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Eternit bis Novara, chiesto l’ergastolo per Schmidheiny

giustizia statua con bilancia e spada
giustizia statua con bilancia e spada

Ergastolo per Stephan Schmidheiny. Questa la richiesta dei due pubblici ministeri, Gianfranco Colace e Mariagiovanna Compare, nel processo Eternit bis di Novara.

Ergastolo per la morte di 392 persone per amianto

L’imprenditore svizzero è accusato dell’omicidio volontario di 392 persone per amianto. Di queste 62 erano dipendenti della fabbrica di Casale Monferrato e 330 residenti nelle zone limitrofe. Le vittime sono quasi tutte morte a causa di mesotelioma per l’esposizione all’asbesto.

I pm hanno chiesto anche, durane l’ultima udienza di qualche giorno fa, l’isolamento diurno e non hanno ipotizzato attenuanti. Nella lunga requisitoria hanno sottolineato il fatto che negli anni in cui l’imputato era responsabile di Eternit, era ben nota la pericolosità dell’esposizione all’amianto. Nonostante questo avrebbe omesso di adottare tutte le misure atte a tutelare la salute dei suoi dipendenti.

Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 27 febbraio. In quella data parleranno gli avvocati delle parti civili. Poi la parola spetterà alla Corte d’Assise.

Il 16 gennaio scorso sono stati sentiti ancora una volta i consulenti. I pm hanno posto ulteriori domande per approfondire le questioni del periodo di latenza del mesotelioma o delle altre neoplasie rispetto al momento dell’esposizione e della dose cumulativa.

Responsabilità senza ombra di dubbio dell’imputato?

Quello che si cerca di dimostrare è la responsabilità, senza ombra di dubbio, dell’imprenditore per i decessi di lavoratori e residenti vicino la Eternit. Per questo è necessario chiarire se l’esposizione all’asbesto successiva al 1976, quando l’imputato Shmidheiny è diventato Ceo di Eternit, abbia influito sulla natura dei mesoteliomi.

Attesa per la sentenza del processo di Torino

È attesa per domani, invece, la sentenza del processo Eternit bis di Torino. Il procedimento è stato, infatti, diviso in 4 tronconi dopo l’archiviazione del processo Eternit, del reato di disastro colposo.

Ora sono in corso diversi procedimenti penali a Torino, Novara, Napoli e Vercelli, per i siti industriali di Cavagnolo (TO), Casale Monferrato (AL), Bagnoli (NA) e Rubiera (RE).

Il processo di primo grado di Napoli, si è concluso con una condanna 3 anni e 6 mesi di reclusione per la morte di un solo operaio su 8 vittime contestate. Il castello accusatorio non ha retto e anche il reato è stato derubricato da omicidio volontario a omicidio colposo.

Ashwagandha: i benefici dell’erba indiana

ashwagandha
ashwagandha

L’Ashwagandha è un’erba utilizzata da oltre 2500 anni in medicina ayurvedica (basata sui principi della guarigione naturale). Scopriamo i benefici e i “modesti” effetti collaterali.

Ashwagandha: un’erba miracolosa

LAshwagandha (Withania somnifera) è un‘erba originaria dell’India e del sud-est asiatico.

Essa viene utilizzata da oltre 2500 anni nel campo dell’ayurvedica, la tradizionale medicina “alternativa” basata sui principi della guarigione naturale.

Essendo un‘erba adattogena, questa pianta rasayan, cioè tonificante, è in grado di aiutare il corpo ad aumentare la resistenza alle malattie. 

I benefici insomma sono tantissimi.

A suggerirlo, diversi studi condotti nel corso degli anni: dalla capacità di aumentare l’energia e la lucidità mentale, alle proprietà antinfiammatorie e non solo. 

Etimologia del termine “Ashwagandha” 

In sanscrito, la parola ”ashwagandha” significa “odore del cavallo”.

Ciò si deve al suo particolare profumo ma anche alla potenziale capacità di aumentare la forza in chi la assume.

Il suo nome botanico è Withania somnifera, ma viene indicata anche con molti altri sinonimi tra cui “Ginseng indiano”, ciliegia invernale”, “Uva spina velenosa”, “Ajagandha”.

