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sabato, Agosto 8, 2026
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Maldive: Nekton svela presenza di un ecosistema sconosciuto

Nekton
Nekton

Una squadra di “acquanauti” ha scoperto un’oasi di vita, nascosta nelle profondità oceaniche delle Maldive. Nessuno finora aveva mai descritto questo ecosistema.

Maldive: scoperto un ecosistema mai descritto prima

Maldive. La Nekton Maldives Mission, condotta nei pressi di una montagna sottomarina dell’arcipelago, ha svelato l’esistenza di un ecosistema assai fiorente. 

Secondo il biologo marino Alex Rogers dell’Università di Oxford,non era mai stato descritto prima”. Fino a poco tempo fa, non si sapeva infatti quasi nulla di ciò che si trovava sotto i trenta metri di profondità in questa regione.

Battezzato “Trapping Zone”, il mondo sommerso si trova a 500 metri di profondità.

In questo luogo remoto, i pesci di grossa dimensione si riuniscono per banchettare a base di micronekton, organismi simili allo zooplancton, anche se leggermente più grandi (tra i 2 e i 20 centimetri).

Piccola curiosità: secondo alcune stime, tutti i micronekton del mondo pesano oltre 10 miliardi di tonnellate, 45 volte più pesanti di tutti noi umani.

Una missione nata dalla sinergia fra autorità e scienziati 

Nekton è il primo studio a mappare sistematicamente le acque profonde delle Maldive, una catena composta da 26 atolli corallini a sud-ovest dello Sri Lanka e dell‘India.

A finanziarlo, l’istituto di ricerca non-profit Nekton, con sede al Begbroke Science Park di Oxford, il Governo delle Maldive e un’alleanza internazionale formata da esperti in tecnologia, filantropi, media e partner scientifici. 

Lo scopo della missione, è quello di condurre la prima indagine sistematica della vita oceanica nelle Maldive, dalla superficie a 1000 metri di profondità. 

«Questa conoscenza potrebbe aiutare ad attuare adeguate politiche di conservazione e sviluppo sostenibile», spiega Oliver Steeds, amministratore delegato e direttore della missione.

L’impresa è iniziata il 4 settembre ed è durata 34 giorni.

Maldive: a cosa si deve la Vertical Migration? 

Il team internazionale, si è imbattuto nel nuovo ecosistema, nei pressi della montagna sommersa “Satho Rahaa”. La scoperta è arrivata monitorando il movimento del micronekton, (possono nuotare indipendentemente dalla corrente marina).

Di notte, questi minuscoli organismi si spostano verso la superficie, di giorno invece si immergono nelle acque profonde, verso la montagna sottomarina. Questo fenomeno è noto con il nome di “Vertical Migration”.

Definito come “la più grande e inspiegabile migrazione di massa del Pianeta”, si riteneva che tale fenomeno fosse collegato alle diverse geomorfologiche e ai parametri biologici delle isole oceaniche, come le Maldive. Oggi tuttavia si sono comprese le sue dinamiche.

In pratica, la presenza di creste vulcaniche sommerse e barriere coralline fossilizzate (formate 60 milioni di anni fa), impedisce ai minuscoli organismi di andare ancora più giù.

Il micronekton rimane pertanto intrappolato a 500 metri di profondità, tra ripide scogliere verticali e larghi terrazzamenti, diventando facile preda dei pesci che risiedo nella zona.

Il sottomarino Omega Seamstaer II riprende una singolare lotta

A bordo del sottomarino Omega Seamaster II, gli acquanauti hanno assistito a una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Le prove video delle telecamere scientifiche, combinate con campioni biologici raccolti e un’ampia mappatura del sonar, hanno mostrato la “danza” dei predatori affamati, intenti a cibarsi di micronekton.

Parliamo di squali tigre, squali branchiali, squali gulper, squali martello smerlati, squali seta, squali tigre della sabbia, il rarissimo squalo bramble, alfonsinos e alcuni pescecane (termine con cui si indicano diverse specie appartenenti agli elasmobranchi).

Anche lo Pseudocyttus maculatus, che gli anglofoni chiamano “pesce oreo appuntito” per via della somiglianza con il famoso biscotto, ama i minuscoli organismi.

