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Colonialismo e biodiversità: le colpe dei conquistadores 

Una pianta di tabacco, colonialismo
Una pianta di tabacco

Forse non tutti sanno che, uno degli effetti nefasti del colonialismo è stato il suo impatto sulla biodiversità. Uno studio svela le colpe dei conquistadores.

Colonialismo: come ha influenzato la biodiversità? 

Colonialismo. Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo e i conquistadores sbarcarono in America in cerca dell’oro. Qui tuttavia scovarono un tesoro ancora più prezioso: i prodotti alimentari locali. 

Da allora, la missione dei colonizzatori diede il via al più imponente rimescolamento di biodiversità indotto dall’uomo. 

Quanto ha influito il colonialismo in questo processo? A chiederselo, due ricercatori: Bernd Lenzner dell’ Università di Vienna e Guillaume Latombe dell’ Università di Edimburgo, che hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista Nature Ecology and Evolution

Un percorso binario Europa/Nuovo Mondo

I colonizzatori iniziarono a esportare riso e altri cereali verso il Nuovo Mondo, dove erano specie “aliene“. Oltre ai generi alimentari, introdussero – ahimè – una serie di virus, quali: vaiolo, morbillo e altre malattie. Ignoti ai sistemi immunitari dei nativi americani, i virus finirono per uccidere migliaia di individui, ma questo non fermò la sete di conquista.

Dal Nuovo Mondo, i colonizzatori invece importarono: pomodori, mais, patate, tabacco, cioccolata, il fico d’India, originario del Messico e la robinia (Robinia pseudoacacia), originaria del Nord America.

Quest’ultima, venne piantata inizialmente nel Seicento come albero ornamentale e ben presto divenne una specie invasiva dei nostri boschi.

La “ridistribuzione forzata” delle specie non finisce qui

Dopo l’VIII secolo, gli arabi portarono dall’Egitto e dalla Mesopotamia, in Europa, le palme da dattero e le arance, poi diffuse dai portoghesi nel XVI secolo. 

Questa ridistribuzione “forzata” delle specie, divenne un fenomeno globale quando gli europei iniziarono a stabilire imperi coloniali in tutto il mondo alla fine del XV secolo.

A Stellenbosch, una città del Sudafrica,  per esempio, si possono trovare interi boschi di querce europee.

Esse furono importate per produrre botti in cui conservare il vino.

Tuttavia, a causa del clima eccessivamente caldo, gli alberi crebbero troppo velocemente, rendendo il legno inadatto alla conservazione del vino. 

Perché i coloni esportavano le loro piante? 

Le ragioni sono molteplici.

Inizialmente, gli esploratori e i coloni importarono piante per assicurarsi che i loro insediamenti avessero cibo a sufficienza. 

Successivamente, le introdussero per ragioni “estetiche”, ma anche per attenuare la nostalgia della madre patria. 

Tra il XIX e l’inizio del XX secolo, lo scambio globale di specie vegetali si intensificò per creare giardini botanici.

A dare inizio a questa attività furono le cosiddette “società di acclimatazione”, intenzionate a intraprendere ricerche medico-scientifiche e studi sull’orticoltura e sullo sfruttamento economico.

Con l’Impero britannico, il fenomeno raggiunse il suo apice. Nacquero così circa cinquanta società di acclimatazione e si realizzarono oltre cento giardini botanici, tra cui i Kew Gardens di Londra

Queste tendenze si rafforzarono ulteriormente grazie al boom dell’orticoltura ornamentale in Europa e al crescente interesse per nuove piante esotiche.

I risultati di tale rimescolamento, sono diventati oggetto del nuovo studio di Lenzner e Latombe.

Colonialismo: la tomba della biodiversità

I due scienziati hanno analizzando la flora “aliena” dei più grandi imperi europei della Storia: britannico, spagnolo, portoghese e olandese.

Conclusione? Dai loro studi è emerso che più a lungo una potenza coloniale ha dominato una regione, più la vegetazione del territorio è diventata simile a quella della loro nazione.

Ciò ha portato all’accumulo di vegetazioni aliene simili tra le colonie, specialmente nelle regioni occupate per lungo tempo.

