Riqualificazione di modelli obsoleti a favore di nuovi impianti
La riqualificazione delle aree industriali, si traduce nella sostituzione di un modello obsoleto di visione d’impresa. Ci si avvia verso la rimozione dell’amianto preesistente sostituendolo con impianti fotovoltaici
Il progetto – servizio è stato presentato a Padova in occasione dell’evento organizzato da Padova Europea a fine novembre e ha l’obiettivo di agevolare le imprese che presentano ancora strutture e coperture di amianto.
Cosa succede nel 2024
Le imprese provviste di planimetrie, visura aziendale e bollette dell’ultimo anno potranno richiedere la rimozione gratuita dell’amianto presente sui tetti e sostituirlo con un impianto fotovoltaico.
Non si parla di incentivi né di finanziamenti, è soltanto necessario essere in possesso di quanto sopra citato.
Trent’anni di energia pulita e rinnovabile è la promessa del progetto FV Cloud di GIFT.
E’ importante ribadire che in caso di idoneità dell’azienda questa usufruirà gratuitamente al servizio offerto di sostituzione dell’amianto in favore di un impianto fotovoltaico, aderendo a un programma di riqualificazione industriale.
Servizio FV Cloud
Nel dettaglio il servizio FV Cloud prende forma all’interno di un convegno pubblico su nuovi modelli di riqualificazione industriale di alcune zone prese in esame, il tutto organizzato da Padova Europea.
GIFT è una società che unisce tecnici, consulenti e professionisti green.
Efficienza energetica e attenzione all’ambiente sembrano rappresentare la mission GIFT, che si profila come realtà impegnata per il benessere del Pianeta, offrendo sia servizi di consulenza che assistenza e vendita.
Proprio GIFT, allora, sarà fautore della sostituzione senza costo del tetto in amianto, installando sul tetto dell’impresa un impianto fotovoltaico di sua proprietà attraverso il servizio FV Cloud.
L’impianto fotovoltaico sarà in grado di produrre energia gratuita dal sole, determinando un abbattimento importante dei costi dell’energia e un buon risparmio in bolletta.
«Quando ci arriva la richiesta per l’FV Cloud chiediamo che ci vengano inviate anche le bollette con i consumi energetici tipici dell’anno, oltre alla visura camerale dell’azienda e alle planimetrie del tetto. A quel punto valutiamo la fattibilità tecnica e finanziaria dell’intervento e, se l’esito è positivo, il cliente riceve comunicazione e si proseguono gli approfondimenti con sopralluoghi, dando il via alla progettazione necessaria alla realizzazione dell’impianto fotovoltaico», spiega Riccardo Grigolon di GIFT SRL.
La tempistica
Sarà necessaria una prima settimana per valutare in maniera preliminare l’attuazione del progetto di riqualificazione industriale e trenta giorni per avviare le procedure di installazione dell’impianto fotovoltaico.
Secondo parametri concreti, una società con 1.000 metri di capannone con un conseguente consumo per un impianto da 100 kW risparmierà almeno 120 mila euro per i primi dieci anni.
Alessandro Salvalaio, Presidente del CdA di GIFT Srl continua: «Chi ha il tetto in amianto risparmierà magari qualcosa di meno, ma eliminerà gratuitamente un bel problema».
Clavesana dice NO: cittadini protestano contro il deposito
Il comitato “Clasesana dice NO” si è costituito in ottobre e cerca, con il consenso dei cittadini e delle realtà agro-vinicole di zona, di opporre resistenza al fianco del Comune, alla scelta di San Giovanni a Clavesana come sito di stoccaggio di rifiuti, anche pericolosi.
Clavesana dice NO è un comitato spontaneo che nasce per difendere il territorio da insidie che potrebbero compromettere identità ed economia del posto.
Contrastare il progetto configurandosi come comitato di protesta perché il luogo che sarebbe stato indicato è una fonte preziosa di acqua e rappresenta un geosito di interesse nazionale.
San Giovanni a Clavesana è attraversato, infatti, da circa venti sorgenti sotterranee e grazie all’acquedotto Langhe e Alpi Cuneesi fornisce acqua potabile a più di 200 mila persone.
Il luogo scelto è ricco di sorgentisotterranee (circa venti), è attraversato dall’acquedotto Langhe e Alpi Cuneesi (che fornisce acqua potabile a 200 mila persone), ma anche da una grande galleria che raccoglie l’acqua del Tanaro a Clavesana e la convoglia alla centrale idroelettrica Edison, a Farigliano.
