26.3 C
Rome
sabato, Agosto 1, 2026
Home Blog Page 130

Massimo Moretti e ONA: ricerca e bonifica amianto urgente

Amianto e salute in Italia. Analisi della mortalità per mesotelioma e altre patologie asbesto-correlate, Massimo
Amianto e salute in Italia. Analisi della mortalità per mesotelioma e altre patologie asbesto-correlate

MASSIMO MORETTI, PROFESSORE ORDINARIO DI SEDIMENTOLOGIA DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI E MEMBRO DEL COMITATO TECNICO-SCIENTIFICO DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, PRESIEDUTO DALL’AVV. EZIO BONANNI, È UNA FIGURA DI RIFERIMENTO NELLO STUDIO E NELLA GESTIONE DELLE PROBLEMATICHE AMBIENTALI LEGATE AL PERICOLOSO MINERALE. CON UNA CARRIERA ACCADEMICA CHE ABBRACCIA OLTRE TRE DECENNI, IL SUO LAVORO SI DISTINGUE PER LA CAPACITÀ DI CONIUGARE L’APPROFONDIMENTO SCIENTIFICO CON L’IMPATTO CONCRETO SULLE COMUNITÀ LOCALI. DALL’ANALISI DEL SOTTOSUOLO DELLE EX AREE FIBRONIT ALL’ESPLORAZIONE DEGLI EFFETTI DELL’ASBESTO NEGLI AMBIENTI MARINI, MORETTI HA PORTATO AVANTI UN APPROCCIO INTERDISCIPLINARE CHE PUNTA A COLLEGARE RICERCA, PREVENZIONE E SOLUZIONI OPERATIVE

Conosciamo il Prof. Massimo Moretti 

Come docente e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali, quali motivazioni personali e professionali l’hanno guidata nello studio delle problematiche legate all’amianto? Quali obiettivi prioritari si è posto nel coniugare ricerca accademica e impatto concreto sulla gestione dei siti contaminati?

Uno dei principali problemi della ricerca scientifica universitaria è che spesso, allo studio teorico dei processi, non corrisponde una adeguata applicazione dei risultati ottenuti. Per la carriera universitaria, infatti, è richiesta una sempre più competitiva attività di pubblicazione dei risultati ottenuti su riviste internazionali ad alto impatto e a essa è strettamente collegato anche l’accesso ai finanziamenti alla ricerca. Per fortuna, negli ultimi anni, gli atenei italiani hanno riscoperto l’importanza delle relazioni con i territori e il fondamentale ruolo di “guida” per le sfide economiche-ambientali-sanitarie che la società è chiamata ad affrontare (la cosiddetta “terza missione”).

L’amianto ha rappresentato temporalmente, la prima problematica ambientale della quale mi sono occupato, quando, all’inizio degli anni ’90 sono stato chiamato a definire l’inquinamento nel sottosuolo dell’area ex-Fibronit nella quale per decenni sono stati seppelliti tutti gli sfridi e i manufatti non conformi o rotti rinvenienti dalla produzione di tubazioni e coperture in cemento-amianto. Da allora, ho sempre cercato di proporre linee di studio con una forte connotazione ambientale anche al fine di coniugare l’attività formativa alla ricerca. Sono infatti docente del Corso di Studi in Scienze Ambientali di Taranto da oltre venti anni e ho avuto l’onore di coordinare il CdS negli ultimi otto anni (mandato terminato a settembre 2024).

Il convegno di Taranto e il parere di Mssimo Moretti

In occasione del convegno che si è tenuto lo scorso 16 novembre presso il Comune di Taranto, Lei ha presenziato quale relatore e la sua ricerca è stata apprezzata dall’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA APS, di cui è stato nominato componente del comitato tecnico scientifico. Cosa ne pensa del ruolo delle associazioni e in particolare del principio di prevenzione primaria, da sempre sostenuto dallo stesso Presidente Avv. Ezio Bonanni?

Ho ringraziato l’ONA nella persona del suo presidente per l’interesse mostrato per le ricerche che conduciamo in campo ambientale e in particolare sulla diffusione dell’amianto negli ambienti marini. Ho accettato volentieri l’invito a far parte del comitato tecnico-scientifico sperando di potermi rendere utile per le future attività dell’Osservatorio.

Negli anni ’90 sono stato collaboratore tecnico-scientifico dell’Associazione Esposti Amianto e ritengo quel periodo fondamentale per la mia formazione in campo ambientale. Questa esperienza mi consente di collegarmi più direttamente alla domanda che riguarda il ruolo delle associazioni. In campo ambientale e sanitario, esse hanno enorme peso nelle attività di denuncia/sensibilizzazione/vigilanza dirette alla popolazione e media, organi istituzionali e di controllo.

In generale, la “cittadinanza attiva” in campo ambientale è un soggetto ostile o poco significativo da molti settori dell’Accademia.

