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Estate 2022, la più calda della storia in Europa

donna seduta in un prato fiorito, estate
donna seduta in un prato fiorito, estate

Estate 2022: otre all’allarme amianto anche quello del cambiamento climatico. L’estate del 2022 è stata la più calda della storia in Europa. Già lo scorso anno era stato definito il secondo più torrido dal 1800 in Europa e il quinto nel mondo, ma le temperature registrate nei mesi tra giugno e agosto hanno superato ogni record. I dati arrivano dal rapporto Global Climate Highlights 2022 di Copernicus.

Estate più calda di sempre, ridurre emissioni di carbonio

Tantissime le città bollino rosso e ondate di calore prolungate hanno messo a dura prova soprattutto i più fragili. Gli incendi hanno devastato diversi Paesi e gli eventi estremi sono stati evidenti e numerosi. “Stiamo già sperimentando – ha commentato Samantha Burgess, vicedirettore del Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus – le conseguenze devastanti del surriscaldamento del nostro pianeta. L’ultimo Climate Highlights 2022 dimostra chiaramente che per evitare conseguenze peggiori la società dovrà ridurre urgentemente le emissioni di carbonio e adattarsi rapidamente ai cambiamenti climatici“.

Nello specifico la temperatura media nel mondo nel 2022 è stata di 1,2 gradi superiore rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900).

Estate più calda e tutti i dati del Global Climate Highlights

L’estate dell’anno scorso in Europa ha battuto il record di caldo, che era dell’estate 2021. L’autunno 2022 è stato il terzo più caldo mai registrato in Europa, superato solo dal 2020 e dal 2006. Le temperature invernali europee l’anno scorso sono state di circa 1 gradi superiori alla media, piazzando l’inverno fra i 10 più caldi.

Secondo il rapporto di Copernicus, la temperatura dell’Europa è aumentata più del doppio della media globale degli ultimi 30 anni, con il tasso di aumento più alto di qualsiasi altro continente del mondo. Gli ultimi 8 anni sono stati i più caldi mai registrati.

L’obiettivo della Cop 26 di Glasgow

Già l’Accordo di Parigi sul clima prevedeva di restare sotto i 2 gradi dalla media 1850-1900. La Cop26 di Glasgow ha abbassato questa soglia a 1,5 gradi, perché numerosi studi hanno evidenziato quanto superarla possa essere comunque gravissimo per la salute del pianeta e di tutti gli esseri umani.

La scorsa estate nell’Unione europea e Regno Unito, inoltre, si sono verificate le più alte emissioni totali causate da incendi boschivi estivi degli ultimi 15 anni. Le più alte in Francia, Spagna, Germania e Slovenia.

Eventi estremi nel resto del mondo

Nel resto del mondo, lunghe ondate di calore hanno interessato il Pakistan e l’India settentrionale in primavera e la Cina centrale e orientale durante l’estate. In Pakistan si sono verificate estese alluvioni in agosto a causa delle estreme precipitazioni. A febbraio il ghiaccio marino antartico ha raggiunto l’estensione minima degli ultimi 44 anni di registrazioni satellitari. Per sei mesi l’estensione dei ghiacci del Mare Antartico ha raggiunto valori record o quasi.

Non solo: per il terzo anno consecutivo nel 2022 si è verificato il fenomeno de La Nina. Si tratta del raffreddamento della temperatura delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale ed orientale. Tra le conseguenze anche le basse temperature e precipitazioni elevate in Australia orientale.

Concentrazione CO2 mai così alta da 2 milioni anni

Anche la concentrazione media dell’anidride carbonica nell’atmosfera nel 2022 è salita in modo preoccupante. Lo scorso anno è stata, infatti, di 417 ppm (parti per milione): 2,1 ppm in più rispetto all’anno precedente. Così come è aumentata la concentrazione media del metano. Per entrambi i gas, sempre secondo i dati del rapporto Global Climate Highlights 2022 di Copernicus – si tratta dei numeri più alti mai registrati dai satelliti, e dei livelli più alti da oltre 2 milioni di anni per l’anidride carbonica, e da oltre 800.000 anni per il metano.

