20.4 C
Rome
giovedì, Maggio 21, 2026
Home Blog Page 297

L’impatto del fumo sul pianeta, giornata mondiale senza tabacco

tabacco
uomo che fuma una sigaretta

Cade oggi la giornata mondiale senza tabacco. Un sogno o meglio ancora un impegno dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Quest’anno grande importanza è data all’impatto che la sua coltivazione ha sul pianeta. Sui terreni, ma non solo, dalla produzione alla distribuzione, fino ai rifiuti di un’industria che sembra sempre in crescita.

I dati parlano chiaro: nel 2022 c’è stato un aumento dei fumatori del 2%. Quasi 1 italiano su 4 è un fumatore (mai così tanti dal 2006). In aumento anche le persone che fumano sigarette a tabacco riscaldato: 3,3% del 2022 rispetto al 1,1% del 2019. Più di una persona su tre (il 36,6%) le considera meno dannose di quelle tradizionali. In realtà le evidenze scientifiche disponibili non sono sufficienti a dimostrare che il prodotto sia associato a un’effettiva riduzione del rischio.

I dati sono stati diffusi nell’ambito del XXIV convegno: “Tabagismo e Sistema Sanitario Nazionale”.

Tabacco: “Stiamo avvelenando il nostro pianeta”

Stiamo avvelenando il nostro pianeta. Durante tutto il suo ciclo, il tabacco inquina il pianeta e danneggia la salute di tutte le persone”. L’Oms vuole far passare questo messaggio e sottolineare gli sforzi dell’industria del tabacco per “apparire ecosostenibile” e migliorare la propria reputazione e quella dei suoi prodotti commercializzandoli come rispettosi dell’ambiente.

“Il tabacco, invece – spiega il Ministero della Salute – uccide oltre 8 milioni di persone ogni anno e distrugge il nostro ambiente attraverso la coltivazione, la produzione, la distribuzione, il consumo e i rifiuti post-consumo, danneggiando ulteriormente la salute umana”.

Inquinamento dovuto al tabacco

Ogni sigaretta fumata o prodotto del tabacco utilizzato spreca risorse preziose da cui dipende la nostra esistenza. Il fumo contribuisce ad alzare il livello di inquinamento atmosferico e contiene tre tipi di gas serra.

L’inquinamento causato dal tabacco riguarda l’acqua, il suolo, le spiagge e le strade. Vengono rilasciati nell’ambiente, infatti sostanze chimiche, rifiuti tossici, mozziconi di sigarette, comprese le microplastiche, e rifiuti delle sigarette elettroniche e del tabacco riscaldato.

Sempre secondo quanto riportato dall’Oms, in tutto il mondo circa 3,5 milioni di ettari di terra vengono distrutti per coltivare tabacco ogni anno. La coltivazione del tabacco contribuisce anche alla deforestazione di 200.000 ettari all’anno e al degrado del suolo. Per la produzione si utilizzano acqua, combustibili fossili e risorse metalliche.

La globalizzazione della filiera e delle vendite del tabacco implica che l’industria del tabacco utilizza modalità di trasporto ad alta intensità di risorse.

Rifiuti, mozziconi di sigaretta e sostanze chimiche

In tutto il mondo, ogni anno, 4,5 trilioni di mozziconi di sigaretta non vengono smaltiti correttamente, generando circa 770 milioni di chili di rifiuti tossici e rilasciando migliaia di sostanze chimiche nell’aria, nell’acqua e nel suolo.

L’obiettivo è quindi far pagare l’industria del tabacco per la distruzione dell’ambiente e per i rifiuti. E aiutare i coltivatori a passare a mezzi di sussistenza alternativi e più sostenibili.

Questo per ridurre l’inquinamento, ma anche le vittime. Il consumo di tabacco (da fumo e non da fumo) è tuttora nel nostro Paese la principa­le causa di morbosità e mortalità prevenibile. 

Tabacco, una scia di morti

A questo sono attribuibili oltre 93.000 morti (il 20,6% del tota­le di tutte le morti tra gli uomini e il 7,9% del totale di tutte le morti tra le donne) con costi diretti e indiretti pari a oltre 26 miliardi di euro. Per quanto riguarda i tumori, il tabacco è il fattore di rischio con maggiore impatto a cui sono riconducibili almeno 43.000 decessi annui.