«Le politiche commerciali restrittive degli imperi europei assicuravano che le piante fossero prevalentemente scambiate tra le regioni occupate dalla stessa potenza. Quindi, l’insieme delle specie scambiate tra le regioni era limitato all’estensione dell’impero e di conseguenza le regioni divennero più simili nelle loro flora rispetto alle regioni esterne. Il processo si intensificò con il periodo di tempo in cui una regione fu occupata dall’impero». A sostenerlo, Bernd Lenzner, autore principale dello studio.

Conseguenze dell’esportazione forzata

L’introduzione di “specie esotiche invasive”, ha modificato radicalmente gli ambienti e la biodiversità. 

Alcune possono infatti diffondersi e causare problemi all’habitat che le ospita. 

Esempi famosi includono il nodo giapponese. Soprannominato “l’incubo del giardiniere”, esso può competere con molte piante autoctone, o altre piante, come la locusta nera (Robinia pseudocacia), introdotte in Gran Bretagna all’inizio del XVII secolo come piante ornamentali, ma che possono cambiare fortemente gli ambienti che invadono.

Conclusioni: colonialismo e biodiversità

Ma non è solo questo il problema. Stando alle ricerche degli studiosi, in futuro, l’impatto di questa politica potrebbe rivelarsi catastrofico.

Franz Essl, autore senior dello studio, sottolinea «Potrebbero volerci decenni perché le specie esotiche si stabiliscano e si diffondano all’interno di una regione in cui sono state introdotte. Questo processo spesso si svolge con un ritardo sostanziale».

Poi aggiunge «le conseguenze di tali attività, si verificano anche a distanza di secoli, dopo il crollo degli imperi europei. Ciò dimostra che dobbiamo essere molto attenti e consapevoli di quali specie spostiamo in tutto il mondo, poiché probabilmente avranno un impatto duraturo sulla biodiversità e sui mezzi di sussistenza umani in futuro».

«Con questo studio- afferma Marten Winter, coautore dello studio, abbiamo dimostrato che la colonizzazione umana ha in alcuni casi drasticamente alterato gli ecosistemi. Al fine di ridurre i problemi causati da alcune di queste specie, dobbiamo attuare urgentemente politiche globali per limitarne la diffusione e mitigarne l’impatto».

Fonti 

Materiali forniti dall’Università di Vienna

Lenzner, B., Latombe, G., Schertler, A., Seebens, H., 3, Yang, Q., Winter, M., Weigelt, P., van Kleunen, M., Pyšek, P., Pergl, P., Kreft, H., Dawson, W., Dullinger (2022): Le flora aliene naturalizzate portano ancora l’eredità del colonialismo europeo. Ecologia ed evoluzione della natura, DOI:10.1038/s41559-022-01865-1.

Sopravvive a 12 tumori, il caso studiato dai ricercatori spagnoli

tumori
medici in laboratorio

Una donna, sopravvissuta a 12 tumori diversi, tra cui 5 maligni, potrebbe rappresentare una chiave per trovare nuove cure. I tumori della 36enne sono stati causati da un mix di mutazioni genetiche ereditarie che finora era ritenuto incompatibile con la vita. Il caso è stato descritto sulla rivista Science Advances dai ricercatori del Centro nazionale di ricerca oncologica (Cnio), in Spagna.

Tanti tumori, il sistema immunitario si difende

Gli scienziati pensano che un numero così elevato di mutazioni e tumori possa aver spinto il corpo a difendersi e a sconfiggerli. Che il nostro sistema immunitario possa contrastare questo tipo di cancro è già di per sé una scoperta eccezionale. Potrebbe portare a nuove tecniche di diagnosi precoce e a nuove terapie proprio per risvegliare il sistema immunitario.

“Ancora non riusciamo a capire – ha detto il biologo Marcos Malumbres del Cnio – come questa persona possa essersi sviluppata durante la fase embrionale, né come sia riuscita a superare tutte le sue malattie”.

I medici hanno scoperto il primo cancro quando era ancora una bambina. A questo ne sono poi seguiti diversi a distanza di qualche anno uno dall’altro. Una situazione complessa per la ragazza che presenta anche altre malattie o alterazioni, come macchie cutanee e microcefalia.