“I gas serra, tra cui l’anidride carbonica e il metano, sono i principali responsabili del cambiamento climatico – ha concluso Vincent-Henri Peuch, Direttore del Servizio di Monitoraggio dell’Atmosfera di Copernicus -, e dalle nostre attività di monitoraggio possiamo constatare che le concentrazioni atmosferiche continuano ad aumentare, senza segni di rallentamento”.

Emanuela Orlandi, il Vaticano decide di riaprire il caso 

Emanuela Orlandi
Emanuela Orlandi

A quasi quarant’anni dal rapimento di Emanuela Orlandi, il Vaticano ha deciso di riaprire le indagini. Siamo vicini alla soluzione dell’enigma? 

Emanuela Orlandi: le novità sul caso

Caso Emanuela Orlandi. Lo scorso 20 dicembre, durante una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, era arrivata la proposta di istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare, per riaprire il caso di uno dei misteri irrisolti del nostro Paese: il rapimento di Emanuela Orlandi, avvenuto il 22 giugno 1983. Oggi, la notizia della riapertura delle indagini, fa ben sperare in un cambio di rotta. 

A prendere la decisione, il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi insieme alla Gendarmeria.

Emanuela Orlandi, si riapre un caso chiuso

Nell’ottobre del 2015 il GIP, su richiesta della Procura e per mancanza di prove consistenti, aveva archiviato l’inchiesta sui rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. 

Nel 2016 la Corte di Cassazione si era espressa negativamente sul ricorso presentato da Maria Pezzano, madre di Emanuela, dichiarandolo inamissibile e confermando l’archiviazione dell’inchiesta giudiziaria chiesta dal GIP.

Qualche nesso con la morte di Bendetto XVI? 

L’iniziativa della magistratura vaticana, sembrerebbe rispondere a quella “ricerca della verità e della trasparenza” voluta fortemente da Papa Francesco.

E’ altresì vero che sin dalla sua elezione, Bergoglio non ha mai ricevuto i familiari della cittadina vaticana. 

Incontrando Pietro Orlandi, nella chiesa di Sant’Anna, si era limitato ad asserire “Emanuela è in cielo”, senza dare però ulteriori risposte sulla frase sibillina.

La morte di Benedetto XVI ha qualcosa a che fare con questa improvvisa apertura o la decisione è scaturita esclusivamente dalle continue istanze presentate da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela? Bella domanda!

Il dubbio è legittimo, considerato che secondo indiscrezioni, mons. Georg Gaenswein, segretario particolare del Papa emerito Benedetto XVI, sarebbe in possesso di uno scottante dossier sulla cittadina vaticana.

Mons. Gaenswein e il libro su Emanuela Orlandi

E proprio di Emanuela parla il mons. Georg Gaenswein, nel suo libro scritto a quattro mani con Saverio Gaeta “Nient’altro che la verità”.

Il prelato, prendendo le distanze dalla notizia, scrive «Io non ho mai compilato alcunché sul caso Orlandi. Per cui questo fantomatico dossier non è mai stato reso noto unicamente perché non esiste». 

«Ovviamente, nel contesto del Vatileaks – prosegue l’arcivescovo tedesco – non poteva mancare l’aggancio con la terribile vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi, che da decenni riemerge periodicamente sulla stampa, con rivelazioni più o meno attendibili e significative»

«Mi fu garantito – scrive ancora Ganswein – che era stato fatto quanto possibile per aiutare la famiglia Orlandi e di tutte queste informazioni feci dovuta comunicazione a Papa Benedetto».

