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Sextortion e violenze, allarme per abusi anche a scuola

bambina con mani sul viso, sextortion
bambina con mani sul viso, sextortion

Ci sono “sextortion” e violenze sessuali tra i reati più diffusi nella categoria degli abusi sui minorenni. E’ quanto riporta il Servizio analisi criminale coordinato dalla Direzione centrale della polizia criminale, che però rileva anche un dato allarmante. Tra i luoghi in cui queste violenze vengono perpetrate, c’è anche la scuola.

Tra i reati che vedono vittime i minori – riporta l’Ansa – il maggiore aumento nel 2022 riguarda l’abuso dei mezzi di correzione, la violenza sessuale e la violenza sessuale aggravata perché commessa presso istituti di istruzione. Per quest’ultimo l’incremento è del 54% (con un aumento del 58% delle vittime)“.

Il genere femminile è quello maggiormente rappresentato per numero di vittime, in particolare al di sotto dei 14 anni. I carnefici invece sono perlopiù uomini tra i 35 e i 64 anni di età (62%).

Sextortion, raddoppia il numero delle vittime

Il rapporto indica anche che il numero delle vittime minorenni di sextortion è raddoppiato. Questo reato consiste in un ricatto a sfondo sessuale finalizzato ad estorcere denaro alla vittima. La parola deriva dall’unione delle parole inglesi “sex” (sesso) ed “extortion” (estorsione), proprio per indicare il collegamento.

Gli autori di queste truffe – è spiegato sul sito del Ministero della Giustizia – iniziano a chattare con numerosi utenti in siti specializzati per gli incontri on-line. Una volta che hanno costruito una buona relazione e hanno acquisito informazioni, invitano le vittime a coinvolgersi in attività sessuali online; e queste vengono a loro insaputa videoregistrate. Successivamente i truffatori minacciano le vittime, nell’ipotesi che non versino una certa quantità di denaro, di diffondere i video compromettenti a tutti i loro contatti online. In altri casi i ragazzi possono essere costretti a fare sexting dal proprio partner per mantenere viva la loro relazione; o possono essere ricattati e costretti a condividere foto di loro in pose ammiccanti. O addirittura in scatti di nudo perché minacciati da coetanei“.

Si distingue quindi dal reato di revenge porn. Quest’ultimo è invece una vendetta a sfondo sessuale, che consiste nella diffusione di immagini hard della vittima senza il suo consenso.

Nel 2021 i casi trattati erano stati 101: 77 nella fascia 14-17 anni e 23 in quella 10-13. Il 2022 ha fatto registrare il +94% rispetto all’anno precedente di sextortion. Secondo quanto spiegato nel documento della Direzione centrale della polizia criminale, “la sextortion impatta su vittime minorenni, con effetti lesivi potenziati. La vergogna che i ragazzi provano impedisce loro di chiedere aiuto ai genitori o ai coetanei“.

Abusi sui minori: numeri in calo

A parte violenza sessuale e abuso di mezzi di correzione o di disciplina, il dato dei primi sei mesi del 2022 è incoraggiante. I reati a danno di minori, infatti, scendono in generale del 10%. Da 19.431 si passa a 17.475 casi.

Resta invece preoccupante il trend della violenza sessuale, che ha un picco del +19%. Passa infatti da 1.838 casi del periodo gennaio-giugno 2021 a 2.196 dello stesso periodo del 2022. L’abuso di mezzi di correzione registra invece un +3%.

Test smart per il Covid, screening e prevenzione

mano aperta con guanto, stop covid-19, test smart
mano aperta con guanto, stop covid-19, test smart

Arriva un nuovo test smart per contare il numero degli anticorpi nel sangue contro il Covid. Si tratta di un test rapido e molto facile da effettuare. Non richiede infatti specifiche di laboratorio per essere letto. Si ritiene inoltre che possa essere utile per pianificare strategie di vaccinazione personalizzate e per sviluppare, in futuro, molecole che possano fare da barriera ed inibire completamente l’infezione virale.

Il test è nato dal lavoro dell’Istituto di Biochimica e Biologia Cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (Cnr-Ibbc) e dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (Inmi) Lazzaro Spallanzani, con il contributo anche dell’azienda Takis Biotech di Roma. I ricercatori sono stati guidati da Luciana D’Apice e Maria Trovato di Cnr-Ibbc e da Giulia Gramigna dell’Inmi. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Frontiers in Immunology.