Conoscere l’ecosistema per tutelare gli oceani

Con ogni probabilità, un tale ecosistema potrebbe esistere anche su altre isole oceaniche con strutture sottomarine simili a quelle delle Maldive.

«La scoperta potrebbe avere importanti implicazioni per altre isole oceaniche e pendici dei continenti. Potrebbe aiutarci nella gestione sostenibile della pesca, nello smaltimento e stoccaggio del carbonio e nel monitoraggio dei cambiamenti climatici»-sostiene Il presidente delle Maldive S.E. Ibrahim Mohamed Solih.

A lui fa eco, Lucy Woodall, scienziato e professore associato di biologia marina all’Università di Oxford.«Conoscere questi organismi, ci permetterà di capire cosa accade nelle profondità oceaniche. In questo modo potremo attuare migliori pratiche di conservazione degli oceani».

Il cambiamento climatico minaccia gli ecosistemi

Sfortunatamente, recenti rapporti sul clima suggeriscono che alcuni micronekton, in alcune parti del mondo, come il krill in Antartide, stanno soffrendo a causa del riscaldamento globale.

Se dovessero scomparire, molti altri pesci, mammiferi e uccelli, che si nutrono di questi organismi, potrebbero estinguersi. Da qui l’urgenza di non degradare l’ambiente e proseguire nella ricerca.

(foto dal sito https://nektonmission.org)

Fonti 

phys.org

sciencealert.com

Sorrisi finti: confermata tesi di Darwin su benefici simulazione

sorriso
prete che sorride

I sorrisi finti fanno bene alla salute così come quelli spontanei? Darwin sosteneva di sì e anche un nuovo studio conferma la sua tesi.

Sorrisi finti o sorrisi spontanei? La tesi di Darwin

Sorrisi. I ricercatori si sono a lungo chiesti se le manifestazioni fisiche delle emozioni, dal sorriso al pianto, possano aumentare l’intensità con cui si sente un’emozione. 

Nel 1872, il naturalista Charles Darwin pubblicò addirittura un libro dedicato interamente alla questione, dal titolo “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”.

«La libera espressione da parte dei segni esteriori di un’emozione la intensifica… Anche la simulazione di un’emozione tende ad suscitarla nelle nostre menti», scriveva.

La tesi in effetti ebbe un certo seguito anche nella cultura popolare, basti pensare alla celebre canzone di Nat King Cole del 1954Smile”.

«Sorridi anche se il tuo cuore fa male … Scoprirai che la vita vale ancora la pena/se sorridi».

Cosa dice la scienza più recente in proposito?

Basandosi sulla convinzione che, attivando i muscoli del sorriso si possano inviare segnali positivi al cervello, uno studio del 1988 sottopose un gruppo di volontari a un singolare esperimento. I partecipanti dovevano tenere una penna tra i denti, per simulare un sorriso o in mezzo alle labbra per simulare un’espressione neutra. 

Nel corso dell’esperimento, i ricercatori mostrarono ai volontari alcuni fumetti umoristici della serie “The Far Side” di Gary Larson.

Stando ai risultati, effettivamente la simulazione sembrava sortire gli stessi effetti del sorriso spontaneo.

Successivamente, una meta-analisi del 2016 analizzò i dati di diciassette studi che utilizzavano il trucco “pen-in-the-mouth”. I ricercatori constatarono che in realtà, lo stratagemma non funzionava più di tanto.

Un’ulteriore revisione del 2019, condotta su 138 studi, confermò che il sorriso influenza le emozioni delle persone, anche se in piccola parte.

La ricerca sui sorrisi non si ferma qui

Non contenti, alcuni ricercatori hanno nuovamente intrapreso degli studi sui sorrisi, reclutando 3.800 volontari provenienti da 19 Paesi.

Per non influenzare i partecipanti, il team non ha rivelato l’oggetto dei test (una valutazione della loro felicità), bensì chiesto semplicemente di sorridere o mantenere un’espressione neutrale.

A condurre lo studio, titolato “Many Smiles Collaboration” Nicholas Coles, un ricercatore della Stanford University di Santa Clara (California). 

La ricerca èstata pubblicata su Nature Human Behavior. 

