’innalzamento delle temperature, l’incremento demografico e molti altri fattori, hanno influito negativamente sulla qualità dell’agricoltura.

Gli esperti in materia hanno pertanto studiato dei sistemi “alternativi” per ottimizzare il settore agricolo. Da qui è nata l’idea dell’agricoltura verticale”, che consente di coltivare “fuori suolo” grazie alla tecnologia. 

Cosa significa? 

In pratica si tratta di costruire delle serre all’interno di edifici a più piani, con l’obiettivo di aumentare la produttività, utilizzando meno acqua e suolo.

Insomma una via di mezzo fra l’agricoltura e l’architettura, tanto che uno dei sinonimi di questa tecnica è “Agritecture”. Entriamo nel dettaglio.

Quando è nato il concetto di agricoltura verticale 

L’idea di costruire delle fattorie urbane “verticali” era già balenata ai primi del Novecento. Basti pensare ai celebri fumetti di A.B. Walker pubblicati su Life Magazine nel 1909.

A parlarne per la prima volta in termini dettagliati fu tuttavia il professore emerito di microbiologia e salute pubblica Dickson Despommier,  nel libro “The Vertical Farm: Feeding the World in the 21st Century” del 2008.

Dopo di lui, il biologo canadese John Todd, fautore della “fattoria integrata”, riprese il concetto nel suo libro “Progettare la natura” (1984), in cui proponeva l’idea di un edificio ecosistemico creato artificialmente.

Le prime vere vertical farm, tuttavia, sono state realizzate solo agli inizi del 2000, in Giappone e nel Sud-Est Asiatico, anche se più che altro avevano un carattere sperimentale. Scopriamo alcune tecniche.

Agricoltura fuori suolo: il sistema idroponico

Il cosiddetto “sistema idroponico”, prevede la coltivazione delle piante in strutture ipogee verticali, a partire dalla ricostruzione del loro habitat naturale. L’intero processo di coltivazione avviene in un ambiente chiuso, completamente controllato ed indipendente da quello esterno, nel quale vengono controllati tutti i parametri ambientali (temperatura, umidità, CO2, luce, ecc..)

Le piante non hanno bisogno di fertilizzanti, ma solo di pochissima terra e acqua, quest’ultima ricca di sostanze nutritive. 

Inoltre, l’uso dell’illuminazione a LED consente agli agricoltori di coltivare tutto l’anno in qualsiasi clima, fornendo dei prodotti sempre freschi ai consumatori. 

Dulcis in fundo, anche i costi della logistica e dei trasporti sono notevolmente ridotti.

Dettagli sulla tecnica

Le piante si mettono inizialmente in un terreno di coltura. Qui, una pompa ad aria spruzza la soluzione ricca di acqua e sostanze nutritive, iniziando dai filari più alti. La forza di gravità la fa poi defluire verso il basso, fino a raggiungere le radici.

Infine, l’acqua utilizzata torna al serbatoio e il ciclo continua.

Agricoltura e sistema acquaponico 

Un altro sistema è quello “acquaponico”. Esso utilizza l’acqua contenuta in una vasca per pesci. In questo modo, anche gli animali acquatici possono godere dei vantaggi di un’acqua energizzante.

Su verticalfarmitalia si legge “Il principio di funzionamento di un impianto acquaponico è molto simile a quello idroponico con due sostanziali differenze: la prima la sostituzione del serbatoio della soluzione nutritiva con una o più vasche per l’allevamento ittico; mentre la seconda è l’aggiunta di un filtro biologico (in parte costituito anche dal substrato di coltivazione) in cui si formerà la colonia di batteri nitrificatori che decomporranno in nitrato le secrezioni dei pesci.

Pur funzionando come un sistema senza suolo e dipendente dall’acqua, offre vantaggi nel consumo di risorse rispetto all’agricoltura tradizionale”. 

Conclusioni

Meno spreco di acqua e di terra, prodotti freschi tutto l’anno e meno costi per il trasporto e lo stoccaggio. Sembra tutto bello.

Peccato che i costi siano più elevati rispetto a quelli del contadino o del supermercato. Considerato che la realizzazione di una serra impiega quasi due anni ad entrare in attività tra progettazione, permessi, terreno ecc. Hardware e software, per gestire il tutto non sono certo economici. 