Il test può essere usato sia su persone vaccinate che con pregressa infezione da Sars-CoV-2. Ed è importante come indice predittivo, per capire come sarà la risposta immunitaria della persona quando entrerà a contatto con il virus. L’utilità del test sarà anche nell’uso come screening su larga scala.

Test smart Covid, come funziona?

Per andare alla conta degli anti-Sars-CoV-2 nel sangue, oggi si ricorre a test sierologici che necessitano di un alto livello di biosicurezza per essere analizzati. A spiegarlo è Piergiuseppe De Berardinis, primo ricercatore del Cnr-Ibbc e autore della ricerca. “Di norma, la presenza di questi anticorpi nel siero è determinata attraverso il test di microneutralizzazione; in quest’ultimo è utilizzato il virus vivo con capacità infettante. Per questo motivo, il test può essere effettuato soltanto in laboratori ad alto indice di sicurezza, identificati come BSL3“.

Con il nuovo test, invece, si possono usare livelli di biosicurezza meno elevati. Spiega ancora De Berardinis: “Abbiamo messo a punto un test basato su pseudovirus, difettivi nella replicazione. Le loro sequenze possono essere modificate inglobando le mutazioni virali. Ciò consente una più rapida verifica dell’attività neutralizzante degli anticorpi nei confronti delle varianti del virus, che destano particolare preoccupazione nella popolazione per il loro grado di infettività.

Anche i test sierologici effettuati con il metodo ELISA, nei quali si riveste di antigeni virali una superficie plastica per rilevare l’eventuale presenza di anticorpi – ha precisato il ricercatore – possono essere svolti in ambienti di quest’ultimo tipo. E sono molto utili per la diagnosi, ma non riescono a stabilire se la risposta anticorpale rinvenuta sia effettivamente neutralizzante“.

Popolazione mondiale a 8 miliardi, ma la Cop27 non decolla

popolazione mondiale
mosaico di volti differenti della popolazione mondiale IA

Siamo ormai in 8 miliardi ad abitare la Terra. Questo il numero di individui di cui oggi è composta la popolazione mondiale. La stima ufficiale è delle Nazioni Unite. “Un’importante pietra miliare nello sviluppo umano“, dicono dall’Onu, che deve però farci anche pensare alla “nostra responsabilità condivisa di prenderci cura del nostro pianeta”.

Il riferimento è chiaramente alla Cop 27, la 27esima Conferenza delle parti di UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), in corso in questi giorni in Egitto. Purtroppo le prospettive non sono buone e, anche questa volta, la Cop potrebbe tradursi in un nulla di fatto. Il cambiamento climatico, invece, continua a provocare sempre più disastri rendendo le decisioni di un cambio di rotta sempre più necessarie per tutelare l’ambiente che ci circonda.

Popolazione mondiale: “crescita senza precedenti”

Considerando anche “questa crescita senza precedenti“: nel 1950, infatti, soltanto 72 anni fa, si contavano 2,5 miliardi di abitanti. L’aumento della popolazione è secondo l’Onu “un graduale aumento della durata della vita grazie ai progressi della sanità pubblica, dell’alimentazione, dell’igiene e della medicina“. Abbiamo, però, soltanto una Terra e la stiamo depauperando.

A rischio anche l’obiettivo di non superare 1,5°C

Eppure i capi di Stato e di governo riuniti non sarebbero d’accordo ancora su nulla e in questi giorni si starebbe mettendo in forse anche uno dei capisaldi della lotta al cambiamento climatico. Parliamo dell’obiettivo di non superare l’aumento della temperatura a 1,5°C sopra i livelli preindustriali.

L’attenzione è puntata in questi primi giorni della seconda settimana della Cop 27 sul dialogo riaperto tra Joe Biden e Xi Jinping al G20. La Cina non è presente ai negoziati e questo è un ulteriore freno.

Nessuno dei Paesi ha messo in atto azioni sufficienti

Su un centinaio di Paesi analizzati con il Climate Change Performance Index, come scrive Il Fatto Quotidiano, è emerso in tutta la sua gravità che nessuno ha raggiunto gli obiettivi per restare al di sotto della soglia di 1,5°C.