Dettagli e stratagemmi dell’esperimento sui sorrisi

I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi. 

  • Il primo ha adottato il metodo pen-in-the-mouth, per attivare i muscoli facciali coinvolti nel sorriso. Fra i compiti: mettere la mano sinistra dietro la testa e sbattere le palpebre una volta al secondo per cinque secondi;
  • Il secondo, doveva imitare le espressioni facciali di attori che sorridevano o mantenevano un’espressione neutra; 
  • Il terzo, doveva fare un’espressione felice, muovendo gli angoli delle labbra verso l’alto e sollevando le guance o, viceversa, mantenere una postura facciale neutra.

Durante l’esperimento, la metà dei partecipanti ha visualizzato una serie di vignette umoristiche, immagini di cuccioli, gattini, fiori, fuochi d’artificio o uno schermo totalmente vuoto. Tutte figure che servivano a testare le loro emozioni.

Al termine del test, i volontari hanno poi compilato un questionario sulla felicità e ansia, un sondaggio su rabbia, stanchezza e confusione e dei test matematici. Tutte “esche” che servivano per confonderli circa lo scopo dello studio.

Risultato dell’esperimento “esca”: cosa ha dimostrato?

I risultati hanno mostrato che “l’effetto felicità” si attivava sia in presenza, sia in assenza di stimoli emotivi.

Nello specifico, i sentimenti di felicità sono aumentati di poco durante la simulazione del sorriso, attraverso il test pen-in-the-mouth. Essi invece risultavano più intensi durante il test della mimica facciale.

«Coerentemente con una precedente meta-analisi (del 1988 n.d.r), questi risultati suggeriscono che il feedback facciale può, non solo amplificare i sentimenti di felicità in corso, ma anche avviare sentimenti di felicità in contesti altrimenti neutrali», scrivono i ricercatori.

In sintesi, fingere un sorriso potrebbe influenzare il nostro umore e attivare automaticamente i processi biologici associati alle emozioni.

Il sorriso può salvare dalla depressione?

Nonostante i suoi effetti benefici, purtroppo sorridere non è sufficiente a superare la depressione, tuttavia «offre informazioni utili su cosa sono le emozioni e da dove provengono», affermano gli scienziati.

Quel che è certo, spiega il dott. Coles è che «un sorriso ampio può rendere felici le persone, un’espressione imbronciata le fa arrabbiare. Di conseguenza, l’esperienza consapevole delle emozioni deve essere basata, almeno in parte, su sensazioni corporee».

«Negli ultimi anni, la scienza ha fatto un passo indietro e qualche passo avanti. Ma ora siamo più vicini che mai a comprendere una parte fondamentale dell’essere umani: le emozioni»-conclude.

Amianto nelle tubature dell’acqua, focus sull’Emilia Romagna

Emilia Romagna
parla Bonanni al Convegno San Cesario Modena

Grande successo per il convegno che si è tenuto sabato 22 ottobre a San Cesario sul Panaro, in provincia di Modena, durante il quale sono stati affrontati temi importanti come quello delle fibre di amianto nelle tubature dell’acqua in Emilia Romagna. In molti hanno spesso sottaciuto il problema, nonostante anche gli ultimi studi scientifici dimostrino che anche le fibre ingerite possono causare tumori.

Amianto: dalla prevenzione primaria al risarcimento vittime

Ha moderato l’evento, organizzato dall’Osservatorio Nazionale Amianto e dalla sezione di Carpi, “#Amianto: dalla prevenzione primaria al risarcimento delle vittime”, il giornalista Giovanni Galeotti.

Nella sala grande di Villa Boschetti sono stati diffusi tutti i dati relativi all’incidenza del mesotelioma nel comune e nella regione. Dati aggiornati rispetto a quelli forniti dal VII Rapporto ReNaM che registra i casi di mesotelioma fino al 2018. “A Modena nel 2021 ci sono stati 23 casi di mesotelioma mentre in Emilia Romagna lo stesso anno sono stati 161 (a Bologna 41)” – ha spiegato il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni –.