Al contrario, occorre riconoscere che molti dei temi ambientali globali/nazionali/regionali/locali hanno assunto importanza primaria anche per la politica solo per merito della pressione costante esercitata dalle associazioni ambientaliste. Nella mia personale esperienza, inoltre, ho avuto modo di entrare in contatto con realtà associative meno movimentiste, ma di grande preparazione tecnica-scientifica-sanitaria-legale. In ogni caso, tutti i tipi di cittadinanza attiva svolgono un ruolo importante per la prevenzione dei rischi ambientali. In particolare, la prevenzione primaria, tesa a promuovere i percorsi virtuosi che producano un annullamento, riduzione o mitigazione del rischio ambientale per la popolazione potenzialmente esposta.

L’importanza della prevenzione

Tale azione passa anche attraverso la ricerca di metodi e strategie per rendere efficace sia la divulgazione specializzata che quella più generalista in relazione alle conoscenze teoriche e applicative oggi raggiunte dalla ricerca interdisciplinare in campo ambientale. La diffusione dell’amianto in modo pressoché ubiquitario rappresenta un tipico esempio di assoluta mancanza di comunicazione fra Scienza e Società.

I primi studi che hanno dimostrato in modo inequivocabile la relazione fra alcune patologie e l’esposizione alle fibre dell’asbesto sono stati pubblicati negli anni ’30 del secolo scorso.

In Italia, la normativa ha definitivamente messo al bando l’amianto solo all’inizio degli anni ’90 (L. 257/92). Un blackout di informazione lungo sessanta anni che è risultato funzionale per i profitti dell’industria, ma devastante per gli effetti nella popolazione esposta. 

Puglia, una terra martoriata

 In che modo il territorio pugliese, con la sua complessità geologica e socio-culturale, rappresenta un laboratorio unico per lo studio e la gestione dei siti contaminati? Ritiene che la ricerca accademica possa favorire una migliore integrazione tra le esigenze delle comunità locali e le strategie istituzionali di bonifica?

La Puglia è sede di quattro Siti di Interesse Nazionale (S.I.N. di Taranto, Brindisi, Manfredonia, Bari-Fibronit) da bonificare.

Per alcuni di essi, non sono totalmente noti quantità e qualità degli inquinanti presenti nell’aria, nel suolo/sottosuolo, in falda, nei corsi d’acqua e nelle aree marine.

Tali lacune di conoscenza sono connesse spesso alle attività non autorizzate di sversamento del materiale inquinato nelle matrici ambientali menzionate.

Esempi molto simili sono relativamente comuni in altre regioni nell’intero territorio nazionale. In Puglia, questo fenomeno è molto diffuso e la presenza di un territorio prevalentemente carsico favorisce sia le pratiche di sversamento incontrollato (doline, inghiottitoi, cavità naturali, ecc.) sia la loro rapida distribuzione in falda. Il grande sviluppo costiero del nostro territorio favorisce anche l’eliminazione di rifiuti di ogni genere i litorali e nelle aree marine poco profonde. L’inquinamento incontrollato può essere considerato quello che determina i maggiori rischi per la popolazione: riconoscere la distribuzione areale e in profondità degli inquinanti, caratterizzarne la diffusione nelle differenti matrici ambientali e stabilire il livello di rischio rappresentano una sfida per la ricerca interdisciplinare moderna.

Le bonifiche: un’azione urgente

Per le bonifiche, la mediazione fra progettisti/esecutori pubblici o privati delle opere e la popolazione, è molto sviluppata in altri Paesi della UE. Si tratta di soggetti privati e pubblici specializzati nei processi di mediazione grossolanamente esemplificabili dalla composizione degli interessi contrapposti fra Economia e Salute. Gli organismi di ricerca invece possono solo fornire un quadro realistico delle possibilità tecniche di realizzazione delle opere di bonifica con indicazioni delle soluzioni più sostenibili in termini economici e ambientali (rimozione, contenimento, remediation).

Massimo Moretti parla deI rischio amianto 

Il sequestro del sito sul litorale nord di San Vito è stato determinato da evidenze scientifiche. Quali sono stati i principali elementi emersi dai suoi studi e in che misura hanno contribuito a supportare le decisioni amministrative, nonché a definire nuovi standard per la gestione dei rifiuti contenenti amianto?

Lo studio, pubblicato su una rivista internazionale ad alto impatto, ha attirato l’attenzione dell’audience internazionale perché il processo di sversamento in mare dei rifiuti contenenti amianto è diffusissimo, ma sinora nessuno studio scientifico specifico era stato realizzato.

Siamo riusciti a determinare la distribuzione dei materiali contenenti amianto su un areale costiero di alcuni chilometri descrivendone in modo quantitativo i processi di erosione-trasporto-deposito.