Conosciamo la pianta 

La pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, la stessa del pomodoro, della melanzana, della belladonna, del tabacco e della patata. 

Si presenta come un piccolo arbusto erbaceo con fiori gialli e può raggiungere un’altezza di 170 cm.

Dalla sua radice e dalle foglie si ricavano e estratti o polvere, in grado di trattare una varietà di condizioni.

Benefici dell’ Ashwagandha: riduce stress e ansia

Diversi studi hanno dimostrato che l’ashwagandha aiuta a controllare i mediatori dello stress, tra cui le proteine dello shock termico (Hsp70), il cortisolo e la proteina c-Jun N-terminale chinasi attivata dallo stress (JNK-1).

Riduce anche l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), un sistema del corpo che regola la risposta allo stress.

Prestazioni atletiche al top

Una ricerca che ha incluso dodici studi su uomini e donne che assumevano regolarmente la pianta, ha evidenziato che essa può migliorare le prestazioni atletiche, l’ossigenazione del sangue, la forza fisica e persino aumentare la massa muscolare.

Effetti benefici dell’ashwagandha sulla salute mentale

Alcune prove suggeriscono che l’ashwagandha può ridurre i sintomi di depressione, schizofrenia e ansia.

Una ricerca del 2013 ha altresì sottolineato che migliorare il deterioramento cognitivo nelle persone con disturbo bipolare di tipo ossessivo-compulsivo. 

Testosterone e fertilità maschile, sessualità femminile 

Negli uomini, l’assunzione della pianta può portare ad un aumento del DHEA-S, un ormone sessuale coinvolto nella produzione del testosterone.

Cosa che si traduce in un potenziamento della fertilità.

Anche la concentrazione, il volume e la motilità degli spermatozoi, sembrerebbero migliorare grazie all’”erba miracolosa”.

Nelle donne può aumentare la libido, l’intensità dell’orgasmo e l’eccitazione.

Ashhwagandha ottimo contro il diabete 

L’ashhwagandha può ridurre i livelli di zucchero nel sangue, aiutando in questo modo a contrastare il diabete, ridurre la glicemia, l’emoglobina A1c (HbA1c), l’insulina, i lipidi nel sangue e i marcatori di stress ossidativo.

Aiuta altresì a contrastare la “fame nervosa”.

A dimostrarlo, una revisione di 24 studi, tra cui 5 studi clinici condotti su persone affette da diabete.

Ciò si deve a uno dei suoi principi attivi: la witaferina A (WA).

Può ridurre l’infiammazione e i sintomi del COVID-19 

Il WA si rivolge alle vie infiammatorie del corpo, comprese le molecole di segnale chiamate fattore nucleare kappa B (NF-κB) e fattore nucleare eritroide 2-fattore correlato 2 (Nrf2). Fattori che regolano l’espressione genica di una grande varietà di enzimi citoprotettivi antiossidanti e della fase II di disintossicazione.

Questa proprietà fa sì che abbia un elevato potere antinfiammatorio.

Un altro studio condotto su pazienti affetti da COVID-19 ha riscontrato una riduzione dei livelli dei marcatori infiammatori CRP (proteina C-reattiva), IL-6 (intrleuchina) e TNF-α (cachetina).

Ashhwagandha e memoria 

Assumere l’erba può migliorare la funzione cerebrale e cognitiva, compresa la memoria. A trarre beneficio sono soprattutto gli anziani con deficit cognitivo lieve e le persone con schizofrenia.

Anche gli “smemorati” più giovani possono trarre giovamento. Ciò si deve alla presenza della WA, che ha effetti antiossidanti nel cervello.

Sogni d’oro

Chi ha problemi di insonnia o ha una qualità del sonno pessima può assumere degli integratori a base di questa meravigliosa pianta.

Effetti collaterali

Assumere regolarmente ashwagandha non presenta effetti collaterali significativi. Tra i più frequenti, lievi disturbi gastrointestinali, sonnolenza e diarrea.

