La strage del Berlaymont

Berlaymont

Questa è la storia di un uomo, Arnaldo Lucaccioni , che ha lavorato alle dipendenze della Commissione Europea  a palazzo Berlaymont a Bruxelles, dal 1962 al 1991.

Ma non è solo una storia individuale. È il “racconto” di una strage che poteva essere evitata, di persone che sono morte con i polmoni imbottiti di fibre di amianto e di altri che ricercano i colpevoli.
Come Arnaldo. 

Il racconto di una strage che poteva essere evitata

Nel 1962,dopo aver fatto domanda, Arnaldo viene assunto come ausiliario presso la biblioteca centrale della direzione generale dalla Commissione Europea.

Ha svolto vari incarichi che lo hanno portato a una serie di successi e avanzamento di carriera: «Nel 1964, dopo aver vinto un concorso interno, fui nominato Funzionario Europeo presso la Divisione Prezzi Agricoli della Direzione Generale dell’Agricoltura. Passando alla Direzione degli Affari Internazionali fui inviato in missione permanente a Ginevra per partecipare ai negoziati della fase finale della parte agricola del Kennedy Round nel quadro delle Nazioni Unite…».

Mentre Arnaldo era preso dal suo lavoro e dai suoi successi, i genitori, per stargli accanto, decisero di trasferirsi in Belgio e lavorarono come operai addetti alle pulizie degli uffici della Commissione Europea.

Di ritorno da Ginevra, nel settembre del 1967, ad Arnaldo e ai suoi genitori, vennero assegnati gli uffici dell’ala est del BERLAYMONT, mentre gli operai stavano costruendo le altre tre ali del palazzo.

Le pareti delle nuove costruzioni venivano coibentate con grandi quantità di amianto, che veniva spruzzato senza alcuna precauzione saturando l’aria con “quella” polvere che si depositava dappertutto.

«È stato in quel momento che ho respirato moltissime fibre di amianto. Ci abbiamo perfino camminato sopra: era come neve.
Dopo l’occupazione completa dell’edificio, il problema dell’amianto ha continuato ad essere sollevato.
Ricordo un ufficio che doveva essere spolverato due volte al giorno. Un funzionario interessato prese un campione di questa polvere e la fece analizzare. Era composta da amianto.
Decisi, così, di fissare al muro una locandina con un teschio cui si sovrapponeva una croce, quella delle ali del Berlaymont.

 Sopra c’era scritto “Questo edificio è pericoloso”.

Ho rischiato di perdere il posto di lavoro, ma tutti dovevano sapere che quell’edificio era pieno di amianto e speravo che qualcuno facesse qualcosa».

Le condutture dell’acqua, le guaine dei telefoni erano protette da amianto. Il controsoffitto, le pavimentazioni erano costituite da asbesto. I locali erano privi di finestre apribili.
La pericolosità dell’amianto era ben nota a quei tempi, tanto che la NATO aveva escluso l’utilizzo di quell’edificio come sua sede per alcuni motivi di sicurezza. La struttura del palazzo non consentiva ai pompieri di raggiungere piani elevati in caso di incendio. Inoltre, il legno era utilizzato come elemento principale negli interni.

Arnaldo in quel periodo era molto preoccupato.

Sentiva l’angoscioso dimenarsi dell’ansia che sembrava soffocargli il respiro, segnale di una paura, quella di ammalarsi a causa delle fibre di amianto, paura che si sarebbe rivelata fondata nel giro di poco tempo.

Nel 1990 gli diagnosticarono, all’età di 49 anni, un “carcinoma bronchitico nel lobo superiore del polmone sinistro” in tre istituiti: l’ospedale Saint Luc, l’Istituto Bordet, l’Ospedale Erasme.
Il 12 Marzo subì la rimozione del lobo superiore del polmone sinistro, presso l’ospedale Erasme.
Frammenti di un campione del polmone furono poi assegnati per l’analisi mineralogica al Capo della Clinica del reparto di pneumologia dell’ospedale.
Nel novembre del 1990, dopo numerose richieste di Arnaldo, gli consegnarono i risultati dei test effettuati dal Dr. DE VUYST.

Essi rivelavano la presenza di fibre di amianto nei campioni analizzati, in ragione di 680 corpi di asbesto per grammo di tessuto secco    

Vittima dell'amianto

Così  Arnaldo chiese al dott. Hoffmann, responsabile del servizio medico della commissione, di analizzare i campioni, per sapere se le fibre di amianto presenti nel suo corpo erano della stessa natura dell’asbesto che si trovava nel palazzo del Berlaymont.