Abbiamo accuratamente stabilito la scansione temporale delle fasi di sversamento incontrollato in mare e la variazione nelle tipologie dei materiali abusivamente scaricati. Gli sversamenti dei MCA cominciano proprio a partire dal 1992 e continuano negli anni successivi.

L’area di sversamento di questi materiali, che si eleva circa tre metri al di sopra del livello del mare, è divenuta sorgente di inquinanti per le aree di spiaggia adiacenti grazie all’azione di erosione e trasporto delle onde. In circa venti anni si è formata una nuova spiaggia molto estesa costituita prevalentemente da frammenti di tali materiali antropici (tra i quali abbiamo riconosciuto MCA).

Le autorità locali hanno provveduto a sequestrare l’intero settore di litorale inquinato e a inibire l’accesso al sito. Per noi, aver evitato che anche una sola persona possa aver evitato di essere esposta all’amianto è fonte di enorme soddisfazione, una soddisfazione più tangibile e “umana” rispetto a una pubblicazione scientifica.

Un aiuto dalla tecnica 

Alla luce del persistente fenomeno dell’accesso abusivo al sito, ritiene che soluzioni tecnologiche, come il monitoraggio digitale o l’implementazione di sistemi di allerta automatizzati, possano affiancare e rafforzare gli interventi normativi e amministrativi già messi in atto?

Trattandosi di un sito molto frequentato durante i mesi estivi e avendo accertato la presenza di MCA in stato friabile, il rischio di esposizione è molto alto e grave. Nonostante il sequestro e la delimitazione del sito con barriere fisiche (di anno in anno più alte e meno valicabili) e la presenza di abbondante cartellonistica di segnalazione del sito inquinato, ogni estate il sito è tornato a essere frequentato. L’unico modo per diminuire drasticamente l’esposizione all’amianto non può essere rappresentato da forme sempre più sofisticate di controllo degli accessi, ma occorre, invece, procedere quanto prima alla bonifica definitiva del sito.

La bonifica: una priorità ribadita dall’avv. Ezio Bonanni

Il tema della bonifica dell’amianto è stato più volte ribadito dall’avvocato Ezio Bonanni. «La bonifica è l’unico modo per tutelare i cittadini. Solo in questo modo è possibile vincere le malattie asbesto correlate, tra le quali il mesotelioma, i cui casi sono in continuo aumento».

Questo appello sottolinea l’urgenza di interventi immediati, che richiedono un impegno deciso da parte delle istituzioni e delle autorità competenti per prevenire ulteriori esposizioni e garantire la sicurezza delle future generazioni.

L’ONA offre supporto e assistenza alle vittime con un servizio gratuito sul sito e/o con il numero verde 800 034 294.

Inertizzazione amianto: rischio trasformato in sicurezza

L’inertizzazione dell’amianto, innovazione e sostenibilità per un futuro più sicuro
L’inertizzazione dell’amianto, innovazione e sostenibilità per un futuro più sicuro

L’INERTIZZAZIONE POTREBBE RAPPRESENTARE UNA SVOLTA NELLA GESTIONE DELL’AMIANTO, UN MATERIALE CHE PER DECENNI È STATO AL CENTRO DI UNA CRISI SANITARIA E AMBIENTALE GLOBALE. A DIFFERENZA DELLO SMALTIMENTO IN DISCARICHE, CHE È TEMPORANEO E COMPORTA ALTI RISCHI AMBIENTALI, QUESTA TECNICA INNOVATIVA OFFRE UNA RISPOSTA DEFINITIVA E SOSTENIBILE. IN UN’ITALIA CHE ANCORA FRONTEGGIA MILIONI DI TONNELLATE DI MATERIALI CONTENENTI AMIANTO (MCA), QUESTA SOLUZIONE SI PROFILA COME UNA NECESSITÀ STRATEGICA PER TUTELARE SALUTE E AMBIENTE, TRASFORMANDO UN PROBLEMA IN UNA RISORSA

L’amianto, da risorsa a minaccia

Per molti decenni, l’asbesto è stato il simbolo di un progresso industriale che prometteva durabilità, isolamento termico e resistenza. Tuttavia, la scoperta dei suoi effetti letali ha trasformato questa risorsa in una minaccia per la salute e l’ambiente. Le sue fibre, se inalate, causano gravi patologie come il mesotelioma, una malattia devastante e spesso fatale. 

Nonostante il divieto della sua produzione e utilizzo in Italia con la legge 257/1992, ancora oltre 40milioni di tonnellate di materiali in amianto e contenenti amianto (MCA) restano disseminati sul territorio, rappresentando una sfida per la gestione dei rifiuti pericolosi.

