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Disastro ambientale Ilva: condanne del Tribunale di Taranto

Ilva
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Nasce una nuova sinergia tra l’Osservatorio Nazionale Amianto e Contramianto, insieme a tutte le altre associazioni, per rendere giustizia alle vittime dell’ILVA di Taranto.

Chi sono le vittime dell’Ilva di Taranto?

Le vittime sono lavoratori, o semplici cittadini esposti ai veleni della “fabbrica della morte”. Gli stessi esposti rimasti vittime anche di un sistema opaco delle istituzioni, che, ipotizzato dalla Procura della Repubblica, trova conferma da parte della Corte di Assise di Taranto.

La Corte d’Assise di Taranto ha difatti accolto le richieste dell’accusa e delle parti civili, tra le quali compaiono Contramianto e l’Osservatorio Nazionale Amianto. L’associazione è dal sottoscritto assistita come legale; dell’ONA svolgo il ruolo di presidente.

Le condanne: 22 e 20 anni a Fabio e Nicola Riva

Alla sbarra del processo vi sono Fabio e Nicola Riva, ovvero gli ex proprietari e amministratori dell’ILVA. Gli stessi condannati dalla Corte di Assise di Taranto.

La loro condotta è ritenuta penalmente rilevante e le accuse volte nei loro confronti sono realmente pesanti. Tra queste troviamo: concorso in associazione finalizzata al disastro ambientale; avvelenamento di sostanza alimentari e omissione delle cautele sul lavoro.

È stato condannato anche Nichi Vendola, già presidente della Regione Puglia all’epoca dei fatti.

Questi, secondo gli inquirenti, al tempo, aveva esercitato pressioni sul Prof. Giorgio Assennato, direttore dell’ARPA Puglia, che è stato peraltro anch’egli condannato per il reato di favoreggiamento.

La Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto pene pesanti per gli imputati. Il motivo di ciò è strettamente correlato al fenomeno epidemico di malattie asbesto correlate e di altre neoplasie, presenti in loco.

Amianto e rischio malattie asbesto correlate

Come è noto grazie alla monografia IARC, le fibre di amianto o di altri minerali di asbesto causano tumori amianto.

Tra questi ci sono: mesotelioma, tumore dei polmoni, tumore alla laringe, tumore alle ovaie, tumore alla faringe, cancro allo stomaco e tumore al colon.

Da non trascurare sono anche le infiammazioni del polmone come: asbestosi e placche pleuriche ed ispessimenti pleurici.

Ex Ilva: necessaria bonifica degli impianti

Occorre precisare che gli impianti dell’ILVA sono stati confiscati per effetto della sentenza della Corte di Assise di Taranto.

Intanto però sono stati acquisiti dalla Arcelor Mittal che ha vinto la battaglia legale per evitare lo spegnimento dell’area a caldo. Il Consiglio di Stato ha, infatti, bocciato lo spegnimento degli impianti a caldo, ribaltando la sentenza del Tar di Lecce e permettendo all’azienda di continuare la produzione.

L’Arcelor Mittal aveva impugnato il provvedimento del TAR Puglia, sezione di Lecce, che confermava la legittimità del provvedimento di spegnimento.

“Come avvocato delle vittime amianto e presidente dell’ONA – ha dichiarato Bonanni – credo che al di là di tutto sia inconcepibile che, ad oggi, ci siano ancora tonnellate e tonnellate di amianto all’interno dell’ex stabilimento di ILVA”.

Il sindacato denuncia la “cassaintegrazione permanente”

Ad aprile 2022 è arrivata l’ultima denuncia del sindacato Slai Cobas sull’utilizzo, da parte dell’azienda, della cassaintegrazione permanente per “realizzare esuberi”. La cassaintegrazione prevista per 3000 lavoratori, hanno spiegato, non durerà 12 mesi, “ma almeno fino al 2025”.

“Attualmente i livelli produttivi a Taranto – hanno continuato nel comunicato stampa inviato ai maggiori quotidiani – sono tarati per 4 milioni di tonnellate, poi c’è stato il via libera del governo ad aumentare la produzione per far fronte alla carenza di acciaio, con la rimessa in funzione dell’Afo4, per andare verso i 6 milioni di tonnellate. Questo aumento di produzione avrebbe dovuto portare a un rientro dei 1700 operai già in Cigs, invece si mettono in cigs ulteriori 2500 operai a Taranto. E nelle parole della Morselli alla trattativa romana di lunedì 28, un ipotetico rientro viene nuovamente rinviato legandolo alla prospettiva di produzione di 8 milioni di tonnellate, con l’entrata in funzione del forno elettrico tutto lì da venire”.

