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Princess Mononoke: il conflitto tra uomo e natura in un film

Princess Mononoke
Princess Mononoke, lupo

Era il 1997 e Studio Ghibli presenta Princess Mononoke, un film che nonostante i tempi, già metteva in risalto la crisi ambientale e il conflitto tra uomo e natura.

La pellicola rappresenta uno dei trionfi dell’animazione giapponese, pur essendo stata accolta con gran clamore anche dal pubblico occidentale. Difatti, è grazie a questo film che l’occidente si è finalmente reso conto del grande talento di Hayao Miyazaki (tra i fondatori di Studio Ghibli).

Hayao Miyazaki
Hayao Miyazaki alla consegna dell’Oscar per il film: La città incantata.

Dopo tutto, parliamo di Studio Ghibli, quello che potremmo definire quasi la nemesi della nostra amata Disney.

Ogni film prodotto da Ghibli racchiude in sé un importante insegnamento e nel caso della Principessa Mononoke, il significato si rileva ancora più incredibile e attuale.

Miyazaki in questo film ha concretizzato tutta la sua sfiducia nel genere umano, mostrando il lato egoistico dell’uomo, costretto per il profitto ad un comportamento che danneggia in molti casi anche sé stesso.

Di cosa parla Princess Mononoke?

La storia è ambientata in un Giappone che sa di magia, del tardo periodo Muromachi. Nel dettaglio, si racconta in maniera fiabesca della natura che si difende contro l’attività antropica dell’uomo.

In Giappone, così come nel resto del mondo, l’uomo ha iniziato a sfruttare troppo il territorio, attraverso la deforestazione e l’urbanizzazione degli spazi verdi.

Questo atteggiamento così aggressivo nei confronti del pianeta ha dato inizio ad una crisi che vede cemento laddove c’erano foreste ed alberi da proteggere.

Concetto perfettamente riportato nella pellicola, in cui la resistenza della natura viene rappresentata da alcuni guardiani mistici, pronti a combattere contro l’uomo per difendere l’ambiente.

Una storia ricca di passione

Il protagonista di questo racconto è il principe Ashitaka del popolo Emishi. Valoroso condottiero che durante uno scontro con un demone viene gravemente ferito e maledetto.

Parte alla ricerca di un antidoto capace di porre fine alla maledizione, ma secondo alcune leggende, l’unico in grado di salvare il giovane principe è il Dio Bestia.

Il giovane Ashitaka arriva così nelle terre di origine del Dio Bestia, laddove è in corso una guerra tra Lady Eboshi, capo della Città del Ferro e una ragazza misteriosa di nome San, pronta a dare la vita per difendere i boschi.

In sanguinoso conflitto ha avuto inizio a causa della sete di potere di Lady Eboshi. Quest’ultima, ha cercato in tutti i modi di estendere il proprio impero oltre i propri confini.

Naturalmente, l’impero di Lady Eboshi rappresenta l’uomo, che a causa della sua sete di profitto è pronto anche a distruggere il pianeta che lo ospita.

San e Ashitaka
San (La Principessa Mononoke) e il Principe Ashitaka.

Il principe Ashitaka si imbatte in Mononoke, ovvero la giovane San che si batte per difendere i boschi e se ne innamora follemente. I due allora iniziano a combattere uno al fianco dell’altro rischiando entrambi la propria vita.

Miyazaki: un visionario anche per l’occidente

A distanza di 25 anni, il capolavoro di Miyazaki continua a sorprendere tutti proprio perché anticipa temi a cui la società moderna è molto sensibile in tempi più recenti.

L’idea iniziale del progetto Mononoke ha origine negli anni 70. Periodo in cui Studio Ghibli riuscì ad arrivare sul grande schermo con altre opere, allontanando così, Miyazaki dalla realizzazione del progetto.

Inoltre, qualche anno più tardi Disney lanciò “La Bella e La Bestia”, rimarcando il concetto di amore tra una giovane principessa e il mondo animale.