Il metodo più comune per affrontare il problema è lo smaltimento in discarica. Tuttavia, questa soluzione è temporanea, costosa e soggetta a rischi ambientali. In risposta a tali limiti, l’inertizzazione emerge come una tecnologia capace di neutralizzare i pericoli dell’amianto e, al contempo, offrire una nuova vita ai materiali trattati- vediamo Ion cosa consiste.

L’inertizzazione: trasformare il rischio in sicurezza

L’inertizzazione è un processo tecnologico avanzato che neutralizza completamente la tossicità delle fibre di amianto, rendendole inoffensive e trasformandole in materiali riutilizzabili. Questo avviene attraverso un trattamento termico o chimico che altera la struttura cristallina del minerale. Il metodo termico, in particolare, è il più promettente. Attraverso l’esposizione a temperature superiori ai 1.100 °C, le fibre vengono distrutte e riorganizzate in composti chimicamente stabili, sicuri per l’uomo e per l’ambiente.

Il prodotto finale dell’inertizzazione può essere utilizzato nell’industria edilizia per la produzione di ceramiche, pavimentazioni o riempitivi, riducendo la necessità di estrarre nuove risorse naturali. Di contro, se non reintrodotto nel ciclo produttivo, il materiale può essere smaltito come rifiuto non pericoloso, abbattendo i costi e i rischi associati alla gestione dei MCA. 

Il metodo chimico utilizza invece specifici reagenti, come acidi forti, basi o soluzioni saline concentrate, per modificare la struttura cristallina delle fibre, trasformandole in composti non tossici.

Uno dei principali vantaggi è la possibilità di operare a temperature più basse, riducendo così il consumo energetico. Tuttavia, presenta alcune criticità, tra cui i costi dei reagenti e la gestione degli scarti, che possono risultare complessi o potenzialmente pericolosi. Per queste ragioni, è spesso scelto per quantità limitate di materiale o in situazioni dove l’approccio termico non è praticabile.

Nonostante le difficoltà, questo metodo amplia le opzioni disponibili per la gestione sostenibile dell’amianto, offrendo una soluzione utile soprattutto in combinazione con altri trattamenti.

Il processo e i suoi vantaggi

Le tecnologie di inertizzazione rappresentano un significativo passo avanti rispetto al tradizionale smaltimento in discarica. La neutralizzazione completa delle fibre elimina il rischio sanitario e ambientale, prevenendo esposizioni future. Inoltre, il trattamento riduce del 59% le emissioni di anidride carbonica rispetto alla gestione in discarica, secondo un’analisi del ciclo di vita (LCA). La possibilità di riutilizzare i materiali trattati supporta altresì i principi dell’economia circolare, offrendo un’alternativa sostenibile e innovativa alla gestione dei MCA.

Sfide da affrontare

Nonostante i benefici, l’inertizzazione non è priva di ostacoli. I costi iniziali per la costruzione degli impianti e i consumi energetici elevati rappresentano barriere significative. Inoltre, la mancanza di una normativa chiara e di incentivi economici rallenta l’adozione su larga scala. Per superare queste difficoltà, è necessario un sostegno finanziario da parte delle istituzioni, accompagnato da campagne di sensibilizzazione che coinvolgano cittadini e imprese.

La visione dell’avv. Ezio Bonanni

Avv. Ezio Bonanni presidente Osservatorio Nazionale Amianto (ONA)
Per il presidente ONA, avv. Ezio Bonanni «Dobbiamo agire con urgenza per proteggere la salute delle persone e garantire un futuro più sicuro»

L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), ha definito l’inertizzazione come «una straordinaria opportunità per trasformare una tragedia sanitaria ed ecologica in una risorsa per la società».

Bonanni ha tuttavia sottolineato l’importanza di un maggiore impegno nella prevenzione:  «Ogni euro investito oggi nellinertizzazione e nella bonifica rappresenta un risparmio futuro in termini di costi sanitari e ambientali. Dobbiamo agire con urgenza per proteggere la salute delle persone e garantire un futuro più sicuro».

Certo è che l’Italia, con la sua storia di creatività e resilienza, ha l’opportunità di guidare questa rivoluzione, dimostrando che progresso e sostenibilità possono andare di pari passo.

 

Johnson & Johnson al “fronte” in attesa di un verdetto finale

Talco cancerogeno Johnson & Johnson
Johnson & Johnson a gennaio 2025 il verdetto finale

DA SIMBOLO DI FIDUCIA E SICUREZZA FAMILIARE A EPICENTRO DI UNA DELLE CAUSE LEGALI PIÙ IMPONENTI DELLA STORIA, JOHNSON & JOHNSON SI TROVA IN UNA POSIZIONE DELICATISSIMA. MIGLIAIA DI AZIONI LEGALI PENDONO SULLA MULTINAZIONALE, TUTTE LEGATE ALLA PRESUNTA CONTAMINAZIONE DA AMIANTO DEL SUO CELEBRE TALCO PER BAMBINI, ACCUSATO DI CAUSARE GRAVI MALATTIE ONCOLOGICHE. CON UN’OFFERTA DI TRANSAZIONE DA 8,2 MILIARDI DI DOLLARI, J&J SPERA DI CHIUDERE DEFINITIVAMENTE LA QUESTIONE MA IL VERDETTO FINALE È PREVISTO PER GENNAIO 2025