“Questo significa chiaramente che buona parte dei lavoratori cassintegrati – hanno concluso dal sindacato – ora diventeranno esuberi. Significa più produzione con meno operai, con più sfruttamento nello stabilimento e nell’appalto, ma anche naturalmente più rischio per la salute”.

È urgente anche l’intervento del ministero del Lavoro

Per questi motivi l’Osservatorio Nazionale Amianto sollecita il ministero del Lavoro, la Presidenza del Consiglio e lo stesso ministro della Transizione ecologica, a provvedere alla bonifica e messa in sicurezza del sito.

Quindi ONA e Contramianto sottolineano la condizione di rischio e del disastro ambientale, causato anche dalle condotte omissive e opache delle istituzioni regionali e territoriali.

Istituzioni che ricordiamo, sono deputate alla verifica e alla interdizione di tali condotte, che la sentenza del 31 maggio 2021, risultano essere state vagliate e confermate in sede dibattimentale, seppure in primo grado.

Segnalazioni amianto ONA

L’ONA sta realizzando la mappatura dei siti contaminati con l’APP amianto e, al tempo stesso, ha istituito lo sportello telematico, attraverso il quale poter segnalare i siti contaminati, ma soprattutto ottenere la tutela medico e legale per il rischio amianto e altri cancerogeni.

Ricordiamo inoltre che il nostro numero verde è sempre operativo: 800 034 294. Inoltre, poniamo alla attenzione dei lettori il dispositivo di sentenza, che si può leggere cliccando qui

L’ONA è da sempre accanto ai lavoratori ILVA

La nostra associazione è da sempre accanto ai lavoratori dell’ILVA di Taranto. Come in occasione del Processo Ilva TER. O nel caso in cui abbiamo difeso Pasquale Maggi, lavoratore ILVA e volontario ONA.

Ecomafie: le posizioni dell’ONA

Ecomafie
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L’incremento degli illeciti ambientali è del 23,1%

Aumentano i crimini ambientali, 34.648 nel nostro Paese, una media di quattro reati ogni ora.
Anche quest’anno la Campania, purtroppo, conferma il suo primato in classifica per ecomafie, seguita da Puglia, Sicilia e Calabria. Quattro regioni in cui è forte e ben radicata la presenza mafiosa. La metà di tutti gli illeciti penali si concentra proprio in queste zone (il 44,4%).

È un virus che non conosce crisi, quello delle ecomafie, radicato e alimentato dall’interno, che si annida infettando l’ambiente e le persone. Una trappola mortale, in cui “cadono” imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, tutti collusi per un business di denaro sporco. Che ha portato alla morte e alla malattia tantissime persone, come nel caso della Terra dei Fuochi.

I dati del Rapporto Ecomafia 2020 di Legambiente

La Terra dei Fuochi

Al primo posto in graduatoria per tipologia di attività ecocriminali in Italia ci sono gli illeciti nel ciclo del cemento (11.484), che superano quelli riguardanti lo smaltimento illegale dei rifiuti (9.527).
Nella Terra dei Fuochi, nel 2019, i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del Fuoco sono del 30% in più rispetto al 2018.


Gli incendi boschivi in tutto il Paese hanno distrutto 52.916 ettari di terre con un incremento del 261,3%.

I reati contro gli animali sono 8.088, più di 22 al giorno. Secondo l’associazione ambientalista i fatturati illegali legati a queste attività ammontano a 3,2 mld di euro l’anno.

Legambiente segnala un aumento del 54,9% di reati penali e di illeciti amministrativi che colpiscono l’intera filiera agroalimentare, le cosiddette agromafie.
Le arecheomafie, organizzazioni criminali che operano nel settore di scavi clandestini, furto e traffico di opere d’arte, sono accresciute del 283,6%. Il dato più significativo riguarda le opere e i reparti recuperati grazie al lavoro delle Forze dell’Ordine.


Il dossier descrive anche le illegalità riguardanti la gestione di pneumatici fuori uso, buste di plastica e gas.  Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio flussi illegali di pneumatici e di quelli fuori uso, sono messi in commercio tra le 30mila e le 40mila tonnellate annue di pneumatici illegali.

Il business complessivo dell’ecomafia dal 1995 a oggi è di 419,2 mld.

Salerno, la nuova “Terra dei Fuochi”?

È questo che sosteneva l’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa due anni fa dopo essere stato a Battipaglia, nella Piana del Sele, mentre presiedeva un incontro riguardante l’inquinamento.