E’ tuttavia sconsigliato ai seguenti soggetti:

  • Donne in stato interessante. Potrebbe compromettere l’andamento della gravidanza;
  • Malati di cancro alla prostata sensibile agli ormoni;
  • Persone che assumono farmaci, come benzodiazepine, anticonvulsivanti o barbiturici;
  • Pazienti affetti da malattie della tiroide.

Dove si può trovare l’ashwagandha

L’Ashwagandha si può trovare sotto forma di integratori, principalmente in polvere e come estratto, da sciogliere nell’acqua, nel tè, nel porridge, nei frullati. Esiste anche il formato in capsule.

Conclusioni 

Sebbene gli studi abbiano sottolineato i benefici della pianta, sono necessari ulteriori approfondimenti.

Fonti 

webmed.com

Jillian Kubala, Franziska Spritzler

Revisione di Kim Chin, RD Nutrition Inc. 

Morta Nanda Montanari, presentò la legge sull’amianto

Nanda Montanari
nanda montanari

È morta oggi Nanda Montanari, all’età di 88 anni. Per due legislature parlamentare di Piacenza del Partito comunista italiano e poi del Pds, presentò la proposta di legge per la messa al bando dell’amianto, poi diventata la Legge 257/1992 che ancora oggi regola la materia.

Nanda Montanari, sempre attenta alla questione amianto

Per anni ha continuato a tenere alta l’attenzione sulla questione asbesto partecipando a conferenze regionali e convegni sul tema. Nel 2012 per esempio, ha presieduto, insieme ad Antonio Pizzinato, presidente del Copal e Romana Blasotti Pavesi, del Comitato vittime amianto di Casale Monferrato, la conferenza regionale in Lombardia sulla prevenzione dall’amianto.

Nel 2015 ha coordinato presso l’auditorium S. Ilario in via Garibaldi 17, a Piacenza, il convegno “Amianto, esempio di fattore di nocività ambientale per la salute”, promosso dall’associazione Ambiente e Lavoro, di cui è stata presidente. Fino alla fine ha continuato a partecipare alla vita politica della città non facendo mai mancare il suo sostegno e il suo consiglio. È stata anche consigliere comunale, assessore provinciale, presidente dell’Ospedale e poi parlamentare alla Camera dei deputati. Sempre ha portato alti i valori di libertà e democrazia.

Nanda Montanari, il ricordo di Paola Gazzolo

Commovente il ricordo anche su Facebook della presidente del Consiglio comunale (Pd), Paola Gazzolo. “Nanda è stata la ‘mia maestra’. Ha sempre mostrato uno sguardo attento ai giovani e alle donne che crescevano nel suo partito. Non era gelosa del suo sapere, lo condivideva. Aiutava sempre. Con cuore e passione. Era generosa. Era caparbia. Era ritta e inflessibile, trasparente e coerente. Ha sempre considerato la politica come un servizio e non come un vantaggio personale. Ha sempre vissuto nei quartieri popolari, è sempre stata con la sua gente. Nanda è l’esempio della buona politica. E’ l’esempio di come gli ideali nutrissero la sua visione e di come abbiano nutrito le speranze di una generazione e di quelle che sono seguite”.

E ha continuato: “Con Ambiente e Lavoro ha anticipato il connubio inscindibile fra salute, ambiente e lavoro, diventato patrimonio comune anche nella mia esperienza di Assessore regionale all’Ambiente. Mi mancherà molto questa donna minuta, ma tanto grande. Mancherà a tutti e tutte noi perché non si negava mai. Mancherà alla politica. Mancherà a Piacenza!”.

“Questa mattina ci ha lasciato Nanda Montanari – hanno scritto dall’associazione Ambiente e Lavoro – da sempre amica e compagna di grandi battaglie politiche e civili.
Storica Presidente dell’Associazione Ambiente e Lavoro di Piacenza e componente del direttivo della nostra Associazione, ha profuso il suo impegno per lunghi anni, al fianco di Rino Pavanello, nella tutela della salute e sicurezza dei lavoratori e nella difesa dell’ambiente”.