La battaglia legale sul talco Johnson & Johnson e il Texas Two-Step

Johnson & Johnson
Con un’offerta di transazione da 8,2 miliardi di dollari, J&J spera di chiudere la questione legale

Da anni Johnson & Johnson è sotto accusa per l’uso di talco contaminato da amianto nei suoi prodotti. La multinazionale ha respinto ogni responsabilità, sostenendo che l’iconica Baby Powder fosse sicura, ma una lunga serie di cause legali ha messo a dura prova questa affermazione. Nel tentativo di risolvere le controversie, J&J ha intrapreso una strategia legale conosciuta come Texas Two-Step: la compagnia ha cioè trasferito i costi dei contenziosi a una “società satellite” la, Red River Talc LLC e l’ha portata a dichiarare bancarotta. Con questa mossa, l’azienda ha potuto congelare gran parte delle cause pendenti, cercando una soluzione collettiva.

Tuttavia, questa strategia non è priva di controversie: il giudice ha respinto due precedenti tentativi di bancarotta, sostenendo che J&J non fosse in difficoltà finanziaria. Ora, con un nuovo tentativo in corso in Texas, la compagnia spera che il piano sia approvato, consentendole di risolvere il 99,75% delle cause per cancro ovarico, pur restando fuori dall’accordo i casi di mesotelioma, che saranno trattati separatamente.

Il consenso dei querelanti e le accuse di irregolarità

Il processo per ottenere il consenso dei querelanti non è stato privo di tensioni. Nel settembre 2024, l’83% degli stessi ha accettato l’offerta di transazione da miliardi di dollari proposta da J&J, ma alcuni rappresentanti legali hanno messo in dubbio la legittimità del voto, sostenendo che sia stato manipolato a favore dell’accordo. Ovviamente, il colosso della bellezza ha respinto queste accuse, dichiarando che il processo di voto è stato trasparente e rappresenta una volontà genuina di risoluzione da parte della maggioranza dei querelanti.

Carl Tobias, professore di diritto dell’University of Richmond, ha commentato la situazione sottolineando che la questione della legittimità del voto potrebbe allungare notevolmente i tempi della risoluzione. Al contrario, Erik Haas, responsabile legale globale di J&J, ha dichiarato che l’offerta rappresenta una delle più grandi transazioni mai raggiunte in un contesto di bancarotta legata a torti di massa, e che l’approvazione del piano sarebbe una soluzione giusta e tempestiva per chiudere la vicenda. Ma veniamo al discorso della contaminazione da asbesto.

La connessione tra talco Johnson & Johnson e malattie oncologiche: le prove scientifiche

Le cause legali contro Johnson & Johnson sono supportate da ricerche scientifiche che evidenziano una possibile correlazione tra il talco contaminato da amianto e alcune forme di cancro. In particolare, nel maggio 2024, il National Institutes of Health ha pubblicato uno studio che mette in luce un legame tra l’uso della polvere per bambini e il cancro ovarico nelle consumatrici del prodotto. Questa scoperta ha rafforzato la posizione dei querelanti, che accusano J&J di aver commercializzato prodotti potenzialmente pericolosi senza un’adeguata trasparenza sui rischi.

L’azienda, tuttavia, continua a difendersi, affermando che i suoi prodotti non contengano asbesto e che le malattie dichiarate dai querelanti non siano attribuibili all’uso del loro talco. Nonostante le sue difese, Johnson & Johnson è stata recentemente condannata in un caso emblematico. Lo scorso ottobre, una giuria del Connecticut ha ordinato all’azienda di pagare 15 milioni di dollari in risarcimento a Evan Plotkin, un uomo affetto da mesotelioma. Questo verdetto include anche una somma per danni punitivi, che sarà stabilita successivamente.

Il commento dell’avvocato Ezio Bonanni sulla presenza dell’amianto nel talco

L’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA sottolinea che l’amianto è «una minaccia silenziosa e letale per la salute pubblica. Se inalato o applicato su parti delicate del corpo, può causare gravi danni alla salute. Le istituzioni a intensificare i controlli per prevenire ulteriori rischi»

Secondo l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA, la situazione è particolarmente grave. Bonanni ha dichiarato che la presenza di fibre del minerale nel talco è «una minaccia silenziosa e letale per la salute pubblica. Se inalato o applicato su parti delicate del corpo, può causare gravi danni alla salute. Le istituzioni a intensificare i controlli per prevenire ulteriori rischi». 