San è infatti cresciuta tra i lupi, i quali le hanno sempre mostrato amore e protezione. Nasce da qui il sottile parallelismo che ha fatto riflettere Miyazaki sulla posticipazione dell’uscita del film.

Principessa Mononoke
La principessa Mononoke con la dea Lupa, sua madre adottiva.

Temi come l’industrializzazione, l’avvento della tecnologia, deforestazione, inquinamento e cambiamento climatico, prendono forma nella trama di un film relativa addirittura agli anni 70.

Per questo motivo il regista è ritenuto un precursore anche per il cinema occidentale. All’epoca era molto difficile trovare pellicole che rappresentassero tematiche di questo tipo.

L’obiettivo di Miyazaki non era solo quello di portare nel cuore di tutti i problemi relativi al rapporto tra uomo e natura. Anzi, il regista ha voluto sottolineare i sentimenti che nascono e uniscono gli uomini in un’unica battaglia.

Con questo film non pensiamo di risolvere problemi globali. Non ci può essere un lieto fine dello scontro tra gli dei della foresta e gli uomini. Ma anche nel bel mezzo di odio e carneficine resta un po’ di quell’amore per cui vale la pena di vivere. 

Hayao Miyazaki

Proprio quello che si deduce dalle parole di Miyazaki stesso.

 

Giornata mondiale del donatore di sangue: gesto di solidarietà

sangue
donatore di sangue che tiene in mano la pallina di gomma

Donare il sangue è un gesto di solidarietà importantissimo, soprattutto in estate. Oggi 14 giugno è la Giornata mondiale del donatore di sangue. Istituita nel 2005 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è un momento di riflessione, ma anche un invito a recarsi nei punti Avis.

La Giornata nasce per sensibilizzare sull’importanza che i donatori di sangue, volontari, periodici, non retribuiti, rivestono per coloro che necessitano di trasfusioni sicure. 

Lo slogan di quest’anno è “Donating blood is an act of solidarity. Join the effort and save lives” per richiamare l’attenzione sul ruolo che le donazioni volontarie di sangue svolgono nel salvare vite umane e per rafforzare la solidarietà all’interno delle comunità.

Campagna di comunicazione del Centro nazionale sangue

Anche il Centro nazionale sangue ha promosso per l’occasione una campagna di comunicazione: “La generosità ce l’hai nel sangue. Dona anche tu”. Il messaggio è stato diffuso su Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn.

Come spiegano gli organizzatori la scelta è stata quella di “enfatizzare il valore della generosità disinteressata che accende la cultura del dono, presupposto che spinge a donare la prima volta e che, spesso, porta a essere donatori abituali lungo l’intero arco della propria vita”.

“Il sistema trasfusionale nazionale – si legge sul sito del Ministero della Salute – si fonda sul principio della donazione volontaria, anonima e non remunerata, che garantisce le cure per circa 1.800 persone al giorno. Per mantenere questi risultati è fondamentale assicurare il ricambio generazionale dei donatori coinvolgendo soprattutto la fascia di età compresa tra i 18 e i 45 anni.

La raccolta sconta l’effetto Covid

Se la raccolta sangue è sempre stata in emergenza, soprattutto nella stagione più calda, ora è ancora più importante andare a donare, perché sconta ancora l’effetto Covid. Se il trend non cambierà si prospettano gravi carenze.

Secondo le elaborazioni del CNS nell’anno passato i donatori di sangue e plasma in Italia sono stati 1.653.268. È un dato che grazie alla generosità dei donatori è in ripresa rispetto all’anno precedente, ma è ancora inferiore rispetto al periodo pre-Covid (-1,8% in confronto al 2019).

In più è stato evidenziato il progressivo invecchiamento della popolazione dei donatori, a cui non fa da contraltare un adeguato ricambio generazionale.

Chi può donare

Possono donare il sangue tutti i cittadini che dispongano di un documento di identità valido.