Emilia Romagna, mesotelioma: medie quinquennali in salita

“Nella Regione le medie quinquennali sono in aumento: poco meno di 82 casi all’anno tra il 1997-2001; una media di 113 dal 2002 al 2006; quasi 131 tra il 2007 e il 2011; oltre 150 dal 2012 al 2016; poco più di 151 casi all’anno tra il 2017 e il 2021. Nel complesso, dal 1996 a oggi in Emilia-Romagna si contano 3.274 casi di mesotelioma da amianto”.

Sempre secondo i dati diffusi dall’Ona, l’incidenza epidemiologica in Emilia Romagna è molto alta. Oltre ai casi già citati di mesotelioma (indice di mortalità del 93% nei 5 anni, con un totale di circa 3045 decessi), sono dal 1996 si contano 6548 i casi di tumore del polmone (indice di mortalità dell’88% nei 5 anni, con un totale di circa 5762 decessi). A questi vanno aggiunti 1200 casi di asbestosi (indice di mortalità del 90% nei 5 anni, con un totale di 1080 decessi). Infine almeno altri 1000 decessi.

In totale quindi in Emilia Romagna le vittime dell’amianto sono state 10.887 in totale. Vanno aggiunte tutte le altre malattie asbesto correlate, come il tumore della laringe, della faringe, dell’esofago, dello stomaco, del colon retto, delle ovaie e del fegato (tra cui il colangiocarcinoma), per cui, si va ben oltre 11022 casi.

L’amianto, purtroppo, è stato utilizzato in maniera esponenziale dal 1950 fino agli anni ’80 e poi ancora fino al 1992, anno della sua messa al bando. Per approfondire i motivi e la storia dei tanti lavorato che, inconsapevoli, si sono ammalati a causa di questo minerale, potete leggere l’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“.

Emilia Romagna, amianto nelle tubature dell’acqua

Il coordinatore dell’Ona Carpi Rossi, ha quindi posto l’attenzione sulle tubature dell’acqua, ancora per larga parte in amianto. In Emilia Romagna sono 28 gli acquedotti con amianto che servono 134 comuni, e su 453 campioni analizzati 41 sono risultati positivi per la presenza della fibra killer.

Anche grazie alle denunce dell’ONA, già nel 2014, venne segnalato il rischio amianto per la dispersione di fibre nell’acqua potabile in acquedotti costruiti prima dell’entrata in vigore della L. 257/92. Sono state già eseguite delle bonifiche sia sulle condotte dell’acquedotto di Bologna, che su quelle di Carpi. Qui, in particolare, dopo la denuncia dell’Osservatorio sono state sostituite le due conduttrici principali che erano in cemento amianto (15 km di condutture). I lavori sono terminati nel 2021.

“C’è ancora molto da bonificare – ha dichiarato Bonanni – prima di tutto nelle scuole, negli ospedali e nella rete idrica, ed è per questo motivo che è necessario attuare l’obbligo di protezione dei lavoratori (compresi quelli che lavorano nella ristrutturazione degli acquedotti)”.

L’amianto causa il colangiocarcinoma, nuovi studi lo confermano

Il professor Giovanni Brandi ha quindi delineato tutte le novità relative agli ultimi studi sul colangiocarcinoma, tumore delle vie biliari. Le ricerche confermano quello che l’Ona denuncia da tempo. Vale a dire che le fibre di amianto ingerite sono lo stesso molto pericolose per la salute.

“Rispetto al passato abbiamo dati più solidi per quanto riguarda il ruolo dell’amianto nella genesi dei tumori delle vie biliari”. Questo ha detto Giovanni Brandi, Professore associato in Oncologia Medica all’Università di Bologna e responsabile del Programma “Tumori epato-biliari e pancreatici” al Policlinico S. Orsola-Malpighi. “Negli ultimi tempi si è, infatti, riusciti a trovare grandi quantità di fibre di amianto nel fegato. Sia dei pazienti con questo tumore, sia nelle persone sane che vivono in aree altamente esposte (come Casale Monferrato).

È stato concluso uno studio caso controllo prospettico, che si chiama CARA, che verrà pubblicato nei prossimi mesi. Ha un peso maggiore rispetto agli studi precedenti, perché conferma quanto già evidenziato.

C’è anche, a conferma ulteriore dei dati amianto relativi al colangiocarcinoma, uno studio che stiamo pubblicando. Questo dimostra come per una certa tipologia di colangiocarcinoma intraepatico l’amianto è un fattore di rischio più alto.