Gli Stati più virtuosi sono stati Danimarca e Svezia. Poi Cile, Marocco e India che hanno puntato sull’ambiente nonostante la loro situazione economica. I meno attenti, invece, sono Iran, Arabia Saudita e Kazakistan che puntano ancora parte della loro economica sui combustibili fossili. La Cina, che è il primo Paese per emissioni, scende al 51esimo posto (13 posizioni più in basso dello scorso anno).

Subito dopo la Cina ci sono gli Stati Uniti, secondo emettitore di emissioni in atmosfera, che però guadagna tre posizioni grazie alla nuova politica di Biden.

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una legge che obbligherà le aziende a monitorare le emissioni di metano, riparare le perdite in tempi rapidi e limitare flaring e venting di gas fossile. Il primo vocabolo significa bruciare il gas naturale in eccesso, estratto insieme al petrolio, senza recupero energetico. Il venting, invece, vuole dire il rilascio in atmosfera volontario e controllato. Queste regole dovrebbero ridurre le emissioni Usa di metano dell’87% rispetto ai livelli del 2005.

Popolazione mondiale, la posizione dell’Italia

L’Italia, che a livello di nuovi nati è davvero in difficoltà, si trova a metà classifica del Climate Change Performance Index (sale dal 30° al 29° posto). La frena, secondo Legambiente, “il rallentamento nello sviluppo delle rinnovabili (che vede l’Italia 33esima nella classifica specifica) e una politica climatica nazionale ancora inadeguata. L’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec), infatti, consente un taglio delle emissioni di appena il 37% rispetto al 1990 entro il 2030”.

Popolazione mondiale, l’importanza dell’economia circolare

Alle indecisioni su quale strada intraprendere nel corso della Cop 27 va aggiunto il fatto che poco si parla ancora di economia circolare. Secondo la Ellen MacArthur Foundation soltanto il 55% delle emissioni deriva dai sistemi di approvvigionamento energetico, dal consumo di energia negli edifici e dai trasporti.

Il resto coinvolge la produzione di automobili, vestiti, cibo e altri prodotti che utilizziamo ogni giorno, dunque dall’industria, dall’agricoltura e dall’uso del suolo. È necessario quindi cambiare il nostro modo in cui progettiamo, produciamo e utilizziamo prodotti e materiali. Per far sì che la popolazione mondiale possa continuare a crescere in modo, però, sostenibile.

L’Osservatorio nazionale amianto ha da tempo contempato nella sua missione non solo la lotta all’asbesto, ma anche tutela dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature. Il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, è convinto che salute e ambiente sia un binomio indivisibile e che le azioni in questi settori devono essere coordinate a livello internazionale. Le azioni intraprese dai vari Paesi del mondo, però, troppo spesso non corrispondono alle promesse fatte.

Tatuaggi protettivi sulla schiena di due mummie egizie

tatuaggi egitto, occhio di horus
tatuaggi egitto, occhio di horus

Tatuaggi sulla schiena di alcune mummie attestano che la moda di decorare il corpo è antichissima.

Tatuaggi dell’antichità

La moda dei tatuaggi è molto più antica di quanto si pensi. Ad attestarlo, il ritrovamento di alcune mummie egizie vissute oltre tremila anni fa.

La mummie in questione provengono dal sito di Deir el-Medina, antica città sulle rive occidentali del Nilo, di fronte al sito di Luxor.

Il sito, noto come Set-Ma’atLuogo della Verità”, fu scavato da un team francese nel 1922, nello stesso momento in cui si trovò la tomba del re Tutankamon. Attiva negli anni dal 1550 al 1070 a.C. Deir el-Medina ospitava gli uomini (e le loro famiglie) che stavano costruendo tombe per la regalità egiziana.

Nel sito, definito “una grande discarica” sono emerse tutta una serie di documenti, tra cui buste paga, ricevute e lettere sul papiro, che hanno aiutato gli archeologi a capire meglio la vita della gente comune. Tuttavia, la curiosità dei ricercatori si è focalizzata sulla scoperta di almeno sei donne tatuate. Cosa abbastanza sorprendente perché nessun documento menzionava la pratica del tatuaggio.

Due mummie tatuate suscitano curiosità

Ma torniamo alle mummie. Una di esse è venuta alla luce nel 1891, ma solo di recente gli esperti hanno notato un misterioso scolorimento nero su alcune parti della sua pelle.