I risultati, poi consegnati da Arnaldo al capo del Servizio medico, il 26 Maggio del 1991,mettevano in evidenza una concentrazione di 6 milioni di fibre di crisotilo per grammo di tessuto secco, tipo di amianto effettivamente presente nel Berlaymont.

E non era che il primo di una lunga lista di persone che si ammalarono o morirono a causa della fibra killer.
Non si parla solo di amianto ma di storia, una storia che si ripete troppe volte, portando alla morte innocenti che lavorano per compiere il loro dovere e che troppo spesso vedono negati i loro diritti.

Quel palazzo, poi, a Bruxelles, con le tre ali della morte, in cui l’amianto regnava sovrano, è stato evacuato in seguito all’insorgenza della malattia di Arnaldo. E 3500 funzionari sono stati trasferiti.

Dopo l’operazione, il 28 Novembre del 1990, Arnaldo ha inoltrato una domanda di riconoscimento di malattia professionale per l’insorgenza del “carcinoma broncopolmonare” e per aver lavorato in ambienti che contenevano materiali a base di amianto.
In seguito alla visita presso la Commissione di invalidità di Bologna, la Commissione europea lo mandò in pensione per inabilità al lavoro.
Il 23 Novembre del 2018 Arnaldo si è sottoposto a una visita urologica, per l’insorgenza di una tumefazione scrotale sinistra.

Il dott. Paolo Mengoni gli ha diagnosticato “un voluminoso idrocele sinistro”. Si sospetta, pertanto, un “mesotelioma della tunica vaginale testicolare”.
«Il 15 Aprile la commissione medica mi riconobbe un’invalidità del 100% e una indennità del 30% mettendomi in invalidità naturale invece di stabilire se era una malattia professionale o meno. Il 1° Agosto del ’91 mi hanno messo in invalidità e, solo nel 94, hanno riconosciuto la malattia professionale. Mi è stato tolto il 30 % e dello stipendio ingiustamente. E non sono purtroppo l’unico che si è trovato in questa situazione. È una vera e propria ingiustizia».

Secondo gli atti, Il PM, il 29 maggio 2019, ha formulato richiesta di archiviazione, senza che siano stati effettuati i necessari accertamenti da cui attingere elementi per la configurabilità del delitto di cui all’art. 590, co. 3, c.p., con l’aggravante specifica della violazione delle norme in materia di prevenzione e di infortuni sul lavoro e di cui all’art. 434 c.p.

 Il P.M., nella richiesta di archiviazione, afferma che «si evidenzia, in primo luogo, trattandosi di reato commesso all’estero da soggetto straniero (allo stato non identificato), la mancata ricorrenza di tutte le condizioni previste dall’art. 10 c.p., ossia la presenza del reo nel territorio dello Stato e la commissione di un delitto punito con pena minima non inferiore ad un anno (nel caso di specie, trattasi di lesioni colpose gravi, punite con pena minima di tre mesi)».

Tra i presidenti della Commissione Europea ancora in vita, che avrebbero potuto e dovuto evitare il perpetrarsi della strage verificatasi, vi sono tra l’altro anche cittadini italiani. In secondo luogo, preme precisare che non si tratta di reato commesso all’estero, in quanto la Commissione Europea, nello specifico il palazzo del Berlaymont, gode di extraterritorialità ed è assimilabile a qualsiasi ambasciata italiana all’estero, soggetta pertanto alle leggi italiane».

Molti altri funzionari sono stati costretti a lavorare nel Berlaymont, mentre i responsabili del Servizio tecnico, del Servizio Sicurezza e Igiene del Lavoro e il Servizio medico, i loro superiori gerarchici, il Direttore Generale del Personale e dell’Amministrazione, il Commissario che sovrintende la DG IX, e, all’interno dello Stato belga, per lo meno il Ministro dei Lavori Pubblici, che conoscevano e non potevano non sapere, hanno permesso che tutti questi funzionari lavorassero in condizioni di rischio per la loro salute.

Nel corridoio davanti allo studio di Arnaldo una lamella di legno di mezzo centimetro di spessore copriva fino a 40 cm di amianto.
Troppi sapevano e nessuno ha fatto niente per evitare la malattia e la morte di queste persone che erano lì solo per svolgere il loro lavoro.
Anche i genitori di Arnaldo sono morti a causa dell’inalazione di fibre di amianto.

Una lunga lista di nomi, quella dei morti e degli ammalati e una causa in corso, per capire quali furono i responsabili e per avere giustizia.

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