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Lotta alla mafia dei rifiuti. Nuove idee per le istituzioni

mafia-Falcone e Borsellino
Falcone e Borsellino

Quella dei rifiuti è proprio una mafia. Infatti sono le mafie a governare il trattamento dei rifiuti e quelli speciali a sversarli illecitamente. Ne sanno qualcosa i cittadini della Terra dei Fuochi.

Tuttavia, questa emergenza c’è anche nel Lazio. Sulla base delle più recenti polemiche, perfino il Governo sembra essere caduto sui rifiuti, così il Movimento 5 Stelle per quanto riguarda il Governo Draghi.

Lotta alla mafia dei rifiuti: il metodo Falcone e Borsellino

Le più recenti modifiche e legislative volute dal Governo Draghi sembrano aver favorito le mafie. Tanto è vero che il nuovo Ministro della Giustizia, senatore Nordio deve correre ora ai ripari. Non solo la questione della procedibilità a querela, che favorisce le mafie. Si pensi a diversi mafiosi scarcerati perché la vittima era intimidita e non ha voluto far querela. Oppure semplicemente perché non era presente come il caso del furto in un albergo di proprietà di un magnate russo non presente.

Mafia dei rifiuti: il disastro ambientale delle mafie

L’azione delle mafie, oltre a inquinare l’economia, favorendo imprenditori scorretti, provoca veri e propri disastri ambientali. Come, per esempio, il disastro ambientale della Terra dei Fuochi. Tuttavia, non sono da meno altri siti contaminati come quelli in provincia di Latina.

Le ecomafie non distruggono solo l’ambiente ma colpiscono gravemente anche la salute dei cittadini. Infatti lo smaltimento illegittimo di rifiuti anche speciali, come l’amianto, può causare l’insorgenza di gravi patologie, come il mesotelioma pleurico.

Osservatorio dei rifiuti: mappa del rischio

Per rifiuti non intendiamo soltanto amianto, cemento amianto e quindi eternit, ma anche tutti gli altri. Compresi i residui dei metalli pesanti e gli scarti della lavorazione.

Occorre quindi un nuovo sistema integrato di riciclo e discariche, oltre naturalmente alla nuova legislazione.

Per contrastare i danni all’ambiente e salute, l’ONA-Osservatorio Nazionale Amianto e il suo presidente, l’Avvocato Ezio Bonanni, hanno promosso diverse iniziative, come l’istituzione dell’Osservatorio Nazionale dei Rifiuti.

Lotta alle mafie e leggi sugli ecoreati

Certamente la legge 68 del 2015 ha contrastato le mafie. Tuttavia, come da più parti segnalato, la legge Cartabbia rischio di favorire chi inquina, compresa la mafia dei rifiuti. Non mi riferisco soltanto la procedibilità a querela per alcuni reati. Quando piuttosto lo strumento della della improcedibilità. In questo modo il reato si estingue completamente.

Questo non può essere condiviso e si spera che il ministro Nordio, nel nuovo Governo Meloni, voglia procedere a questi correttivi.

Amianto e mafia dei rifiuti

Certamente anche l’amianto costituisce il business mafioso dei rifiuti ed è per questo che occorre intervenire. Infatti ci appelliamo al ministro Nordio perché costituiscano gli strumenti.

Chiediamo in particolare:

  • un rafforzamento della presenza dei Carabinieri forestali;
  • incentivi e crediti di imposta per le aziende green;
  • nuovi strumenti produttivi che prevedono di rimuovere o sostituire i materiali dannosi con quelli compatibili con l’ambiente;
  • riciclo dei rifiuti.

L’ONA ha denunciato gli incendi al patrimonio boschivo

L’Osservatorio Nazionale Amianto ha da tempo denunciato la sussistenza di un’unica regia per questi strani incendi che stanno deturpando il nostro patrimonio boschivo, forse un segnale della criminalità o forse voler distogliere l’attenzione dai traffici illeciti di rifiuti, business della mafia.