Il Ministero della Salute ricorda che esiste un Telefono Verde contro il Fumo: 800 554088.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, da tempo si batte per la salute di lavoratori e non solo e contro i cancerogeni. La sua pericolosità è assodata e chi fuma ed è esposto all’amianto ha una percentuale molto più alta di sviluppare il tumore del polmone.

Lombardia, epicentro delle malattie da amianto in Italia

Bonanni-Lucidi
L'avvocato Ezio Bonanni e il professor Massimo Lucidi

I decessi a causa di mesotelioma in Italia sono molto più alti nella regione Lombardia, rispetto che a tutte le altre. Tanto da raggiungere la percentuale del 21% e, secondo la stima dell’Osservatorio nazionale amianto, che tiene presente gli anni in cui i dati non sono stati forniti, del 25%.

L’Ona ha presentato questi dati durante il convegno Rischio amianto: prevenzione del danno e tutela delle vittime, che si è tenuto a Milano il 30 maggio 2022.

La Lombardia ha pagato un prezzo altissimo per lo sviluppo di settori industriali che hanno utilizzato ampiamente l’amianto: l’industria tessile in primo luogo, ma anche quella chimica (incluse plastica e gomma), la produzione e la manutenzione di auto e motoveicoli e l’industria alimentare, compresi gli zuccherifici.

Il VII rapporto ReNaM dell’Inail rileva complessivamente 31.572 casi di mesotelioma fino al 2018. Nel periodo 2000–2017, la Lombardia ne registra 6.653.

Nel 2013, uno degli anni con il censimento più completo, la Lombardia conta 478 casi, contro i 1.835 del totale nazionale: la regione supera così il 26%. Nel 2017, anno per cui risultano censiti 1.486 nuovi casi, la Lombardia ne conta 415, pari al 29,6% del totale italiano.

Le vittime causate dalle patologie asbesto correlate

L’Ona e l’avvocato Ezio Bonanni sottolineano che a questi decessi si sommano quelli causati dalle patologie asbesto-correlate.

“I casi di mesotelioma, una neoplasia riconducibile esclusivamente all’amianto e con un indice di mortalità del 93%, rappresentano solo la punta dell’iceberg – spiega l’avvocato Bonanni –. L’amianto provoca infatti molte altre malattie: anzitutto il tumore del polmone, che ha un indice di mortalità dell’88% nei 5 anni, poi l’asbestosi (un’infiammazione cronica) e il cancro della laringe e delle ovaie, per i quali esiste un unanime consenso scientifico.

Dobbiamo inoltre considerare i tumori della faringe, dell’esofago, dello stomaco, del fegato, del colon-retto e il colangiocarcinoma epatico. Così, ai circa 500 decessi per mesotelioma si aggiungono circa 1.000 morti per tumore del polmone e oltre 500 per le altre malattie amianto-correlate.

L’Ona è arrivata a questa stima incrociando i dati dei registri con le segnalazioni che l’associazione ha ricevuto tramite la propria piattaforma: solo in Lombardia, nel 2021, si contano oltre 2.000 decessi, più dell’80% riconducibili a esposizione professionale.”

Amianto in Lombardia: la mappa dei siti contaminati

L’Ona, anche grazie alla propria app, dispone di una mappa aggiornata del rischio amianto in Lombardia.

Nella regione sono stati censiti oltre 213.000 siti contaminati, tra strutture private e pubbliche, a fronte di circa un milione di siti sull’intero territorio nazionale.

Nel 2018 erano 210.000: i numeri sono dunque in crescita, segno di un censimento più capillare ma anche della vastità del problema.

L’impegno della Lombardia per le bonifiche

Con la delibera n. 5775 del 21 dicembre 2021, Regione Lombardia ha fissato i criteri per finanziare la rimozione dei manufatti contenenti amianto dagli edifici di proprietà degli enti locali.

Grazie ai fondi stanziati – oltre 13 milioni di euro, interamente utilizzati – Regione Lombardia ad aprile ha finanziato 68 progetti. Con un successivo decreto del 13 maggio ha destinato le risorse ad altri 51 progetti.

Nel complesso, gli enti locali hanno presentato 119 richieste di finanziamento, per circa 13,5 milioni di euro, e Regione Lombardia prevede di approvarle tutte.