Come sappiamo nella cosiddetta Terra dei Fuochi, la presenza di rifiuti tossici interrati, discariche abusive e l’innesco di roghi di rifiuti, ha provocato, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’incidenza di numerose patologie. Leucemie e altri tumori che hanno portato alla morte molte persone. La zona comprende una serie di siti tra Napoli e Caserta.


Ora, secondo il report, è Salerno la città campana in cui si commettono più reati ambientali.
Negli ultimi dieci anni, dei circa 45mila crimini ambientali stimati nella regione Campania, il 28% sono avvenuti nel salernitano (12.261). Uno ogni sette ore. Un quadro agghiacciante. A Piana del Sele i rifiuti tossici delle aziende venivano interrati e smaltiti illegalmente.

L’indagine svolta dai Carabinieri di Salerno, iniziata nel 2019, tramite intercettazioni telefoniche, ha portato all’arresto di 14 persone coinvolte in una rete di traffici illegali e, soprattutto, mortali.

A capo degli orribili crimini vi era un imprenditore, Antonio Romagnuolo che aveva creato una rete illegale, Michele Acampora l’intermediario, per smaltire i rifiuti tossici che finivano anche nel fiume Calore e vicino a serre di proprietà della Regione. Erano coinvolti anche autisti, che caricavano rifiuti dai 100 ai 300 euro per carico. Che finivano, poi, nei terreni, diventando letali. Collusi anche proprietari di aziende.

In totale sono stati adibiti a discarica abusiva oltre 25mila metri quadri di terreno. Arrestate 14 persone per giro d’affari illecito a danno dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Smaltimento illegale di rifiuti in Puglia

In Puglia lo smaltimento illegale di rifiuti è in escalation, come dichiara Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. “È inaccettabile – dichiara – che le aree rurali vengano utilizzate come discariche a cielo aperto, depauperando un territorio curato e produttivo, inquinando la terra e il sottosuolo”. Negli ultimi 20 anni nella solo regione pugliese sono stati sversati, interrati o bruciati rifiuti di ogni genere.


Si tratta di un fenomeno – continua Muraglia – dove a sversare rifiuti di ogni genere non sono più soltanto i gruppi criminali, ma anche residenti che li scaricano nelle aree rurali oltre a materiale edilizio abbandonato dalle ditte, senza il minimo rispetto della proprietà privata degli agricoltori e arrecando un danno ambientale incalcolabile”.

La ‘ndrangheta in Calabria trae profitto dal traffico illegale di rifiuti

Il traffico illegale di rifiuti gestito dalla mafia calabrese estende i suoi tentacoli in tutta Italia, soprattutto in Toscana.  La ‘ndrangheta continua a essere l’organizzazione criminale numero uno in queste azioni illecite. L’operazione dei Carabinieri e della DDA di Firenze ha portato alla luce la relazione tra ‘ndrangheta e traffico di rifiuti con 23 arresti. Stefano Ciafani e Fausto Ferruzza, rispettivamente presidente nazionale e regionale di Legambiente hanno dichiarato: “siamo esterrefatti e preoccupati per le evidenze di cui siamo venuti a conoscenza con l’operazione Keu”.


Questa operazione riguarda lo smaltimento di rifiuti speciali prodotti dal Distretto Conciario di Santa Croce sull’Arno. Le ceneri, classificate “Keu” perché fortemente inquinanti, venivano miscelate con altri materiali e riutilizzate in attività edilizie. Sono circa 8mila le tonnellate di rifiuti contaminati smaltiti abusivamente o usati nella realizzazione del V lotto della strada 429 in Valdelsa.
Questa scoperta ha messo in allarme i cittadini toscani nelle zone coinvolte che hanno paura anche di mangiare le verdure dei loro orti.

La dichiarazione del presidente nazionale di Legambiente

I dati e le storie presentati in questa nuova edizione del rapporto Ecomafia 2020 – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – raccontano un quadro preoccupante sulle illegalità ambientali e sul ruolo che ricoprono le organizzazioni criminali, anche al Centro-Nord, nell’era pre-Covid”.

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Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente

“Se da un lato aumentato i reati ambientali, dall’altra parte la pressione dello Stato, fortunatamente, non si è arrestata. Anzi. I nuovi strumenti di repressione garantiti dalla legge 68 del 2015, che siamo riusciti a far approvare dal Parlamento dopo 21 anni di lavoro, stanno mostrando tutta la loro validità sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione. 

Non bisogna però abbassare la guardia, perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza”.