Il caso Johnson & Johnson rappresenta, insomma, un campanello d’allarme per l’industria farmaceutica e per il settore dei beni di consumo. Le accuse legate alla contaminazione da amianto nel talco per bambini hanno messo in discussione la reputazione di un marchio storico, ma hanno anche sottolineato la necessità di regolamentazioni rigorose e di una maggiore trasparenza. Mentre il mondo attende la decisione del giudice nel 2025, resta aperta la questione: riuscirà J&J a ristabilire la propria credibilità o questo capitolo sarà un punto di svolta per la responsabilità aziendale nel settore? In un contesto in cui la salute dei consumatori è più che mai una priorità, questa vicenda potrebbe segnare una nuova era per la tutela dei diritti delle persone e la lotta contro pratiche commerciali potenzialmente dannose.

Tribunale di Roma: maxi risarcimento a operaio napoletano

amianto e mesotelioma
Amianto: il Tribunale di Roma riconosce un maxi risarcimento per la famiglia di un operaio della raffineria di Napoli

UNA SENTENZA ESEMPLARE ACCENDE I RIFLETTORI SULLA DRAMMATICA QUESTIONE DELL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO NEL SETTORE PETROLCHIMICO. IL TRIBUNALE DI ROMA HA CONDANNATO LA KUWAIT PETROLEUM ITALIA, PROPRIETARIA DELLA RAFFINERIA DI NAPOLI (GIÀ MOBIL OIL ITALIANA), A RISARCIRE LA FAMIGLIA DI UN EX DIPENDENTE. MORTO A 70 ANNI PER MESOTELIOMA PLEURICO, UN TUMORE STRETTAMENTE LEGATO ALL’INALAZIONE DELLE FIBRE DI ASBESTO. LA VICENDA RAPPRESENTA UN CASO EMBLEMATICO. L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), NE SOTTOLINEA L’IMPORTANZA PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI DELLE VITTIME E LA PREVENZIONE DEI RISCHI FUTURI

Amianto: una sentenza esemplare 

Amianto
La vittima aveva respirato le fibre killer di amianto per ventidue anni

L’azienda Kuwait Petroleum Italia è stata ritenuta responsabile di gravi omissioni e imprudenze che hanno portato alla prolungata esposizione dell’operaio alle pericolose fibre di amianto. Il giudice ha stabilito un risarcimento complessivo di oltre 1,3 milioni di euro. 444.787 euro a titolo di indennizzo generale e circa 300mila euro ciascuno alla vedova e ai tre figli per i danni morali e biologici subiti.

L’uomo, per ventidue anni alle dipendenze della raffineria, aveva svolto ruoli operativi di grande rischio. Dapprima come pompista e successivamente come conduttore di caldaie e impianti della centrale termoelettrica. Durante lo svolgimento delle sue mansioni, aveva respirato polveri e fibre di amianto in un ambiente lavorativo privo di adeguate misure di sicurezza. Come accertato dalle indagini tecnico-legali. Non solo il contatto diretto con la fibra killer, ma anche l’esposizione indiretta e ambientale hanno contribuito alla sua malattia. Un mesotelioma pleurico diagnosticato troppo tardi per essere arginato.

L’Osservatorio Nazionale Amianto in difesa delle vittime 

Ezio Bonanni amianto
Per l’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA «Ogni giorno di ritardo è una condanna per le generazioni presenti e future»

L’avvocato Ezio Bonanni, che ha seguito la causa a fianco della famiglia, ha dichiarato: «Si tratta di una importante pronuncia perché conferma il rischio amianto anche nel settore petrolchimico, che ha visto una elevata incidenza epidemiologica di casi di mesotelioma, tumore del polmone, della laringe e di tutti gli altri causati dall’amianto. Questo impone una accelerazione nella bonifica e messa in sicurezza del SIN relativo proprio a Napoli, come abbiamo più volte richiesto».

L’affermazione del presidente ONA è fondamentale per comprendere la portata del problema: il settore petrolchimico, spesso ignorato nel dibattito pubblico sull’asbesto, si rivela una delle aree più esposte. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Amianto, il rischio è aggravato dall’assenza di un’efficace politica di bonifica nelle aree industriali storiche come Napoli.

Un problema che persiste: l’urgenza della bonifica

Questo caso non rappresenta un episodio isolato, ma è parte di una tragedia più ampia che coinvolge migliaia di lavoratori e famiglie. Nonostante la messa al bando dell’amianto in Italiano con la legge 257/1992, questo materiale continua a minacciare la salute pubblica, in particolare nei Siti di Interesse Nazionale (SIN) come quello di Napoli Est. Qui, l’inquinamento ambientale è amplificato dalla mancata bonifica di impianti industriali obsoleti.