La regione si impegna a completare le bonifiche di tutti i siti contaminati entro il 2032. Il percorso resta lungo e presenta diverse criticità. Anche dopo gli interventi sugli edifici pubblici, la questione delle bonifiche nei siti privati continuerà a rappresentare un problema aperto.

I fondi provincia per provincia destinati agli interventi

Alla provincia di Bergamo sono stati concessi fondi per 916.500 euro per 8 interventi.

A Brescia 962.700 euro per 11 interventi; 931.800 euro a Como per 9 interventi.

A Cremona 2,2 milioni di euro per 22 interventi; 1,1 milioni di euro a Lecco per 6 interventi.

A Lodi 759.300 per 9 interventi; 1,2 milioni di euro a Mantova per 12 interventi.

1,9 milioni di euro a Milano per 12 interventi; a Monza e Brianza 609.000 euro per 7 interventi.

1,5 milioni di euro a Pavia per 15 interventi; 58.000 euro a Sondrio per 1 intervento; 940.800 euro a Varese per 7 interventi.

Bolivia, Casarabe: scoperti i resti dell’antica civiltà

Bolivia
bolivia, resti della civiltà

Casarabe: una civiltà misteriosa in Bolivia  

Scoperti antichi insediamenti Casarabe dell’Amazzonia boliviana.

Bolivia, Casarabe. Prima dell’arrivo dei coloni europei, si riteneva che l’America meridionale fosse abitata da società evolute, organizzate, con usanze e culti molto solidi e praticati per millenni. Era stato descritto persino un paesaggio pieno di città e villaggi, ma gli esploratori successivi e i missionari spagnoli nel XVI secolo non erano mai stati in grado di trovare questi siti.

Si erano solo imbattuti in comunità isolate che vivevano lì.

Finalmente, grazie ai ricercatori dell’Istituto Archeologico Germanico di Bonn, si è appreso che l’Amazzonia occidentale non era così scarsamente popolata in epoca preispanica, come si pensava in precedenza.

Gli studiosi, sotto la direzione del dott. Heiko Prümers hanno esaminato sei aree all’interno di una regione di 4.500 chilometri quadrati di Llanos de Mojos, una savana tropicale nell’Amazzonia boliviana.

Qui hanno identificato i resti di undici insediamenti, precedentemente sconosciuti, della cultura Casarabe (insediatisi tra il 500 d.C. e il 1400 d.C. circa).

In particolare sono stati scoperti due grandi nuovi insediamenti preispanici, chiamati Cotoca e Landívar e 24 siti più piccoli (di cui 15 erano precedentemente noti).

I risultati, pubblicati il 25 Maggio sulla prestigiosa rivista Nature, modificano tutte le attuali conoscenze della storia preispanica dell’Amazzonia.

Cosa si sapeva della civiltà Casarabe

Le informazioni sulla misteriosa civiltà Casarabe, si limitavano fino a qualche tempo fa, a sparute evidenze provenienti da pochi siti isolati, poiché la fitta vegetazione rendeva difficile la mappatura delle foreste tropicali. Oggi però qualcosa è cambiato. E il merito si deve alla moderna tecnologia.

Bolivia, un aiuto dalla tecnologia Lidar

Senza i nuovi mezzi tecnologici, gli archeologi avrebbero impiegato 400 anni per giungere agli stessi risultati (lo studio è iniziato nel 2010). 

La tecnica utilizzata dagli addetti ai lavori si chiama Lidar (light Detection and Ranging, cioè telerilevamento tramite luce laser).

In pratica, alcuni elicotteri si sono alzati in volo a 200 metri di altezza sopra la fitta vegetazione dell’Amazzonia

Poi, hanno fatto rimbalzare dal terreno migliaia di impulsi laser a infrarossi ogni secondo.

Risultato? Sotto una fitta vegetazione sono emersi diversi insediamenti sconosciuti. 

I laser hanno scansionato immagini sorprendenti, tra cui: una rete di strade rialzate, bacini idrici e canali incentrati sui due insediamenti Casarabe di Cotoca e Landíva.

La classificazione dei siti Casarabe mostra una civiltà avanzata

I ricercatori hanno identificato terrazze o colline artificiali alte cinque metri e fino a 22 ettari (come 30 campi da calcio), su cui c’erano strutture civico-ceremoniali a forma di U e piramidi coniche alte fino a 21 metri.