La dichiarazione dell’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA

“L’Osservatorio Nazionale Amianto si occupa di tutelare gli esposti ad amianto e ad altri cancerogeni. Inoltre, l’associazione svolge la sua attività contro tutte le forme di mafia, compresa quella ambientale. Difatti, la questione amianto è molto legata alla problematica delle ecomafie. Tanto è vero che in diversi casi, sono state interrate nel sottosuolo enormi quantità di amianto. Purtroppo com’è noto, questo materiale è ancora presente in edifici e discariche. Nonostante il fatto che le sue fibre, se inalate, si rivelano letali. Come lo sono i rifiuti velenosi smaltiti illegalmente. È ora che le persone aprano gli occhi e inizino a capire che non bisogna voltare le spalle ma denunciare e combattere per la nostra salute e per l’ambiente”.

Strategia Plastic free: l’Europa dice addio alla plastica

plastica-rifiuti
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I Paesi europei diranno addio alla plastica monouso entro il 3 luglio 2021. Infatti il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato in via definitiva la risoluzione legislativa anti plastica. L’hanno votata a favore 560 eurodeputati; solo 35 i contrari e 28 gli astenuti.

L’Unione Europea mette al bando la plastica: le nuove norme

Le nuove norme stabiliscono la messa al bando dei prodotti in plastica monouso, per i quali esistono alternative sul mercato. Stop quindi a posate, piatti, bastoncini cotonati, cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini. Ma anche tazze, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso e tutti i prodotti in plastiche ossi-degradabili.

Per i prodotti e gli imballaggi in plastica monouso per cui, invece, non esistono alternative sono previste misure di “riduzione quantificabile” del consumo, da raggiungere entro il 2026. Un esempio sono i contenitori per i cibi “ready to eat“. Per quanto riguarda le bevande, tappi e coperchi non dovranno più essere separabili dal corpo del contenitore. Ciò servirà a ridurne la dispersione nell’ambiente.

Inoltre l’Unione Europea ha anche stabilito che il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto dagli Stati membri entro il 2029 (il 77% entro il 2025). Esse dovranno, d’ora in poi, contenere almeno il 25% di plastica riciclata entro il 2025, per arrivare al 30% entro il 2030.

L’accordo rafforza anche l’applicazione del principio “chi inquina paga”. Infatti, introduce una responsabilità estesa per i produttori. Stabilisce obbligatoriamente, infine, l’etichettatura informativa sull’impatto ambientale di diversi prodotti. Questa servirà a spiegare cosa causa disperdere per strada sigarette con filtri di plastica. Ciò varrà anche per altri prodotti come bicchieri di plastica, salviette umidificate e tovaglioli sanitari.

Il problema dell’inquinamento ambientale

La strategia “plastic freedell’Unione Europea è diventata essenziale, dato che la produzione di plastica è aumentata esponenzialmente in appena pochi decenni. È, infatti, passata dal milione e mezzo di tonnellate del 1950 ai 322milioni di tonnellate del 2015.

L’incremento della produzione, di conseguenza, ha causato un’impennata dei rifiuti: in base alle stime fornite dal Parlamento Europeo, ogni anno gli europei generano 26milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Ma meno del 30% viene raccolto per essere riciclato. Una parte viene esportata per essere smaltita da Paesi terzi mentre il resto va in discarica. Nel peggiore dei casi, però, i rifiuti non vengono raccolti e finiscono per disperdersi nell’ambiente, inquinando soprattutto foreste, spiagge, fiumi e mari.

Secondo la Commissione Europea, oltre l’80% dei rifiuti in mare è costituito da plastica. A causa della sua lenta decomposizione, la plastica si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge di tutto il mondo. Per di più residui di plastica sono ingeriti da specie marine, come tartarughe, foche, balene e uccelli. Ma anche dai pesci e crostacei, finendo così nella catena alimentare umana.

Il fenomeno delle microplastiche

La grande presenza di plastica nelle nostre acque è determinata anche dalle cosiddette microplastiche. Queste sono minuscoli pezzi di materiale plastico, che vanno dai 330 micrometri e i 5 millimetri. Nel 2017 l’ONU ha dichiarato che ci sono cinquantunomila miliardi di particelle di microplastica nei mari.

In base alla loro origine, le microplastiche si distinguono in primarie e secondarie. Quelle primarie sono quelle rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle. Queste rappresentano il 15-31% delle microplastiche totali presenti negli oceani. Le fonti principali che causano questo fenomeno sono il lavaggio di capi sintetici per il 35%, l’abrasione degli pneumatici per il 28% e le microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo, per il restante 2%.