Le ricerche presso il Cnio in Spagna

La donna è stata sottoposta al sequenziamento dei geni che sono solitamente coinvolti nelle forme ereditarie di tumore, ma non è stata trovata alcuna mutazione. I ricercatori del Cnio, allora, hanno sequenziato l’intero genoma ed è così che sono emerse anomalie in un gene cruciale per la divisione delle cellule. Il MAD1L1, la cui mutazione comporta l’alterazione del numero di cromosomi ereditati dalle cellule figlie (una condizione tipica di molti tumori).

La paziente aveva mutata sia la copia del gene ricevuta dalla madre sia quella trasmessa dal padre: una condizione mai riscontrata al mondo. Riportata negli animali di laboratorio, inoltre, ha determinato la morte già nella fase embrionale. “Da un punto di vista accademico – ha spiegato un altro autore dello studio, Miguel Urioste – non possiamo parlare di una nuova malattia perché siamo di fronte alla descrizione di un singolo caso, ma da un punto di vista biologico lo è”.

Tumori, sviluppata “risposta di difesa cronica”

Durante lo studio delle malattie della donna i ricercatori hanno notato come, sorprendentemente, tutti e 5 i tumori maligni sono scomparsi in modo relativamente facile. Gli scienziati credono, così, che “la continua produzione di cellule alterate abbia generato nella paziente una risposta di difesa cronica contro queste cellule, che alla fine ha aiutato i tumori a sparire”.

La scoperta che il sistema immunitario sia in grado di scatenare una difesa contro le cellule con un numero alterato di cromosomi “è uno degli aspetti più importanti di questo studio, che potrebbe aprire nuove opzioni terapeutiche per il futuro”. Il 70% dei tumori, infatti, presenta anomalie nel numero di cromosomi.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, sostengono da sempre l’importanza della ricerca. Per una migliore qualità della vita sono fondamentali prevenzione, diagnisi precoci e cure adeguate e disponibili per tutti.

Inquinamento e salute, intervista al Prof Alessandro Miani

inquinamento
Il prof Alessandro Miani (a sinistra) con il giornalista Massimo Lucidi

Ambiente e salute sono strettamente correlati. Partendo da questo presupposto bisogna lavorare per preservare il nostro Pianeta e prevenire le malattie legate all’inquinamento. È questo l’approccio di Alessandro Miani, professore dell’Università degli Studi di Milano e presidente della Sima – Società italiana di medicina ambientale. Ha appena ricevuto il Premio Eccellenza Italiana proprio per il suo impegno nella tutela dell’ambiente e della salute ed ha accettato di spiegarci meglio la sua prospettiva.

Questo è il tema che segnerà il futuro dei nostri figli e del nostro stesso Pianeta. In primo luogo, cerchiamo di capire cosa sia la medicina ambientale. Per lei professore cosa significa e perché è tanto importante?

Inquinamento, cosa può fare la medicina ambientale

“Oggi – ha iniziato Miani – quando si parla di ambiente, si crea un immediato collegamento emotivo con il concetto di natura, di biodiversità, di fauna selvatica, ma anche con quelli di inquinamento atmosferico, di avvelenamento dei suoli, desertificazione e dissesto idrogeologico. Tutti questi aspetti fanno parte dell’ambiente e compito della medicina ambientale è quello di preservare la salute umana, evitando che ciò che ci circonda possa divenire ‘fattore di rischio ambientale’ per la nostra salute e causare malattie o morte prematura.

La medicina ambientale abbraccia e coinvolge diverse discipline: le scienze biomediche, ambientali, giuridiche, economiche, politiche e sociali, quelle dei materiali e delle costruzioni. È regolamentata a livello OMS ed è parte integrante della Sanità Pubblica. Il campo di applicazione di questa disciplina comporta lo studio delle interazioni tra l’ambiente e la salute, ed il ruolo dell’ambiente nel causare o mediare la malattia”.

Come può prevenire le malattie?

“Per prevenire le malattie è necessario un approccio multidisciplinare. Noi ci occupiamo di salute pubblica e prevenzione con un particolare riferimento ai determinanti ambientali delle malattie: è così che possiamo realizzare una vera prevenzione primaria, accompagnando all’indagine scientifica una efficace comunicazione diretta sia ai decisori che ai cittadini (incluse le scuole), al mondo imprenditoriale.