A 30 anni dalla legge necessaria ora la bonifica

Anche grazie a Nanda Montanari l’Italia ha detto addio all’uso dell’amianto. Ma l’ex parlamentare non si è fermata qui. Era consapevole che la legge non avesse disposto le bonifiche obbligatorie, lasciando sul territorio tantissime tonnellate di fibra killer che provoca, per questo, ancora mesoteliomi, tumori del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie, del colon, asbestosi e l’elenco potrebbe andare avanti.

Così ha continuato ad impegnarsi per garantire una sempre maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro e non solo, anche una maggiore tutela dell’ambiente. Aveva, infatti, intuito lo stretto legame tra tutela dell’ambiente e della salute, sottolineato tante volte anche dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto.

Una donna instancabile che durante la sua attività in Parlamento ha presentato 155 progetti di legge, 497 atti di indirizzo e controllo e 37 interventi.

(foto Associazione Ambiente e Lavoro https://amblav.it/)

Selene Calloni Williams: parla la psicologa dell’immaginale

Selene Calloni Williams
Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams, è una scrittrice di successo. I suoi libri, hanno fortemente contribuito alla diffusione della psicologia immaginale di Hillman (di cui è stata allieva) e alla conoscenza del fenomeno sciamanico.

Selene Calloni Williams: la “sciamana” immaginalista

Selene Calloni William è un nome molto noto nel settore del coaching. I suoi libri, tradotti e pubblicati in diversi paesi del mondo, hanno contribuito alla diffusione della psicologia immaginale di James Hillman, di cui è stata allieva.

Il percorso di Selene è iniziato nelle foreste di Habarana, una piccola città nel distretto di Anuradhapura (Sri Lanka) e in un eremitaggio buddhista-theravada

All’epoca aveva solo 19 anni, ma l’esperienza ha segnato definitivamente il suo destino.

Da allora ha insegnato in diversi atenei e tiene regolarmente conferenze in diverse lingue e in ogni angolo del Pianeta.

La sua formazione abbraccia il buddhismo esoterico e lo yoga sciamano e diverse altri lignaggi orientali tra cui quello giapponese. 

La psicologia del profondo e il metodo immaginale, l’hanno portata a fondare la sua scuola, l’Imaginal Academy, che conta numerosissimi iscritti. 

Possiamo ascoltarla tutte le mattine alle sette in diretta su Fb, Youtube e Instagram

Intervista a Selene Calloni Williams

D. Il Mito. Ognuno di noi mette sulla scena della vita un mito e ciascuno di noi si libera, si riscatta, quando vede e riconosce il mito che sta vivendo.

Possiamo cambiare il codice narrativo che influenza la nostra vita rendendoci “vittime”, grazie all’identificazione del mito?

R. Sicuramente possiamo cambiare il codice narrativo della nostra vita. Se lo prendiamo in automatico – ha spiegato Selene Calloni Williams – ci affidiamo al codice sociale, che è un codice moralistico, figlio di una mentalità utilitaristica che mira a rendere gli individui misurabili, prevedibili e governabili. Attraverso la consapevolezza ci accorgiamo che c’è un altro codice che soggiace a quello sociale ed è quello “naturale”, che è il codice della Bellezza, dell’Amore, del Sacro. E’ la capacità di darsi, di offrirsi, il cosiddetto “sacrum facere”

Il codice della bellezza ci aiuta a cambiare i nostri valori, i significati che diamo elle esperienze della nostra vita. Risultato? Cambiando i codici della nostra narrazione, cambiamo la direzione della stessa.

Mito, archetipo e simbolo secondo Selene 

D. Il mito si lega all’archetipo, alla matrice e l’archetipo a sua volta si manifesta sotto forma di simboli. Facciamo chiarezza sui significati e sulla differenza fra mito, archetipo e simbolo.

R. Il mito è il grande contenitore, è la narrazione. Noi stessi siamo narrazione. Questa avviene sulla base di un codice che può essere sociale o naturale. Come abbiamo detto, il primo è quello dell’amore, della bellezza. Il secondo invece è un codice sociale estremamente pericoloso. E’ quello del potere, del controllo e ci rende “vittime”. Noi siamo narrazione, mito. Se siamo consapevoli, incarniamo un mito naturale se non lo siamo, incarniamo il mito nel suo significato sociale peggiore. 

