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venerdì, Giugno 14, 2024

Pitagora “dietro la tenda”: alla ricerca dell’armonia 

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La filosofia di Pitagora fu assolutamente rivoluzionaria. L’insegnamento “dietro la tenda”, aveva quale scopo finale la concretizzazione di una vita armonica.

Chi era Pitagora? 

Pitagora. Nato a Samo (tra il 580 a.C. e il 570 a.C.Metaponto, 495 a.C. circa), grazie ai suoi viaggi in oriente assimilò una serie di tradizioni che per i greci del suo tempo costituivano le fondamenta del sapere. Nel 530 a. C giunse a Crotone, dove fondò l’omonima scuola. 

Oltre ad essere noto per aver formulato il “Teorema di Pitagora”, al “saggio di Samo” si attribuisce anche la paternità del termine filosofia.

Pitagora fu l’inventore della parola filosofia? 

La filosofia (ϕιλο– «amico-» e σοϕία «sapienza») è nata all’incirca 2500 anni fa. Essa significa amore del sapere, della sapienza, della saggezza. 

Cosa intendeva Pitagora quando usava la parola “filosofia”?

Nella sua concezione filosofica, egli cercava di conciliare sapienza e scienza. 

E in effetti il suo nome è legato all’aritmetica, alla matematica, alla storia della musica, della filosofia e a tutte quelle tradizioni che hanno caratterizzato l’uomo occidentale. Esaminiamo le caratteristiche peculiari della sua rivoluzionaria filosofia.

La trasmigrazione delle anime 

Dall’oriente, in special modo dall’India, Pitagora attinse alla dottrina della “trasmigrazione delle anime”. Essa sostiene che l’anima dell’uomo rinasca dopo la morte, passando per una trasmigrazione continua, fino a incarnarsi in un altro corpo fisico in base alla sua condotta nella vita precedente. Di conseguenza, occorre operare con rettitudine al fine di elevarsi. In che modo? 

La scuola offriva gli strumenti idonei a formare una classe di uomini giusti.

La “tenda di Pitagora”

L’immagine che più ci riporta allo stile di insegnamento di Pitagora è quella della “tenda” (che è in pratica una “soglia fra i mondi”), all’interno della quale il Maestro svolgeva le sue lezioni. 

Spighiamo le dinamiche.

Egli aveva impostato la dottrina su un insegnamento dogmatico, fondato su proposizioni e asserzioni oracolari brevi e sintetiche. 

Questi dogmata, racchiusi in una serie di proposizioni assertorie, erano sì pronunciati dal Maestro, ma egli si nascondeva dietro a una tenda, in modo che gli allievi non potessero vederlo.

Ai discepoli era chiesto di stare in religioso silenzio. Nel corso dei cinque anni “accademici” previsti dalla scuola, non potevano mai intervenire, né fare domande.

L’unica cosa che dovevano fare era imparare a memoria i Versi Aurei”, un capolavoro assoluto straordinariamente attuale. Noti anche come “I 34 comandamenti Pitagorici“, erano una sorta di decalogo morale su cui lavorare e da applicare pragmaticamente nella vita quotidiana.

Ipse dixit Pitagora

I Versi Aurei erano considerati “sacri”, inconfutabili e, come detto, dovevano essere applicati nella vita di tutti i giorni. Questo perché l’insegnamento di Pitagora era al tempo stesso morale, scientifico e filosofico. Sicuramente vi starete chiedendo a cosa servisse la tenda?

Ebbene, essa separava i due mondi: quello della rivelazione e della profezia, cioè il mondo del Maestro che offre la sapienza ai mortali, dal mondo mortale, quello dei discepoli, degli iniziandi”.

La novità dell’insegnamento 

In realtà, questo modus operandi, non rappresentava una novità per l’epoca.

L’originalità era data da ciò che avveniva dopo i famosi cinque anni.

Trascorso quel tempo, la tenda infatti si alzava, i discepoli passavano dall’altra parte e venivano accolti nella casa del Maestro, che era anche la sede della “setta” dei pitagorici.

Da quel momento, essi diventavano “amici”.

Filosofi e amici: cosa significa?

L’amicizia è un concetto tipicamente greco e tipicamente filosofico e vuol dire “essere accomunati dal medesimo amore per la sapienza”.

Questo dettaglio ci riporta alle origini del termine “filosofia”, cioè “amico della sapienza”. Un’amicizia fra persone amiche e uguali gerarchicamente, nell’amore che li accomuna.

