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Riscaldamento globale: ciliegi giapponesi fioriti in anticipo

ciliegi giapponesi
giardino con albero di ciliegi giapponesi

I ciliegi giapponesi famosi per l’atmosfera romantica che emanano stanno fiorendo anche quest’anno con anticipo. Una delle cause è il cambiamento climatico, con temperature più elevate rispetto al passato. L’altra è il calore sviluppato dai centri urbani. Gli esperti hanno, infatti, registrato il fenomeno a Kawazu, una città giapponese a sud-ovest di Tokyo.

Ciliegi giapponesi, fioritura attesa per il 30 maggio

L’hanami, l’usanza di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi, è attesa per il 30 maggio, ma in alcuni luoghi sarà anticipata al 20, prima dell’inizio della primavera. Le date di fioritura dei ciliegi giapponesi cambiano di anno in anno e a seconda del luogo. È vero, però, che negli ultimi decenni il periodo è anticipato.

La fioritura che ha battuto ogni record è stata quella del 2021, registrata il 26 marzo. Almeno da 1200 anni, periodo in cui è stata sempre registrata. I ciliegi giapponesi erano molto importanti già nelle corti imperiali.

Lo studio dell’università di Osaka

Dopo il caso del 2021 l’università di Osaka, insieme con l’agenzia metereologica del Regno Unito, ha portato avanti uno studio per capire se fosse responsabilità del cambiamento climatico. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Environmental Research Letters. Ha dimostrato come rispetto agli anni Trenta del Novecento le fioriture arrivano 11 giorni prima a Kyoto. Entro il 2100 potrebbero anticipare di altri 6 giorni.

Il fenomeno è così accentuato anche a causa del calore che si sviluppa negli ambienti urbani. Le superfici scure, infatti, assorbono più radiazione solare. Per questo in città le ondate di calore sono più numerose e più prolungate rispetto alle zone di campagna. Se non ci fosse questa differenza di temperature le fioriture avrebbero anticipato soltanto dalla fine del ’900.

Ciliegi giapponesi: rappresentano il decorso della vita umana

Il ciliegio giapponese non produce assolutamente frutti, ma è apprezzato particolarmente solo per i suoi meravigliosi fiori di color rosa pastello. L’albero di ciliegio da fiore in Giappone viene chiamato Sakura che tradotto significa “ciliegio giapponese in fiore”.

È conosciuto per la sua breve ma meravigliosa fioritura. Per il popolo giapponese rappresenta il decorso della vita umana tramite la crescita, la fioritura e il decadimento che sono parte del destino naturale.

Eternit bis, indignazione dopo l’arringa finale

arringa
arringa

Si avvia verso la conclusione il processo Eternit bis presso il tribunale di Novara. Il 10 marzo scorso il difensore Di Amato ha cercato di smontare il castello accusatorio con la sua arringa finale. Imputato è Stephan Schmidheiny, imprenditore svizzero di 73 anni. È l’ultimo proprietario dell’Eternit e in questo procedimento risponde di omicidio volontario, con dolo eventuale, per la morte di 392 persone nel territorio di Casale Monferrato. L’amianto lavorato nelle fabbriche ha causato tutti i decessi, tra i dipendenti e tra gli abitanti delle zone limitrofe allo stabilimento.

Processo a Novara, i pm hanno chiesto l’ergastolo

I due pubblici ministeri, Gianfranco Colace e Mariagiovanna Compare hanno chiesto alla Corte di Assise di emettere una sentenza di condanna all’ergastolo. Sono convinti, infatti, che il magnate svizzero, che ha guidato la società dal 1976, conoscesse perfettamente la pericolosità del minerale e abbia continuato ad utilizzarlo senza prevedere misure di sicurezza per i propri dipendenti e azioni per arginare il rischio per i residenti. Questo ha causato i tantissimi casi di mesotelioma e altre patologie asbesto correlate, come l’asbestosi e il tumore del polmone.