A lanciare l’allarme l’Osservatorio Nazionale Amianto attraverso il suo presidente, Avv. Ezio Bonanni, e Antonio Dal Cin, Coordinatore nazionale ONA

Infatti, l’ex militare, ormai in pensione per raggiunta invalidità totale al 100% per asbestosi pleurica riconosciuta come causa di servizio dalla competente gerarchia medica della Guardia di Finanza, ha abbracciato in pieno l’impegno dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Pur pesantemente provato dalla malattia, sente di avere il coraggio, la forza e la determinazione per appoggiare l’appello che l’Avv. Ezio Bonanni ha già rivolto, attraverso le testate nazionali e l’intervista su RaiTre, al Capo dello Stato affinché si rompa quel collegamento tra criminalità organizzata e business dei rifiuti.

L’ONA e la lotta alla mafia dei rifiuti

Questo nodo gordiano può essere risolto solo se vengono individuate le menti che hanno ordinato la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e cioè quelle menti raffinatissime mai ancora toccate dal livello delle indagini: intanto creare una diversa cultura di mobilitazione dei cittadini, di lavoro e di qualificazione professionale dei giovani, e poi l’uso dei militari delle Forze Armate per presidiare il territorio e, se necessario, la dichiarazione dello stato di guerra nei confronti delle mafie e l’applicazione del codice di guerra nei loro confronti e, se necessario, l’utilizzo dello strumento delle Forze Armate.

Occorre debellare il fenomeno mafioso che sta alla base anche della mancata risoluzione del problema amianto perché le mafie gestiscono i rifiuti e hanno interesse nei rifiuti.Occorre togliere questo cappio al collo dei cittadini, uccisi dalla contaminazione di terra, acqua e aria, e quindi anche dei cibi che mangiamo” dichiarano l’Avv. Ezio Bonanni e il Sig. Antonio Dal Cin.

Nave Vittorio Veneto carica di amianto in rovina al porto di Taranto

foto in bianco e nero Nave Vittorio Veneto
foto in bianco e nero della nave Vittorio Veneto

La nave Vittorio Veneto, della Marina Militare, carica di amianto, dismessa nel 2007, è stata almeno dal 2013 abbandonata al porto di Taranto. Non solo la Vittorio Veneto nave ammiraglia non è mai stata bonificata, ma non sarebbero state mai attuate neanche le misure necessarie a ridurre l’esposizione delle fibre di asbesto all’esterno e nell’acqua.

Nave Vittorio Veneto “rischio per l’incolumità pubblica”

Una situazione che si è protratta per anni e che ora anche il giudice per le indagini preliminari Benedetto Ruberto, ha riconosciuto “un rischio per l’incolumità pubblica”. Per questo, dopo due esposti in Procura, anche di un volontario dell’Osservatorio nazionale amianto, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, il gip ha disposto che il pm iscriva nel registro degli indagati 8 alti ufficiali della Marina Militare che nel tempo sono stati responsabili del natante.

Fino al 2021 l’imbarcazione è stata sempre ormeggiata al molo 25 della banchina Torpediniere sita nel Mar Piccolo di Tranto. In primo luogo, dice il gip, “anche la posizione dell’imbarcazione accresceva il rischio di contaminazione: la vicinanza al centro cittadino, l’esposizione alle intemperie, l’azione corrosiva dell’acqua marina, l’accertato stato di apertura dei portelli di ventilazione e la massiccia presenza di amianto (sia all’interno che all’esterno dell’imbarcazione), erano indici sintomatici della concreta situazione di pericolo perfezionatasi ai danni della popolazione tarantina”.

Aggiunge il giudice che, “anche se ad oggi non è stato comprovato alcun evento dannoso, la concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità, a causa della presunta condotta omissiva di completo abbandono della nave”, appare integrare l’ipotesi di reato di disastro ambientale.

All’interno 1200 chili di amianto

Già nel 2016 era stato effettuato un sopralluogo che aveva stimato che all’interno ci fossero almeno 1200 chili di amianto. La Marina Militare era, quindi, a conoscenza del pericolo. Inoltre, nel 2018 la nave era stata saccheggiata, con l’aumento della dispersione delle fibre che possono viaggiare anche a centinaia di metri di distanza. Eppure nulla è stato fatto negli anni per contenere gli eventuali danni.