I grandi insediamenti erano circondati da strutture poligonali concentriche, collegate a quelli di rango inferiore da strade rialzate, dritte ed elevate, che si estendevano per diversi chilometri. Le grandi infrastrutture di gestione dell’acqua, costituite da canali e bacini idrici, completavano il sistema di insediamento in un paesaggio antropogenicamente modificato.

Gli abitanti avrebbero utilizzato un vasto sistema di drenaggio del fiume, (all’incirca della dimensione degli Stati Uniti continentali) – per circa 10.000 anni. 

Cosa che suggerisce la presenza di società complesse e non solo di piccoli agglomerati di capanne.

«I nostri risultati mettono a tacere le argomentazioni secondo cui l’Amazzonia occidentale era scarsamente popolata in epoca preispanica», sostengono gli autori dello studio.

Perché i siti Casarabe furono abbandonati?

Perché questi insediamenti furono abbandonati dopo 900 anni è ancora un mistero. 

Certo è che:

1) Gli esami al carbonio hanno rivelato che la cultura Casarabe è scomparsa intorno al 1400

2) La presenza di serbatoi negli insediamenti, potrebbe indicare che in questa zona del mondo l’acqua scarseggiava. Forse gli abitanti si sono spostati per questo motivo?

3) Sicuramente la civiltà Casarabe ha coltivato il mais per migliaia di anni, utilizzando pratiche agricole sostenibili. 

Bolivia, una corsa contro il tempo 

Oggi le nuove tecnologie consentono di superare nuove frontiere dell’esplorazione.

Purtroppo però la crisi climatica, la deforestazione e gli incendi stanno danneggiando, non solo gli ecosistemi, ma anche le risorse culturali, anche in Bolivia. Rientrano in questo triste scenario anche gli importanti siti archeologici che devono ancora essere scoperti.

Solo un crescente interesse per l’archeologia amazzonica potrebbe portare alla protezione dei luoghi vulnerabili.

«Purtroppo, il tempo sta finendo» chiosano i ricercatori.

Ona attenta al patrimonio culturale

L’Ona (Osservatorio Nazionale Amianto), attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, da anni lotta a fianco delle vittime di amianto ed ha realizzato anche una App per le segnalazioni.
Pone altresì grande attenzione al patrimonio culturale di ogni angolo del Pianeta e alla tutela dell’ambiente e della salute.

Fonti

DOI: https://doi.org/10.1038/

Riferimenti. Prümers, H., Betancourt, C. J., Iriarte, J., Robinson, M. & Schaich, M. Natura https://doi.org/10.1038/s41586-022-04780-4 (2022). 

Articolo Google Scholar Neves, E. G. & Heckenberger, M. J. Annu. Rev. Anthropol. 48, 371-388 (2019). 

Articolo Google Scholar de Souza, J. G. et al. Comune della natura. 9, 1125 (2018). 

Articolo Google Scholar Carson, J. F. et al. Holocene 25, 1285-1300 (2015). 

Amianto causa-effetto, Bonanni: Pietà verso Caino, giustizia per Abele

tavolo
tavolo con Bonanni

Il nesso di causalità tra l’esposizione all’amianto e le patologie asbesto correlate ancora al centro del dibattito giuridico e scientifico. L’occasione è stata l’interessante e ben riuscito convegno che si è tenuto questa mattina, 30 maggio 2022, al Salone Valente del Tribunale di Milano, moderato dal Prof. Massimo Lucidi.

Il titolo dell’evento organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto e dal suo presidente, all’avvocato Ezio Bonanni, con il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Milano, è: “Rischio amianto: prevenzione del danno e tutela delle vittime”.

Nesso di causalità, Bonanni: “Pietà verso Caino, giustizia per Abele”

Subito l’avvocato Bonanni ha riassunto in una frase quello che è un desiderio, ma anche un obiettivo suo e dell’Ona di “considerare l’importanza della pietà verso Caino, ma anche ottenere giustizia per Abele”. E i lavoratori esposti all’amianto e le famiglie delle vittime, giustizia non l’hanno avuta, se non singolarmente e dopo lunghi ed estenuanti procedimenti giudiziari. Men che meno in sede penale dove dimostrare la responsabilità di certi datori di lavoro e di alcuni comparti delle Forze Armate che hanno utilizzato l’amianto quando già se ne conosceva la pericolosità, senza prevedere neanche misure di protezione e senza informare gli operai o i militari, è davvero difficile. Il fenomeno è ben delineato nel “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. I dati relativi invece al mesotelioma sono consultabili nel VII Rapporto ReNaM dell’Inail.