I requisiti fisici richiesti sono in primis un’età compresa tra i 18 e i 65 anni. Per la prima donazione 60 anni, i donatori periodici possono donare fino a 70, previo consenso del medico). In più un peso corporeo minimo di 50 chilogrammi e un buono stato di salute.

Tartaruga gigante trovata alle Galapagos: non si è estinta

tartaruga gigante
tartaruga gigante

Trovata nelle Galápagos un esemplare, si credeva estinta

Tartaruga gigante. Nell’isola vulcanica di Fernandina (Galápagos) la più grande isola incontaminata della Terra, è stata trovata una femmina di “fantastica tartaruga gigante”, Chelonoidis Phantasticus.

La natura “fantastica” si riferisce alla straordinaria forma dei gusci dei maschi, che hanno un’estrema svasatura lungo il bordo esterno e una sorta di sella nella parte anteriore. 

La tartaruga, che si pensava estinta da oltre un secolo, è stata battezzata con il nome di “Fernanda”.

Gli scienziati stimano che Fernanda abbia più di cinquant’anni, ma è piccola, forse perché la vegetazione limitata ha rallentato la sua crescita. «È una vera sopravvissuta. Ha superato eruzioni vulcaniche e un habitat ristretto per via dei flussi di lava», affermano gli studiosi.

In precedenza, solo un’altra tartaruga (un esemplare maschio), era stata trovata lì nel 1906.

A individuarla fu Rollo Howard Beck, ornitologo americano, collezionista di uccelli ed esploratore.

Dopo la sua scoperta, la tartaruga fernandina fece “impazzire” i biologi. L’isola a tutt’oggi è rimasta in gran parte inesplorata, a causa degli estesi campi di lava che bloccano l’accesso all’interno, dunque era davvero difficile imbattersi nella “fantastica”. 

Nel 1964, furono avvistati diciotto esemplari di questa tartaruga, sulle pendici occidentali dell’isola. Successivamente, fu ripresa dalle immagini video di un aereo durante i primi anni 2000 e nel 2014. Poi nessun notizia.

Il mistero della tartaruga Fernanda

Ma veniamo alla nostra storia.

Nel 2019, il genetista Stephen Gaughran del Dipartimento di Ecologia e Biologia evolutiva dell’Università di Princeton (New Jersey), ha estratto con successo il DNA dell’esemplare maschile (conservato al Museo del California Academy of Sciences di San Francisco), trovato nella stessa isola nel 1906. Ha poi confrontato i suoi genomi con quelli delle altre tredici specie di tartarughe giganti delle Galápagos.

«Come molti altri studiosi, il mio sospetto iniziale era che questa tartaruga non fosse nativa dell’isola Fernandina», esordisce Gaughran.

In effetti, molti ricercatori dubitavano che si trattasse di una tartaruga fantastica nativa e si convinsero che si trattasse di una specie sconosciuta. Le mancavano infatti alcune evidenti caratteristiche fisiche tipiche.

Alcune delle tartarughe delle Galapagos hanno un guscio superiore a cupola, chiamato carapace. Altre specie, come il campione maschile, hanno un carapace a sella, in cui la parte anteriore del guscio superiore si trova sopra la testa e gli archi del collo. 

«Abbiamo visto – onestamente, con mia sorpresa – che Fernanda era molto simile a quella trovata sull’isola più di 100 anni fa. Entrambe erano molto diverse da tutte le tartarughe delle altre isole».

Oggi lo studio conferma che Fernanda e l’esemplare del museo sono membri della stessa specie e geneticamente distinti da tutte le altre tartarughe delle Galápagos.

Secondo i ricercatori, tali differenze si devono alla sua naturale evoluzione.

Dove si trova adesso la tartaruga gigante?

Al momento, Fernanda vive nel Centro di allevamento di tartarughe giganti del Galápagos National Park Tortoise Center, a Santa Cruz. 

Qui, gli esperti stanno cercando di capire come preservare sua specie.

Il parco, che funge da struttura di salvataggio delle specie protette e allevamento, potrebbe iniziare un programma di allevamento in cattività.