Ancora qualche commento del monsignore su Emanuela

Ganswein parla pure dell’ex capo della Gendarmeria: «Pure Giani consultò la documentazione dell’epoca e concluse che non c’era stata alcuna notizia tenuta nascosta alla magistratura italiana e che nel frattempo non erano maturate ulteriori ipotesi riguardo alle quali potere approfondire le indagini in Vaticano».

E ancora «le diverse e contrastanti piste – dalla connessione con l’attentato a Giovanni Paolo II al tentativo di avviare uno scambio con Ali Agca, dagli scontri fra servizi segreti dell’Est e dell’Ovest alle vicende criminali della banda della Magliana, dalle questioni connesse allo Ior del tempo di Marcinkus ai presunti finanziamenti al movimento polacco Solidarnosc – hanno avuto ciascuna indizi a favore e contro, senza che fossero mai raggiunte definitive prove».

Poi conclude «Le dichiarazioni di padre Lombardi rappresentarono la ricostruzione più autorevole sulla quale basare qualsiasi presa di posizione: la sostanza della questione è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso da fornire agli inquirenti».

Riapertura del caso Emanuela Orlandi: il commento del fratello

Ma torniamo alla notizia principale: la tanto sperata riapertura del caso.

«Voglio andarci con i piedi di piombo, ma il fatto che l’autorità vaticana abbia aperto un’indagine è per me una bella notizia. Non vedo l’ora di essere convocato dai magistrati assieme al legale della famiglia.

Confido in una collaborazione tra lo Stato italiano e il Vaticano perché si arrivi finalmente alla soluzione del caso. La verità c’è, sta da qualche parte e molte persone in Vaticano la conoscono. Ne sono convinto. Ci sono situazioni che volutamente non sono mai state approfondite. Forse per la prima volta il Vaticano ha deciso di mettere un punto chiave, di arrivare a una soluzione»- commenta Pietro Orlandi.

Sarà fatta giustizia per Emanuela solo se si lavora bene

«L’apertura di un’inchiesta in Vaticano sul rapimento di Emanuela , dopo 40 anni, se fatta veramente con la volontà e l’onestà di fare chiarezza una volta per tutte e dare finalmente giustizia ad Emanuela, potrebbe durare pochissimo. Non sarebbe necessario fare lunghissime indagini perché la Verità già la conoscono, basta raccontarla. Altrimenti spero mi convochino prima possibile per poter verbalizzare.

Comunque non posso non essere contento e come sempre, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare positivo»- aggiunge il fratello.

Ho molte cose da dire

Pietro continua «Sono disponibile e spero di essere ascoltato quanto prima perché nel tempo avrei voluto parlare con loro per i tanti elementi emersi in questi ultimi anni»

E ancora «ci sono cose importanti come i messaggi whatsapp del 2014 che mi sono arrivati tra due persone molto vicine a Papa Francesco che parlano di documenti di Emanuela, di cose di Emanuela».

Il sit-in annuale in ricordo di Emanuela

«Mi colpisce la riapertura delle indagini, una riapertura improvvisa. Se è su impulso di Papa Francesco, ben venga»– conclude Pietro Orlandi. Poi l’invito al sit-in annuale in ricordo della sorella. 

«Ci vediamo, con chi vorrà e potrà, sabato alle 16.30 a Largo Giovanni XXIII , per ricordare Emanuela e per ricordare che noi non cederemo mai di un passo fino alla Verità» .

“Da un anno chiedevamo essere ascoltati”

Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi afferma: «Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati».

Si ascolterà anche Ali Agca?

Non è dato di sapere se le indagini seguiranno le ultime indicazioni di Ali Agca, l’ex “lupo grigio” autore dell’attentato a Papa Wojtyla del 13 maggio 1981. 

La sua storia è fortemente legata al caso Orlandi e di recente, aveva denunciato la presenza del famoso dossier segreto in Vaticano relativo proprio alla giovane donna. Peccato che negli ultimi anni la sua credibilità sia scesa notevolmente per via delle sue dichiarazioni “ballerine”.