Sopra i suoi glutei è tatuata una banda di diamanti, un motivo raffigurato spesso sui soffitti delle tombe dell’epoca.

Nella sua un’anca è invece presente un tatuaggio del dio egiziano Bes (protettore delle donne incinte) e una ciotola, un’immagine legata alla purificazione rituale durante le settimane dopo il parto.

La seconda mummia analizzata dai ricercatori, una donna di mezza età, è stata trovata nel 2019, ma il suo tatuaggio, posizionato anche in questo caso sulla parte bassa della schiena, è diventato visibile solo usando la fotografia a infrarossi.

Il disegno tatuato rappresenta l‘Occhio di Horus (simbolo di protezione, prosperità, potere regale e della buona salute) e Bes, con addosso una corona fatta di piume. Sulla pelle della mummia sono incisi inoltre un motivo d’acqua simmetrico, a zigzag e una linea di piante. Probabilmente un riferimento alle fertili rive del Nilo, alle sue paludi, luoghi in cui le donne trovavano ristoro durante la gravidanza o le mestruazioni.

Nelle vicinanze di Deir el-Medina erano presenti anche delle sculture in argilla con tatuaggi sul collo e sui fianchi. Anche in questo caso, i disegni si riferivano al culto di Bes.

Tatuaggi e funzione scaramantica

Alcuni esperti sono convinti che effettivamente i disegni siano legati a motivi scaramantici di guarigione o sollievo dai dolori femminili. Altri tuttavia ritengono che, se così fosse, la presenza di questi segni dovrebbe essere molto più frequente.

Eppure, non tutte le mummie femminili adulte che si trovano in Egitto sono tatuate allo stesso modo. Alcune pelli ben conservate sembrano essere nude, mentre altre mummie sono coperte da più di trenta tatuaggi dai simboli più disparati.

L’ipotesi più accreditata è che i tatuaggi, contestualizzati con altri manufatti e testi del Nuovo Regno, si riferiscano essenzialmente al parto.

Apparterrebbero pertanto solo alle ostetriche, ai membri del culto di una dea o madri che partecipavano ai rituali post-partum, utilizzati per la protezione della madre e del bambino.

La scoperta si deve alle egittologhe Marie-Lys Arnette, dell’Università del Missouri a Saint Louis e ad Anne Austin del Johns Hopkins University di Baltimora (Maryland).

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Egyptian Archaeology.

Una conferma sulla simbologia dei tatuaggi scoperti

Sonia Zakrzewski, una bioarcheologa dell’Università di Southampton (Regno Unito), che non è stata coinvolta nello studio attuale, ha confermato l’ipotesi del simbolo scaramantico post-partum dei disegni.

«Le immagini di donne incinte sono estremamente rare nell’arte egiziana. Nel sentire egiziano, il parto e la fertilità del suolo erano strettamente collegati. Di conseguenza, questi tatuaggi potrebbero effettivamente essere delle rappresentazioni protettive delle divinità legate al parto e alla fertilità. La persona aveva il proprio amuleto magico portatile inciso perennemente sul suo corpo».

Una scoperta sensazionale

Trovare prove di tatuaggi non è stato semplice. È infatti necessario trovare la pelle conservata ed esposta, non avvolta dalle bende. La scoperta potrebbe svelare che nell’antico Egitto tale pratica fosse più diffusa di quanto si pensi.

«Spero che gli studiosi trovino altre prove di tatuaggi. Questo ci aiuterebbe a capire se ciò che è emerso in questo villaggio sia un fenomeno isolato o parte di una tradizione più ampia nell’antico Egitto, che semplicemente non abbiamo ancora scoperto», ha dichiarato Austin.

Fonti

Journal of Egyptian Archaeology

America Latina: la “salute” dipende dal dialogo

america latina, la salute dipende dal dialogo
america latina, la salute dipende dal dialogo

La salute dell’America Latina è costantemente minata da fattori politici, sociali, economici e religiosi, che solo un dialogo “senza frontiere” può guarire.

America Latina: una tavola rotonda aperta al dialogo

Dopo la pandemia riprendono gli incontri internazionali promossi da Mediatrends America-Europa, un Osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale.

La prima tavola rotonda si è tenuta a Roma, alla Fundacion Promocion Social, partner principale con sede al Forum del Palazzo San Calisto, nel quartiere di Trastevere.