L’arringa: “Si preoccupò di proteggere lavoratori e ambiente”

Il 10 marzo scorso, durante l’ultima udienza, uno dei due difensori dell’imprenditore, che non si è mai presentato in aula, ha raccontato una storia diversa. “Se si abbandonano i pregiudizi – ha detto Di Amato durante l’arringa – si deve rilevare che Stephan Schmidheiny ha approcciato il tema salute ed amianto in modo assolutamente innovativo e davvero centrato sulla preoccupazione di proteggere i lavoratori e l’ambiente”.

L’imputato ha cercato negli anni di presentare le sue aziende, in particolare quelle più recenti, come assolutamente attente alla tutela dell’ambiente. I dipendenti dell’Eternit, che hanno testimoniato davanti al processo, hanno però disegnato un quadro ben diverso di quello che accadeva nei vari reparti della fabbrica. Di come nessuno fosse dotato di mascherine, che pure erano disponibili in commercio a costi accessibili. E di come davvero ridotte erano state le informazioni sui rischi.

L’arringa ha indignato le famiglie che aspettano giustizia

Sarà ora la Corte d’Assise a decidere se questo sia sufficiente a portare a una condanna all’ergastolo per omicidio volontario. Sarebbe sicuramente la prima volta. La prima parte della difesa – nella prossima udienza fissata per il 29 marzo quando parlerà il secondo avvocato del magnate svizzero – ha però provocato indignazione tra le famiglie delle vittime. I familiari attendono giustizia da anni, da quando il primo processo Eternit è andato in prescrizione, perché era stato contestato il reato di disastro colposo. Ci sono voluti anni perché fosse incardinato un secondo processo, diviso in 4 tronconi. Soltanto a Novara il reato è quello di omicidio volontario.

Il processo di primo grado di Napoli, si è concluso con una condanna 3 anni e 6 mesi di reclusione per la morte di un solo operaio su 8 vittime contestate. Il castello accusatorio non ha retto e anche il reato è stato derubricato da omicidio volontario a omicidio colposo. Anche negli altri processi Schmidheiny risponde di omicidio colposo. A Torino la condanna di primo grado è stata confermata in Appello.

Deambrogio: “Parole di una gravità inaudita”

“Le parole del difensore di Schmidheiny – ha detto Alberto Deambrogio, segretario regionale del Piemonte di Rifondazione comunista – sono di una gravità inaudita. Quello che emergerebbe secondo il legale sarebbe la figura di una fabbrica e di in imprenditore all’avanguardia, socialmente responsabile. È incredibile che si possa avere il coraggio di esplicitare una tesi così contraria a qualsiasi esperienza vissuta da operai e operaie per anni all’interno dello stabilimento. Forse l’idea di impunità, di chi è riuscito sino ad ora a sfuggire al percorso della giustizia, ha dettato una così sfacciata mistificazione della verità”.

Bonanni: “La strage amianto in nome del profitto”

Parole dure che riassumono il punto di vista anche dell’Osservatorio nazionale amianto (parte civile nel processo), e del suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, davanti all’arringa. “In nome del profitto gli imprenditori dell’amianto hanno dimenticato di tutelare i lavoratori. Hanno spesso sottaciuto la cancerogenicità del minerale, per non dovervi rinunciare. Non hanno previsto misure di protezione, né sorveglianza sanitaria per i dipendenti approfittando del periodo di latenza che porta le malattie a manifestarsi soltanto dopo decenni”. Per meglio conoscere il fenomeno amianto nel nostro Paese è possibile consultare l’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle vittime di amianto in Italia – ed. 2022“. Chi volesse segnalare un sito ancora contaminato e contribuire, così, alla mappatura, può utilizzare la App dell’Ona.

Sardegna, amianto sulla spiaggia di Platamona: il sequestro

platamona
donna a piedi nudi sulla spiaggia

Le strutture con componenti in amianto, non bonificate, si trovano ancora anche in veri e propri paradisi terrestri, dove mai ci si aspetterebbe di trovarle. È il caso di una vecchia struttura balneare sulla spiaggia di Platamona, in Sardegna. Un posto incantevole, con la sabbia chiarissima, il mare cristallino e i tipici fiori della macchia mediterranea.