Il dilemma è dietro l’angolo. Meglio l’orticello casalingo o la nuova sfida tecnologica?

Sacro Bosco di Bomarzo: viaggio nel Parco dei mostri

Sacro Bosco di Bomarzo
Sacro bosco di Bomarzo

Il Sacro Bosco di Bomarzo, anche noto come il “Parco dei Mostri”, è un luogo carico di riferimenti ermetici e alchemici. Iniziamo questo viaggio nel mondo metafisico.

Sacro Bosco di Bomarzo: committente e realizzatore

Il Sacro Bosco di Bomarzo, si trova nell’omonima località in provincia di Viterbo (Tuscia), alle pendici dei monti Cimini.

A idearlo, l’architetto Pirro Ligorio (1513- 1583), un nobile napoletano appassionato d’arte. Per intenderci, è lo stesso personaggio che portò a termine i lavori di Michelangelo nella “Fabrica di San Pietro”, alla morte del genio.

Riguardo al Sacro Bosco, il committente fu il Principe Pier Francesco Orsini, detto “Vicino” (Signore di Bomarzo dal 1542 al 1586), in memoria della moglie Giulia Farnese.

Il Signore, si era ritirato nel palazzo di famiglia dopo la carriera militare al seguito delle truppe papali. Da quel momento decise di dedicarsi alla realizzazione del bosco, per “sfogare il core”, a seguito del grave lutto.

Un Principe “esoterista”

Orsini era un amante dell’esoterismo, dell’ermetismo, dell’alchimia, nonché seguace della corrente neoplatonica cara a Cosimo de Medici, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino.

Ebbene, durante i cenacoli rinascimentali, gli intellettuali discutevano di argomenti di altissima filosofia, incluso il viaggio metafisico oltre le “Colonne d’Ercole”.

Parliamo del viaggio della “mente illuminata” verso la conoscenza in generale, ma anche e soprattutto della conoscenza di sé stessi.

Il Sacro viaggio alla ricerca della Verità

In questo contesto, lo stesso Bosco, doveva rappresentare in maniera allegorica, il viaggio dell’uomo oltre i “veli della Maya”, cioè di quell’illusione che impedisce all’uomo di fare esperienza della Verità. 

E in effetti, addentrandosi nel Parco, si ha la sensazione di perdersi in una dimensione surreale, onirica, densa di misteri non facili da decifrare.

Un viaggio in cui, passando attraverso le “selve oscure”, della passione e del vizio, ci si può finalmente elevare.

Per farlo occorre tuttavia morire e rinascere,  passando attraverso un percorso iniziatico che porta a ricongiungersi con l’armonia dell’Universo.

Solo così è possibile raggiungere la vera felicità,  l’atarassia, che per gli epicurei coincideva con la liberazione da ogni turbamento.

Il Parco sembra la traduzione, in chiave architettonica, della Hypnerotomachia Poliphili, un romanzo allegorico del 1499, che ha per tema centrale la ricerca della donna amata (metafora di una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico).

Richiama altresì alla memoria le descrizioni surreali presenti nei racconti mitologici. Iniziamo l’avventura.

La casa pendente nel Sacro Bosco di Bomarzo

All’ingresso si incontra come prima cosa un arco merlato e lo stemma degli Orsini. 

Poi una serie di statue risalenti alla seconda metà del XX secolo.

Vicino all’ingresso antico c’è la “casa pendente”, una struttura che sfida, volutamente, la forza di gravità.

Su un lato della costruzione campeggia la scritta enigmatica: «Quiescendo Animus Fit Prudentior Ergo» cioè “riposando l’anima diventa migliore”.

La frase si riferisce alla “quiete” alchemica, a quella stabilità elementale che si può ottenere solo quando ci si ricongiunge con l’Uno, con il principio Creatore. 

Le sfingi guardiane 

Superata la soglia d’ingresso, due sfingi accolgono i visitatori. Anche in questo caso, troviamo due scritte sibilline. 

«Chi con ciglia inarcate et labbra strette non va per questo loco manco ammira le famose del mondo moli sette».

