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martedì, Agosto 9, 2022

Amianto asbesto: evoluzione del suo uso tra diritto e scienza

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Il termine “amianto” (dal greco ἀμίαντος ossia “incorruttibile”), come il suo sinonimo “asbesto” (asbestos dal greco “inestinguibile”) identifica tutti i silicati fibrosi che hanno la capacità di suddividersi longitudinalmente in fibrille lunghe e sempre più sottili, fino (1300 volte più sottile del capello umano). L’amianto è un minerale naturale a struttura microcristallina e di aspetto fibroso. Appartiene alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli.

È presente in natura in diverse parti del globo terreste come le miniere di Balangero, Valmalenco, Wittenoom nell’Australia Occidentale. Si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione e arricchimento in genere in miniere a cielo aperto.

Amianto asbesto, le caratteristiche del minerale

Il minerale era noto per le sue caratteristiche di resistenza al calore, al fuoco, agli agenti atmosferici, sin dall’antichità tanto da poter essere considerato un “dono” al pari dell’oro, incenso e mirra portati dai Re Magi e dunque degno di un Re.

Carlo Magno era solito stupire i suoi invitati alla fine dei banchetti gettando la tovaglia (tessuta con fibre di amianto) nel fuoco che non bruciava e anzi appariva candida come la neve. Erodoto invece racconta della consuetudine di tessere con fibre di amianto i teli funebri destinati a persone di alto rango, per non far mescolare le ceneri del defunto con quelle del legno usato per la pira.

L’amianto era considerato un minerale quasi “innaturale”. Tutte le fibre tessili provenivano (fino all’avvento di quelle sintetiche) dai regni animale e vegetale, cioè da qualcosa di vivo. L’asbesto era l’unica fibra “prodotta” da una roccia. Il biologo del 18° secolo Charles Bonnet ipotizza addirittura che l’asbesto sia l’anello di congiunzione tra materia inanimata e materia vivente. Perché è quasi surreale osservare delicatissime fibre simili alla seta all’interno di una dura roccia.

La nascita dell’eternit

Nel 1901 Ludwig Hatschek brevetta il cemento-amianto. Un materiale che lui stesso chiamò Eternit (dal latino aeternitas, “eternità”), per rimarcarne la sua elevata resistenza. L’Italia avvia la produzione di tubi in fibrocemento che fino agli anni ’70 rappresenteranno lo standard nella costruzione di acquedotti e condutture civili e industriali nel 1928. Nel 1933 le aziende realizzano le lastre ondulate, usate spesso per tetti e capannoni.

L’impiego dell’eternit si diffonde in molti settori del quotidiano: acqua e gas (negli impianti di potabilizzazione fino al 2000 sono stati utilizzati manufatti in cemento amianto). E ancora in autoveicoli, elettrodomestici, energia elettrica, farmaceutica (nei miscelatori delle materie), lapidei, locali di pubblica utilità. Ma anche nel materiale rotabile ferroviario (Ferrovie dello Stato e le linee locali hanno fatto uso di amianto nei rotabili ferroviari). Lo utilizzarono anche gli orafi (per i banchi da lavoro e nelle spazzole per il recupero delle polveri o piccoli residui dei metalli preziosi). Si trova pure nel pentolame.

Altre presenze di amianto sono state segnalate in tostapane ed asciugacapelli (phon e casco), ascensori contenenti amianto nei materiali da attrito. Ancora nella produzione di perle in vetro (tipica veneziana) che portava ad utilizzare secchi di fibra libera di amianto in cui far cadere le perle in modo che si verificasse un raffreddamento lento.

Le aziende tessili utilizzavano tessuto in amianto per il confezionamento dei sipari nei teatri. L’amianto in fibra è stato, talvolta, utilizzato dagli sceneggiatori teatrali e del cinema per simulare le nevicate.

Dal 1945 fino agli anni ’80 il nostro Paese è stato il secondo produttore di amianto dopo l’Unione Sovietica. Con una produzione totale di circa 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo.

Amianto asbesto, i rischi e il ritardo nel divieto

Oggi è universalmente riconosciuto che l’amianto asbesto sia un minerale pericoloso, ma tale riconoscimento è un’acquisizione troppo recente se parliamo di un materiale utilizzato sin dall’antichità. Inoltre, nonostante questo e una legge che ne vieti l’utilizzo, alle vittime di amianto ancora non vengono completamente riconosciuti i loro diritti. Spesso, come denuncia da anni l’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, chi si ammala e i loro familiari sono costretti ad interminabili procedimenti giudiziari per ottenere il giusto risarcimento.

Vi è stata in sostanza una incomprensibile (o forse troppo comprensibile) incongruenza fra l’evoluzione delle conoscenze scientifiche, la diffusione di tali conoscenze fra i lavoratori e la popolazione e l’ancora più rallentata evoluzione normativa.

Gli scienziati già all’inizio del secolo hanno evidenziato gravi patologie strettamente correlate alla esposizione ad amianto. Solamente negli anni ’90, però, vi è stata una produzione legislativa in sintonia con la pericolosità del materiale. Il risultato di tutto ciò è stato permettere per molti anni significative esposizioni senza alcuna “sanzione” non solo giuridica, ma nemmeno etica e sociale.