Platamona, chiosco abbandonato con copertura in eternit

Eppure anche qui, nel 2023, un chiosco abbandonato, dove fino a qualche anno fa venivano venduti alimenti e bevande, non è stato liberato dal pericoloso asbesto. In questo caso è la copertura del piccolo immobile ad essere in eternit, il cemento amianto tanto utilizzato prima del 1992. Quell’anno il minerale in Italia fu messo al bando con la legge 257. Trenta anni dopo, però, le fibre killer continuano a disperdersi nell’aria. Il cemento, con il passare del tempo, perde il suo potere aggrappante e il minerale diventa ancora più pericoloso.

I carabinieri del Noe di Sassari sono, coì, intervenuti, sequestrando l’immobile. Un primo passo per chiarire che non potrà essere utilizzato per la prossima stagione estiva.

Tutti i rischi legati all’amianto

L’Ona – Osservatorio nazionale amianto lavora da anni per sensibilizzare la popolazione e spiegare quanto sia importante bonificare. Attraverso ditte specializzate (raccolte in appositi albi), con personale qualificato e dotato delle misure di protezione necessarie per evitare i rischi. Il presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, ha delineato il fenomeno ne: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. Qui spiega perché il materiale è stato utilizzato in così grande quantità e, purtroppo, anche che causa circa 7mila morti l’anno soltanto nella Penisola. Il VII Rapporto ReNaM registra i casi di mesotelioma, ma le malattie asbesto correlate sono diverse e tante, purtroppo, molto gravi, come il tumore del polmone.

Platamona, il sequestro nell’ambito operazione Sardegna bella

Il provvedimento attuato sulla spiaggia di Platamona rientra nella maxi operazione “Sardegna bella”. Si tratta di un progetto investigativo contro gli ecomostri presenti sulla costa nord dell’isola, ideato dal Noe di Sassari e approvato dal comando di Roma e dal ministero dell’Ambiente.

Rischio amianto ex Freddindustria, interrogazione parlamentare

incendio ex Freddindustria Aprilia Pontina, interrogazione
incendio ex Freddindustria Aprilia Pontina

Per l’incendio che ha convolto la ex Freddindustria di Aprilia, il senatore Nicola Calandrini (FdI), ha depositato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta. Il rogo è stato, infatti, soltanto l’ultimo problema causato dal sito dismesso, in cui dominano il degrado e l’incuria. Le condizioni in cui versa l’area del quartiere Toscanini non sono accettabili. Lo stabilimento si trova infatti all’interno di un centro abitato.

Incendio Aprilia, interrogazione del senatore Calandrini

Il coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia Latina, nella missiva indirizzata ai ministri dell’Ambiente e della Salute, Gilberto Pichetto Fratin e Orazio Schillaci, ha sottolineato anche il ritardo dell’amministrazione comunale di Aprilia. Le azioni disposte dal 2020 si sarebbero, rivelate, infatti, assolutamente insufficienti.

Calandrini ha ripercorso i momenti dell’incendio del primo febbraio scorso. Ha pure spiegato come le pessime condizioni igieniche in cui versano gli edifici – abitati da numerose persone senza fissa dimora – hanno comportato un pericolo per la popolazione. I rifiuti accatastati che hanno preso fuoco quel giorno hanno causato, infatti, dispersione di diossine e altri elementi tossici.

Calandrini ha richiamato anche la possibilità della presenza di amianto nel sito. Ha per questo chiesto ai due ministri se intendano intervenire e quali iniziative ritengano di dover assumere per garantire, nel più breve tempo possibile, la messa in sicurezza del sito industriale dismesso e la bonifica dell’area.

L’impegno dei consiglieri La Pegna e Grammatico

“Colgo l’occasione per ringraziare Vincenzo La Pegna e Matteo Grammatico consiglieri di Fratelli d’Italia – ha concluso il senatore – che hanno segnalato questa grave situazione di pericolo per l’incolumità pubblica e che da anni si battono con determinazione per arrivare a una soluzione che tuteli i cittadini di Aprilia”.