Meandro del fiume Tanaro, si caratterizza per l’andamento sinuoso e per icalanchi, ovvero caratteristiche formazioni geologiche che sono state inserite nell’elenco ISPRA.
Il sito indicato come luogo di stoccaggio è in stretto vicinato con ben 4 centri abitati: Cascina San Giovanni, frazione Pra, frazione Tetti di Clavesana, frazione Naviante di Farigliano.
Il rischio di contaminazione
Un sito di stoccaggio insidierebbe economia e patrimonio naturale della comunità piemontese.
I prodotti agricoli a rischio contaminazione, la svalutazione degli immobili a causa della vicinanza di un deposito rifiuti, in parte tossici sarebbero fonte di impoverimento per tutta la cittadina e i suoi abitanti.
Effetti negativi si prospetterebbero anche per il settore turistico una risorsa importante che ha risollevato le sorti della comunità dopo l’alluvione del 1994.
I numeri
Il comitato Clavesana dice NO conferma un diffuso timore anche in vista dell’ingente transito di rifiuti, si parla di circa 49 tonnellate, che è la quantità massima stoccabile, di rifiuti pericolosi quali amianto, cadmio, mercurio, gas in contenitori a pressione, liquidi antigelo, tubi fluorescenti e altri rifiuti contenenti mercurio, rifiuti solidi prodotti dalle operazioni di bonifica dei terreni, fanghi e residui di filtrazione prodotti dal trattamento dei fumi, pitture e vernici di scarto.
In pratica a pieno regime si parlerebbe di 230 mila tonnellate di rifiuti non pericolosi e oltre 3.000 pericolosi.
La paura degli incendi
Così come si accennava il Comitato “Clavesana dice NO” mostra evidenti preoccupazioni per la salute delle persone che abitano il luogo.
Basti pensare alla frequenza con cui si verificano incidenti in stoccaggi, depositi e discariche (sversamenti, incendi).
Soltanto tra il 2017 e il 2019 si contano, così come riporta il giornale “Cuneo 24” dai 50 ai 112 incendi l’anno; la maggioranza si è verificata nel Nord Italia.
Un incendio nel deposito avrebbe gravissime conseguenze per l’aria (per dispersione di fumi tossici) e per il suolo e le acque sottostanti.
La quantità di rifiuti prevista, inoltre, determinerebbe un importante traffico di tir, con conseguenze negative su emissioni, traffico e rischio incidenti.
Borotalco Johnson & Johnson nell’occhio del ciclone. Come noto, sulla società grava l’accusa di aver utilizzato amianto nel prodotto e di aver provocato gravi patologie alle persone
Borotalco Johnson & Johnson causa mesotelioma?
Milioni di americani utilizzano da molti decenni il borotalco Johnson & Johnson e altri prodotti contenenti talco, come parte della loro routine quotidiana di igiene personale.
È stato ampiamente riconosciuto – così come scrive la nota Majo Clinic- che il talco può causare il mesotelioma quando contiene anche tracce di amianto.
Talco Johnson & Johnson: cosa chiede la società
Il colosso farmaceutico statunitense Johnson & Johnson ha chiesto di concordare con una proposta di quasi 9 miliardi di dollari l conclusione delle cause che gravano sui suoi prodotti a base di talco causando il mesotelioma, il cancro ai polmoni.
In attesa di approvazione dal Tribunale, la società del New Jersey dichiara di voler risolvere la questione «In modo equo ed efficiente tutti i contenziosi».
Tra le accuse più gravi sul borotalco Johnson&Johnson c’è la conoscenza da almeno 20 anni in precedenza della presenza di tracce di amianto nel borotalco.
Il prodotto risulta molto utilizzato anche per l’igiene dei bambini e tra i più usati per la routine dell’igiene.
La Cosmetic, Toiletry, and Fragrances Association ha pubblicato nel 1976 alcune linee guida decretando che il talco utilizzato nei prodotti cosmetici statunitensi dovrebbe essere esente da quantità rilevabili di amianto.
Una serie di cause legali e rapporti suggeriscono che alcune aziende continuarono a produrre e vendere prodotti a base di talco contaminati da amianto per decenni dopo.
Nell’aprile 2023, Johnson & Johnson ha accettato un accordo di 8,9 miliardi di dollari.
Ciò è avvenuto dopo che 60.000 cause legali hanno sostenuto un collegamento tra il suo borotalco e altri articoli per la cura personale a base di talco, e lo sviluppo del mesotelioma e del cancro alle ovaie.