Come sono finite alle Galápagos è ancora un mistero

Le tartarughe di mare sono una superfamiglia di testuggini adattate alla vita marina. Sono tra i più antichi tetrapodi della Terra.

Secondo una versione, due o tre milioni di anni fa, una tempesta trasportò diverse tartarughe giganti (non nuotano, si lasciano solo trasportare dalle correnti) dalla terraferma sudamericana verso ovest, direzione Galápagos.

Qui divennero un’ottima fonte di cibo, non solo per gli abitanti locali, ma anche per pirati e balenieri. 

Un’altra versione sostiene che i marinai conservassero degli esemplari vivi nelle loro stive, quale fonte fresca di cibo, da massacrare durante il viaggio.

Alcune di esse, cadendo dalle imbarcazioni, avrebbero raggiunto la terraferma e si sarebbero riprodotte.

Tartaruga gigante delle Galápagos: animale a rischio estinzione 

Le tartarughe delle Galápagos sono diminuite dell’85% al 90% dall’inizio del 1800.

Le quattordici specie sono presenti nella Lista Rossa IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura), come vulnerabili, in pericolo, in pericolo critico o estinti.

Cosa ci dice la scoperta

1) Il lavoro genetico fornisce indizi intriganti sulla combinazione di geni con i membri di un’altra popolazione;

2) Un’altra scoperta stimolante è che i parenti più stretti non si trovano sull’isola molto grande più vicina, ma su un’altra molto lontana;

3) La scoperta evidenzia inoltre che alcune specie rare possono vivere in luoghi isolati per molto tempo.

Queste informazioni sono importanti per gli studi sulla conservazione delle specie a rischio. Sprona infatti i biologi a cercare gli ultimi individui di una popolazione, evitando di riportarli sull’orlo dell’estinzione. 

Conclusioni

«La nostra speranza è che ci siano ancora un paio di altre tartarughe là fuori sull’isola. Ma molto probabilmente non ci sono altri esemplari» dice Gaughran

Se gli scienziati riuscissero a individuare anche un solo maschio della sua specie, le tartarughe dell’Isola Fernandina potrebbero essere in grado di riprodursi. 

Del resto, Fernanda ha sì più di 50 anni, ma potrebbe vivere fino a 200. Una ragazzina insomma!

I ricercatori hanno ancora un po’ di tempo per trovarle un compagno adatto.

Fonti

La tartaruga gigante delle Galápagos Chelonoidis phantasticus non è estinta“, di Evelyn L. Jensen*, Stephen J. Gaughran*, Nicole A. Fusco, Nikos Poulakakis, Washington Tapia, Christian Sevilla, Jeffreys Málaga, Carol Mariani, James P. Gibbs e Adalgisa Caccone, appaiono nel numero del 9 giugno di Communications Biology, una rivista della famiglia Nature. Al

Materiali forniti dall’Università di Princeton. Originale scritto da Liz Fuller-Wright. Nota: il contenuto può essere modificato per stile e lunghezza.

Evelyn L. Jensen, Stephen J. Gaughran, Nicole A. Fusco, Nikos Poulakakis, Washington Tapia, Christian Sevilla, Jeffreys Málaga, Carol Mariani, James P. Gibbs, Adalgisa Caccone. La tartaruga gigante delle Galapagos Chelonoidis phantasticus non è estinta. Biologia delle comunicazioni, 2022; 5 (1) DOI: 10.1038/s42003-022-03483-w

Verme mangia plastica, lo studio dell’Università di Queensland

verme
vermi mangia plastica

Un verme che mangia la plastica. Una scoperta che potrebbe essere determinante per preservare l’ambiente dall’inquinamento di un materiale di cui in questi ultimi decenni abbiamo abusato. Tanto da aver ricoperto intere aree. Per non parlare di tutta la plastica che finisce nei mari, crea danni enormi agli animali e che ritroviamo nei nostri piatti.