Archetipi 

Gli archetipi sono la forma principale del mito e delle esperienze che noi mettiamo in scena vivendo. Gli antichi li definivano “dei”. Il termine archetipo è oggi usato dagli psicologici. Come diceva James Hillman, “noi non possiamo che fare nel tempo ciò che gli dei fanno nell’eternità”

Ciascuno di noi fondamentalmente incarna un archetipo: della Madre, del Figlio, del Povero (mito di Penia, la dea della povertà e del bisogno), Plutos il dio della ricchezza e così discorrendo. L’archetipo si manifesta sotto forma di simboli.

La parola ha in sé la radice del prefisso greco σύμ- (sym-), “insieme” con il verbo greco βάλλω (ballo) “getto”, letteralmente significa quindi “mettere insieme”, unire, armonizzare. L’archetipo che si manifesta sotto forma di simbolo ha l’obiettivo di riunirci alla divinità originaria.

Risultato 

Quando ciò avviene, ci rendiamo che la nostra esperienza non è più individuale ma universale. Alla fine non esiste un destino migliore o peggiore. Ciascuno deve compiere la propria esperienza, il proprio destino, perché essi sono divini. Quando arriviamo a questa profonda comprensione e accettazione del nostro destino, allora diventiamo narratori delle nostra narrazione, possiamo trasformarla a nostro piacimento. Siamo Uno con il dio stesso! 

Selene e l’importanza del rito e dell’iniziazione

D. Quanto è importante il rito, con tutte le sue pratiche, dai mantra ai mudra delle mani alle posizioni yoga, soprattutto dello shamanic leap.

E, per accedere al rito è necessaria una iniziazione?

R. Il rito è fondamentale per trasformare il mito. Quando noi abbiamo compreso il mito che abbiamo messo in scena nella nostra vita vivendo e abbiamo accettato il Dio, l’Archetipo, noi siamo lui e, come detto, abbiamo il potere di trasformare la narrazione. Come? Solo attraverso il rito. 

Purtroppo al rito è stato tolto il potere. Questo è accaduto quando è stato separato dal mito e viceversa. 

Ad appropriarsi di esso sono pochi “eletti”: le Istituzioni, fondamentalmente, (politiche, religiose, economiche, terapeutiche).

Dobbiamo riprenderci questo potere del rito perché è lui a darci il potere di essere i narratori, i protagonisti della nostra storia e del nostro destino. Il rito è potentissimo. Quando lo compiamo, la psiche, che non distingue fra la realtà e finzione (questi sono solo parametri mentali) vede quello che sta accadendo e lo manifesta.

Selene parla del “Sacro”

D. Sacro: è una parola inflazionata. Cosa vuole dire per lei?

R. L’etimologia “sacrum facere” lo spiega bene: vuol dire fare offerta di sé, darsi, offrirsi. E’ l’azione dell’amore, che è il vero senso dell’esistenza. Significa esistere per il Sacro che è il principio e la fine della nostra esistenza. E’ ciò che da senso a tutto.

Insidie nascoste

D. I pericoli dell’Ego, la trappola dell’autostima, del pensiero “positivo” e della smania del potere. Perché è meglio restituire il “toro bianco” protagonista della leggenda del Minotauro?

R. Il senso dell’Io è il grande problema! L’Io ha senso solo quando è associato al verbo amare. Quando è associato a qualsiasi altro verbo: io sono, io ho, io faccio etc, diventa il principio della sofferenza.

Gesù ma anche Buddha, ci hanno indicato la vera strada. Il Messia ha portato in essere fortemente questo senso dell’Io, ma unicamente allo scopo del sacrificio, dell’amore, del darsi.  

In psicologia (Selene è anche psicologa n.d.r) le patologie principali affondano le loro radici in un senso dell’Io rigido, sclerotico. Si è tanto più creativi e vincenti, tanto più abbiamo un Io creativo, elastico, capace di dare soluzioni, di dissolversi e ritrovarsi come luce di lampo, in grado di svanire e apparire incessantemente. Un Io chiuso in sé stesso è fortemente limitante.