Lo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha valutato il talco contaminato da amianto come cancerogeno (classe 1), il talco puro come NON cancerogeno (gruppo 3) e ha inserito invece l’uso di talco a livello perineale (cioè genitale e vaginale) come “possibile cancerogeno” per il tumore ovarico (gruppo 2B).
Il crollo in borsa del talco Johnson & Johnson
Stando a un’inchiesta Reuters del 2018 che fece emergere la rivelazione del borotalco Johnson & Johnson all’amianto, assistemmo a un crollo in borsa del titolo J&J a Wall Street.
Dal 1971 in avanti secondo quanto si evince dalle accuse presentate in Tribunale, come il gruppo J&J presentasse elementi individuali che mostravano preoccupazioni per alcune sostanze presenti nel talco.
Questi timori, svelati dalla stampa, fece sì che nel 2018 si infliggesse alla multinazionale una multa di 4,7 miliardi di dollari.
Cosa succede in USA
Prove sull’amianto nel talco e sul modo in cui i prodotti in polvere di talco potrebbero contribuire al mesotelioma continuano a svilupparsi.
Uomini e donne che sono stati colpiti dal borotalco e dall’amianto si sono attivati e stanno vincendo le loro cause:
Colgate-Palmolive: Nel 2015, una donna californiana ha fatto causa con successo a Colgate-Palmolive per il suo bouquet di cashmere.
La donna ha detto di aver usato il borotalco per quindici anni e alla fine le è stato diagnosticato un mesotelioma. L’azienda non è stata d’accordo con la giuria, che ha assegnato alla donna 13 milioni di dollari.
Whittaker, Clark e Daniels: Nel 2016, anche un uomo californiano ha vinto una causa contro il borotalco e ha vinto 18 milioni di dollari.
La causa è stata intentata contro una società che forniva talco, Whittaker, Clark & Daniels. L’imputato ha affermato che il talco dell’azienda veniva utilizzato nel negozio di barbiere di suo padre, dove trascorreva molto tempo.
Decenni dopo, all’imputato fu diagnosticato un mesotelioma. Il talco in questione proveniva dalle miniere della Carolina del Nord e dell’Alabama, note per contenere amianto.
Antica spezia: Nel 2021, una giuria ha assegnato a un uomo californiano 4,8 milioni di dollari per il mesotelioma sviluppato dopo aver usato quotidianamente il talco Old Spice per 22 anni. L’uomo è un veterano e gli è stato diagnosticato un mesotelioma nel 2017.
Gestione dell'amianto e scorie radioattive centrali nucleari
La gestione dell’amianto nelle centrali nucleari presenta una serie di sfide ambientali e relative alla sicurezza tecnologica. Capiamo di più sulla situazione.
Le centrali nucleari, sono state per lungo tempo i fulcri della produzione energetica, generando un quarto dell’elettricità nell’Unione Europea. Tuttavia, con il passare del tempo, l’attenzione si è spostata verso un nuovo capitolo: il decommissioning sicuro. Il processo riveste una grande importanza, poiché coinvolge la chiusura e il disassemblaggio delle centrali nucleari esistenti in modo sicuro e controllato, riducendo al minimo i rischi ambientali e proteggendo la salute umana.
In un contesto in cui la sicurezza e la gestione responsabile dei rifiuti radioattivi diventano dunque priorità assolute, il decommissioning sicuro rappresenta un passo fondamentale verso un futuro più sostenibile ed efficiente per il settore energetico. Esploriamo insieme questa transizione verso un’energia nucleare responsabile e sicura, dove la tutela dell’ambiente e della salute pubblica è al centro delle decisioni e delle azioni
Monumento in ricordo delle vittime Chernobyl
Gestione del nucleare in Italia: passato presente
Gestione. L’energia nucleare ha da sempre sollevato dibattiti appassionati e accesi sull’opportunità di sfruttare tale risorsa per la produzione di elettricità.
In Europa, circa un quarto dell’energia elettrica viene prodotta da centrali nucleari, evidenziando l’importanza di questa fonte energetica nel mix energetico del continente.
Tuttavia, l’Italia ha una storia peculiare nel panorama.
La sua incursione nel campo dell’energia nucleare risale al 1963, quando fu inaugurata la sua prima centrale elettronucleare a Latina.
Poi, una tragedia segnò le sorti del nucleare, con il fermo della produzione nel 1987, seguito da un referendum popolare.