La produzione di amianto si sviluppò senza conoscenze specifiche tra il 1850 e il 1927. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, infatti, i rischi dell’esposizione professionale riguardavano la silice, mentre era il manufatto asbestoso il vero pericolo. La repentina crescita di produzione di amianto correlata alla sua crescente domanda nel mercato ebbe gravi conseguenze. Già negli anni ’30 la comunità medica individuò uno stato fibrotico polmonare, simile alla silicosi, conseguente da esposizione all’amianto.

Il riconoscimento delle malattie causate dalla fibra killer

Il riconoscimento della silicosi e della sua origine professionale determinò tra il 1910 e il 1930 la promulgazione di normative per l’indennizzo dei lavoratori. Sempre in questo periodo l’asbestosi venne individuata come una malattia a sé dovuta dall’esposizione all’amianto.

Il primo riconoscimento di cancro associato all’asbestosi e il sospetto della relazione tra esposizione professionale all’amianto asbesto e tumore del polmone, è stato accertato dal dott. Lynch nel 1935, e, nel 1939, la Cassa Nazionale delle Assicurazioni (CNA) ha introdotto negli incidenti per la prima volta un caso di asbestosi come malattia professionale.

Le industrie non si fecero intimorire dal rischio, già evidente, rappresentato dall’esposizione, ma vollero sapere attraverso la Compagnia Assicuratrice Metropolitan Life Insurance Company, se l’asbestosi causasse la tubercolosi dal momento che l’amianto presente nell’industria non predisponeva alla tubercolosi.

Nel 1982 la Johns-Manville canadese e alcune altre Compagnie hanno dichiarato bancarotta e creato un fondo di risarcimento. Il fondo, però, si esaurì rapidamente per il gran numero delle vittime. Durante un convegno (1949) del Quebec Asbestos Mining Association, il dott. Smith, direttore medico della Johns-Manville, sostenne: “Per quanto riguarda la Johns-Manville, sono a conoscenza di due rischi presenti nei nostri impianti che potrebbero causare delle malattie polmonari, e cioè la silicosi e l’asbestosi. Attualmente, dalla letteratura medica risulta sempre più marcata l’evidenza che queste sostanze provocano il cancro del polmone”. Nel 1952, al VII Simposio del Saranac esperti discussero il rapporto asbesto-cancro e osservarono il potenziale cancerogeno di ciascun tipo di fibra.

Sebbene dall’inizio del ‘900 l’asbesto fosse stato riconosciuto nocivo per la salute e la malattia polmonare fosse stata individuata nel 1927 dal medico britannico W.E. Cooke, l’industria continuò a respingere il loro riconoscimento come malattie professionali rimborsabili. Nonostante gli studi confermassero queste patologie nelle ricerche sugli animali sperimentali e negli studi sull’uomo.

La “fabbrica del cancro”

Emblematica in Italia la realtà dell’Eternit di Casale Monferrato (AL), ribattezzata dai mass media la “fabbrica del cancro”, resa attiva dal 1905, e fallita nel 1986. La prima vittima per mesotelioma è stata accertata nel 1947, ed oggi la “strage” continua inesorabilmente.

Particolarmente toccante la testimonianza di una ex lavoratrice: “…ci mandavano dei medici aziendali per tranquillizzarci… dicevano che andava tutto bene per la nostra salute, ma erano pagati dal padrone”. Il patologo torinese Giacomo Mottura (1906-1990) riconobbe nel 1939 l’asbestosi come malattia professionale. L’assicurazione per i lavoratori divenne obbligatoria nel 1943, ma operativa solo nel dopoguerra.

Anche verso la fine degli anni ’60, nel nostro Paese, con la nascita di una nuova generazione di medici e di ricercatori, si favorì la circolazione di informazioni sulla reale portata dei rischi cui erano esposti i lavoratori ma, in assenza di un lavoro sinergico tra scienza e diritto, dobbiamo attendere la legge 257/92 per la cessazione dell’impiego di amianto.

L’ONA si batte da anni al fianco delle vittime

Di amianto asbesto si continua, purtroppo, a morire e i numeri sono in crescita. Una delle cause è che le fibre killer restano latenti nel corpo di chi le ha inalate anche per decenni. Il picco delle patologie è previsto tra il 2025 e il 2030. L’altro motivo è la mancata bonifica dei siti contaminati. Gli organi competenti non hanno, in alcuni territorio, neanche elaborato una mappatura delle aree in cui è ancora presente l’amianto. Così il materiale si trova ancora negli edifici pubblici e privati, tra i quali le scuole, nelle tubature dell’acqua, nelle navi e nei teatri di guerra.

Una strage silenziosa delineata dal presidente dell’ONA nella sua ultima pubblicazione, “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. I dati relativi ai casi di mesotelioma sono nel VII Rapporto ReNaM dell’INAIL.

L’ONA ha creato anche un’App per la segnalazione dei siti con presenza di asbesto.

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