Per la seconda volta la Procura della Repubblica di Taranto aveva chiesto l’archiviazione, ma il gip non è stato d’accordo. L’Ona si costituirà parte civile in un eventuale procedimento penale. L’avvocato Bonanni ha anticipato che proseguiranno comunque le azioni civili.

“La Vittorio Veneto – ha dichiarato l’avvocato Bonanni – con il suo carico di morte, è stata una bara per i militari della Marina. Ne sono deceduti a migliaia. Finalmente quella che fu la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana è stata demolita. Andiamo avanti nella nostra battaglia perché speriamo che finalmente anche la base dei militari di Taranto possa essere definitivamente bonificata”.

Amianto nei cantieri navali

Le aziende italiane hanno impegato per anni, fino al 1992 anno della messa al bando dell’amianto, la fibra killer nella costruzione di navi. Gli operai hanno usato l’asbesto nei cantieri navali. Per le coibentazioni delle strutture delle unità navali e delle condotte dei fluidi per la sue proprietà ignifughe, di fonoassorbimento e antirombo. Eppure, denuncia sempre il presidente Ona, la Marina militare continua a negare la presenza del minerale. Così come la veridicità delle diagnosi di mesotelioma, come pure il nesso causale.

Dervishes rotanti: danza sufi che connette con il divino

dervishes rotanti
dervishes rotanti

I dervishes rotanti sono dei mistici sufi, seguaci del poeta persiano Rumi. Battiato cantò loro danza ipnotica che connette con il divino. Oggi sono patrimonio Unesco.

Voglio vederti danzare come i Dervishes Toruner 

Voglio vederti danzare come i Dervisches Tourners, che girano sulle spine dorsali” cantava Franco Battiato nella canzone “Voglio vederti danzare” (album L’arca di Noè 1982). 

Chi sono i dervishes?

Il movimento sufi e i danzatori dervishes 

I dervisches rotanti fanno parte dell‘Ordine Mevlevi, una setta del sufismo mistico dell’Islam che rifugge il materialismo per mirare all’ascetismo, nata nel XIII secolo.

Il “loro capo” è il famoso mistico e poeta persiano Jalaluddin Rumi o Mevlâna -(Balkh – attuale Afghanistan -1207- 1273), che ha fortemente influenzato la scrittura e la cultura musulmana.

Durante l’Impero Ottomano, i Mevlevis e le loro tekke (logge) ebbero un ruolo di grande rilievo, ma nel 1925, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica di Turchia, bandì tutti gli ordini sufi turchi.

Per tutto quel tempo e fino agli anni Cinquanta, i sufi continuarono ad operare in clandestinità i dettami della samāʿ(letteralmente ascolto in arabo e persiano della lettura del Corano). 

Dal 2005, la loro cultura è stata inserita nel Patrimonio orale e immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

La danza dei dervishes: un canale con il divino 

Durante la raffinatissima esibizione, il dervish ruota vorticosamente girando su sé stesso in senso antiorario, con la gonna che crea una spirale ipnotica verso l’infinito.

Sembra in trance ed effettivamente Abdülham Çakmut esperto di sufismo scrive: “Mentre gira, le sue braccia sono aperte, la sua mano destra diretta verso il cielo pronta a ricevere la beneficenza di Dio, guardando la sua mano sinistra rivolta verso la terra”.Questo è il suo modo di trasmettere il dono spirituale di Dio alle persone che guarda”.

Dervishes: simbologia dell’abbigliamento 

La lunga veste bianca (tennure) simboleggia i sudari, il lenzuolo funebre, il mantello nero (hirka) simboleggia le lapidi dell’ego e il lungo copricapo chiamato sikke, simboleggia la pietra tombale dell’ego.

Lo sceicco della loggia indossa una giacca di lana lunga fino alla vita per rappresentare la legge islamica. 

Le quattro fasi della cerimonia: il Naat-I Sharif

La cerimonia inizia con il Naati Serif, un’opera durante la quale un cantante solista tesse le lodi a Maometto e termina con il Taksim, una composizione intonata con un flauto di canna. L’utilizzo di questo strumento sta a indicare il soffio divino, l’anima donata all’Universo da Dio.