Cosa succederà adesso?

Le indagini ripartiranno dai dati acquisiti durante il processo e si seguiranno nuove piste, oltre a vecchie indicazioni che non erano state prese debitamente in considerazione.

Oltre al caso Orlandi, le indagini potrebbero fare luce anche sulla vicenda della coetanea Mirella Gregori, scomparsa poco prima di Emanuela, il 7 maggio 1983. 

Pitagora “dietro la tenda”: alla ricerca dell’armonia

Pitagora, dipinto
Pitagora, dipinto

La filosofia di Pitagora fu assolutamente rivoluzionaria. L’insegnamento “dietro la tenda”, aveva quale scopo finale la concretizzazione di una vita armonica.

Chi era Pitagora? 

Pitagora. Nato a Samo (tra il 580 a.C. e il 570 a.C.Metaponto, 495 a.C. circa), grazie ai suoi viaggi in oriente assimilò una serie di tradizioni che per i greci del suo tempo costituivano le fondamenta del sapere. Nel 530 a. C giunse a Crotone, dove fondò l’omonima scuola. 

Oltre ad essere noto per aver formulato il “Teorema di Pitagora”, al “saggio di Samo” si attribuisce anche la paternità del termine filosofia.

Pitagora fu l’inventore della parola filosofia? 

La filosofia (ϕιλο– «amico-» e σοϕία «sapienza») è nata all’incirca 2500 anni fa. Essa significa amore del sapere, della sapienza, della saggezza. 

Cosa intendeva Pitagora quando usava la parola “filosofia”?

Nella sua concezione filosofica, egli cercava di conciliare sapienza e scienza. 

E in effetti il suo nome è legato all’aritmetica, alla matematica, alla storia della musica, della filosofia e a tutte quelle tradizioni che hanno caratterizzato l’uomo occidentale. Esaminiamo le caratteristiche peculiari della sua rivoluzionaria filosofia.

La trasmigrazione delle anime 

Dall’oriente, in special modo dall’India, Pitagora attinse alla dottrina della “trasmigrazione delle anime”. Essa sostiene che l’anima dell’uomo rinasca dopo la morte, passando per una trasmigrazione continua, fino a incarnarsi in un altro corpo fisico in base alla sua condotta nella vita precedente. Di conseguenza, occorre operare con rettitudine al fine di elevarsi. In che modo? 

La scuola offriva gli strumenti idonei a formare una classe di uomini giusti.

La “tenda di Pitagora”

L’immagine che più ci riporta allo stile di insegnamento di Pitagora è quella della “tenda” (che è in pratica una “soglia fra i mondi”), all’interno della quale il Maestro svolgeva le sue lezioni. 

Spighiamo le dinamiche.

Egli aveva impostato la dottrina su un insegnamento dogmatico, fondato su proposizioni e asserzioni oracolari brevi e sintetiche. 

Questi dogmata, racchiusi in una serie di proposizioni assertorie, erano sì pronunciati dal Maestro, ma egli si nascondeva dietro a una tenda, in modo che gli allievi non potessero vederlo.

Ai discepoli era chiesto di stare in religioso silenzio. Nel corso dei cinque anni “accademici” previsti dalla scuola, non potevano mai intervenire, né fare domande.

L’unica cosa che dovevano fare era imparare a memoria i Versi Aurei”, un capolavoro assoluto straordinariamente attuale. Noti anche come “I 34 comandamenti Pitagorici“, erano una sorta di decalogo morale su cui lavorare e da applicare pragmaticamente nella vita quotidiana.

Ipse dixit Pitagora

I Versi Aurei erano considerati “sacri”, inconfutabili e, come detto, dovevano essere applicati nella vita di tutti i giorni. Questo perché l’insegnamento di Pitagora era al tempo stesso morale, scientifico e filosofico. Sicuramente vi starete chiedendo a cosa servisse la tenda?