Inquinamento, cosa sono i determinanti ambientali

Si tratta del cosiddetto Knowledge Transfer Exchange ovvero il trasferimento di conoscenze sui determinanti ambientali e sociali della salute alle istituzioni e al grande pubblico per fini di prevenzione primaria. Quello che facciamo – ha spiegato ancora meglio – è anche tradurre la scienza in indicazioni operative per ridurre i rischi che ciascun determinante ambientale può avere sulla salute umana”.

In una recente intervista detto che per prevenire ogni anno milioni di morti, è necessario che settori come quello dei trasporti, dell’energia, dell’agricoltura e dell’industria collaborino. Quali sono le priorità concrete per raggiungere questo obiettivo?

“Nell’ottica della prevenzione delle patologie correlate all’inquinamento atmosferico, ma anche a quelli delle acque e dei suoli, quelli che ha menzionato sono i soggetti inquinanti principali. Tutti questi settori devono, quindi, collaborare perché per risolvere i principali problemi dell’inquinamento e delle sue ricadute sulla salute umana bisogna agire concretamente in ogni ambito della nostra quotidianità.

Per esempio, quando blocchiamo il traffico in una delle nostre città – a parte casi particolari come Milano, che possono pesare di più – adottiamo un tipo di provvedimento che può abbattere gli inquinanti atmosferici non oltre il 23%. Nei fatti è come se in una stanza con 10 persone che fumano ne facessimo uscire 2: non avremmo risolto il problema legato alla qualità dell’aria.

Inquinamento atmosferico, lavorare su più settori

Il problema dell’inquinamento atmosferico va quindi affrontato a più livelli. Innanzitutto è necessario che si rendano sostenibili i sistemi di riscaldamento e di approvvigionamento elettrico degli edifici, che rappresentano il 60% in totale delle fonti inquinanti in atmosfera.

I trasporti devono ridurre considerevolmente l’impatto sulla qualità dell’aria, aumentando l’uso di mezzi pubblici e mobilità green alternativa, ma anche ridisegnando i sistemi di percorribilità viaria delle città. E poi lavorare anche affinchè le aziende agricole mettano a norma gli allevamenti intensivi, che contribuiscono anch’esse alle emissioni in atmosfera così come le industrie, il cui impatto è più legato alla tipologia di inquinanti emessi (anche cancerogeni) e alla continuità nel tempo dovuta ai cicli continui di produzione no stop.

Per questo ultimo aspetto, però, specie se ci stiamo occupando di aree in cui c’è già un allarme ambientale, abbiamo il dovere di affrontare la questione industriale applicando le migliori tecnologie disponibili (le cosiddette BAT best available technologies) per l’apposizione dei migliori filtri in grado di limitare le emissioni in atmosfera.

La stessa cosa vale per tutte le altre principali matrici ambientali, in primis acqua e suolo, anche nell’ottica del contrasto al cambiamento climatico. Ogni settore deve dialogare con l’altro e soprattutto la politica deve fare la sua parte: parlare con tutti i settori e soprattutto agire.

Sima, Società italiana di medicina ambientale

Fin da quando è nata, nel 2015, la SIMA ha dato una spinta decisiva all’adozione di un approccio multidisciplinare al tema Salute-Ambiente. Coinvolgendo una molteplicità di professionalità (non solo mediche) e soggetti all’interno della società civile che lavorano in maniera sinergica sui singoli obiettivi. Seguendo il nostro esempio alcune istituzioni hanno cominciato a collaborare con altre per raggiungere gli obiettivi di tutela della salute pubblica, della biodiversità e dell’ambiente.

Il tema oggi è particolarmente sentito e particolarmente urgente. Occorre abbandonare l’idea di tutelare il proprio know how in maniera autoreferenziale, ma è necessario condividerlo per accelerare i processi. Anche nel caso specifico del PNRR non si può fare a meno di un dialogo multi-disciplinare per trovare soluzioni a problemi reali, che possano essere finanziabili e tradursi in una ricaduta duratura”.

Cosa può fare la finanza sostenibile?

“Può fare moltissimo. Se c’è stata nel mondo un’inversione di tendenza nelle politiche industriali e sanitarie  a tutti i livelli, dalla costruzione di nuovi edifici, quartieri, città, produzioni green, lo si deve alla finanza sostenibile. Molti Fondi internazionali hanno iniziato a finanziare quel mondo produttivo che seguiva gli standard ESG (Environmental, Social e Governance), e ancor prima il minor impatto ambientale nelle loro produzioni.