Fenafillah: la perfezione spirituale  

Quando inizia la danza, il dervish lascia il mantello a terra. Questo gesto indica che sta voltando le spalle al mondo per avvicinarsi a Dio. Il dervish si posiziona attorno al pavimento circolare e inizia a girare con le braccia incrociate sul petto, volendo somigliare al numero uno in unità con Dio.

Rinunciando all’ego e alla propria identità personale, raggiunge una perfezione spirituale nota come fenafillah

Questo stato, secondo Çakmut è paragonabile al nirvana buddista.

Con la differenza che il suo scopo non è “l’estasi ininterrotta e la perdita del pensiero cosciente“, bensì “la completa sottomissione e annientamento di sé nell’amato”.

Il Devr-i Veled

Durante il Devr, i semazens (altro nome dei dervishes) camminano lentamente per seguire il ritmo della musica peshrev

Poi colpiscono il terreno con forza e, al suono di un tamburo, pronunciano la parola “Divino Sii”, che indica la creazione di Dio.

Successivamente girano tre volte in un’unica fila intorno alla sala e prima di ogni giro si inchinano ai loro partner davanti e dietro. Questo gesto simboleggia il respiro di Dio in ogni essere umano. Dopo l’inchino, si tolgono i mantelli neri.

I quattro Salem

Durante la cerimonia vengono eseguiti quattro Salem, rappresentazioni simboliche in musica.

  • Il primo simboleggia la rinascita degli esseri umani e la conoscenza della verità, possibile solo attraverso la sottomissione a Dio;
  • Il secondo Salem indica il rapimento dell’umanità e l’onnipotenza di Dio;
  • Il terzo rappresenta la trasformazione del rapimento in amore. Rappresenta anche la sottomissione e l’unità;
  • Il quarto rappresenta l’accettazione del sé dei dei semazens, sono servi di Dio.

Recita del Corano 

Alla fine della cerimonia, i danzatori si salutano fra di loro e recitano il verso del Corano.“Dio è in Oriente e in Occidente, e il suo volto è ovunque”.

Addestramento dei dervishes

In cosa consiste l’allenamento dei dervishes?

Diventare dervisch richiede mesi di allenamento, non solo fisico, ma anche e soprattutto spirituale. 

Si inizia con una tavola di legno e un sacchetto di sale. Quest’ultimo serve per evitare scivolamenti e vesciche.

Il danzatore ruota con l’alluce sinistro e il secondo dito del piede attorno a un chiodo posto al centro di una tavoletta quadrata.

Contemporaneamente, tiene il piede destro perpendicolare al sinistro e le braccia incrociate con i palmi delle mani sulle spalle.

Prima inizia a ruotare con i piedi e il corpo verto destra senza mai sollevare il tallone dalla tavola. Quando diventa pratico della tecnica, volteggia senza il chiodo, aprendo le braccia.

E le vertigini? 

Già solo a guardare un dervish si può provare un senso di vertigini, per cui ci si chiede come i danzatori riescano a superare il fastidio. 

Ebbene, entrando fin una sorta di trance ipnotico, i dervishes si lasciano guidare dai “sensi profondi”. Chiudino gli occhi e si lasciano guidare dall’orecchio interno. Cosa che assicura un equilibrio sufficiente. In aggiunta, l’ abbigliamento, la pace interiore data dalla fede e una dieta frugale impediscono la comparsa di nausea e vertigini.

Mentre indossa il tennure, il derviscio rotante si sente più leggero in termini aerodinamici, e questo aiuta a prevenire le vertigini”– sottolinea Çakmut.

Il festival dei dervishes e la notte dell’unione

A dicembre, nella città anatolica di Konya si svolge il Festival di Mevlâna (dura una settimana).

Nato per celebrare l’anniversario della morte del poeta Rumi (17 dicembre 1273), è animato appunto dai dervishes che eseguono il rituale “Sheb-i Arus” o “notte dell’unione“.

Nel santuario dalla cupola turchese del Museo di Mevlâna, meta di pellegrinaggio di musulmani sufi, si trovano le tombe di Rumi, suo figlio Sultan Veled, fondatore dell’ordine Mevlevi con l’aiuto di Husameddin Chelebi e seguaci.