Ebbene, essa separava i due mondi: quello della rivelazione e della profezia, cioè il mondo del Maestro che offre la sapienza ai mortali, dal mondo mortale, quello dei discepoli, degli iniziandi”.

La novità dell’insegnamento 

In realtà, questo modus operandi, non rappresentava una novità per l’epoca.

L’originalità era data da ciò che avveniva dopo i famosi cinque anni.

Trascorso quel tempo, la tenda infatti si alzava, i discepoli passavano dall’altra parte e venivano accolti nella casa del Maestro, che era anche la sede della “setta” dei pitagorici.

Da quel momento, essi diventavano “amici”.

Filosofi e amici: cosa significa?

L’amicizia è un concetto tipicamente greco e tipicamente filosofico e vuol dire “essere accomunati dal medesimo amore per la sapienza”.

Questo dettaglio ci riporta alle origini del termine “filosofia”, cioè “amico della sapienza”. Un’amicizia fra persone amiche e uguali gerarchicamente, nell’amore che li accomuna.

Dal principio gerarchico all’uguaglianza 

L’insegnamento pitagorico, iniziava attraverso un percorso in cui vigeva il principio gerarchico.

Era il Maestro l’unico a parlare, mentre i discepoli venivano indottrinati fino a quando non sviluppavano un pensiero “corretto”, cioè la sapienza filosofica. Quando essa era raggiunta, vigeva il principio di uguaglianza, perché di fronte alla Verità nessuno è più maestro dell’altro. 

Questa fu la vera innovazione del suo insegnamento. 

L’aristocrazia pitagorica

Una volta diventati “amici”, i pitagorici costituivano una sorta di élite aristocratica all’interno della città e potevano accedere attivamente alla vita politica.

Pitagora trasferì questa visione che univa politica e filosofia, sapere e governo, anche nell’Italia meridionale e qui fu tramandata per diversi secoli.

Anche in questo caso siamo di fronte a una novità assoluta, peculiare solo della filosofia occidentale. Nessun altra filosofia era mai passata da una soglia oracolare, da una “tenda iniziatica” che separa il mondo divino da quello mortale. 

Pitagora offriva la sapienza e insegnava a passare la soglia, per consentire anche ai discepoli di diventare Maestri della Verità.

Ammesse anche le donne

Un’altra caratteristica straordinaria era che la scuola ammetteva anche le donne. Cosa assolutamente innovativa, visto che all’epoca, soprattutto in Grecia, esse erano escluse da ogni attività. 

Una filosofia “aristocratica e popolare”

La filosofia pitagorica era dunque una dottrina esoterica, iniziatica, selettiva, fatta per quei pochi che erano in grado di varcare la soglia. Per coloro che avevano la pazienza, la costanza, la fiducia nel Maestro e l’amore per la verità che li rendeva idonei all’ascolto.

E’ altresì vero che questo sapere raffinato, esoterico, aristocratico, che prevedeva la virtù dell’umiltà, del tacere, del saper ascoltare, il senso del limite, non escludeva nessuno.

Si può pertanto parlare di una filosofia “inclusiva”, aristocratica e popolare al tempo stesso.

Come diceva Nietzsche in Così parlò Zarathustra, è “Un libro per tutti e per nessuno”.

Cosa insegnava Pitagora?

Come abbiamo accennato, una parte cospicua della filosofia di Pitagora era di natura morale. Parlava del destino dell’uomo e dell’anima, ψυχή,psyche”, base della psicologia trascendentale occidentale. 

Insegnava la dottrina della trasmigrazione delle anime affinché, attraverso la pratica di purificazione, gli uomini potessero elevarsi e incarnarsi in individui sempre migliori.

Insegnava anche una particolare dieta a base vegetale, che per usare un termine moderno potremmo definire “igienista”. Tutte caratteristiche prese in prestito dall’oriente, che servivano a stabilire una certa armonia fra mondo interiore e vita esteriore.