Le larve dello Zophobas morio, così si chiama l’animaletto non certo carino, possono nutrirsi e digerire il polistirene. Un materiale che per distruggersi impiega anni e che invece, il vermetto, mangia in pochi giorni e riesce anche a trovarne nutrimento.

La ricerca della School of Chemistry and Molecular Biosciences

Da qui è partita la ricerca degli scienziati della School of Chemistry and Molecular Biosciences dell’università di Queensland, in Australia. Le piccole larve si nutrono di diversi alimenti, dal frumento ai cereali.

Nell’esperimento gli studiosi hanno diviso i vermi in 3 gruppi. Al primo hanno dato frumento, al secondo il polistirolo e al terzo nulla da mangiare. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Microbial Genomics. Il verme a contatto con il polistirolo è cresciuto addirittura di più rispetto agli altri. Riesce, infatti, a prendere energia dal polistirene, grazie ai microbi che si trovano al loro interno.

Gli studiosi hanno scoperto che questi piccoli animaletti hanno degli enzimi che sono in grado di “degradare il polistirene e lo stirene”.

Verme mangia plastica, come utilizzare la scoperta?

La scoperta è eccezionale e partiranno ora nuovi studi per capire come poterla sfruttare. Impossibile infatti pensare di dare tutta la plastica in pasto a milioni di larve. È necessario, invece, capire qual è il processo di degradazione del polistirolo. Isolare le sostanze che permettono la veloce decomposizione e utilizzare il sistema per liberarci di un problema che mette a serio rischio la salute del Pianeta.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, lavorano da tempo per la tutela dell’ambiente. Prima spingendo per le bonifiche dell’amianto, in forte ritardo, nonostante il minerale cancerogeno sia stato messo al bando ben 30 anni fa.

La missione dell’Ona si è negli anni ampliata alla lotta contro altri cancerogeni e per la sicurezza non soltanto dei lavoratori, ma di tutti i cittadini.

Referendum, tra il lusco e il brusco della terza Repubblica

referendum
dipinto di uomini che bruciano libri

Referendum, tra il lusco e il brusco della terza Repubblica: l’editoriale di Ruggero Alcanterini

Abuso referendario

Ebbene sì, adesso forse ci siamo. Questa consultazione, tra referendum e comunali, con la gran parte degli elettori al mare a mostrar le parti chiare, ha dato risposte che suonano come grancassa. Intanto, è giunta la parola fine per l’abuso referendario. Così come per la pretesa che lo si legittimi con la formula del cinquanta per cento più uno degli elettori nazionali aventi diritto al voto. E non dei votanti.

La lievitazione della ragione sulle improvvisazioni

Poi, la lievitazione della ragione a dispetto delle improvvisazioni, degli slogan da stadio e dei giochi di prestigio. Comunque sopravvissuti al naufragio del governo gialloverde nel 2019. Adesso è chiaro che con le prossime elezioni politiche nulla sarà come prima.

La politica dopo il referendum

Molti dei parlamentari torneranno a vita comune, qualche partito verrà consegnato in via definitiva alla storia e qualche fenomeno da piazza inscatolato. Reddito di cittadinanza, navigatori e uffici di collocamento dovranno confrontarsi con emergenze reali e soluzioni concrete. Ai pensionati e gli anziani toccherà al solito una stretta di mano e agli sportivi magari la fascia da Sindaco.

Referendum, quale governo futuro?

E il Governo futuro che verrà? A quello toccherà gestire le voragini lasciate dai bonus e l’inerzia del sistema impantanato nella mostruosa burocrazia, in cui è avviluppato. Comuni, Regioni e Ministeri, Enti delegati sono infarciti di regole e personaggi antitetici con qualsiasi ipotesi di cambiamento di passo. Salvo la loro eradicazione.

Chi avrà la forza e soprattutto la vocazione e il coraggio per una tale impresa epocale? Ecco, in questa fase, in questa breve pausa di riflessione, tra inflazione, guerra e post covid, bisognerebbe procedere con assoluta determinazione alla sostituzione di interpreti, orchestrali e spartito per un’opera prima che potrebbe essere anche ultima.