Il vicino Centro culturale Mevlâna ospita spettacoli  samāʿ tutto l’anno.

Giuni Russo canta Rumi

Concludiamo ricordando una bellissima canzone di Giuni Russo “Vieni”, tratta dall’album Morirò d’amore (2003), che è la traduzione dei versi scolpiti sul portale di accesso alla tomba del mistico persiano.

Vieni, vieni ancora, qualunque cosa tu sia,

“Se ti penti mille volte,

“Anche se infrangi mille volte il tuo pentimento, torna di nuovo

“La nostra porta non è una porta della disperazione.

“Vieni, vieni di nuovo qualunque cosa tu sia”.

Fonti

Il padiglione d’oro

Viaggiealtre storie.it

Madeinturkeytour.com

Pantheon ed esoterismo: quell’occhio che scruta il Cosmo

fontana e Pantheon
fontana e Pantheon

Il Pantheon è un edificio che racchiude i segreti del Cosmo? Un viaggio attraverso la numerologia e l’esoterismo nascosto dietro al grande “occhio”.

Pantheon esoterico

Il Pantheon non è solo un luogo di culto. Nella perfezione delle sue proporzioni architettoniche e dietro a quell’occhio che sembra bucare l’universo, sono racchiusi codici e simboli esoterici di non facile comprensione. Esprime un simbolismo cosmico, un senso di equilibrio e di stabilità, dato dall’armonia delle linee e dal calcolo perfetto delle geometrie delle masse.

Pantheon: etimologia

“Pantheon” dal greco παν «pan-» e ϑεός «dio»-, significa “di tutti gli dei”.

Fu fatto costruire dal console Marco Vipsanio Agrippa nel 27 a. C.

La sua forma attuale si deve all’imperatore Adriano che tra il 112-115 e il 124 d.C. ne dispose la ricostruzione, dopo che gli incendi dell’80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione. 

Adriano dedicò il tempio alle sette divinità planetarie (Apollo, dio del Sole, Diana, della Luna, Venere, Saturno, Giove, Mercurio e Marte), che simboleggiavano le dinamiche cosmiche dell’armonia celeste.

Il Pantheon diventa un luogo dei culto cristiano

Nel 609, grazie a Papa Bonifacio IV, il Pantheon divenne un luogo di culto cristiano e prese il nome di di S. Maria ad Martyres.

Nell’immaginario collettivo tuttavia l’edificio restò sempre collegato alla sua singolare forma circolare. Fu pertanto ribattezzato S. Maria della Rotonda o più comunemente “la Rotonda”.

Pantheon: dimensioni della cupola 

Come accennato, la caratteristica peculiare dell’edificio è la forma: un unico vano a pianta circolare coperto da un’immensa cupola emisferica. 

Il diametro dell’aula (43,44 m, corrispondente a 150 piedi romani) è esattamente pari alla sua altezza. 

E’ la cupola di calcestruzzo più grande esistente al mondo e rappresenta un vero e proprio capolavoro ingegneristico!

La perfezione della sfericità 

La cupola è un simbolo di compiutezza, di perfezione divina, di eterna ciclicità. E in effetti, la filosofia greca considerava la sfera il solido geometrico perfetto.

E’ uno spazio aperto e chiuso contemporaneamente. Cosa che, a livello simbolico, rappresenta il superamento del dualismo manicheo, dato dall’unione sacra fra materia e spirito, luce e oscurità.

Non a caso, il fascio di luce che gira all’interno dà origine a ipotesi numerologiche secondo cui questo edificio sia un osservatorio astrologico dell’antichità: una macchina lunare, dedicata a tutti gli dèi.

La sfera, simbolo della volta celeste

La sfera che si apre verso il cielo rappresenta la volta celeste. Essendo l’unico punto d’ingresso della luce ed essendo collocata al centro, la sua forma a croce diventa simbolo dell’incontro zenitale, dell’axis mundi, l’asse terrestre (in orizzontale) e asse celeste (in verticale).

E’ il ponte fra umano e divino, immanente e trascendente.

In effetti, seguendo le istruzioni di Adriano, la luce solare (che entrava dall’occhio) doveva restare sospesa come uno scudo d’oro e riflettersi sul pavimento, come uno specchio d’acqua.