E «Tu ch’ entri qua, pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien  fatte per l’inganno o pur per l’arte».

Significato?

L’uomo ordinario che guarda solo con l’organo della vita, senza usare la mente, non  comprende il valore della vera arte “regia”, cioè l’alchimia.  

Il profeta Proteo Glauco nel Sacro Bosco di Bomarzo

Fra la vegetazione scorgiamo la statua del profeta Proteo Glauco, l’oracolo marino.

Si tratta di una divinità minore della mitologia greca, che oltre al dono della profezia, aveva anche quello di assumere diverse sembianze per sottrarsi a chi lo interrogava. Si poteva trasformare in animali ma anche in elemento naturale (fuoco, vento o acqua).

La scultura ovviamente non è messa a caso, quale semplice elemento scenografico, ma cela un significato nascosto.

Indica infatti la natura dell’uomo, persa nella vanità di apparire o atteggiarsi in qualcosa che non è.

Morale? 

Solo annullando l’Ego, l’uomo potrà riunirsi con l’Uno e approdare a una vita felice, priva di malizia.

Ercole e Caco

Dopo la scalinata del mausoleo appaiono due giganti:  Ercole e Caco.

A fianco si legge «Se Rodi altier fu già del suo colosso pur di questo il mio bosco anco si gloria ed è per più non poter fo quanto posso».

Il riferimento non è solo alla città di Rodi, nota per il suo colosso, ma al superamento delle “Colonne d’Ercole”, un invito a ridestare il dio interiore, a ritrovare sé stessi, superando i limiti della mente ordinaria.

A cavallo della testuggine 

Addentrandosi tra la folta vegetazione si incontra poi la statua gigantesca di una testuggine, sormontata dalla figura di una donna in forma di colonna. 

L’animale “sacro” alla tradizione orientale, rappresenta  la “Madre primordiale”, la stabilità e la protezione, la saggezza, la lentezza, la longevità, l’immortalità.

La sua corazza rappresenta, a livello simbolico, l’intera struttura cosmica.

Nello specifico, il guscio tondo è un riferimento al cielo, il piastrone quadrato alla terra.  

Insomma è l’emblema del microcosmo (l’uomo) e del macrocosmo (l’Universo).

Ergo, ogni essere umano, attraverso un cammino di perfezionamento, può evolversi, elevarsi dal materiale allo spirituale, fino a divenire il mediatore del cielo e della terra, l’uomo vetruviano per eccellenza.

L’elefante sormontato da una torre

Più oltre appare la statua di un elefante, sormontato questa volta da una torre militare. 

A cavallo del pachiderma, il conduttore cattura un legionario romano. 

Il primo significato, quello più apparente, ci riporta alla vittoria di Annibale su Roma, durante la seconda guerra punica (211 a.C)

Guardando bene la torre, si nota tuttavia la presenza dei merli ghibellini.

Cosa vuol dire?

Come accennato, Orsini era un uomo del Papa, ma se ne era allontanato sia a seguito della strage del 1557, perpetuata da Papa Paolo IV contro il paese di Montefortino, sia per via del decadimento morale della Chiesa.

Analizzando la statua sotto questa prospettiva, si potrebbe ipotizzare che il nobile volesse bacchettare l’intera istituzione religiosa.

Il legionario potrebbe essere quindi il simbolo della romanità papale, mentre l’elefante rappresenterebbe il potere regale.

Dante e Bomarzo: la stessa idea del sacro 

Poco distante, la statua di un drago attaccato da tre bestie, ci fa pensare a Dante nell’Inferno, assalito da una lonza, un leone ed un lupo (lussuria, superbia e cupidigia).

Anche l’idea del viaggio ctonio, della risalita dal basso verso l’alto “al dilettoso monte”, a nuova vita, mostrano delle evidenti analogie con le descrizioni del Sommo Poeta.

Ma non finisce qui.

Il drago era presente nell’iconografia mitologica occidentale precristiana e cristiana, quale incarnazione delle potenze demoniache.

Di contro, nelle scienze alchemiche ed ermetiche e in oriente, ben prima del cristianesimo, l’animale era collegato a Dio. Rappresentava l’idea della trasformazione, dell’evoluzione, della Grande Opera Alchemica applicata sia alla materia bruta sia all’Individuo.