Ad aprire il dialogo, l’ospite d’onore Rodrigo Guerra, Segretario del Consiglio Pontificio per l’America Latina.

L’incontro, organizzato dal giornalista Roberto Montoya, con la collaborazione del giornalista argentino Hernan Sergio Mora, ha visto la partecipazione di diversi Ambasciatori, insieme ad autorevoli rappresentanti della Comunità latino-americana a Roma.

tavola rotonda america latina

Tema: “La salute spirituale e culturale dell’America Latina”

Fulcro dell’incontro, lo “stato di salute” politico, economico, fisico e spirituale del grande Continente latino-americano.

Rodrigo Guerra si è soffermato sulle grandi potenzialità ma anche sulle incongruenze del Continente. «Paradossalmente – ha dichiarato Guerra – abbiamo dei gravissimi problemi sociali, eppure siamo forse il Continente più ricco del Pianeta per quanto riguarda le materie prime e i beni ambientali. Dovremmo semplicemente saperli gestire meglio e in armonia».

Relativamente all’America Latina, cosa vuol dire “salute”?

«Chi studia medicina – spiega il relatore – sa che la salute è un equilibrio omeostatico del sistema organico. Quando il nostro organismo è in equilibrio energetico, siamo in salute. In realtà, nessuno di noi sta bene del tutto o sta male del tutto. La medicina ci aiuta a recuperare il nostro stato fisico».

Analogamente, l’America Latina è viva nel suo sentire biologico, però la sua realtà sociale, politica, economica e religiosa sta vivendo un momento di disequilibrio omeostatico.

Questo accade perché, gli aneliti dei grande uomini del passato, i quali avevano sognato un’America Latina unita e collaborativa, si sono persi.

Eppure, un organismo vive solo quando tutte le parti collaborano sinergicamente per mantenere l’unità. Di contro, la morte si ha quando si perde tale equilibrio.

La decomposizione è la perdita di unità.

C’è bisogno di superare le fratture interne

Il relatore si è quindi soffermato sul sogno di unità coltivato da Simon Bolivar (1783-1830) e altri personaggi che hanno combattuto per la libertà e contro il colonialismo. «Sotto tanti profili siamo unici – ha spigato Guerra – basti ricordare che l’intero continente parla lo spagnolo insieme al portoghese e altri dialetti. Un esempio che non trova altri riscontri.

Inoltre, esiste una sensibilità comune, un modo di intendere la vita che accomuna quasi tutti i Paesi e li fa sentire spontaneamente fratelli». «Eppure – ha proseguito Guerra – i latinoamericani sono anche disposti a entrare in conflitto per dei dettagli senza importanza.

Basta lo sport o qualcosa di simile per dividerci. Perché succede? Sicuramente gli esperi in antropologia culturale, sociologi ecc. possono spiegarci meglio da cosa nascono questi meccanismi». Sta di fatto che, oggi, questa è la più grande debolezza dell’America Latina. Da qui la necessità di operare giustamente, per essere più solidali e cooperativi.

Un problema anche di ordine religioso

Le fratture in seno all’America Latina, si devono in parte anche alla divisione dogmatica dei vari ordini ecclesiastici. «Compito della Chiesa cattolica – secondo Guerra – è riuscire a recuperare il suo ruolo e la sua presenza mediante una consistente e incisiva attività sociale, stando il più possibile vicino ai bisognosi».

L’epistola enciclica di Giovanni Paolo II

Il Segretario dell’Ufficio Pontificio si è poi soffermato sul capitolo quinto dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Slavorun Apostoli sul “senso cattolico della Chiesa”. Essa sottolinea la dimensione concreta della cattolicità, che si deve manifestare “nell’attiva corresponsabilità e nella generosa collaborazione di tutti in favore del bene comune”.

L’enciclica di Papa Francesco: un faro da seguire

Secondo Guerra, in un Continente come quello latino-americano, caratterizzato dalla grande omogeneità, ma che corre il rischio di registrare una forte divisione, la terza enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco, è un faro da seguire, una Magna Carta di fronte alla tentazione di dividersi.

Ricordando le parole di San Francesco d’Assisi, «tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» scriveva Bergoglio.

Sebbene il Papa non abbia una formula magica per risolvere tali problemi, il testo invita a ripensare a una globalizzazione basata sullo sviluppo umano integrale.