Sempre attraverso il foro, le candele accese in onore agli dei, potevano ascendere senza incontrare ostacoli.

Piccola curiosità: a mezzogiorno del 21 giugno (solstizio d’estate), si può assistere ad un fenomeno astrologico-calendariale molto interessante. I raggi di sole che attraversano il grande occhio della cupola, cadono esattamente al centro del portale di accesso.

La geometria del Pantheon

Sulla cupola ci sono dei cassettoni, disposti in file di ventotto riquadri ciascuna.

In numerologia, questa cifra è considerata perfetta.

Il ventotto è un numero naturale pari composto dai numeri 2 e 8. La prima cifra rappresenta sia la dualità, sia l’unione di due elementi. Il numero otto, è simbolo dell’infinito. 

Insieme, questa cifra è data dalla somma dei primi 7 numeri.

Il sette era considerato un numero perfetto già dai pitagorici. 

Sette erano i “pignora imperi” (sette oggetti sacri che garantivano, secondo le credenze dei romani, il potere e la salvezza di Roma), sette i colli di Roma, sette i primi re, sette le meraviglie del mondo, sette le corde musicali, sette i pianeti.

Il numero sette ritorna 

Nelle pareti della chiesa ci sono sette nicchie comprese tra due colonne corinzie. Esse contenevano le immagini delle altrettante divinità cosmocratores, dominatrici del Mondo, collegate al culto dei pianeti: il Sole, la Luna, Venere, Saturno, Giove, Mercurio e Marte.

Sulla volta ci sono sette anelli: i cinque anelli a cassettoni, l’anello che circonda l‘oculus, e l’oculus stesso.

Curiosa leggenda

Un’antica leggenda medievale narra che la grande pigna di bronzo che attualmente si trova in Vaticano, fosse originariamente posta il “tappo” dell’oculus del Pantheon. Quando fu trasformato da tempio pagano in Chiesa, i demoni al suo interno volarono via trascinando con loro la Pigna e lasciando il celebre foro nella cupola. 

Una leggenda più moderna (XXI sec.) sostiene che il Pantheon sia un portale che conduce verso nuovi mondi, nuove dimensioni.

La pioggia che non cade. L’effetto camino 

Pare che dentro al Pantheon non piova. Sveliamo il mistero.

Il fenomeno è noto come “effetto camino”.

In realtà l’acqua entra, ma a grazie alla speciale conformazione dell’apertura (9 metri), si crea una corrente ascensionale d’aria che smaterializza le gocce di acqua piovana.

La presenza di piccoli fori di scolo sul pavimento, rimedisce l’accumulo di acqua. 

Rione Monti: alla ricerca del Marchese del Grillo

Marchese del Grillo
Rione Monti, Marchese del Grillo

Rione Monti è il primo rione di Roma. Nel Palazzo del Grillo visse probabilmente il Marchese del Grillo, il personaggio reso noto da Alberto Sordi nell’omonimo film.

Rione Monti vs Trastevere 

Iniziamo da una piccola curiosità. Da sempre gli abitanti del quartiere rivendicano l’originaria “romanità“, dichiarandosi diretti antagonisti dei trasteverini.

Al termine della Salita del Grillo, nella piazza omonima campeggia il palazzo del Marchese, con la sua splendida torre merlata.

Onofrio del Grillo, il burlone è davvero esistito? 

Palazzo del Grillo era probabilmente la dimora del marchese Onofrio del Grillo.

Nel 1981, il nobile burlone fu immortalato da Mario Monicelli nel film cult “Il marchese del Grillo”, interpretato magistralmente da Alberto Sordi. 

Il “probabilmente” è d’uopo, anche perché non vi sono prove tangibili che il personaggio sia realmente esistito.

Non è certo che si chiamasse effettivamente Onofrio, non si conosce la data precisa della nascita, né sotto quale Papa sia avvenuta la sua morte.

Esisteva davvero la casata del Grillo? 

Leggendo la “Storia delle Famiglie Romane” di Carlo Augusto Bertini (1915) e consultando l’Archivio Capitolino si legge che a Roma esistevano due distinte casate Del Grillo.