Interrogazione, la denuncia dell’Osservatorio amianto

Il rischio amianto presente in alcuni immobili dell’area, anche se non in quelli che hanno preso fuoco, ma contigui, era stato denunciato in passato e anche il giorno del rogo anche dall’Ona – Osservatorio nazionale amianto e dal suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni. L’Ona, infatti, da anni si batte per e bonifiche dei siti contaminati. L’asbesto, infatti, è cancerogeno e causa terribili malattie, come il mesotelioma. L’Ona ha anche creato una App per aggiornare la mappatura dei luoghi con amianto.

L’intervento del consigliere Enrico Tiero

In quei giorni anche il neo consigliere regionale Enrico Tiero si associò alla denuncia dell’Ona. “Sul terribile incendio avvenuto nella zona dell’ex Freddindustria di Aprilia – ha detto – occorre fare una seria riflessione. Condivido quanto ha affermato Ezio Bonanni. La nube tossica visibile anche dalla Pontina è composta da diossine e altri componenti cancerogeni e tossico nocivi. Esiste anche un rischio legato alla contaminazione del terreno e delle falde acquifere. Soprattutto ciò che preoccupa è proprio la presenza di amianto.

L’aspetto più inquietante è rappresentato dal vergognoso ritardo nella messa in sicurezza dell’area contaminata. C’è il concreto rischio che si verifichi un disastro ambientale. Non possiamo accettare un fatto del genere. Il sito della ex dogana rappresenta da tempo una bomba ecologica nel cuore della città di Aprilia. Eppure nulla si è fatto per evitare questo disastro. La situazione non è più tollerabile, pertanto chiedo con forza alla Regione Lazio di attivarsi, anche sollecitando i legittimi proprietari dell’immobile, ad espletare le procedure che servono ad avviare la bonifica”.

Caso Gianni, quando le vittime di mafia divengono colpevoli

Guido Gianni
foto di Guido Gianni

di Marco Chiavistrelli – Tre rapinatori assaltano una gioielleria di Nicolosi, un paesino alle pendici dell’Etna, in Sicilia. Con una violenza inaudita bloccano la moglie e un cliente del gioielliere Guido Gianni. Questi, preso dalla paura di perdere la compagna di una vita, svenuta per un colpo fortissimo di uno dei malviventi, e dal caos di quei momenti concitati, spara uccidendo due dei banditi e ferendo il terzo.

Rapina in gioielleria, Gianni condannato per duplice omicidio

Per 8 anni lui e la moglie cercano di tornare alla normalità dopo lo choc. Soltanto dopo tutto questo tempo parte il processo. L’uomo viene condannato per l’omicidio volontario dei due rapinatori a 13 anni di reclusione, ridotti in Appello a 12 e 7 mesi. La Cassazione rende la condanna definitiva. Secondo i periti il gioielliere avrebbe sparato quando ormai i malviventi erano di spalle.

Chiesta la Grazia al Presidente Mattarella

La moglie, però, racconta una storia diversa e chi ha sempre conosciuto l’orafo come una persona gentile e pacifica è pronto a lottare per lui. In tanti lo supportano, anche ora che è in carcere. La richiesta della Grazia al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lanciata anche su change.org, ha raccolto già 81.390 firme.

La Lega che da sempre portato avanti la battaglia per la legittima difesa ha già mostrato la sua vicinanza. Lo stesso Matteo Salvini ha incontrato Guido Gianni in carcere. Ma il gioielliere è affiancato da persone di diversi schieramenti. Non è una battaglia ideologica, ma la richiesta di giustizia per un uomo, in una vicenda che ha anche lati non proprio chiari. Ripercorriamoli tutti.

Caso Gianni, la rapina il 18 febbraio 2008

La scena si svolge a Nicolosi, presso Catania alle pendici dell’Etna. Un piccolo negozio di oreficeria artigianale. Il proprietario come tutti i negozianti della zona, ha già ricevuto 4 rapine e ha comprato una pistola con cui spara in aria quando queste avvengono. Ma stavolta il film è diverso, di una violenza inusitata. Entrano in 3 uno solo a volto scoperto. Prendono la moglie che è con un cliente mentre il marito è dietro nella zona blindata. Gridano: “Ti ammazziamo!”, afferrano la signora per i capelli strappandole ciocche intere e iniziano a picchiarla selvaggiamente.