A scatenare il panico fu l’incidente avvenuto nella centrale di Chernobyl, in Ucraina, nell’aprile del 1986,
Le immagini apocalittiche e le notizie dell’incidente fecero il giro del mondo, suscitando preoccupazioni sull’uso dell’energia nucleare.
Risultato?
Tra il 1988 e il 1990, le centrali nucleari esistenti in Italia sono state chiuse, con i progetti per nuove centrali interrotti.
Questo ha lasciato il paese con solo quattro centrali nucleari a Trino Vercellese, Corso, Latina e Garigliano, tutte ormai inattive. Tuttavia, la sfida non si è conclusa con la loro chiusura.
Gestione dei rifiuti e decommissioning
Un problema significativo associato al decommissioning(smantellamento degli impianti nucleari delle centrali) è la presenza di amianto nei siti.
Gli impianti sono stati costruiti infatti prima della metà degli anni ’70, quando in Italia non era ancora entrata in vigore la legge 257/1992, che ha vietato l’utilizzo dell’amianto e dei materiali contenenti questa sostanza pericolosa.
Ebbene, la gestione dell’amianto in questi siti richiede un approccio attento e rigoroso, per garantire la sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente circostante.
Di conseguenza, l’Italia, come molti paesi, si trova tuttora ad affrontare le conseguenze del proprio passato nucleare, cercando soluzioni innovative e sicure. Ma a cosa serviva l’amianto nelle centrali nucleari?
Il ruolo del killer silente nelle centrali nucleari
L’amianto, per lungo tempo, ha rivestito un ruolo chiave nelle strutture e negli impianti delle centrali nucleari. Utilizzato come coibente nelle turbine, negli edifici di contenimento del reattore e come isolante termico per pareti e soffitti, ha contribuito alla protezione dai rischi termici e al mantenimento dell’integrità strutturale.
Tuttavia, la presenza di “killer silente” nelle centrali nucleari non si limitava a materiali compatti.
Alte concentrazioni di amianto friabile, materiale notoriamente cancerogeno, si trovavano all’interno degli impianti. Da qui la necessità di agire in maniera sicura a tutela dei lavorati impiegati nella rimozione e a beneficio ovviamente dell’ambiente.
Complessità della rimozione dell’amianto: leggi e normative
Come accennato, la rimozione dell’amianto è un processo complesso, regolamentato da leggi (come la 257/92) e decreti attuativi come il D.M 6/9/94 (relativo alla dismissione dell’amianto negli stabilimenti industriali).
Le normative delineano procedure specifiche, finalizzate a minimizzare la diffusione di fibre di amianto durante le fasi di bonifica, garantendo altresì la sicurezza dei lavoratori.
Nello specifico, i materiali devono essere trattati con cautela, implementando misure per il confinamento statico e dinamico durante le operazioni di rimozione e bonifica.
Formazione e sicurezza degli operatori
Gli operatori coinvolti nel delicato lavoro, devono essere altamente addestrati e formati sul corretto utilizzo dei Dispositivi di Protezione Collettiva (DPC) e dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI).
Inoltre, devono essere a conoscenza delle specifiche procedure di decontaminazione del personale e delle attrezzature utilizzate durante le operazioni.
Gestione e identificazione delle aree contaminate
Durante le fasi di smantellamento degli impianti, è essenziale inoltre identificare accuratamente le aree contaminate esclusivamente da materiale radioattivo, distinguendole chiaramente da quelle contaminate solo da amianto.
La distinzione si rendenecessaria per un trattamento differenziato dei rifiuti e una gestione accurata delle aree contaminante.
Gestione dei “rifiuti misti”
L’amianto contaminato radioattivamente deve essere trattato come “rifiuto misto”, poiché presenta una doppia contaminazione.
È fondamentale individuare e gestire correttamente le aree e i rifiuti con contaminazione mista, ovvero con entrambe le tipologie di contaminazione.
Quanto alla priorità nella destinazione dei rifiuti, essa è data al rischio nucleare rispetto al rischio amianto.
Vediamo adesso quali sono le centrali nucleari presenti in Italia.
Trino Vercellese
Nel contesto delle operazioni di bonifica dalle sostanze pericolose, l’amianto ha rappresentato una sfida particolarmente impegnativa nel sito di Trino Vercellese. Rilievi e analisi dettagliate hanno permesso di mappare accuratamente i manufatti contenenti amianto e i materiali potenzialmente pericolosi all’interno dell’area.