Queste due nobili famiglie vissero nella Capitale tra la seconda metà del Seicento e la fine dell’Ottocento.

All’interno della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini esiste una tomba di famiglia appartenente alla casata Del Grillo ed esistono alcune storie scritte che parlano di loro.

Le parole di Giovagnoli 

A parlare del marchese burlone fu soprattutto Raffaello Giovagnoli (13 maggio 1838-15 luglio 1915), scrittore, patriota e storico romano.

Ecco come lo descrive: «Quantunque non mi sia riuscito di apprendere, per quante ricerche abbia fatte, il suo nome né la data precisa della sua nascita, ho potuto verificare dalle affermazioni recise de’ suoi discendenti che egli è un personaggio storico realmente esistito e che molte delle bizzarre avventure, dalla leggenda popolare unite al suo nome, fan parte effettivamente delle gesta compiute da quest’uomo che io sarei disposto a chiamare l’ultimo e il più stravagante dei feudatari romani».

Leggenda o no, si dice che Onofrio si divertisse ad architettare scherzi cinici a danno della gente potente, o superba, acquiescente o privilegiata.

Altro bersaglio erano gli ebrei, che Onofrio detestava e chiamava “li giudèi“.

Insomma, potrebbe essere una figura leggendaria, costruita dal popolo per prendersi gioco di nobili veramente esistiti.

Gli scherzi del Marchese del Grillo 

Tra gli scherzi architettati da Onofrio, uno dei più divertenti fu architettato a danno di un mercante ebreo molto ricco.

Il marchese propose al commerciante dei versare un baiocco (una moneta dell’epoca) per ogni oggetto custodito all’interno di alcuni forzieri in suo possesso. Il mercante, certo di trovare tesori dal valore inestimabile, accettò la proposta e sottoscrisse persino un contratto.

Una volta aperti i forzieri tuttavia si trovò davanti a un mucchio di spille e di fatto andò in rovina.

Rione Monti: il Palazzo del Grillo

Leggenda a parte, il palazzo del marchese, è un capolavoro artistico che merita di essere attenzionato.

Dopo essere appartenuto alla famiglia Del Grillo, nell’Ottocento passò a Nicolis De Robilant, mentre nel secondo dopoguerra ospitò lo studio del grande pittore Renato Guttuso

Il palazzo ha una cappella ed una galleria, quest’ultima ornata da stucchi, affreschi e decorazioni in stile classicheggiante.

Il portale barocco è decorato da una doppia conchiglia sovrastata da una protome leonina.

I due avancorpi del palazzo di Rione Monti

Il palazzo ha due avancorpi. Quello di sinistra è unito alla facciata mediante un sottopasso ad arco, chiamato “dei Conti”

Ha cinque piani ed include al suo interno anche una torretta medioevale, restaurata diverse volte in passato e perfettamente conservata. 

L’avancorpo di destra è formato da tre piani.

Le finestre di ambedue i corpi presentano decorazioni con volute e fregi, teste di leone e conchiglie.

La torretta della Miliziola

La torretta è così chiamata per distinguerla dalla più alta Torre delle Milizie. Risale al 1223 e apparteneva alla famiglia Carboni. Successivamente passò fra i possedimenti dei Conti, finché nel 1675 venne acquistata dalla famiglia del Grillo. 

Furono questi ultimi a sottoporla a restauro per renderla stilisticamente più simile al resto del palazzo.

Su di essa, un epigrafe commemorativa riporta la scritta “Ex marchione De Grillis”. 

Il giardino del palazzo

Una delle caratteristiche del palazzo è il fastoso giardino pensile, ornato con fontane (di cui costituita da una nicchia a forma di conchiglia), sculture barocche e ninfei.

Esso si affaccia su un portale realizzato con quattro colonne avvolte dalla vegetazione e affiancate dalle statue di Mercurio e Minerva. 

L’opera è stata attribuita a Balthasar Permoser, che la realizzò nel 1676.

Quanno se scherza, bisogna esse’ seri!

Il Marchese resta famoso per una celebre frase, “perché io so io e voi non siete un cazzo” , battuta che viene dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” di Gioacchino Belli.