Le richieste dell’Osservatorio Nazionale Amianto per una rapida messa in sicurezza della zona sono rimaste finora inascoltate. L’avvocato Bonanni, che da anni si batte per il risarcimento delle vittime e la prevenzione delle esposizioni future, ribadisce l’urgenza di un intervento deciso: «Ogni giorno di ritardo è una condanna per le generazioni presenti e future».

Una battaglia per il futuro

La sentenza del Tribunale di Roma rappresenta una conquista per la giustizia sociale e per le famiglie delle vittime, ma apre anche interrogativi sulla lentezza delle istituzioni nel contrastare l’emergenza amianto. Il caso della raffineria di Napoli evidenzia la necessità di un cambiamento sistemico che coinvolga non solo le aziende, ma anche le autorità locali e nazionali.

L’amianto, definito “fibra killer”, continua a mietere vittime, ma la sentenza offre una speranza: il riconoscimento della responsabilità può diventare il primo passo verso una società più giusta e sicura. 

Il silenzio dell’amianto: giustizia negata alle vittime della Fibronit

onduline di amianto
amianto, onduline - il silenzio: giustizia negata alle vittime della Fibronit

A BRONI, NEL CUORE DELLA PROVINCIA PAVESE, SI RESPIRA UN’ARIA PESANTE, MA NON SOLO PER LE POLVERI D’AMIANTO CHE PER DECENNI HANNO AVVOLTO LO STABILIMENTO FIBRONIT: IL SILENZIO DELLA GIUSTIZIA NEGATA GRAVA SULLE FAMIGLIE, SUI LAVORATORI, SUI SOPRAVVISSUTI E SULLA MEMORIA DI CHI NON CE L’HA FATTA. UNA VICENDA GIUDIZIARIA LUNGA, ESTENUANTE E PROFONDAMENTE AMARA SI CHIUDE CON LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER 470 CASI DI MESOTELIOMA PLEURICO CAUSATI DALLE FIBRE LETALI. MA DAVVERO NON È POSSIBILE OTTENERE GIUSTIZIA PER QUESTE VITTIME? L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), NON CI STA: «NON È VERO CHE NON È POSSIBILE RENDERE GIUSTIZIA ALLE VITTIME. NON È VERO CHE NON ESISTE UNA PROVA CERTA SUL NESSO CAUSALE»

Dramma Fibronit: la battaglia lunga vent’anni e il silenzio complice

Fibronit di Broni: la Procura sancisce la chiusura definitiva di un iter giudiziario travagliato

Nel 2004, le indagini sullo stabilimento Fibronit di Broni (un’azienda produttrice di elementi per l’edilizia in amianto) iniziarono a svelare una delle pagine più drammatiche legate alla dispersione del killer silente in Italia. Tonnellate di fibre tossiche, rilasciate nell’aria nel corso degli anni, erano ritenute responsabili di centinaia di morti e di un numero crescente di casi di mesotelioma pleurico, una malattia che ancora oggi continua a mietere vittime. La gravità della situazione condusse, nel 2009, all’avvio di un procedimento penale che portò dieci dirigenti dello stabilimento a rispondere delle accuse di omicidio colposo e lesioni personali.

Da quel momento, la vicenda intraprese un lungo percorso giudiziario, segnato da rinvii, dibattimenti e ricorsi.

Nel giugno del 2011, dopo anni di indagini approfondite, la Procura presentò formale richiesta di rinvio a giudizio per i dieci imputati: Michele Cardinale, Lorenzo Mo, Dino Augusto Stringa, Teodoro Manara, Claudio Dal Pozzo, Giovanni Boccini, Guglielma Capello, Maurizio Modena, Domenico Salvino e Alvaro Galvani. Il caso, caratterizzato da iter processuali complessi e spesso contraddittori, vide nel corso del tempo uno scenario che si evolveva in modo significativo. Nel frattempo, quattro imputati erano deceduti, uno fu dichiarato incapace di sostenere un processo e per gli altri si susseguirono sentenze contrastanti, tra condanne e assoluzioni.

Il momento decisivo arrivò nel 2022, con una sentenza di assoluzione definitiva in sede di appello-bis. La decisione giunse dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio, segnando così la fine del procedimento dal punto di vista giudiziario. Questo epilogo lasciò tuttavia un’ombra di insoddisfazione in molte delle persone colpite dalla tragedia, poiché la giustizia formale non aveva identificato responsabili definitivi per le perdite subite.

Il silenzio degli innocenti 

Adesso, con il deposito della richiesta di archiviazione da parte del sostituto procuratore Andrea Zanoncelli e del procuratore Fabio Napoleone, si è posto un sigillo formale sulla vicenda. Questo atto rappresenta non solo l’epilogo di una delle indagini più lunghe e controverse nel panorama giudiziario italiano, ma anche un tentativo di fornire risposte alle tante domande rimaste in sospeso.