A questo tipo di microplastiche, si aggiungono poi quelle secondarie, prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica. Sono quelle più grandi, come buste di plastica, bottiglie o reti da pesca. Quest’ultima tipologia rappresenta circa il 68-81% delle microplastiche presenti negli oceani.

Era già stato richiesto nel 2020, quindi, alla Commissione di introdurre in tutta Europa il divieto di aggiungere intenzionalmente microplastiche nei prodotti cosmetici e nei detergenti. Al momento, sono in programma misure che minimizzino il rilascio delle microplastiche dai tessuti, dagli pneumatici, dalle pitture e dai mozziconi di sigaretta.

Amianto: un killer che uccide ancora nel silenzio

Amianto edifici
sede della ue

Amianto interrato nelle fondamenta, nei tubi e negli edifici dell’UE

L’amianto è ancora presente ovunque, in Italia come all’estero, e sono ancora pochi i casi in cui se ne denuncia la presenza. Eppure, ha provocato una strage infinita. Le sue fibre, se inalate, sono letali. L’esposizione può provocare tumori al polmone, alla laringe, alla faringe, mesotelioma pleurico e altre patologie asbesto-correlate
La cronaca di questi giorni mette per l’ennesima volta l’accento sul grave problema della presenza di eternit in fabbricati edili.

Amianto a Marcianise

Rinvenuto amianto interrato nelle fondamenta di appartamenti in costruzione a Marcianise (CE). Il sospetto della Polizia è scattato perché già nel 2019, il complesso “Antichi Funari”, realizzato da un noto costruttore e dai suoi collaboratori, era stato sottoposto a sequestro per presunti abusi edilizi.

Pochi giorni fa, la Polizia di Stato, su ordine della Procura di Santa Maria Capua Vetere, ha confiscato gli immobili e, in seguito agli accertamenti, ha confermato l’ipotesi della Procura.
Sono stati interrati materiali inquinanti nelle fondamenta e, le analisi effettuate con carotaggi e georadar, hanno confermato la presenza di eternit.

Questo ha provocato gravi ripercussioni sull’ambiente. Gli agenti, dopo aver revisionato tutta la documentazione relativa al complesso, hanno sequestrato anche un altro terreno di proprietà dello stesso costruttore sul quale erano stati ammassati in modo illecito rifiuti speciali.

Amianto a Bari

A Bari, nel quartiere Marconi, la Polizia locale ha sequestrato un edificio in fase di demolizione, a causa della presenza di cemento-amianto. La documentazione esibita alla polizia prevedeva la demolizione dello stabile e il permesso, regolare, di costruire in seguito.

Ma non presentava il piano sanitario previsto sia in fase di lavorazione sia per il successivo smaltimento di materiali contenenti amianto.
La pattuglia, durante un sopralluogo, ha trovato una tubazione in eternit già frammentato in più pezzi.

Gli esperti hanno prelevato campioni dei materiali demoliti per le analisi fisico -chimiche. Ora il cantiere è sotto sequestro giudiziario e le persone responsabili per i lavori sono state denunciate.

Amianto in Calabria

In Calabria l’amianto continua a uccidere, il numero di decessi è preoccupante, eppure le istituzioni sono inermi.
Secondo i dati stimati dall’Osservatorio Nazionale Amianto con a capo l’avvocato Ezio Bonanni solo nel 2020 sono stati registrati 150 nuovi casi di mesotelioma, 100 decessi per tumore al polmone e altri 30 per malattie asbesto correlate.

Purtroppo, finora le amministrazioni comunali non hanno fatto nulla. Nonostante la grave incidenza di morti e patologie a causa dell’asbesto, nel 2018 solo 45 Comuni calabresi hanno aderito al bando regionale per lo smaltimento dell’amianto negli edifici pubblici. Potevano usufruire di quei fondi e, invece, non sono stati sfruttati.

Ora dalla Regione è arrivata una proroga per la consegna della domanda di partecipazione alla campagna di censimento degli immobili pubblici contenenti amianto. La nuova data di scadenza è il 3 giugno 2021. Questo per lo smaltimento e la rimozione della fibra killer.
Si spera vivamente che i Comuni partecipino e usufruiscano dei fondi perché il problema amianto persiste.
Questo per incompetenza, negligenza o indifferenza.

Amianto negli edifici dell’UE

Le europarlamentari Elena Rizzi e Stefania Zambelli hanno presentato un’interrogazione rivolta alla Commissione Europea. Chiedono la verifica dell’esistenza di piani di lavoro per la dismissione dell’amianto dai locali dell’UE.