Premiando chi faceva bene il suo lavoro e penalizzando gli altri il sistema ha portato, nel giro di pochi anni, ad un cambiamento verso quella direzione, se non per virtù almeno per necessità. Anche gli Stati, non solo le singole aziende, si sono in qualche modo adeguati e sono state formate reti internazionali di sostenibilità.

Per la prima volta dobbiamo dire grazie alla finanza sostenibile e alle grandi banche. Senza il primo solco tracciato in questa direzione dalle grandi banche non andremmo oggi a questa velocità (anche se l’Italia è un po’ indietro)”.

In questo momento il tema energia è quello che più preoccupa, con la guerra in Ucraina e la minaccia di Putin che non è neanche più solo tale, di ridurre o bloccare la fornitura del gas. Cosa può fare il governo che tra poco sarà operativo e cosa può fare l’Europa?

Inquinamento, cosa può fare il cittadino

“La linea anche qui è già stata tracciata dal precedente Governo: al ministro Cingolani è stato chiesto di restare anche per i rapporti e le relazioni aperte e già sul tavolo.  A questo posso aggiungere quello che può fare ognuno di noi: essere consumatori consapevoli può farci risparmiare il 17% in bolletta. Esistono dei contatori elettrici intelligenti che fanno vedere chiaramente quanto si sta consumando e già questo basterebbe per abbassare i consumi.

Come SIMA, precedendo di qualche mese l’Enea, abbiamo stilato dei consigli su come risparmiare energia nelle nostre case. Possiamo farlo anche in azienda, in modo diverso. Il 31 marzo scorso abbiamo presentato in Parlamento “YouGreen”, un social network che consente alle imprese di non farsi mettere con le spalle al muro dal caro bollette. Mette in gara più reparti delle aziende e quello che consuma meno energia vince premi e benefit. Lo abbiamo presentato per colmare il divario che l’Italia ha sul consumo energia rispetto alle aziende straniere.

Miani: “Mantenere l’ora legale”

Ci sono poi altri strumenti – ha continuato Miani facendoci capire che le soluzioni sarebbero molteplici – come quello che abbiamo chiesto a Draghi e suggeriamo al nuovo governo: mantenere l’ora legale per far risparmiare sui costi energetici. Una misura a costo zero che avrebbe impatti positivi a livello sociale e ambientale. La stima del Centro studi Conflavoro Piccole e medie imprese è di un risparmio di 2,7 miliardi per il solo 2023. Poiché noi non lavoriamo con le stime, abbiamo proposto un esperimento: mantenerla per un solo mese, quantificare il risparmio e poi decidere. (Ora l’appello si sposta all’indirizzo del nuovo presidente, dal 22 ottobre 2022, Giorgia Meloni, ndr).

Ma secondo le nostre stime, questa misura avrebbe un peso specifico tale da renderla vantaggiosa. Ci sarebbero, inoltre, 200mila tonnellate in meno di CO2 immesse nell’atmosfera ogni anno. I benefici non terminerebbero qui: più luce vuol dire meno reati, meno depressione, più tempo da trascorrere all’aria aperta in attività sportiva. Gli studi che negli Stati Uniti avrebbero messo in luce alcune criticità legate al fuso orario non sarebbero validi per l’Italia, dove c’è una differenza al massimo di mezz’ora tra Est e Ovest.

Evitare il passaggio tra l’ora solare all’ora legale, infine, ridurrebbe anche quei minimi disturbi legati al ritmo sonno-veglia. Il prolungamento dell’ora legale è stato già stato fatto: durante la prima e la seconda guerra mondiale (addirittura a permanenza dal 1940 al 1942). Alla fine degli anni ’60 ed è stato ripetuto negli anni ’80. Noi diciamo che in un momento di crisi può essere una soluzione”.

Perché ha deciso di fondare la Sima?

“È nata perché c’erano movimenti ambientalisti, ma non vedevo nessuno seguire la scienza. Si parlava di ambiente ma non era correlato all’idea di salute. In Italia non c’era ancora questo approccio e abbiamo pensato a qualcosa che potesse occuparsi di questo, e diventare punto di riferimento come società scientifica su questi temi in Italia. Abbiamo raggiunto questo obiettivo e siamo anche riconosciuti e seguiti in Europa e negli USA. La Sima, infatti, ha meglio ridefinito i temi della medicina ambientale nel mondo.