Il fulcro della dottrina: armonia, il bíos pythagorikós

La “parola chiave” della dottrina pitagorica, che riassume al meglio la sua intuizione è “armonia”, “bíos pythagorikós”.

Essa prevedeva un equilibrio globale dato da una serie di fattori convergenti: etica, scienza, matematica, musica. 

Quest’ultima, μουσική (musikè) è la parola che più si avvicina al termine armonia

In effetti Pitagora insegnava anche la musica. 

Aveva concepito la musica come elemento che, assieme alla matematica e alla geometria della corda, coinvolge tutto l’Universo.

A lui è attribuita la costruzione della scala musicale detta impropriamente “temperamento pitagorico”.

Il filosofo aveva scoperto che i suoni della scala stanno fra di loro secondo dei rapporti aritmetici. 

A cosa serviva l’armonia? 

L’armonia pitagorica insegnava a vivere una vita giusta all’interno della società. 

Essa era alla base del parlare bene e del cantare bene, ma non secondo i canoni moderni: era arte della parola, della poesia, del gesto, della danza, del suono. Insomma dentro la parole musikè, era racchiusa tutta la pedagogia pitagorica, cioè “trovare l’armonia alla fine della vita”. Concetto espresso tra l’altro da Socrate poco prima di bere la cicuta.

L’armonia pitagorica è dunque al tempo stesso l’inizio della scienza aritmetica, della scienza, dell’ordine, del numero e la nascita della politiche, di quell’arte di fare politica etica. 

Conclusioni 

Cos’è dunque la filosofia? Forse l’arte dell’armonia fra vita e morte?

Fonti 

“La tenda di Pitagora” lectio magistralis di Carlo Sini 

Amianto sui bus, Cotral dovrà risarcire i figli di un autista

autista Cotral Cecchini con la moglie
autista Cotral Cecchini con la moglie

Il Tribunale di Roma ha condannato l’azienda di trasporti Cotral al risarcimento dei danni nei confronti dei figli dell’autista Vincenzo Cecchini, morto per un adenocarcinoma polmonare da amianto. Ai due uomini, Stefano e Claudio, andranno 78.714 euro ciascuno.

Risarcimento di 236.142 euro per vedova e figli

Stessa somma ottenuta dalla madre e moglie di Cecchini in una sentenza del 2018, nel dicembre scorso confermata in Appello, con un procedimento distinto. Si tratta ancora di una parte del risarcimento del danno (iure hereditario, vale a dire subito dalla vittima), per la malattia causata dall’esposizione all’asbesto presente sui mezzi guidati dal 59enne.

I tre proseguiranno il procedimento giudiziario per chiedere anche il risarcimento dei danni iure proprio (subiti direttamente dai familiari per la morte del congiunto). Sempre assistiti dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto.

Manovale e autista Cotral per oltre 10 anni

Cecchini ha lavorato dal 1981 prima come operaio manovale e poi come manovale d’officina per Cotral e, dal 1993, autista di linea di autobus. Ha svolto negli anni mansioni consistenti nella manutenzione delle scale mobili delle stazioni della metropolitana di Roma. Che presentavano molte componenti in amianto. Come autista di linea di autobus ha condotto mezzi pesanti, autobus e pullman ancora con vari parti in amianto. Con esposizione ai gas di scarico dei motori diesel e a polveri e fibre di amianto. È stato esposto, quindi, all’asbesto, così come a residui della combustione, benzene e altri cancerogeni per il sistema respiratorio. Sempre in assenza di strumenti di prevenzione e di protezione individuale.