Per quanto riguarda le acque ci sono nel mondo pochi studi aggiuntivi rispetto a quelli degli anni ’90. Che sono stati anche sottaciuti. Riguardando tutti i dati ci si convince, comunque, sempre di più della non innocenza delle fibre di amianto ingerite con le acque”.

Bonanni: “C’è ancora chi nega il pericolo delle vecchie tubature”

“Dopo le scoperte degli ultimi anni – gli ha fatto eco Andrea Rossi, coordinatore Ona Carpi – che sia coinvolta l’acqua contaminata da fibre di amianto è una concreta possibilità. Quest perchè ancora molte condotte idriche sono in amianto”.

“Nonostante gli studi del professor Brandi che ha dimostrato il nesso causale – ha continuato Bonanni – c’è ancora chi nega questo pericolo. Le tubature ora vecchie e deteriorate e quindi ancora più pericolose, restano dove sono, provocando l’esposizione degli ignari cittadini”.

Il convegno è stato, infine, l’occasione per presentare la nuova mappatura delle coperture in eternit. Effettuata dalla AeroDron sul territorio.

“Sport e cannabis”, medici romani a convegno

sport e cannabis
sport e cannabis, foglia di marijuana

Sport e cannabis: quando, come, a chi divulgare il messaggio della scienza” è il titolo del convegno che si terrà oggi pomeriggio al Circolo Canottieri Aniene. L’evento è organizzato dall’Omceo Roma, ordine dei medici della provincia di Roma e si terrà dalle 18.30 alle 20.30.

“Sarà un’occasione per dibattere sull’importanza dello sport nella prevenzione dei danni causati dal consumo di cannabis sulla salute mentale dei giovani; presentare documenti scientifici e dare informazioni utili sia ai ragazzi, sia ai genitori, agli educatori, agli allenatori e ai medici stessi“. Così il vicepresidente dell’Omceo Roma, Stefano De Lillo.

A moderare gli interventi saranno la giornalista scientifica Manuela Lucchini e Jacopo Volpi, giornalista di Rai Sport. Il dibattito sarà improntato in modo simile ad un talk show. Il tema è come l’attività sportiva possa rappresntare un vero e proprio antidoto all’utilizzo di droghe.

La pratica abituale di attività sportive – ha spiegato ancora De Lillo – può essere uno dei modi per combattere le dipendenze dalle droghe perché lo sport è una forma di educazione che aiuta ad avere un corretto stile di vita“.

Sport e cannabis, cosa dicono le regole

Il tema dell’uso della cannabis tra gli sportivi professionisti è da lungo tempo dibattuto. L’ultimo caso eclatante ha riguardato la velocista 22enne statunitense Sha’Carri Richardson, esclusa dalle Olimpiadi di Tokyo per positività al test del THC. Quest’ultimo è infatti il principio attivo della cannabis. La sua squalifica però è stata molto dibattuta. Essendo una delle più veloci al mondo, era tra i personaggi più attesi dei Giochi e molte sono state le polemiche. Il suo caso ha inoltre portato l’agenzia antidoping USA ad esprimersi, chiedendo una revisione del regolamento internazionale del doping.

Negli Stati Uniti infatti le politiche sull’uso della cannabis sono meno restrittive. Nei quattro principali campionati – NFL (Football), NBA (Basket), MLB (Baseball) e NHL (Hockey) – le restrizioni sono state allentat già dallo scorso anno.

La Wada (World Anti-Doping Agency) ha quindi avviato un iter di revisione, precisando che per il 2022 la cannabis sarebbe rimasta comunque tra le sostanza vietate. Un mese fa, il 23 settembre 2022, è arrivata alla sua conclusione. Il THC resta tra le sostanze proibite.

Nell’arco di un anno si è svolta “una revisione completa e approfondita dello stato nello sport del THC” – ha fatto sapere al Wada. “Questa revisione si è concentrata sui tre criteri stabiliti dal Codice per l’inclusione di qualsiasi sostanza o metodo nell’elenco, vale a dire: ha il potenziale per migliorare le prestazioni sportive (ha infatti proprietà calmanti e analgesiche, ndr); rappresenta un rischio per la salute dell’atleta; e viola lo spirito dello sport (come definito dal Codice). Ai sensi del codice, una sostanza o un metodo deve soddisfare almeno due di questi criteri per essere considerata per l’inclusione nell’elenco“.