Ogni percorso spirituale deve portarci al suo superamento.

E’ un cammino che si differenzia molto dalle terapie desacralizzate, le quali partono sempre dall’Io e hanno come fine il rinforzo delle sue stesse categorie Perché lo fanno? Sostanzialmente allo scopo di poter esercitare un controllo sociale.

Missione dell’anima 

D. Daimon: Nel suo libro ci insegna ad ascoltare la voce del Daimon per realizzare la missione dell’anima. È possibile guarire le ferite dell’anima leggendo una storia? 

R. Certo. Questo è il metodo sciamanico. Gli sciamani di tutte le tradizioni del mondo sono cantautori, bardi, poeti. E’ chiaro che ogni sciamano – ha continuato Selene Calloni Williams – a seconda della sua tradizione etnica e culturale, fa riferimento a un mito diverso. Gli sciamani turco-mongoli ad esempio si ispirano ai cicli epici, gli sciamani sudamericani a quelli di Pachamama, Pachacamac. E così i polinesiani ad altri ancora, i birmani ai Nat e noi, che siamo di tradizione immaginale occidentale, guardiamo al mito greco. 

Chi conosce la struttura del mito ha la chiave della psiche. Tocca al coach, allo sciamano, attraverso le chiavi poietiche, immaginali del mito, restituire questa narrazione alla persona che te l’ha data, potenziandola, a livello dinamico, gioioso, liberata dalle radici del dolore e della sofferenza. Solo così una vittima si trasforma in vincente.

Questa è l’operazione psico sciamanica che va fatta, ma la nostra cultura, quella del potere e del controllo, l’hanno dimenticato. Essa vuole che tutti abbiano un mito sociale universale. Ci vuole tutti uguali.

Come non perdersi nel caos secondo Selene

D. Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante (Nietzsche)  

Come facciamo a livello pratico a non perderci nel caos improduttivo?

R. Dobbiamo avere una luce che ci guida. Questa è la luce dell’ideale, dell’eidolon (dal greco εἴδωλον, immagine). E’ immagine simulacro di una dea, di un dio. Dobbiamo avere questo ideale che ci guida e che trascende l’Io.

Occorre tuttavia fare attenzione a non confondere l’ideale con l’ideologia. Quest’ultima è sempre animata dalla paura. Parte dall’Io e lo illude, facendogli credere di poter raggiungere qualsiasi obiettivo, ma non è così.

Attraverso le ideologie i popoli vengono manipolati. L’ideale è invece qualcosa che trascende l’Io. Per i giapponesi è ikigai (iki-vivere, gai-ragione).

Ho espresso questi concetti nel mio libro Ikigai: ciò per cui vale la pena vivere (2109).

Questo ideale il più delle volte è difficilmente traducibile in termini razionali dalla mente, perché è più vasto della mente stessa, la trascende. E’ un sentimento del cuore che può essere colto solo dal pensiero del cuore ma non dalla mente razionale. Avere questo ideale ci permette sempre di partorire una stella danzante quando ci troviamo nel caos, senza farci diventare vittime dello stesso.

Sesso secondo Selene

D. Lei parla spesso di unione erotica con con il divino, ierogamia. Cosa vuol dire “sesso” per un immaginalista?

R. L’unione con il divino è l’espressione pura dello stato creativo. Il divino è tutto ciò che ancora non sappiamo e che ci resta da conoscere. Il mistero che abbiamo tutto intorno. Quando ci uniamo con il divino creiamo qualcosa di nuovo, originale e proviamo piacere. L’atto creativo è sempre un atto orgasmico. Tutti gli organi provano piacere. Se facciamo cose ripetitive, in unione con la mente, con il conosciuto, non solo non produciamo niente di creativo ma ci sentiamo sviliti.