Sin dai primi interventi, una serie di campagne di bonifica, affidate a ditte specializzate, hanno portato alla rimozione quasi totale dell’amianto dal sito, un processo protrattosi dal 1997 al 2019.
Le operazioni hanno richiesto precisione e competenza tecnica, mirando alla sicurezza dei lavoratori e alla protezione dell’ambiente circostante.
Nel corso delle varie fasi, tra il 2005 e il 2008, sono state inviate a discarica 133 tonnellate di coibentazioni contenenti amianto e fibre minerali. Successivamente, nel 2016, sono state eseguite operazioni di rimozione dell’amianto da diverse aree critiche, tra cui la testa del vessel, il sottoquadro e il locale delle batterie, oltre al coibente posto sulla testa del reattore.
Ulteriori interventi nel 2017 hanno incluso la rimozione dell’amianto nella sala macchine e nel sottoquadro, generando circa 3 tonnellate di rifiuti codificati come CER 170601.
Nel 2019, l’attenzione si è concentrata sulla rimozione del cartonfeltro contenente amianto negli edifici risalenti agli anni ’60, con una quantità stimata di amianto pari a circa 0,5 tonnellate.
Ancora amianto nel sito
Tuttavia, nonostante gli sforzi considerevoli, resta ancora una quantità stimata di amianto da bonificare, ammontante a circa 3,5 tonnellate.
Tale residuo è principalmente concentrato nelle penetrazioni del contenitore, nei locali delle batterie e del sottoquadro, nel locale della ventilazione, nella sala manovra e nel laboratorio LPA, oltre alle guarnizioni degli scambiatori di calore e al cartonfeltro nelle guaine impermeabilizzanti delle coperture di vari locali.
L’obiettivo finale resta la completa rimozione delle solette, comportando un’ulteriore quantità stimata di rifiuti contenenti amianto pari a 65 tonnellate. Questo impegno continuo dimostra la complessità delle operazioni di bonifica e la necessità di un approccio attento e mirato per garantire la sicurezza e la tutela dell’ambiente, sottolineando l’importanza di procedure rigorose per affrontare la presenza di amianto in contesti industriali complessi come Trino Vercellese.
Utile precisare che uno studio epidemiologico condotto sugli abitanti che vivono in prossimità degli impianti nucleari di Trino 71, ha evidenziato eccessi rispetto alla media nazionale per neoplasie del sistema nervoso, leucemie, mesotelioma pleurico e peritoneo, riconducibili all’esposizione all’amianto.
La rimozione dell’amianto nella centrale nucleare di Caorso
Nel cammino verso una dismissione sicura, la centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, ha affrontato complessi processi di bonifica riguardanti la presenza di amianto.
A condurre le operazioni tra il 2001 e il 2014, è stata SOGIN, una società di Stato incaricata del decommissioning.
Le attività di bonifica condotte nel 2019 hanno contribuito a migliorare ulteriormente la sicurezza ambientale all’interno del complesso.
Esse si sono focalizzate sulla rimozione di barriere antifiamma da due quadri elettrici, dagli imbocchi dei caviotti nell’edificio ex-torri RHR, nonché da due pozzetti passacavi situati nel piazzale retrostante l’edificio Diesel d’emergenza.
Inoltre, è stata eseguita la rimozione di flange sui passi d’uomo dei serbatoi interrati di gasolio n. 3 e 4, che servivano il sistema P61, ovvero le caldaie per il riscaldamento.
Attualmente, si sta monitorando attentamente la presenza di ulteriori materiali contenenti amianto ancora presenti all’interno dell’area.
Questa fase di monitoraggio è ovviamente indispensabile per garantire che tutte i residui di amianto siano identificati e gestiti in modo appropriato, in linea con le rigorose normative di sicurezza e ambientali.
Decommissioning nella centrale nucleare di Latina
La centrale nucleare di Latina, nel suo impegno verso il decommissioning responsabile, ha affrontato sfide significative legate alla presenza di amianto all’interno del complesso. Nel 2014, è stato avviato il processo di smantellamento degli involucri delle soffianti, un’operazione protrattasi fino a settembre 2016 a causa della scoperta di fibre di amianto all’interno del materiale coibente, che sono state prontamente rimosse.
Le operazioni di bonifica hanno coinvolto l’edificio reattore, contaminato da questa sostanza pericolosa. La risposta è stata la realizzazione di una nuova rete di distribuzione elettrica a bassa tensione, garantendo standard di sicurezza elevati e conformità alle normative in materia di salute e ambiente.