Chiesa e politica: un saggio binomio

«Anche la migliore politica non guarisce interiormente, perché Cristo – conclude il professore – che è il Redentore, si propone come parametro critico, non ideologico, per vivere i nostri impegni anche i politici».

La Chiesa ormai ha maturato la comprensione che lo sviluppo del mondo potrà avvenire solo a seguito del superamento del paradigma destra – sinistra.

Di conseguenza guarda ai “malanni” dell’America Latina, con un’altra prospettiva, che è religiosa e culturale.

Cultura e religione: un lavoro in simbiosi

È chiaro che la cultura è un fatto importante sotto tutti i punti di vista e che la religione non può prescindere da questo binomio.

«A Papa Giovanni Paolo II piaceva un autore che si chiamava Christofer Dawsen (1889-1970)» – continua Guerra. Nel suo libro “Religione e cultura”, lo storico britannico affermava che la radice della parola “cultura”, “cult”, deriva da culto. Ciò sta a significare che la cultura ha una base religiosa innegabile.

Poi Guerra ricorda l’enciclica Humani Generis, attraverso la quale Papa Pio XII, intese richiamare i pericoli del Modernismo, che affondava le sue radici nel divorzio tra ragione e fede.

Il Papa non voleva decretare l’isolazionismo della cultura cattolica, anzi esortava gli studiosi a rendersi conto delle nuove dottrine. Deplorava tuttavia l’imprudenza di certi cattolici che, smaniosi di aggiornarsi, si abbandonavano ad un falso ecumenismo, compromettendo l’integrità della fede e di tutta la dottrina tradizionale della Chiesa.

In buona sostanza, l’errore principale condannato dall’enciclica era il relativismo, secondo il quale la conoscenza umana non ha mai un valore reale e immutabile, ma solo un valore relativo.

Chi vince non vince del tutto, chi perde non perde del tutto

Tornando sul piano politico, Guerra, ha altresì evidenziato che «chi perde, non perde del tutto e chi vince non vince del tutto». «Oggi siamo tentati a risolvere i conflitti in modo polarizzato e violento. La nostra capacità di dialogo e di accordo si sta riducendo, mentre crescono quelli che tendono al radicalismo».

Paradossalmente, «chi perde guadagna spazio culturale e i governi progressisti di sinistra, finiscono per incubare la vittoria dei governi di estrema destra o viceversa».

Il ritorno della Marea Rossa

Guerra si è anche soffermato sul fenomeno della “Marea rossa”, che nel corso degli anni duemila portò la gran parte dei Paesi del continente latino-americano a essere governati da forze di sinistra e progressiste. Evo Morales, un indiano Aymara, diventò presidente della Bolivia nel 2006 e nel 2009, i presidenti della cosiddetta “Marea rossa” finirono per guidare undici Paesi e circa 300 milioni di persone. All’inizio, offrirono speranza a quei milioni di cittadini, ma a oggi, il tasso di povertà è rimasto uguale, proprio come quando a governare era la destra.

Cosa fare in concreto per la salute dell’America Latina

Solo la riduzione di ogni polarizzazione e di ogni comportamento estremista e massimalista può supportare L’America Latina nel suo cammino di crescita. Non si tratta solo del superamento del paradigma destra – sinistra, ma di agire con una nuova prospettiva culturale.

«È fondamentale che tutti i partiti non abbiano come principale obiettivo quello di ostacolare chi sta al governo o, viceversa, a squalificare chi sta all’opposizione ma tutti debbono, pur nella conservazione delle proprie caratteristiche e impostazioni, lavorare per il bene comune. Può sembrare un’utopia ma è l’unica strada per un vero rilancio dell’America Latina»- ha concluso il relatore.

L’intervento degli Ambasciatori dell’America Latina

Dopo l’apertura di Rodrigo Guerra, hanno preso la parola gli Ambasciatori dell’America Latina. Essi hanno affrontato a grandi linee, tematiche quali: la lotta alla corruzione, il rafforzamento della democrazia, i problemi legati alla modernizzazione, lo sviluppo del sistema educativo, il pericolo ambientale, l’eredità negativa del colonialismo, il ruolo dell’America Latina nella nuova geopolitica mondiale.

I prossimi incontri riusciranno a definire delle soluzioni concrete?