Bisogna avere il coraggio, ogni volta che si affronta un compito, di svuotare la mente e di agire in uno stato di non mente, come se fosse veramente la prima volta che noi facciamo qualcosa. Avere il coraggio di vivere senza modelli e sistemi precostituiti significa avere il coraggio della ierogamia, delle nozze divine, del matrimonio mistico. Coraggio che Cassandra, nel mito greco, non ha avuto. Cassandra era amata da Apollo e il dio le aveva offerto il dono della profeteia, della profezia. Ma quando si trattò di unirsi eroticamente a lui, ebbe paura. Il Dio, che non poteva ormai riprendersi il suo dono, le sputò in bocca. Da quel momento la donna non fu mai più creduta.

Platone chiamava questa unione con il divino “mania”, follia. E’ una follia estatica, entusiastica, che dobbiamo manifestare quotidianamente, anche in ogni piccola cosa.

Pacificare gli antenati

D. I nostri antenati, che sono daimones, lasciano una traccia indelebile nella nostra esistenza, ma spesso non ce ne rendiamo conto. Lei dice che il tempo non esiste: passato, presente e futuro sono simultanei.

Cosa possiamo fare per “pacificare” il nostro rapporto con loro e guarire pertanto simultaneamente ogni arco, canonicamente definito “temporale”, guarendo altresì i “venti del karma”. 

R. I nostri antenati – ha continuato Selene Calloni Williams – influiscono moltissimo sulla nostra vita, almeno fino a duecento cinquant’anni prima della nostra nascita. Perché? Chi sono gli antenati? Fin tanto che siamo dentro al paradigma dell’Io, vediamo gli antenati come individui che sono esistiti prima di noi. In verità, essi sono immagini dell’anima, nelle quali riflettiamo paure, resistenze, attaccamenti che ci portiamo dietro in base al mito che abbiamo scelto e che dobbiamo risolvere.

Quando vediamo un disagio, una imperfezione, un limite in un nostro antenato, ma anche in un nostro discendente, dobbiamo avere la forza di riconoscerlo come uno specchio. Dobbiamo capire che quel limite è lì per permetterci di superarlo attraverso l’amore incondizionato. Se riusciamo in questa impresa, ci troviamo davanti a un’azione spirituale che ci nobilita, ci eleva e ci libera. 

In caso contrario, ci sentiremo sempre vittime. Affrontare il tema degli antenati vuol dire ribaltare completamente la visione delle cose, vuol dire guardare dentro, non fuori di noi e trovare le risorse per amare, benedire, ringraziare ed avere fede.

Quirinale in musica: Concerto per il giorno del Ricordo

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Al Quirinale, un vibrante concerto per il giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe, manda in estasi la platea. In scena, i “Cameristi” dell’OSN Rai

Quirinale: il potere della musica 

Quirinale – Domenica 12 febbraio. I “Cameristi”dell’OSN Rai, in diretta su Radio Rai 3, ci trasportano, come lampo di luce, in una dimensione estatica, fuori dal tempo e dallo spazio. Perduti tra le note, la commozione si taglia con il coltello. Impossibile non emozionarsi ascoltando le note vibranti, la fluidità e la dolcezza esecutiva, spezzata a tratti, da ritmi carichi di pathos, dalle tinte più violente e funeste. 

Un momento di meditazione e riflessione di altissima qualità.

Al Quirinale per ricordare 

Sul filo delle note, la voce narrante ci rimanda al tema del Concerto: la Giornata del Ricordo, quella delle atrocità commesse dall’uomo sull’uomo. Un dramma collettivo che solo la musica, con il suo carattere universale può risanare, unificando catarticamente un destino che ha accomunato popoli lontani ideologicamente fra di loro.

Cosa bisogna ricordare?

Il dramma delle Foibe

Il concerto vuole ricordare il massacro delle foibe, che  si celebra ogni anno il 10 febbraio a partire dal 2004.

Impossibile dimenticare l’esodo e gli eccidi ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, avvenuti durante e subito dopo la seconda guerra mondiale da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA e, in generale, la complessa vicenda di tutto il confine orientale.

La scaletta del concerto al Quirinale 

In apertura il Requiem per orchestra d’archi (1957) del giapponese Toru Takemitsu (1930-1996), scritto in memoria del suo maestro e mentore Fumio Hayasaka (1914-1955), riflette il periodo avanguardistico dell’autore.