Di conseguenza, la sua duplice natura, benefica e malefica, suggerisce una chiave di lettura ben più profonda: bisogna andare oltre all’apparenza perché ciò che appare “negativo” potrebbe in realtà essere “positivo”. 

Ancora Dante 

Nel mascherone raffigurante un Orco, su cui oggi si legge l’epigrafe «Ogni pensiero vola», originariamente vi era inciso: «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». 

L’Orco insomma corrisponderebbe al mostruoso cane Cerbero, il custode del III Cerchio (golosi) (Inf., Canto VI) descritto da Dante. Esso rappresenta il custode che impedisce ai vivi di entrare e ai morti di uscire.

Echidna 

Ancora più avanti incontriamo l’Echidna.

Si tratta di una figura della mitologia greca, che aveva il corpo di donna, ma al posto delle gambe terminava con una coda di serpente e aveva la vulva a bella vista.

Evidente il riferimento alla Dea Madre, la cui vulva rappresenterebbe la “caverna primordiale”, il “luogo delle origini”.

Tanto altro nel Sacro bosco di Bomarzo

Non elencheremo ogni statua, perché sono davvero tante e ognuna ha un significato simbolico nascosto.

Arriviamo direttamente alla fine del percorso, nei pressi del tempio eretto per raccogliere le spoglie mortali di Giulia Farnese.

Iniziamo dalle colonne e dalla cella. Il loro numero  varia da otto (quelle libere) a sedici (quelle accorpate alla cella). 

In numero otto rovesciato è il simbolo dell’infinito. 

La costruzione inoltre ha dei riferimenti astrologici molto evidenti.

Si lega all’ottava casa astrologica, che indica i distacchi e le perdite.

In aggiunta, un disegno del tempio eseguito dal pittore Giovanni Guerra, mostra che il basamento originario era  decorato da dodici medaglioni araldici e da dodici segni zodiacali. 

Il tamburo della cupola ha invece degli oculi orientati verso i punti cardinali. 

Conclusione 

Orsini, attraverso il suo giardino ermetico ci suggeriva insomma di superare la mente, attraverso una ragione illuminata, che lavora in sinergia con l’anima.

«Chi tenta di entrare nel Rosario dei Filosofi senza chiave è pari a un uomo che vuol camminare senza piedi».

Questi gli strumenti di un vero uomo sapiente?

La tavola sul portale del giardino non sembra lasciare spazio, in questo caso, a duplici interpretazioni.

Fonti 

Axismundi

bomarzo.net

Vittime del dovere, il Sottosegretario Perego al convegno Ona

Vittime dovere
Da sinistra il giudice di Cassazione Nicola De Marinis, il presidente Ona Ezio Bonanni e il Sottosegretario di Stato alla Difesa Matteo Perego

Vittime del dovere, siamo alla svolta. Roma, sala Laudato si’ del Campidoglio. È intervenuto il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego.

Sottosegretario Difesa Perego: Governo ha a cuore la questione

“Condivido il principio di equiparazione tra le vittime del dovere e le vittime del terrorismo. Quando si tratta di servitori dello Stato che hanno perso la vita o contratto invalidità e delle loro famiglie, e di tutti i servitori dello Stato che comunque compiono dei grandi sacrifici, l’attenzione deve essere alta. La mia presenza qui oggi sta a significare quanto questo governo abbia a cuore la questione”. 

Il Sottosegretario ha poi sottolineato: “Siamo stati eletti circa 3 mesi fa, ci sono valutazioni da fare e iniziative da prendere, ma c’è già oggi da parte del ministero della Difesa un supporto alle vittime del dovere. Inoltre posso dire che le distinzioni tra vittime del dovere e del terrorismo, che ora riguardano soltanto gli orfani non a carico, non sono corrette. Si tratta di persone che in un caso o nell’altro sono decedute in servizio. Come facciamo nei fatti a risolvere la questione? Nel 2015 si è riunito un Tavolo tecnico ministeriale, il nostro impegno è quello di riprenderne gli esiti e lavorare sulla base di questo. È necessario ci sia da parte di tutti i Ministeri la stessa volontà, ma non mancherà l’impegno”.