Il dubbio è emerso perché il 29 aprile 2021 una comunicazione interna al Parlamento Europeo annunciava l’apertura di un cantiere nella sede di Strasburgo per la rimozione di amianto dalla zona ristorante dell’edificio.

In seguito alla relazione sulla protezione dei lavoratori esposti all’amianto, discusso presso la Commissione EMPL, Lizzi e Zambelli hanno dichiarato: “Essendo il parco immobiliare dell’Unione Europea in gran parte antecedente al 2005, quando l’UE ha vietato l’utilizzo di amianto, vi è infatti seria preoccupazione. Cioè che anche altri edifici possano contenere questa sostanza altamente cancerogena e pericolosa, sia per la presenza sia in fase di rimozione”.

Amianto: bonifica necessaria

L’amianto è ancora presente ovunque e la presenza di questo killer invisibile va denunciata. È necessario sollecitare le istituzioni affinché vi sia un piano nazionale di smaltimento della fibra killer per evitare che la strage continui. È questo che segnala al governo l’Osservatorio Nazionale Amianto.
Purtroppo, secondo i dati, l’amianto è ancora presente in 2.400 scuole, 250 ospedali, 300mila km di tubature della rete idrica, in 86mila siti interessati.

Mesotelioma pleurico: aspettative di vita e sopravvivenza

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Il mesotelioma pleurico è un tumore raro che colpisce il mesotelio della pleura e che è causato esclusivamente dall’esposizione all’amianto, essendo di tipo monofattoriale. Sono rari, infatti, i casi in cui la sua origine è legata all’esposizione a radiazioni ionizzanti. Le possibilità di sopravvivenza della vittima di mesotelioma pleurico sono spesso poche.

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, solo nel 2020, ha ricevuto segnalazione di circa 2000 casi di mesotelioma, che negli anni seguenti sono notevolmente aumentate. Il picco di insorgenza della malattia era previsto per il decennio 2020-2030, come rivela anche il VII Rapporto Renam. L’ONA APS e l’Avvocato Bonanni hanno messo a disposizione per le vittime dell’esposizione all’amianto un servizio di consulenza gratuita legale e medica.

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Tempo di lettura: 9 minuti

Mesotelioma pleurico: si può sopravvivere?

Il mesotelioma pleurico è il più diffuso, ma anche aggressivo, tra i mesoteliomi. Inoltre, è tra le patologie asbesto-correlate con funzione di marcatore sociale, essendo causato esclusivamente dall’esposizione all’amianto.

Il 93% dei mesoteliomi coinvolge la pleura, il 5% coinvolge il peritoneo (mesotelioma peritoneale) e in misura ancora minore la tunica vaginale del testicolo (mesotelioma testicolare) e il pericardio (mesotelioma pericardico). Inoltre, a seconda delle caratteristiche delle cellule, si distinguono quattro sottotipi di mesotelioma pleurico:

  • mesotelioma pleurico epitelioide, il più comune e con migliore prognosi;
  • sarcomatoide o fibroso;
  • misto o bifasico;
  • desmoplastico, il più raro.

Nella pubblicazione “Stato dell’arte e prospettive in materiali di contrasto alle patologie asbesto-correlate”, n. 15, maggio-giugno 2012 – Quaderni del Ministero della Salute, il Ministero della Salute ha confermato che il mesotelioma è dose dipendente e legato all’esposizione a dosi massicce di asbesto (ulteriori approfondimenti su mesotelioma e asbesto sono disponibili anche nelle monografie dello IARC).

Tra tutte le malattie causate dalle fibre d’amianto, il mesotelioma è quella più aggressiva e a esito infausto. L’approccio al tumore della pleura è, infatti, spesso difficoltoso e complesso, in ogni fase del suo percorso. Le possibilità di sopravvivenza dei pazienti affetti da mesotelioma pleurico variano in base alla precocità della diagnosi, all’età e allo stato di salute del paziente stesso.

Inoltre, considerando la lunga latenza dell’esposizione all’amianto, la diagnosi di questa patologia spesso avviene in un’età avanzata. Questo influisce sull’efficacia della terapia e in molti casi preclude la partecipazione a trattamenti di cura sperimentali. Rispetto alle altre neoplasie respiratorie, infatti, i tassi di sopravvivenza a questa malattia sono ancora molto bassi. Ma la guarigione non è esclusa con i nuovi passi avanti fatti dalla ricerca.

Il tasso di sopravvivenza

Il tasso di sopravvivenza per mesotelioma pleurico è di un tasso inferiore al 10%. Questi dati dimostrano come solo il 10% dei pazienti affetti da questa patologia hanno possibilità di sopravvivenza nei cinque anni successivi alla diagnosi. Tuttavia, ogni situazione è unica nel suo genere, quindi non bisogna mai lasciarsi scoraggiare dalla statistica, essendo stime generali.