Peste nera: ha modificato il nostro sistema immunitario 

peste nera
scheletri peste nera

L’analisi del DNA estratto dalle vittime e dai sopravvissuti della Peste nera, ha evidenziato che la pandemia ha innescato adattamenti evolutivi nel nostro sistema immunitario.

Peste nera: ha modificato, non sempre in meglio, i nostri geni 

Peste nera. Nel corso dell’evoluzione, i nostri geni si sono adattati a combattere malattie terribili, inclusa la peste nera. Scoppiata nel 1340, durante il Medioevo, la pandemia causò decine o centinaia di milioni morti in Europa, Asia e Africa, nell’arco di sette anni.

A scatenarla fu il batterio Yersinia pestis, trasmesso all’uomo attraverso le pulci, ma a un certo punto, i nostri geni sono entrati in campo per difenderci.

«Quando si verifica una pandemia di questa natura – che uccide dal 30 al 50 per cento della popolazione -, ci sarà sicuramente la selezione per gli alleli protettivi negli esseri umani, vale a dire che le persone suscettibili all’agente patogeno circolante soccomberanno». A spiegarlo, il genetista evoluzionista Hendrik Poinar. 

«Naturalmente, quei sopravvissuti che sono in età riproduttiva trasmetteranno i loro geni».

Ebbene, secondo alcuni scienziati, quegli stessi geni, oggi possono essere associati ad una maggiore suscettibilità a condizioni autoimmuni, tra cui il morbo di Crohn e l‘artrite reumatoide.

«Questo suggerisce che le popolazioni sopravvissute alla Morte Nera hanno pagato un prezzo, che è quello di avere un sistema immunitario che aumenta la nostra suscettibilità a reagire contro noi stessi», ha spiegato uno degli autori dello studio.

A scoprirlo, un team internazionale di scienziati guidati dai genetisti Jennifer Klunk della McMaster University della McMaster University di Hamilton, in Ontario, Canada, e Tauras Vilgalys dell’Università di Chicago.

La ricerca è stata pubblicata il 19 ottobre su Nature.

L’anemia falciforme resiste alla malaria 

Un esempio empirico di adattamento evolutivo del DNA a una malattia infettiva che si è diffusa secoli fa, è rappresentato dall’anemia falciforme, una malattia genetica in grado di resistenza alla malaria.

Questo spiega come mai la sua incidenza sia maggiore all’interno delle popolazioni che vivono in regioni inclini alla stessa.

Le prime ricerche producono scarsi risultati 

Per studiare gli effetti della peste, negli anni ‘90, alcuni scienziati studiarono il DNA degli europei viventi. Si resero conto che la mutazione del gene CCR5, era presente nel 10 per cento degli europei, ma rara tra le altre persone. Nel 1998, i ricercatori suggerirono che il gene avrebbe potuto difendere gli individui dalla peste bubbonica.

Ricerche successive mostrarono tuttavia che non era esattamente così.

Dettagli dello studio sulla peste nera

Invece di studiare le persone viventi, i ricercatori del team del Canada e di Chicago hanno esaminato i campioni di DNA (estratto dalla dentina nelle radici dei denti), di individui morti a Londra e in Danimarca, sepolti nelle fosse comuni. 

Trecento di essi, provenivano da individui sepolti nel cimitero di East Smithfield, Londra, al culmine dell’epidemia nel 1348-1349. Altri 198 campioni sono stati prelevati da resti umani sepolti in cinque località della Danimarca.

Hanno poi suddivisi i campioni in tre gruppi: il primo apparteneva a individui morti durante la pandemia, il secondo, a chi era morto prima, il terzo, a quelli che erano sopravvissuti, per poi morire qualche tempo dopo.

Dal confronto dei loro genomi, i ricercatori hanno identificato quattro geni associati alla peste nera.

Come accennato, quei geni avrebbero prodotto delle proteine in grado di proteggere il corpo dagli agenti patogeni invasori.