L’Ona da anni ormai assiste le vittime amianto e i loro familiari. L’avvocato Bonanni è stato uno dei primi a denunciare le conseguenze dell’esposizione alla fibra killer, come dimostrano le sue numerose pubblicazioni sul tema. L’ultima: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022” oltre a ripercorrere la storia dell’utilizzo indiscriminato di questo minerale considerato pericoloso già dai primi anni del Novecento, riporta anche i dati relativi ai decessi per patologie asbesto correlate. Tra queste la più grave è sicuramente il mesotelioma, seguito proprio dal tumore del polmone. Una strage silenziosa che va fermata. Per questo l’avvocato si batte per ottenere un piano di bonifica dei siti contaminati che vengono aggiornati anche grazie alla App Ona.

Confermato in Appello il risarcimento per vedova dell’autista

Il giudice del Lavoro, Valentina Cacace, si è attenuta alla sentenza del Tribunale di Roma del 2016 confermata in Appello, resa nel giudizio della madre dei due ricorrenti, Laura Cristofanelli, nei confronti di Cotral, che aveva ad oggetto lo stesso danno fatto valere dai figli.

Il consulente tecnico nominato nel procedimento aveva riconosciuto la sussistenza del nesso eziologico fra l’esposizione lavorativa realizzatasi tra il dicembre 1981 e il dicembre 1992 e l’insorgenza dell’adenocarcinoma polmonare diagnosticato” alla vittima. Il Dott. Cavalli in particolare scrisse: “… la letteratura scientifica … ha segnalato l’aumentata incidenza di carcinomi polmonari tra le persone esposte all’asbesto”.

E ancora, sostiene il ctu, in relazione a tutta una serie di normative richiamate che definiscono cancerogeno l’amianto e che dispongono tutta una serie di misure che il datore di lavoro deve attuare per preservare la salute dei suoi dipendenti, “… non può non dubitarsi della responsabilità della società resistente per l’omessa adozione di quelle cautele … che avrebbero ridotto il rischio…”.

Cotral, riconosciuto anche il danno di natura psichica

Il Tribunale di Roma riconosce anche per i figli, com’è stato per la madre, il danno biologico di natura psichica. Cecchini, infatti, ha percepito lucidamente l’approssimarsi della morte.

Dopo la diagnosi, poi, ha visto notevolmente compromessa la sua integrità psico-fisica. Intanto, ha percepito la gravità del quadro patologico. Ha dovuto poi subire innumerevoli controlli ed esami diagnostici.

La nota di Cotral: “Nessun lavoratore è esposto ad amianto”

Cotral ha risposto con una nota spiegando che si tratta di “fatti risalenti a vent’anni fa”. Purtroppo, com’è noto, il tempo di latenza tra l’esposizione all’amianto e la comparsa della malattia può essere anche di 40 – 50 anni e si tratta quindi di fatti comunque attuali. “Nel rispetto della normativa – ha aggiunto Cotral – nessun lavoratore impiegato presso gli impianti di Cotral Spa, è attualmente esposto al contatto con componenti che contengono polveri e fibre di amianto”.

Pinguini allo specchio: come reagiscono?

famiglia di pinguini
famiglia di pinguini

Come reagiscono i pinguini guardandosi allo specchio? Un test svela il comportamento di questi simpatici animali.

Pinguini vanitosi o consapevoli?

I pinguini selvatici di Adélie (Pygoscelis adeliae), si riconoscono allo specchio? Forse!

A supporlo è uno studio preliminare in attesa di revisione, guidato dall’etologo cognitivo Prabir Ghosh Dastidar del Ministero delle Scienze della Terra indiano. A coadiuvarlo nella ricerca, Azizuddin Khan dell’Indian Institute of Technology di Bombay e Anindya Sinha del National Institute of Advanced Studies di Karnataka, sempre in India.

Un viaggio in Antartide 

Per scoprire se effettivamente i pinguini si riconoscono, i tre studiosi si sono recati nell’isola di Svenner, nell’Antartide orientale.

La scelta è caduta su questi uccelli, dal momento che sono animali altamente sociali e relativamente facili da testare.

Pinguini sottoposti al mirror test di Gordon Gallup

Gli scienziati hanno sottoposto dodici pinguini al “mirror self-recognition (MSR)”, un metodo di valutazione della consapevolezza del sé degli animali, ideato negli anni Settanta dallo psicologo americano Gordon Gallup.