E poi – Miani finalmente si sbilancia e ci dice qualcosa di più personale – ho due figli piccoli e non potendo lasciare loro per differenza di età nulla che fosse di tipo imprenditoriale, ho pensato che fosse un buon lascito un insegnamento, come alle nuove generazioni. Quello di focalizzarsi sulla scienza e guardare all’innovazione tecnologica collegata ai temi della salute ambientale. Ancora però non riesco a trovare terreno fertile da parte degli investitori italiani. Per questo stiamo lavorando perché i brevetti e le idee italiane non debbano spostarsi all’estero per essere realizzate e poi magari rivendute all’Italia”.

Sima nasce a Milano nel 2015, su impulso del professor Miani e di altri accademici, scienziati e rappresentanti del mondo imprenditoriale e delle professioni. È nota a livello internazionale per l’impegno profuso nella ricerca scientifica sulla qualità dell’aria, dell’acqua, l’epidemiologia. Così pure sui costi delle patologie da esposizioni ambientali, il rischio radon e amianto e la prevenzione primaria del cancro, specie in ambito pediatrico. Ha stabili collaborazioni con Oms, Ue, Osce, Unesco, Parlamento e Istituzioni italiane, Cnel, Cini, Ministero della Cultura, Ministero della Salute, principali Atenei italiani e internazionali, Arpa, Enea, Confindustria e Terzo Settore.

Blob: l’ondata di calore marino devasta l’ecosistema oceanico

blob, bolle di ossigeno in mare
bolle di ossigeno in mare

Le ondate di calore marine “blob”, sono dei picchi di temperature elevate, causate dal cambiamento climatico. Questi eventi possono ripercuotersi sugli ecosistemi marini per anni, anche dopo che la temperatura dell’acqua è nuovamente scesa.

Blob: la devastante bolla di caldo marino 

Blob. Dal 2013, il livello dell’acqua del Golfo dell’Alaska ha iniziato a innalzarsi e anche la temperatura è aumentata in media di 2,8 °C (in alcuni punti fino a 3,9 °C).

A causare il fenomeno, è stata una cresta atmosferica di lunga durata ad alta pressione. Essa ha riscaldato la superficie dell’Oceano, soffocando le tempeste invernali che di solito portano acqua più fredda e più profonda in superficie.

Il calore si è poi trasferito dall’oceano all’atmosfera, di conseguenza, il golfo è rimasto insolitamente caldo per tutto l’anno successivo.

Inizialmente, la bolla aveva colpito una zona circoscritta dell’oceano, larga circa 800 chilometri e profonda più di 90 metri.

Nick Bond, uno scienziato del clima dell’Università di Washington a Seattle, ha soprannominato questo fenomeno “The Blob”, nome tratto dall’omonimo film horror del 1958.

Il fenomeno dura almeno cinque giorni, anche se in molti casi persistono per settimane o anche mesi.

Lo studio, pubblicato nel 2020 sulla rivista Science, afferma che queste ondate di calore marine sono aumentate di oltre 20 volte, a seguito del riscaldamento globale.

Cosa ha trasformato il blob in un mostro

A metà del 2014, questa ondata di calore marina ha raggiunto un’estensione di 3.200 chilometri tra l’Alaska e il Messico, mantenendo alte le temperature del mare. 

I venti hanno spinto l’acqua calda più vicino alle coste dell’Oregon e di Washington. Poi, nel 2015 e nel 2016, il riscaldamento periodico del Pacifico centrale, noto come El Niño, ha alimentato la crescita della bolla. 

Alla fine del 2016, La Niña (fenomeno inverso a El Niño), ha provocato delle tempeste che hanno agitato e raffreddato l’oceano.

In ogni caso, nel corso di tre anni, la bolla ha completamente stravolto l’ecosistema dell’Oceano Pacifico settentrionale e adesso sta praticamente interessando tutte le acque del Pianeta. Con conseguenze importanti per l’ambiente.

Danni causati dal blob a livello dell’ecosistema oceanico

Molti i danni causati dalla bolla. 