In effetti, gli individui con una o più di queste varianti geniche, sembravano avere maggiori probabilità di sopravvivere alla peste.

Per confermare le loro intuizioni, i ricercatori hanno creato culture di cellule umane (che rappresentano diversi profili genetici) e le hanno infettate con Yersinia pestis

Risultato? I geni identificati in precedenza nel loro studio sono apparsi di nuovo nelle colture più resistenti al batterio. 

Insomma, si diffondono solo grazie alla deriva genetica. 

Il dott. Barreiro e i suoi colleghi hanno scoperto che alcune di queste mutazioni neutre sono diventate più comuni dopo la peste nera. «Ma trentacinque delle mutazioni nei geni immunitari ,si diffondono molto più velocemente di quelle neutre – così velocemente che solo la selezione naturale potrebbe spiegare il loro successo».

«Anche se i biologi evoluzionisti si erano precedentemente interrogati sulla possibilità della selezione naturale durante la Morte Nera, un’indagine adeguata non era possibile senza questa precisa datazione di molti campioni»-spiegano i ricercatori.

Il ruolo del gene ERAP2

Il team ha scoperto che una variante del gene ERAP2 (cellula immunitaria nota come macrofago), aveva una forte associazione con la peste.

ERAP2 produce infatti una proteina coinvolta nella risposta immunitaria a batteri e virus invasori.

Prima della Morte Nera, la variante di ERAP2, era presente nel 40% degli individui inclusi nello studio di Londra. Durante la Morte Nera, la selezione naturale ha favorito la versione funzionante di ERAP2. Dopo la Morte Nera, era salita al 50%. 

In Danimarca, la disparità percentile era più forte, passando da circa il 45% dei campioni sepolti prima della peste, al 70% di quelli sepolti successivamente. 

I macrofagi di individui con la variante erano più in grado di uccidere i batteri negli esperimenti di laboratorio che dai macrofagi di individui privi di esso.

Lo studio è durato sette anni.

Perché è così importante questa scoperta?

«Prima di questo studio, l’esempio più forte di selezione naturale negli esseri umani era l’aumento della tolleranza al lattosio negli europei», dice Enard. 

«Siamo i discendenti di coloro che sono sopravvissuti alle pandemie passate. Comprendere le dinamiche che hanno plasmato il sistema immunitario umano, è la chiave per capire come le pandemie passate, come la peste, contribuiscano alla nostra suscettibilità alle malattie nei tempi moderni», affermano Poinar e il coautore dello studio Luis Barreiro, professore di medicina genetica all’Università di Chicago.

Il team continuerà a studiare gli effetti della peste nera, non solo per capire quel capitolo della storia, ma anche per capire i geni stessi. 

Il fatto che abbiano subito una selezione naturale così forte, molto probabilmente significa che sono importanti nella lotta contro le malattie e forse non solo la peste, per la nostra salute. Lo studio dimostra infatti come le pandemie passate potrebbero preparare il sistema immunitario umano a sopravvivere a future pandemie.

Per farlo, Barreiro e i suoi colleghi includeranno più campioni e un sequenziamento del DNA più esteso.

Piccola curiosità. La prima vittima della peste conosciuta al mondo è stata un cacciatore – raccoglitore vissuto 5.000 anni fa in Europa.

Peste nera, limiti dello studio

Avila Arcos, Assistente Professore del Laboratorio Internazionale per la Ricerca sul Genoma Umano dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, ha evidenziato i limiti del nuovo studio.

Esso si concentra solo su una popolazione molto ristretta, essenzialmente londinesi e persone che vivevano in Danimarca all’epoca. «Potrebbero esserci molti più meccanismi cellulari che le persone hanno usato per far fronte a questa devastante epidemia», dice.

In ogni caso,«È un lavoro molto innovativo», le fa eco Ziyue Gao, un genetista della popolazione del l‘Università della Pennsylvania a Filadelfia. «Ci chiediamo sempre quali siano le forze che guidano l’evoluzione della popolazione».

Fonti 

Nature

doi: https://doi.org/10.1038/d41586-022-03298-z

Klunk, J. et al. Natura https://doi.org/10.1038/s41586-022-05349-x (2022).