Panasiti: “Il fine non giustifica i mezzi”

Bonanni ha quindi lasciato la parola alla presidente della nona sezione penale del Tribunale di Milano, Mariolina Panasiti, magistrato specializzato in processi per reati ambientali.

“Se non ci fosse l’Ona – ha premesso – nessuno parlerebbe dei morti per amianto e patologie asbesto correlate: un grosso peso per la comunità e per le coscienze anche se non particolarmente rilevante a livello numerico. Se non ci fosse l’Ona le vittime sarebbero soltanto numeri all’interno di statistiche che nessuno andrebbe a guardare”.

Ha ricordato poi come prima del 1992, anno della messa al bando dell’amianto, c’erano anche normative che obbligavano all’utilizzo dell’asbesto in tantissime strutture, come materiale antincendio. “Dopo 30 anni – ha continuato – il problema si è in parte spostato, perché vero che ci sono siti contaminati, ma ormai la sensibilità è tale per cui la fabbrica come era una volta non esiste più. Ora il problema è ambientale: il nostro patrimonio immobiliare è intriso da amianto, ma su questo la normativa è carente”.

mariolina panasiti - nesso di causalità
La presidente della nona sezione penale del Tribunale di Milano, Mariolina Panasiti. Dietro il Dott. Maurizio Ascione

È poi giunta al nocciolo della questione affrontata oggi: “Gli uffici inquirenti hanno tentato negli ultimi anni delle interpretazioni lodevoli, arrivandovi anticipando la soglia di punibilità, ravvisando nei reati di omicidio colposo individuando l’omissione e interpretandola in senso quasi di reato di pericolo e non come reato di evento, e cercando di lavorare sul nesso di causa difficile da provare se c’è un periodo di latenza di 50 anni. In questo periodo di latenza ci può stare tutto. Soprattutto per quelle di inquinamento ambientale, nelle strutture dove si prestava attività lavorativa, fin quando la scienza non ci dà una lettura specifica. Il nesso di causalità, però, nel diritto penale deve essere necessariamente provato, il fine non può giustificare i mezzi. È un principio fondamentale dello Stato di diritto e della democrazia”.

Nesso di causalità: rispondere alle famiglie che chiedono giustizia

Ha quindi spostato la risposta da dare alle famiglie che chiedono giustizia su una possibile revisione della legge o sull’individuazione di norme più stringenti.  Si può fare molto con le bonifiche, di strutture pubbliche e private. Con la giurisdizione civile, con il fondo per l’amianto, attraverso anche il risarcimento diretto da parte dello Stato.

Nonostante il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Maurizio Ascione, fosse d’accordo con la presidente Panasiti, ha sottolineato nel suo intervento come si tratti di una materia dolorosa. E come “i limiti insuperabili per ragioni giuridiche debbano comunque trovare una soluzione che vada oltre, attraverso una soluzione a tutti i livelli. Paesi come Francia e Germania liquidano le vittime con una certa somma destinata a chi dimostra di aver lavorato in siti contaminati. Qualcosa bisogna fare, i principi del diritto, non possono significare la messa da parte dei diritti di Abele. Questo non toglie neanche il dovere di investigare questioni ambientali, che non riguarda solo gli operatori chiusi per decenni in una fabbrica”.

Nesso di causalità, Bonanni: “Va distinto caso per caso”

L’avvocato Bonanni, se pur sottolineando il rispetto per ogni sentenza ha preso la parola per argomentare quanto sostenuto sul nesso di causalità. “Si è detto che in sede penale ci sarebbe l’impossibilità di raggiungere una certezza. Non sono d’accordo, dobbiamo distinguere da caso a caso. Proprio per raggiungere la prova oltre ogni ragionevole dubbio bisogna indagare al meglio. Anche la Cassazione penale, se pur raramente, ha confermato condanne o annullato l’assoluzione. Va distinto caso per caso. È chiaro che in sede civile rileva il principio del più probabile che non”.

massimo lucidi-nesso di causalità
L’avvocato Ezio Bonanni con il prof. Massimo Lucidi che ha moderato il convegno