  • La quantità di plancton, copepodi e krill è notevolmente diminuita
  • Migliaia di leoni marini e uccelli marini sono morti di fame 
  • Le megattere, in mancanza di krill, hanno iniziato a cibarsi di acciughe. Poiché questi pesci abbondano nel acque vicine alla costa, i cetacei hanno finito per impigliarsi nelle reti da pesca. Anche le nascite nelle popolazioni di megattere sono diminuite del 75%
  • La formazione di fioriture algali tossiche ha ostacolato la pesca del granchio. La catena alimentare, basata sul krill, è stata sostituita da organismi gelatinosi, poveri di sostanze nutritive chiamati pirosomi, che non erano mai stati rilevati così a nord
  • Le popolazioni di merluzzi nordici al largo delle coste dell’Alaska si sono ridotte e sono vicine all’estinzione.

Il mistero dei merluzzi spariti per via del blob

Nel 2017, il biologo marino Steve Barbeaux stava esaminando alcuni dati, a dir poco allarmanti, sulla scomparsa di oltre 100 milioni di merluzzi in Alaska.

Inizialmente pensò ad un problema tecnico del computer. 

Nelle ore successive, lui e i colleghi del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) di Seattle, Washington, confermarono tuttavia i numeri. 

I dati, raccolti dai pescherecci da traino di ricerca, indicavano che il numero di merluzzo bianco era crollato del 70% in due anni, cancellando essenzialmente una pesca del valore di 100 milioni di dollari all’anno. 

Il pesce non si era spostato per qualche fenomeno migratorio! Era sparito a causa del “blob”. 

Per consentire una ripopolazione dei merluzzi, i funzionari federali hanno pertanto tagliato le catture consentite dell’80%.

Molti fenomeni non sono ancora chiari 

Riguardo alle ondate di calore marine, molti fenomeni non sono ancora del tutto chiari. 

Ad affermarlo, Nicholas Bond, ricercatore dell’Università del Washington e climatologo dello Stato di Washington.

La prima questione irrisolta, riguarda il perché questi eventi persistano per settimane o anche per mesi. «Dev’esserci qualcos’altro in atto, che contribuisce a mantenere quelle condizioni», spiega. 

Secondo Bond «riscaldandosi, la superficie dell’oceano irradia nell’atmosfera calore. Questo, impedisce la formazione della copertura nuvolosa, esponendo l’acqua del mare a una maggiore irradiazione solare, e quindi a un ulteriore riscaldamento».

La minaccia pende come una spada di Damocle

Anche quando il blob si arresta, così come è avvenuto nelle acque del Pacifico nord-orientale (hanno cominciato a raffreddarsi nel 2016, tre anni dopo il blob), non bisogna cantare vittoria.

Prima che l’ecosistema ritorni alle condizioni pre-blob, ci vorrà del tempo.

Sopratutto desta preoccupazione il suo potenziale impatto nelle zone tropicali, a livello delle barriere coralline.

Perché è importante studiare gli effetti del blob

Anche se molti danni sono orami irrimediabili, conoscere gli effetti del blob aiuterà a prevedere le future ondate di calore marine.

Se il riscaldamento globale non verrà frenato- avertono gli scienziati- le onde di calore diventeranno più frequenti, più grandi, più intense e più durature. Entro la fine del secolo, Bond dice: «L’oceano sarà un posto molto diverso».

Nel frattempo, il National Park Service ha iniziato a monitorare gli ambienti marini vicini alla costa per rilevare e comprendere i cambiamenti nei parchi dell’Alaska. 

Fonti 

National geogrphic

nasa.gov

Science.it

 

Scaccolarsi il naso? Può provocare demenza e Alzheimer

scaccolarsi
bambino che si scaccola, può provocare demenza

Un nuovo studio effettuato sui topi, ha svelato che scaccolarsi il naso potrebbe aumentare il rischio di sviluppare l’Alzheimer e la demenza.

Scaccolarsi non è solo una pratica disgustosa

Scaccolarsi il naso è sicuramente una delle pratiche più disgustose che possiamo immaginare. 

Si stima che ben nove persone su dieci si dedichino a questo, per cosi dire, “sport”.

Mentre i benefici non sono chiari, secondo uno studio, questa “usanza” danneggia i tessuti interni e potrebbe provocare l’Alzheimer e la demenza. 

A scatenare il tutto, sarebbe un batterio chiamato Chlamydia pneumoniae, che può infettare gli esseri umani e causare la polmonite.