E’ di fondamentale importanza capire quali siano le cellule che risultano colpite dal mesotelioma. A seconda dell’entità della massa tumorale, infatti, si può procedere con differenti tipi di trattamenti e cure, che potrebbero determinare una migliore aspettativa di vita per tumore alla pleura, anche rispetto alle statistiche generali.

Cosa dicono le pubblicazioni internazionali

Secondo l’Office for National Statistic britannico (Cancer Survival in England: patients diagnosed between 2010 and 2014 and follone up to 2015), nei casi in cui la malattia è localizzata il 35% dei pazienti sopravvivono oltre un anno dalla diagnosi e il 5% oltre cinque anni. Invece, qualora il mesotelioma pleurico non sia localizzato, solo l’1% dei pazienti raggiunge la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi, mentre il 15% dei pazienti sopravvive almeno un anno.

L’American Cancer Society riporta i valori medi di sopravvivenza dei pazienti affetti da mesotelioma pleurico maligno, calcolati sulla base di casistiche internazionali comprendenti pazienti affetti da mesotelioma trattati chirurgicamente nel periodo 1995-2009. In base allo stadio della patologia, la sopravvivenza ha una media di 21 mesi quando il mesotelioma è al I stadio, mentre l’aspettativa di vita scende a 12 mesi quando il tumore è già al IV stadio.

Sono parecchi gli studi internazionali pubblicati negli anni più recenti, che hanno registrato un aumento di aspettativa di sopravvivenza per mesotelioma pleurico maligno in proporzione alla precocità della diagnosi. Per citarne qualcuna: Weiquan Zhang, Xinshu Wu et al. Advances in the diagnosis, treatment and prognosis of malignant pleural mesothelioma. Ann Transl Med. 2015 Aug; 3(13): 182.

Nello studio di J. Faig (J. Faig, S. Howard, et al. Changing Pattern in Malignant Mesothelioma Survival, Transl Oncol 2015), sono stati analizzati 380 casi di mesotelioma, diagnosticati dal 1992 al 2012, le cui percentuali di sopravvivenza a 1, 3, 5 e 10 anni erano pari rispettivamente al 73,1%, 22,9%, 12% e 4,7%.

Pubblicazioni ancora più recenti hanno individuato percentuali addirittura del 15% per una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi: Brit J Ind Med 1960; 17: 260-271. WAGNER J.C., Epidemiology of diffuse mesothelial tumors: Evidence of an association from studies in South Africa and the United Kingdom, Ann NY Acad Sci 1965; 132: 575-578.

Sopravvivenza e aspettative di vita: trattamento e cura del mesotelioma

Le aspettative di vita per il mesotelioma della pleura, ovviamente, variano a seconda del tipo di trattamento e cura a cui può accedere il paziente. Il trattamento multimodale è uno dei trattamenti più efficaci, a cui spesso ne consegue una maggiore aspettativa di vita e conseguente guarigione dal mesotelioma pleurico.

Il trattamento sperimentale combinato di chirurgia e chemioterapia ipertermica intratoracica (HITHOC, Hyperthermic intrathoracic chemotherapy), è stato eseguito in Sicilia nel 2012 dal Prof. Marcello Migliore, che al momento opera presso lo University Hospital di Cardiff, avendo l’Azienda Ospedaliera bloccato questo tipo di trattamento. Con dieci anni di ritardo, questa procedura è stata adottata nel 2021 anche dal Policlinico Gemelli.

Combinazione di chirurgia e chemioterapia intra-operatoria (HITHOC)

La chemioterapia ad alte temperature è risultata maggiormente efficace, penetrando anche nelle strutture, a differenza dei farmaci che entrano in circolo solo in minima parte. In questo modo, si riescono ad evitare anche rovinosi effetti collaterali e migliorare la speranza di vita per mesotelioma plerico.

Il funzionamento della combinazione tra chirurgia e chemioterapia intra-operatoria è abbastanza complesso, ma si può riassumere in pochi passaggi. In seguito alla resezione chirurgica della pleura (pleurectomia e decorticazione, per la rimozione della massa tumorale visibile), il torace del paziente viene riempito con la soluzione fisiologica (salina), che viene riscaldata lentamente, fino a raggiungere i 41°. In questo modo, come ha spiegato il Prof. Marcello Migliore, le cellule del tumore si indeboliscono e si evita il danneggiamento di quelle sane. A questo punto, si somministra il farmaco chemioterapico nella cavità toracica del paziente. Solitamente, si utilizza il cisplatino eventualmente con aggiunta di doxorubicina, con dose elevata, proprio perché non incide nella cavità toracica, per 45-90 minuti. Solo successivamente, attraverso il dranaggio i liquidi in eccesso vengono rimossi.