Bonanni: “Valorizzare il sacrificio delle forze dell’ordine”

Amianto, uranio, nano particelle di metalli pesanti, agenti chimici e non solo. I proiettili dei delinquenti, non solo dei mafiosi, camorristi e andranghetisti. Combattono spesso a mano nude carabinieri, polizia e guardia di finanza.

Quando cadono, segue l’encomio dello Stato ma nulla più. Il nostro impegno rappresenta un interesse collettivo per la salute e per la tutela dei diritti e delle nostre istituzioni. Polizia, carabinieri, forse dell’ordine, uomini dell’esercito della Marina e dell’Aviazione rappresentano e tutelano le nostre istituzioni. Il loro sacrificio deve essere valorizzato in chiave democratica e collettiva e non nella trincea giudiziaria nel quale spesso è relegato per il mancato riconoscimento dei loro diritti.

Grande successo del convegno dell’Ona

Di tutto questo si è ragionato questa mattina, 17 febbraio 2023, durante il convegno “Guerra e pace: vittime del dovere”, promosso dall’Osservatorio Nazionale Amianto e presieduto dal suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, che si è tenuto oggi in Campidoglio.

Oltre al presidente dell’Ona, sono intervenuti anche il giudice di Cassazione, Nicola De Marinis, il professore Marcello Migliore, il professore Fabrizio Proietti, il colonnello Carlo Calcagni contaminato da uranio impoverito e metalli pesanti, il dott. Pasquale Montilla che lo tiene in cura, l’architetto e generale dei carabinieri Giampiero Cardillo e il presidente del Comitato nazionale fair play, Ruggero Alcanterini.

Gli orfani delle vittime del dovere ringraziano Salvini

Durante l’incontro Bonanni ha voluto ringraziare l’onorevole Matteo Salvini per aver sostenuto, in sede di legge di bilancio, una iniziativa normativa in favore degli orfani delle vittime del dovere: “Pur non avendo ottenuto il risultato sperato, consideriamo molto importante l’attenzione che l’onorevole e il gruppo parlamentare della Lega hanno offerto alle nostre istanze – ha spiegato, e ha evidenziato – da molti anni siamo impegnati nel tentativo di sanare l’irragionevole disparità di trattamento tra vittime del dovere e vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

È infatti nostra convinzione che chi, per ragioni diverse e in contesti diversi abbia perso la vita servendo il nostro Paese, debba essere egualmente tutelato dallo Stato: una convinzione che le istituzioni hanno sancito in via di principio ma mai del tutto applicato”.

Eternit bis, condanna ridotta per Schmidheiny: giustizia a metà

fibre di amianto
fibre di amianto

Ridotta in secondo grado la condanna di Stephan Schmidheiny a 4 anni nel procedimento Eternit bis Torino. La Corte di Appello si è pronunciata questa mattina riformando la sentenza e disponendo una condanna a 1 anno e 8 mesi di reclusione per l’omicidio colposo di Giulio Testore, operaio dello stabilimento di Cavagnolo morto per un mesotelioma da amianto. L’imprenditore svizzero è stato assolto, invece, per l’altro capo di imputazione, l’omicidio colposo di un secondo dipendente, Rita Rondano, perché il fatto non sussiste. Le motivazioni della sentenza saranno disponibili in 90 giorni.

“Giustizia a metà per le vittime”

“Giustizia a metà per le vittime e i loro familiari da anni coinvolti in lunghe ed estenuanti battaglie giudiziarie” – ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, che assiste, insieme all’avvocato Andrea Ferrero Merlino, i familiari di Testore.

L’Ona è costituito parte civile nel procedimento penale, al fianco della famiglia di Testore e delle altre vittime. “Purtroppo le lungaggini giudiziarie e anche l’iper garantismo – ha continuato Bonanni – hanno determinato che soltanto uno tra i due casi, non ancora prescritti, del troncone di Torino, ha superato il vaglio della responsabilità penale per il reato di omicidio colposo. Per i giudici di appello il magnate svizzero Ernest Stephan Schmydheiny è responsabile oltre ogni ragionevole dubbio.