De Marinis: “Condotta omissiva è responsabilità”

Lo stesso professor Nicola De Marinis, consigliere presso la Corte di Cassazione, lo ha confermato. “In tema di omicidio colposo tra lavoratori esposti ad amianto con malattie polmonari, pur non potendo dire con certezza quando è nata la malattia, non viene meno la tutela del diritto”. In sede civile in primis, perché “fa agio il comportamento omissivo rispetto alle misure di sicurezza. Se la situazione di pericolo c’è e tu datore non ti sei adoperato a contenerla è quello che conta. Il pregiudizio c’è stato e a quella condotta si può attribuire una responsabilità alla causazione del danno. Questa è la tendenza anche sul versante previdenziale”.

Il prof. Nicola De Marinis

Soffritti: “La copertura scientifica c’è”

A chiarire il quadro arriva, come spesso accade la scienza, quella valida a livello accademico. Gli studi condivisi in tutto il mondo e pubblicati nelle sedi opportune. Ne sono convinti il professor Morando Soffritti e il Dott. Paolo Ricci, ctu per la Procura.

 “Ci sono due coperture scientifiche – ha iniziato il suo intervento Soffritti con una prima stoccata – una basata sui dati e poi un’altra basata sulla diffusione del dubbio. Coloro che si propongono di mettere continuamente in discussione insinuando il dubbio hanno una forza che gli altri non hanno”. Negli anni 70 uno studio dimostrò che tutte le fibre di amianto erano cancerogene. Immediatamente fu contrastato con la teoria che il crisotilo non fosse in realtà dannoso. Soltanto anni più tardi tutti si convinsero del contrario.

Il secondo concetto che viene dibattuto è quello della pericolosità delle le esposizione cumulative e cioè che tutte le esposizioni contano nella formazione della malattia. “Questo – ha continuato il professore – è sotto gli occhi della criticità del secondo plotone”.

“La giustizia deve uscire da questo buco nero”

“Abbiamo studiato, però, gli effetti tossici di esposizione ad amianto. Con i dati alla mano possiamo dire che tutte le fibre producono la stessa incidenza di tumori. E che con dosi più alte il periodo di latenza è più breve, e con dosi più basse la latenza più lunga. Quando si pretende di voler sapere il momento in cui si manifesta il tumore non ci sono strumenti che possano dirlo”.

“Il discorso che avevo preparato era diverso – ha concluso – ma mi premeva dimostrare che la copertura scientifica c’è. La giustizia deve trovare il sistema per uscire da questo buco nero”.

Dello stesso avviso è stato Paolo Ricci, che si è detto “sorpreso del fatto che aleggia l’idea che la comunità scientifica sia divisa, cosa che non è. Vuol dire che i difensori di Caino hanno fatto un ottimo lavoro.

Ribadisco quello che ha detto Soffritti: le affermazioni che hanno valore scientifico non sono affermazioni ‘ex cathedra’, che non hanno fondamento in termine di letteratura scientifica. La teoria multistadio – ha dichiarato poi entrando nel merito – ci dice che il processo neoplastico non è un colpo di pistola. Le cose sono più complesse, il tempo che passa tra il colpo di pistola e la malattia è lungo. Ma ha un suo ordine. La teoria multistadio ci dice che ci troviamo di fronte un processo per cui la cellula, secondo stadi progressivi si modifica fino ad arrivare, dopo tanti anni alla sua malignità.

Ricci: “Paradossale che 4 studi non autorevoli insinuino il dubbio”

La difesa non ha interesse a dirlo, che esiste un ordine biologico che lega l’esposizione e la malattia mentre in realtà questo ordine esiste e questa teoria multistadio è assolutamente un consolidato. Troneggia in uno dei principali testi di chirurgia medica. Chi ha approfondito la cancerogenesi trova il massimo dell’evidenza scientifica e non è possibile che 4 studi che non hanno la stessa autorevolezza possano mettere in crisi qualcosa che è assolutamente pacifico. È veramente paradossale.

È possibile individuare una finestra in cui siamo ragionevolmente sicuri che certe cose siano avvenute. Questa finestra del non prima e non dopo è possibile identificarla e posso sovrapporla al tempo in cui le figure di garanzia avevano una responsabilità oggettiva”.