In una delle precedenti puntate di ONA TV Amianto e malattie del lavoro, il Prof. Marcello Migliore è intervenuto spiegando nel dettaglio questa tecnica e i risultati che permette di ottenere, in termini di efficacia e di sicurezza.

L’ONA e l’impegno per i malati di mesotelioma

L’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto è in prima linea in Italia nella lotta al rischio amianto. Oltre alle attività di prevenzione, si occupa della tutela legale delle vittime delle patologie asbesto-correlate, tra cui il mesotelioma maligno della pleura. L’associazione si avvale dell’operato del suo presidente, l’Avv. Ezio Bonanni e il suo team di avvocati e collaboratori, per garantire la tutela necessaria, in ambito medico e legale. L’ONA ha istituito il dipartimento di terapia e cura, quindi guarigione, del mesotelioma, creando addirittura un protocollo per il trattamento e cura di questa patologia, così come delle altre asbesto correlate. Il ruolo chiave nel dipartimento è stato assunto dal Prof. Marcello Migliore, ordinario di chirurgia toracica presso l’Università di Catania.

Tutela legale per le vittime di mesotelioma

L’ONA si batte per la prevenzione primaria, che consiste nell’evitare l’esposizione all’amianto tout court. A questo proposito, il Consensus Report di Helsinki, nella sua revisione del 2014, ha stabilito che il mesotelioma e le altre patologie asbesto correlate possono essere debellate solo evitando l’esposizione ad amianto. Pertanto, è necessario bloccare la produzione, anche al di fuori dell’Italia e dell’Europa, e bonificare i siti ancora contaminati.

Per coloro che, invece, hanno subito un’esposizione è fondamentale la prevenzione secondaria, ossia la diagnosi precoce che gioca un ruolo fondamentale nelle possibilità di sopravvivenza ed efficacia dei trattamenti. Questo è essenziale per migliorare le aspettative di vita dei pazienti affetti da mesotelioma pleurico. I trattamenti più efficaci dovrebbero essere a disposizione di tutti i cittadini italiani, senza disparità sociali.

L’ONA si occupa di tutelare gratuitamente i diritti di tutti coloro ammalati di mesotelioma e di altre patologie asbesto correlate, per l’ottenimento di tutti i risarcimenti e i benefici previsti dalla legge. Ai fini della prevenzione è importante anche aggiornare l’app amianto, creata dall’ONA, che rappresenta un significativo contributo alla mappatura dei siti di amianto ancora presenti, oltre ad essere utile alla prova di esposizione per la tutela legale.

I diritti delle vittime di mesotelioma

In caso di insorgenza di mesotelioma, sia esso di origine ambientale che di origine lavorativa, le vittime hanno diritto ad una serie di prestazioni sanitarie ed economiche. Coloro che contraggono il mesotelioma per esposizione ambientale, hanno diritto ad accedere alla prestazione una tantum dall’INAIL. In caso di malattia di origine professionale, si ha diritto, invece, alla rendita INAIL. Inoltre, i malati di mesotelioma hanno il diritto ad accedere al Fondo Vittime Amianto.

In caso di decesso della vittima, gli eredi legittimi del lavoratore deceduto per mesotelioma hanno diritto a tutta una serie di prestazioni (rendita di reversibilità e prestazione aggiuntiva dal fondo vittime amianto). La vittima di mesotelioma ha diritto ai benefici contributivi e se necessario al prepensionamento amianto.

Per i dipendenti pubblici non assicurati INAIL, non compresi nelle disposizioni di cui all’art. 6, L. 201/2011 (Forze Armate, Forze di Polizia ad ordinamento civile e militare e del Comparto Vigili del Fuoco e soccorso pubblico), trova applicazione il meccanismo di riconoscimento della causa di servizio e dell’equo indennizzo.

Queste prestazioni costituiscono solo degli indennizzi. Infatti, le vittime di mesotelioma hanno diritto anche all’integrale risarcimento dei danni, compresi quelli esistenziali, morali e iure proprio per i familiari.

Come richiedere la consulenza gratuita?

L’ONA e l’Avvocato Ezio Bonanni forniscono assistenza medica e legale gratuita alle vittime di mesotelioma. È possibile avere maggiori informazioni chiamando il numero verde o compilando il form online.

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