Condanna ridotta, annunciato ricorso in Cassazione

Ci attendiamo quindi che la Corte di Cassazione confermi il giudizio e che ci sia giustizia per le vittime. Schmydheiny si ritiene un ambientalista e nega tutte le sue responsabilità. Queste sentenze, invece, ne segnano la sua colpevolezza per i reati ascritti, in attesa del giudizio della Cassazione – ha annunciato il presidente Ona – presso la quale saremo presenti per ottenere la condanna definitiva”.

Giulio Testore, addetto al reparto mescole dello stabilimento Eternit di Cavagnolo, è morto nel 2008, a 82 anni, per mesotelioma pleurico. Lavorò nella stessa azienda per 27 anni, fino al 1982, quando la fabbrica chiuse senza preavviso.

Condanna ridotta, il dibattimento

La difesa dell’imprenditore elvetico aveva chiesto in aula di rigettare la domanda di costituzione di parte civile della famiglia dell’operaio e di respingere la precedente richiesta di costituzione di parte civile dell’Ona. Tra le motivazioni il fatto che i familiari avevano beneficiato di un risarcimento dopo aver sottoscritto un documento nel quale dichiaravano di rinunciare a qualsiasi successiva azione legale nei confronti di Eternit. Documento che secondo l’avvocato Bonanni, così come è stato poi dimostrato, non aveva alcuna valenza legale. Il presidente Ona ha, infatti, sostenuto, “il principio dell’inapplicabilità di quella rinuncia nei confronti dell’attuale imputato, il quale non era parte di quell’accordo”.

Per Schmidheiny si tratta di una persecuzione

Molti dipendenti furono spinti a firmare quei documenti, accettando piccoli risarcimenti, anche a Siracusa e a Napoli. Non sono bastati al magnate svizzero, però, a chiudere una partita che causa ancora dolore. Schmidheiny, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha sempre avuto un atteggiamento di noncuranza verso tutti i procedimenti giudiziari intentati contro di lui. Non è mai comparso in udienza e con la stampa estera si è sempre lamentato della “persecuzione giudiziaria in Italia”. Sarebbe “assurdo”, secondo il suo pensiero, che dopo 40 anni dai fatti venga chiamato a renderne conto davanti a un tribunale. Oggi, invece, è arrivata una ulteriore condanna.

L’Ona continua la sua battaglia accanto alle vittime e si batterà perchè venga fatta, finalmente giustizia. Troppi i decessi e le famiglie distrutte a causa dell’amianto, troppo il dolore di intere comunità che grida ancora giustizia. Lunghissimi gli strascichi dell’uso dell’amianto ancora non bonificato sul territorio italiano, come si può leggere ne: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed.2022“. Per questo l’Ona ha realizzato anche l’App per le segnalazioni dei siti contaminati.

Leonardo da Vinci aveva intuito la forza di gravità?

forza di gravità, Leonardo da vinci
forza di gravità, Leonardo da vinci

Alcuni schizzi di Leonardo da Vinci mostrano che aveva intuito la forza di gravità ancor prima di Newton.

Leonardo da Vinci e Isaac Newton a confronto 

Nella seconda metà del XVII, Isaac Newton (1643- 1727) nell’opera Philosophiae Naturalis formulò la sua “teoria della gravità”. La leggenda narra che lo studioso inglese stesse riposando sotto un albero, quando una mela gli cadde direttamente sulla testa.

Si chiese allora quale strana forza fisica, comune a tutti gli oggetti del mondo in assenza di un sostegno, stesse alla base del fenomeno sperimentato a sue spese.

Ebbene, secondo gli ingegneri del Caltech-California Institute of Technology di Hans W. Liepmann, Leonardo da Vinci (1452-1519) avrebbe capito la medesima dinamica (della forza di gravità), oltre cento anni prima. 

Nel suo caso però, l’ispirazione arrivò osservando una brocca. Spostata lungo un percorso rettilineo a terra, rovesciava sul suolo acqua o un materiale granuloso (forse sabbia) non a velocità costante, bensì con un’accelerazione che la spingeva verso il basso.