Da una parte, la sonorità richiama allo stile occidentale, al contempo l’atmosfera delicata e rarefatta è tipica della tradizione musicale nipponica.

A seguire, la Sinfonia per orchestra d’archi n.2 in re maggiore (1821) di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) superbamente interpretata dai Cameristi, in un perfetto equilibrio tonale che permette di cogliere le sfumature timbriche di ogni strumento.

Poi, l’Adagio per archi (1938, arrangiamento dal II mov. del Quartetto op, 11, 1936) di Samuel Barber (1910-1981). Nata come quartetto per archi, l’opera divenne famosa nella sua versione orchestrale suggerita da Arturo Toscanini allo stesso autore. 

Ad ispirare l’Adagio, un passo delle Georgiche di Virgilio.

Una conclusione catartica  

A conclusione, la Sinfonia da camera in do minore op. 110a (1967 arrangiamento di Rudolf Barshai, dal Quartetto n. 8 op. 110, 1960) del russo Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič (1906-1975).  E qui, la standing ovation. 

Scritta dopo una visita a Dresda nel 1960, il compositore fu ispirato dai nefasti effetti del bombardamento sulla città tedesca. 

La composizione divenne una sorta di Requiem dedicato indistintamente a tutte le vittime della guerra, senza badare al colore o alle bandiere. «Provo eterno dolore per quelli che furono uccisi da Hitler» scrisse- «ma non sono meno turbato nei confronti di chi morì sul comando di Stalin. Soffro per tutti coloro che furono torturati, fucilati o lasciati morire di fame. Solo la musica può onorare il ricordo di chi perse la vita onorando contemporaneamente tutti e ciascuno, cosa che nessun altro monumento riesce a fare» . 

Utile ricordare un celebre aforisma di Stalin del 1932-1933, secondo cui «se un solo uomo muore di fame è una tragedia. Se milioni muoiono, sono solo statistiche». Frase confutata dal musicista, secondo cui, la morte di ogni singolo individuo a causa della guerra è una tragedia.

Cappella Paolina: una location suggestiva

Il concerto si è tenuto alla Cappella Paolina del Quirinale. Edificata dall’architetto ticinese Carlo Maderno (1556-1629) per volere di Papa Paolo V Borghese (1605-1621) la suggestiva location avrebbe dovuto rappresentare una valida alternativa alla Cappella Sistina dei Palazzi Vaticani. In effetti, troviamo molte analogie nelle sue caratteristiche architettoniche e nelle proporzioni.

Le mirabili decorazioni delle volte, in stucco dorato, furono realizzate dal ticinese Martino Ferabosco nel 1616. Su di esse campeggiano rosoni e putti, accanto allo stemma della famiglia Borghese, raffigurante un drago e un’aquila. Le finestre ovali sono impreziosite da figure allegoriche e tabelle che rappresentano gli edifici costruiti o fatti restaurare durante il pontificato di Paolo V.

I protagonisti del concerto al Quirinale

Ecco i nomi dei virtuosi “Cameristi” dell’OSN Rai 

Alessandro Milani – primo violino e concertatore; 

Irene Cardo, Martina Mazzon, Antonella D’Andrea, Enxhi Nini, Sara Kuninobu, violini primi;

Lorenzo Brufatto, Alice Milan, Arianna Luzzani, Giulia Marzani, Elisa Scaramozzino, Marta Scrofani violini secondi;

Luca Ranieri, Margherita Sarchini, Federico Fabbris, Riccardo Freguglia, violoncelli;

Francesco Platoni, Friedman Deller, contrabbassi.

Conclusione

I violini, col il loro suono guizzante e rapido che volteggia sicuro sopra la base intessuta dal resto degli archi. Le viole, l’ambientazione scenografica, la scaletta, il “ricordo” tutto è stato perfetto.

I presenti hanno vissuto un’emozione quasi fisica, tangibile, che cresce dentro e trascende nell’Universo dell’intangibile e dell’intellegibile. 

Impossibile non chiedere il Bis!

Questo è il potere della Musica: forse la più potente medicina dell’anima.