Piccola curiosità: anziché testare gli animali in cattività, come nella maggior parte degli studi MSR, il team ha lavorato con pinguini selvatici, non avvezzi alla presenza di esseri umani.

Per allentare lo stress, gli studiosi hanno dunque apportato qualche modifica al test originale.

Come hanno reagito i pinguini? Le fasi del test

I ricercatori hanno condotto quattro esperimenti.

  • Primo test: sono stati posizionati alcuni specchi a terra, nelle vicinanze dei pinguini, per osservare il loro comportamento;
  • Secondo test: gli scienziati hanno usato strutture di cartone come recinzione per isolare ogni pinguino. Hanno poi indirizzato la loro attenzione verso uno dei due specchi posizionati alle estremità; 
  • Terzo esperimento: il team ha mostrato ai pinguini uno specchio su cui era apposto un adesivo circolare a livello della testa. Il test serviva a far credere agli animali che l’immagine appartenesse a un altro uccello;
  • Quarto esperimento: i ricercatori hanno messo un bavaglino rosso sul petto di ogni pinguino, prima di lasciarlo guardare di nuovo allo specchio.

Risultati del test 

  • Quando sono stati esposti in gruppo davanti allo specchio, i pinguini non hanno reagito;
  • Se isolati gli uni dagli altri, alcuni esemplari hanno iniziato a studiare i loro riflessi senza tuttavia toccarli. Davanti alla loro immagine, i pinguini non hanno reagito in maniera aggressiva, come se non temessero il misterioso individuo davanti ai loro occhi;
  • Gli uccelli si sono agitati osservando gli adesivi. Hanno provato a beccarli con insistenza, come se cercassero di rimuoverli;
  • Nessuno di essi ha fatto caso al bavaglino rosso. «La mancanza di interesse dei pinguini per i bavaglini- spiega Sinha, può essere spiegata dalle loro abitudini acquatiche. I pinguini sono molto più sensibili al blu. Sono piuttosto insensibili ai colori arancione e rosso». Di conseguenza, il test del bavaglino non deve essere visto necessariamente come un fallimento dell’esperimento.

Pinguini allo specchio, il parere degli studiosi 

Secondo gli autori dello studio, i risultati sarebbero “un po’ ambigui”, ma nell’insieme suggeriscono che i pinguini abbiano effettivamente un certo grado di auto-consapevolezza.

Il parere di Gallup

Gallup, ideatore del test, ha manifestato il suo scetticismo in merito all’esperimento sui pinguini.

Secondo lui, sarebbero necessari studi più approfonditi e ulteriori esperimenti per sondare questo aspetto della coscienza.

Consapevolezza animale  

Ricerche precedenti avevano dimostrato che l’autoconsapevolezza è rara nel regno animale.

Finora, a superare il test, sono stati alcuni mammiferi, soprattutto elefanti, pochi uccelli e alcuni pesci. Ad ogni modo, l’esperimento in questione ha portato a quattro il numero di uccelli che hanno mostrato una certa consapevolezza dei loro riflessi.

Gli altri sono: le gazze eurasiache, i corvi domestici indiani e i piccioni.

Un test importante 

Sinha pensa che lo studio potrebbe avere implicazioni significative per la nostra comprensione della cognizione degli uccelli.

«I pinguini sono un gruppo molto antico di uccelli» afferma. In effetti, i loro primi antenati risalgono a sessanta milioni di anni fa. «Le nostre idee sull’evoluzione del sé, sono state finora limitate alle specie di mammiferi».

Non ci resta che attendere nuovi studi!

Fonti 

Prabir Ghosh Dastidar et al, Possible Self-awareness in Wild Adélie PenguinsPygoscelis adeliae,bioRxiv (2022).DOI: 10.1101/2022.11.04.515260