A suggerirlo, alcuni schizzi del genio, analizzati attraverso un sistema digitale. Essi provano che il suo algoritmo aveva calcolato la costante gravitazionale con una precisione del 97%, rispetto ai metodi e alle equazioni moderne.

Forza di gravità, l’autore della scoperta 

Il merito della scoperta si deve a Mory Gharib, professore di Aeronautica e Ingegneria Medica del Caltech.

Nel 2017, lo studioso stava esaminando alcune tecniche di visualizzazioni del flusso, disegnate dal genio rinascimentale sul Codex Arundel (raccolta di articoli di arte, scienza ed altri argomenti). Si rese immediatamente conto che Leonardo aveva compreso dei concetti assolutamente nuovi per l’epoca. Ad attirare la sua attenzione fu soprattutto un passo riportato nell’”Equatione di Moti”. 

A cosa si riferiva?

La costante gravitazionale descritta da Leonardo

Diagrammi e triangoli disegnati da Leonardo, mostravano una relazione tra il movimento naturale, il movimento diretto e l’equalizzazione del movimento. Studiando il fenomeno della brocca, egli aveva infatti compreso che se fosse stata portata lungo un piano orizzontale, alla stessa forza che portava giù i granelli, la sabbia avrebbe formato l’ipotenusa di un triangolo. Insomma, descriveva la costante gravitazionale sulla Terra, data dall’accelerazione di un oggetto in caduta libera nel tempo.

«Se ha condotto l’esperimento che ha raffigurato sul suo manoscritto, allora avrebbe potuto essere stato il primo essere umano a generare consapevolmente un effetto di forza g, senza essere in una condizione di caduta libera»- scrivono gli autori dello studio.

Le incertezze del genio

Leonardo tuttavia aveva qualche incertezza circa la sua intuizione. A causarla, in primis la sua adesione all’idea di “forza d’impeto” fornita da Aristotele. 

Il filosofo greco spiegava quello che oggi conosciamo come gravità, con il concetto dell'”horror vacui”. Riteneva cioè che per mantenere in moto un oggetto, fosse necessaria l’applicazione continua di una forza. Nel caso ad esempio di una freccia, Aristotele sosteneva che quando essa era in movimento, creava una sorta di vuoto dietro di sé, e l’aria che si precipitava a riempirlo spingeva la stessa in avanti.

In pratica, ignorava il “principio di inerzia”, secondo cui gli oggetti continuano a muoversi liberamente in una direzione fino a quando non incontrano una forza opposta.

Forza di gravità, strumenti moderni 

Leonardo inoltre non possedeva degli strumenti idonei ad approfondire la sua conoscenza sul fenomeno della forza di gravità.

Su tutti, non aveva modo di misurare con precisione il tempo degli oggetti mentre cadevano.

Gli scienziati che hanno usato la modellazione al computer per eseguire l’esperimento di Da Vinci, hanno capito l’inghippo.

«Leonardo ha usato una equazione sbagliata nel modo corretto»- spiega uno degli autori dello studio. Nelle sue note infatti aveva illustrato un oggetto in caduta per un massimo di quattro intervalli di tempo, un periodo attraverso il quale i grafici di entrambi i tipi di equazioni si allineano strettamente.

«Non sappiamo se da Vinci abbia fatto ulteriori esperimenti o se abbia approfondito la questione fino in fondo»- «Ma il fatto che stesse studiando il fenomeno in questo modo, all’inizio del 1500- dimostra quanto fosse avanti il suo pensiero».

Forza di gravità, altri geni a confronto

Prima di Newton, anche altre menti illuminate avevano avuto la medesima intuizione di Leonardo. Nel 1604, Galileo Galilei aveva riconosciuto il nesso tra il movimento di caduta libera e il tempo. Cosa che lo portò a teorizzare che la distanza coperta da un oggetto in caduta, era proporzionale al quadrato del tempo trascorso.

Lo stesso Newton affermò di aver afferrato il concetto grazie alle scoperte dell’astronomo Ismael Bullialdus (1605-1694) e del collega Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679).

Fonti

Rivista Leonardo articolo “La visualizzazione della gravità di Leonardo da Vinci come forma di accelerazione”.