Dal principio gerarchico all’uguaglianza 

L’insegnamento pitagorico, iniziava attraverso un percorso in cui vigeva il principio gerarchico.

Era il Maestro l’unico a parlare, mentre i discepoli venivano indottrinati fino a quando non sviluppavano un pensiero “corretto”, cioè la sapienza filosofica. Quando essa era raggiunta, vigeva il principio di uguaglianza, perché di fronte alla Verità nessuno è più maestro dell’altro. 

Questa fu la vera innovazione del suo insegnamento. 

L’aristocrazia pitagorica

Una volta diventati “amici”, i pitagorici costituivano una sorta di élite aristocratica all’interno della città e potevano accedere attivamente alla vita politica.

Pitagora trasferì questa visione che univa politica e filosofia, sapere e governo, anche nell’Italia meridionale e qui fu tramandata per diversi secoli.

Anche in questo caso siamo di fronte a una novità assoluta, peculiare solo della filosofia occidentale. Nessun altra filosofia era mai passata da una soglia oracolare, da una “tenda iniziatica” che separa il mondo divino da quello mortale. 

Pitagora offriva la sapienza e insegnava a passare la soglia, per consentire anche ai discepoli di diventare Maestri della Verità.

Ammesse anche le donne

Un’altra caratteristica straordinaria era che la scuola ammetteva anche le donne. Cosa assolutamente innovativa, visto che all’epoca, soprattutto in Grecia, esse erano escluse da ogni attività. 

Una filosofia “aristocratica e popolare”

La filosofia pitagorica era dunque una dottrina esoterica, iniziatica, selettiva, fatta per quei pochi che erano in grado di varcare la soglia. Per coloro che avevano la pazienza, la costanza, la fiducia nel Maestro e l’amore per la verità che li rendeva idonei all’ascolto.

E’ altresì vero che questo sapere raffinato, esoterico, aristocratico, che prevedeva la virtù dell’umiltà, del tacere, del saper ascoltare, il senso del limite, non escludeva nessuno.

Si può pertanto parlare di una filosofia “inclusiva”, aristocratica e popolare al tempo stesso.

Come diceva Nietzsche in Così parlò Zarathustra, è “Un libro per tutti e per nessuno”.

Cosa insegnava Pitagora?

Come abbiamo accennato, una parte cospicua della filosofia di Pitagora era di natura morale. Parlava del destino dell’uomo e dell’anima, ψυχή,psyche”, base della psicologia trascendentale occidentale. 

Insegnava la dottrina della trasmigrazione delle anime affinché, attraverso la pratica di purificazione, gli uomini potessero elevarsi e incarnarsi in individui sempre migliori.

Insegnava anche una particolare dieta a base vegetale, che per usare un termine moderno potremmo definire “igienista”. Tutte caratteristiche prese in prestito dall’oriente, che servivano a stabilire una certa armonia fra mondo interiore e vita esteriore.

Il fulcro della dottrina: armonia, il bíos pythagorikós

La “parola chiave” della dottrina pitagorica, che riassume al meglio la sua intuizione è “armonia”, “bíos pythagorikós”.

Essa prevedeva un equilibrio globale dato da una serie di fattori convergenti: etica, scienza, matematica, musica. 

Quest’ultima, μουσική (musikè) è la parola che più si avvicina al termine armonia

In effetti Pitagora insegnava anche la musica. 

Aveva concepito la musica come elemento che, assieme alla matematica e alla geometria della corda, coinvolge tutto l’Universo.

A lui è attribuita la costruzione della scala musicale detta impropriamente “temperamento pitagorico”.

Il filosofo aveva scoperto che i suoni della scala stanno fra di loro secondo dei rapporti aritmetici. 

A cosa serviva l’armonia? 

L’armonia pitagorica insegnava a vivere una vita giusta all’interno della società. 

Essa era alla base del parlare bene e del cantare bene, ma non secondo i canoni moderni: era arte della parola, della poesia, del gesto, della danza, del suono. Insomma dentro la parole musikè, era racchiusa tutta la pedagogia pitagorica, cioè “trovare l’armonia alla fine della vita”. Concetto espresso tra l’altro da Socrate poco prima di bere la cicuta.

L’armonia pitagorica è dunque al tempo stesso l’inizio della scienza aritmetica, della scienza, dell’ordine, del numero e la nascita della politiche, di quell’arte di fare politica etica. 

Conclusioni 

Cos’è dunque la filosofia? Forse l’arte dell’armonia fra vita e morte?

Fonti 

“La tenda di Pitagora” lectio magistralis di Carlo Sini 

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