Con l’archiviazione, la Procura sancisce la chiusura definitiva di un iter giudiziario travagliato, evidenziando ancora una volta la complessità di casi in cui la responsabilità individuale si intreccia con decenni di omissioni e pratiche aziendali che hanno segnato irreparabilmente vite e territori. Resta il peso di una tragedia ambientale e umana che, nonostante le sentenze, continua a sollevare interrogativi e riflessioni sul rapporto tra salute pubblica e responsabilità industriale. Ma come si era pronunciata la Cassazione?

Insanabile incertezza scientifica

La Corte di Cassazione, nel pronunciarsi sul caso, aveva evidenziato “l’insanabile incertezza scientifica” che avrebbe impedito di stabilire con assoluta certezza un nesso causale diretto tra la gestione dello stabilimento di Broni nel periodo 1981-1985 e i casi di mesotelioma pleurico contratti dalle vittime. Sebbene fosse stato riconosciuto che tutte le persone colpite dalla malattia avessero inalato le polveri di amianto disperse dall’impianto, e si fosse esclusa ogni altra possibile causa alternativa, il lungo arco temporale delle esposizioni, spesso decennale, avrebbe reso impossibile individuare con precisione il momento esatto in cui si era innescata la cancerogenesi. Questo elemento ha rappresentato un ostacolo insormontabile per individuare una responsabilità penale diretta a carico degli imputati che ricoprivano ruoli dirigenziali in quegli anni.

La Procura ha sottolineato, in questo contesto, come il suo lavoro, durato oltre un decennio, avesse mirato non solo a perseguire responsabilità penali, ma anche a ricostruire un quadro storico della tragedia che si è consumata a Broni e nella provincia di Pavia. 

Pertanto, pur riconoscendo il disastro ambientale e sanitario, ha ammesso l’impossibilità di proseguire: «La prospettiva penalistica non ha saputo offrire una tutela alle vittime del contagio da fibre di amianto né ai loro prossimi congiunti»

Il percorso giudiziario si è così infranto contro limiti insuperabili, e ogni ulteriore tentativo di proseguire le indagini o di avviare nuove azioni penali è stato giudicato privo di basi solide.

Una bomba a orologeria 

Le parole pronunciate da uno degli avvocati delle parti civili durante il processo restano un’eco dolorosa della tragedia: «Tutti noi che viviamo o lavoriamo a Broni siamo delle bombe a orologeria. Speriamo solo di essere graziati per qualche motivo e che, in qualche modo, possa arrivare una qualsiasi forma di risposta dello Stato». Queste riflessioni, cariche di angoscia e impotenza, mettono in luce la devastazione lasciata dalla contaminazione dall’asbesto, che non si limita alle vittime dirette ma segna profondamente l’intera comunità locale.

Il triste epilogo evidenzia non solo i limiti della giustizia penale nell’affrontare disastri ambientali di tale portata, ma anche la necessità di un intervento più ampio e strutturale, capace di garantire risposte e protezione per chi ha subito le conseguenze devastanti di questa tragedia. Una chiusura che lascia irrisolta la richiesta di giustizia, con l’ombra di una ferita ancora aperta per una comunità che attende un riconoscimento reale del proprio dolore.

Una cosa è tuttavia certezza: che le fibre d’amianto ha ucciso. «La scienza ha chiarito che l’amianto uccide, e quindi non è ammissibile questa denegata giustizia», denuncia l’avv. Ezio Bonanni.

La lotta che non si ferma: il ricorso internazionale

Ezio-Bonanni
«La scienza ha chiarito che l’amianto uccide, e quindi non è ammissibile questa denegata giustizia», denuncia l’avv. Ezio Bonanni

Nonostante l’archiviazione, l’ONA e il suo presidente, non intendono fermarsi. «Procederemo con il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano e faremo opposizione alla richiesta di archiviazione», ha annunciato Bonanni con fermezza. La giustizia penale potrà aver chiuso le porte, ma quella morale e civile resta aperta.

La lotta è, infatti, più grande di un singolo processo: è la lotta per il diritto alla salute, per la tutela dei lavoratori e per il riconoscimento di una verità negata. «Non è ammissibile che lo Stato abdichi al suo compito di proteggere i cittadini – ha aggiunto Bonanni- e chiudere gli occhi davanti a una tragedia come questa significa perpetuare l’ingiustizia».

La vicenda della Fibronit non può e non deve essere dimenticata. Non si tratta solo di numeri – 470 vittime – ma di vite spezzate, famiglie distrutte e una comunità segnata per sempre. L’archiviazione non cancella il dolore né la responsabilità morale di una società che deve fare di più per tutelare i propri cittadini.

Come sottolinea Bonanni: «L’amianto uccide. È una certezza scientifica. E non è vero che non si possa rendere giustizia alle vittime». Broni attende ancora quella giustizia, e chi combatte per loro non si arrenderà.