Minniti e Leone sulla responsabilità amministrativa

I professionisti Gabriele Minniti e Angelo Leone, consiglieri dell’Ordine degli avvocati di Milano si sono soffermati sulla responsabilità amministrativa degli enti e sugli ecoreati. Anche qui Minniti ha spiegato come in ambito scientifico si dibatta sull’inizio della patologia concludendo che “per il passato l’unica risposta che può dare lo Stato è quella di risarcire le vittime di amianto. Per il presente e per il futuro per evitare altri disastri è invece necessario prevenire. Le norme ci sono già, ci dicono già chiaramente come deve operare il datore di lavoro per garantire la sicurezza.

Aspetto che va migliorato – ha continuato – è proprio quello della responsabilità amministrativa degli Enti. Se si coinvolge l’Ente e lo si responsabilizza per organizzarsi a rispettare tutte le normative sulla sicurezza allora credo che si potranno ad ottenere risultati migliori ed evitare disastri.

Pretendere che il datore di lavoro bonifichi, anche grazie a sgravi fiscali, contributi, ma se non lo fa allora a quel punto si può agire penalmente”. Ha quindi parlato del “modello gestione e controllo” da rendere obbligatorio per legge. Per poter beneficiare di finanziamenti pubblici e privati.

L’avvocato Leone si è soffermato sugli ecoreati che rientrano ora nel codice penale e sull’importanza della tutela dell’ambiente, diventato principio costituzionale che supera anche la questione economica.

nesso di causalità

Fondamentali sono stati anche gli interventi del Dott. Roberto Pellegrini, che ha spiegato cosa significhi oggi “Comunicare la sostenibilità” nei nostri giorni e dell’avvocato Giuseppe Colucci che ha partecipato attivamente all’organizzazione dell’evento. Il suo intervento è stato mirato al “nesso di causalità e la responsabilità civile in materia di danni da amianto”.

L’Ona da anni si batte per le vittime amianto e per la prevenzione realizzando anche una App per le segnalazioni. Offre poi una fondamentale consulenza gratuita. Questo convegno si aggiunge a tanti altri organizzati nel tempo che hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione sulla strage silenziosa.

L’evento ha avuto come partner “Labor Network” e “The Map Report”.

Amianto, prevenzione e tutela delle vittime, convegno a Milano

ordine avvocati
ordine avvocati

L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO, IN COLLABORAZIONE CON L’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI MILANO E LABOR NETWORK, HA ORGANIZZATO UN CONVEGNO ED EVENTO FORMATIVO DAL TITOLO “RISCHIO AMIANTO: PREVENZIONE DEL DANNO E TUTELA DELLE VITTIME” 

L’Amianto, si legge nel “Libro Bianco delle morti di Amianto in Italia”, edizione 2022, “è quel killer silenzioso che continua ad uccidere in Italia, in Europa e nei cinque continenti” e “a 30 anni dalla legge 257 del 1992”, che lo ha messo al bando, “siamo ancora in piena emergenza”.

Il convegno si terrà dalle 9.30 al Salone Valente del Tribunale di Milano.

I lavori si apriranno con i saluti della presidente della nona sezione penale, Mariolina Panasiti, magistrato specializzato in processi per reati ambientali, anche legati all’esposizione all’amianto.

Quindi l’avv. Ezio Bonanni presenterà i dati epidemiologici sull’”Amianto in Lombardia” e fornirà i dati relativi alle bonifiche nella regione.

L’evento formativo sulla prevenzione a Milano

In funzione dell’obbligo di legge, articolo 11 della Nuova disciplina dell’ordinamento professionale forense (Legge 247/2012) e nel regolamento CNF attuativo della riforma (n. 6/2014), oltre che nel Nuovo Codice deontologico forense, il seminario ha valore formativo. Ai partecipanti saranno assegnati tre punti per l’accreditamento alla Formazione Continua.

Saranno presenti, tra gli altri, l’avvocato Giuseppe Colucci, presidente di Labor Network, Gabriele Minniti e Angelo Leone, avvocati del Foro di Milano e consiglieri dell’Ordine e Paolo Ricci, epidemiologo.

Quindi Nicola De Marinis, consigliere della Corte Suprema di Cassazione e il pm Maurizio Ascione. Quest’ultimo ha condotto le indagini in materia di reati per esposizione all’amianto.

Clicca qui per visionare la brochure