Questa, la tesi avanzata da un team di ricercatori della Griffith University in Australia.

Gli scienziati sono arrivati a tale conclusione, dopo aver eseguito dei test sui topi lo scorso febbraio.

Un batterio che provoca infezione nei ratti

L’esperimento ha mostrato che nei ratti, i batteri potevano viaggiare su tutto il nervo olfattivo e arrivare dalla cavità nasale fino al cervello. Inoltre, quando c’erano danni all‘epitelio nasale (il tessuto sottile lungo il tetto della cavità nasale), le infezioni nervose (nervi olfattivi, bulbo olfattivo e cervello) peggioravano.

In risposta all’infezione, il cervello del topo iniziava a depositare la proteina amiloide-beta, le cui placche si trovano in concentrazioni significative nelle persone malate di Alzheimer. 

«Siamo i primi a dimostrare che Chlamydia pneumoniae può andare direttamente sul naso e nel cervello dove può scatenare patologie che assomigliano alla malattia di Alzheimer».

Ciò accade perché, il nervo olfattivo del naso è direttamente esposto all’aria e offre un breve percorso verso il cervello, che bypassa la barriera emato-encefalica.

Questo il commento del neuroscienziato James St John, capo del Clem Jones Center for Neurobiology and Stem Cell Research, co-autore della ricerca.

«Abbiamo visto che ciò accade in un modello di topo e le prove sono potenzialmente spaventose anche per gli esseri umani».

In aggiunta, il batterio C. pneumoniae ha assalito velocemente il sistema nervoso centrale dei topi, nell’arco di 72 ore.

I ricercatori hanno inserito il batterio Clamidia pneumoniae direttamente nel naso dei topi.

Scaccolarsi il naso è pericoloso per gli uomini?

In realtà, ancora non è certo che la pratica abbia gli stessi effetti negli esseri umani. Né si è dimostrato che le placche amiloide-beta, carattere distintivo dell’Alzheimer, siano collegabili alle stesse, anche se «pensiamo che i batteri e i virus siano fondamentali»- spiegano gli esperti.

In ogni caso, lo studio potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere e magari combattere questa comune condizione neurodegenerativa.

«Dobbiamo effettuare questo studio sugli esseri umani per confermarlo», dice St John.

«La ricerca non è stata ancora completata. Quello che sappiamo è che questi stessi batteri sono presenti negli esseri umani, ma non abbiamo capito come ci arrivano».

Ulteriori studi si concentreranno sullo “scaccolarsi”

Il team di St John prevede di studiare gli effetti dello scaccolamento sugli esseri umani. 

Essi si baseranno su test olfattivi in pazienti dai 60 anni in su. Il professor St John, spiega infatti che la perdita dell’olfatto è un indicatore precoce del morbo di Alzheimer. In ogni caso, gli scienziati suggeriscono che tale malsana abitudine, insieme a quella di togliersi i peli dal naso, danneggia il tessuto nasale protettivo.

Il professore ha anche trasmesso alcune preziose indicazioni su come proteggersi dal disagio neurologico legato allo scaccolamento.

La ricerca è stata sostenuta dalla Goda Foundation e dal Menzies Health Institute Queensland (Australia) e pubblicata su Scientific Reports.

Conclusioni sulla pratica: trattiamo bene il nostro naso 

Ebbene, prima di iniziare a tenere le mani legate dietro la schiena o indossare lo scafandro per evitare qualsiasi tentazione, bisogna tenere a mente che stiamo parlando di uno studio condotto solo sui topi.

Ma se per qualsiasi motivo dovessimo cedere, sarebbe bene cercare di non trattare le nostre narici come un pozzo da trapanare con le dita.

Fonti 

Chlamydia pneumoniae può infettare il sistema nervoso centrale attraverso i nervi olfattivi e trigemini e contribuisce al rischio di malattia di Alzheimer” di Anu Chacko, Ali Delbaz, Heidi Walkden, Souptik Basu, Charles W. Armitage, Tanja Eindorf, Logan K. Trim, Edith Miller, Nicholas P. West, James A. San Giovanni, Kenneth W. Beagley e Jenny A. K. Ekberg, 17 febbraio 2022, Relazioni scientifiche.
DOI: 10.1038/s41598-022-06749-9