Quello che pare il capo e che si scoprirà essere il figlio di un capo mafia dei Santapaola, le preme con violenza la pistola sul cuore, con tale furia che la signora dopo 15 anni ne porta il segno osceno. Il signor Gianni esce dalla zona protetta terrorizzato per la moglie, mentre un cliente viene brutalizzato in ginocchio con le mani in testa rivolto al muro. Esplode due colpi in aria.

Gianni temendo per la moglie e per la sua vita spara

Niente reazioni anzi due banditi gli balzano addosso, uno armato. Lo pestano con violenza, lividi ovunque, naso rotto. Il negozio è minuto la colluttazione è spaventosa, Gianni sente il braccio bloccato cosa che gli fa partire una serie di colpi in automatico che uccidono un bandito e feriscono l’altro, colpi nel caos davanti dietro di parte. Il primo criminale alza la pistola pesante e colpisce violentemente la signora alla testa che rantolando perde conoscenza. Per Gianni è morta, sa che basta un violento colpo a una tempia con un oggetto di ferro per uccidere, poi inferto da mano maschile con ferocia. Il bandito alza l’arma verso Gianni che d’istinto spara e lo uccide. Il malvivente prima di spirare dirà ai carabinieri: “Se non mi si inceppava l’arma lo uccidevo io” salvando così l’orgoglio.

I membri del commando appartenevano a un clan mafioso

Gianni che non è mai uscito si catapulta sulla moglie che crede non respirare. Occorre capire il livello di violenza che è stata perpetrata verso una persona cara e il pertugio dove tutto è avvenuto, Gianni stesso picchiato ne poteva uscire, contro 2, col collo rotto! Si saprà anni dopo che il commando era del clan mafioso dei Santapaola, ideato per fare rapine in serie, compresa quella a Gianni e che viene sgominato durante l’Operazione Squalo. Questo spiega che un attimo dopo gli altri complici in attesa fuori siano già dentro (il commando agiva in 6). Secondo una diversa ricostruzione avrebbero fatto sparire un’arma mentre stranamente ne sarebbe comparsa una senza bollino rosso… decine di persone entrano.

La gioielleria fallisce, le persone hanno paura

Siamo nel 2008 e per ben 8 anni le prime indagini non portano a nulla! Gianni non si aspetta nulla, sembrerebbe già tanto la legittima difesa, tanto è il livello iniziale di violenza e aggressività subite da persone in trance criminale. Intanto nel 2013 si scopre la valenza mafiosa della rapina, cosa che si ritorce contro Gianni che vede dileguarsi i clienti per il terrore della mafia.

Caso Gianni, il processo parte dopo 8 anni dai fatti

E viene fuori che il boss dei Santapaola, padre del malvivente ucciso, è divenuto un collaboratore di giustizia. A questo punto dopo 8 anni, come in un pessimo telefilm, improvvisamente viene ordito un processo contro Gianni. Passano ancora anni, la famiglia è rovinata, lo Stato si accanisce. Il giudice crede al perito ufficiale che parla di colpi anche alle spalle e non alla versione della famiglia e del suo perito che correlano tutto al caos della lotta con persone avvolte tra sé, ora davanti ora per parte ora di spalle.

Il verdetto è di duplice omicidio volontario con 13 anni di prigione. La moglie in questa storia si è ammalata, Gianni deve risarcire il boss mafioso e anche il ferito, ha 62 anni e inizia a scontare una pena che pare spropositata e ingiusta. La mafia rapina, aggredisce, minaccia, percuote con violenza, rompe nasi, strappa capelli, mette pistole sul cuore, grida mille volte ti ammazziamo e una brava persona conosciuta per il suo carattere pacifico e umano non può reagire? Non può lottare per sua moglie malmenata?

La versione della famiglia, ribadita dal terzo bandito ferito, dice che Gianni non è mai uscito dal negozio, né ha rincorso i banditi sparando alle spalle, ma che il tutto si è svolto nello spazio minimo della gioielleria in una colluttazione selvaggia. Due omicidi volontari come quelli della mafia, il mondo si è rivoltato, i fiumi scorrono a rovescio, la pioggia risale verso il cielo, le vittime divengono colpevoli.