Attualmente, sono in corso ulteriori attività di rimozione di Materiali Contenenti Amianto (MCA), interrati in tre diverse zone adiacenti alla centrale, con la previsione di produrre circa 0,6 tonnellate di rifiuti.
In ogni caso, si prevede ancora la necessità di completare le operazioni di rimozione nell’area B, dove sono stati rilevati quantitativi di MCA superiori alle attese, fino a una profondità di 4 metri.
Il completamento di tali attività comporterà la produzione di una varietà di rifiuti da smaltire in conformità alle regolamentazioni ambientali e di sicurezza.
Secondo le previsioni, si potrebbero generare terre e rocce da scavo per un totale di 10.000 tonnellate, imballaggi plastici per circa 20 tonnellate, fanghi per 50 tonnellate e terre e rocce da scavo pericolose pari a 51.400 tonnellate.
Gestione del decommissioning nella centrale del Garigliano
La centrale del Garigliano, situata tra i confini di Lazio e Campania, ha rappresentato un importante impianto energetico dopo la sua inaugurazione nell’aprile del 1964, contribuendo complessivamente alla produzione di 12,5 kWh di energia elettrica. Tuttavia, a partire dal 2000, sono state avviate le fasi di decommissioning, segnando l’inizio di un complesso processo di dismissione.
Uno dei primi passi verso il decommissioning è stato il processo di bonifica dall’amianto, avviato a dicembre 2013.
L’operazione ha visto la rimozione di 158 tonnellate di amianto, di cui 85 tonnellate provenienti dall’edificio turbina e 73 tonnellate dall’edificio reattore. Di queste, 133 tonnellate erano contaminate da radioattività e sono state temporaneamente stoccate nell’edificio ex diesel, mentre il materiale non radioattivo è stato affidato alla SITA Italia per il trasferimento in Germania.
Secondo le affermazioni di SOGIN, l’ultimo trasporto di questo materiale è stato a carico della Nucleo spa e ha visto lo smaltimento preliminare presso l’impianto della Zetadi srl a Ferno, in provincia di Varese.
Inutile sottolineare che i trasferimenti e smaltimenti di materiali contaminati da amianto, soprattutto quando si tratta di rifiuti radioattivi, richiedono una gestione attenta e conforme alle rigorose normative ambientali e di sicurezza.
Bosco di Marengo e Saluggia
L’impianto FN di Bosco di Marengo (Alessandria), negli anni ’90, ha avviato una significativa campagna di supercompattazione che ha coinvolto oltre 2.600 fusti, rappresentando un passo avanti nella gestione dei rifiuti. In tempi più recenti, l’impianto ha concentrato sforzi nella bonifica dall’amianto e nel riconfezionamento dei rifiuti radioattivi, dimostrando un impegno costante nella gestione responsabile dei materiali pericolosi.
L’impianto EUREX di Saluggia (Vercelli), oggetto di recenti censimenti da parte di SOGIN, ha evidenziato la presenza di diversi locali all’interno dei quali potrebbe sussistere il rischio di dispersione di fibre di amianto nell’aria. In particolare, tali aree ospitano coperture in cemento amianto, la cui condizione è stata valutata come discreta e monitorata annualmente per garantirne la stabilità e la sicurezza.
I due impianti, seppur con caratteristiche e storie differenti, si uniscono nel loro impegno comune per garantire la sicurezza ambientale e il rispetto delle normative in materia di rifiuti pericolosi.
Misure di sicurezza e gestione internazionale delle questioni ambientali
La gestione sicura dell’amianto e delle questioni nucleari richiede l’adozione di specifiche misure di sicurezza per garantire la protezione dei lavoratori e l’ambiente circostante. Tra queste misure, la designazione di un Responsabile del Rischio Amianto (RRA) rappresenta un punto fondamentale , garantendo un’adeguata supervisione delle operazioni e la conformità alle normative.
Mantenere aggiornati documenti come il censimento con indicazioni precise sulla posizione e sulla quantità di materiali contenenti amianto (MCA), oltre all’aggiornamento dei database sui quantitativi rimasti in loco, costituiscono una pratica essenziale. È fondamentale ripetere la valutazione del rischio in caso di eventi accidentali o manutenzioni che potrebbero alterare lo stato di conservazione dei MCA.
Le comunicazioni prescritte dalle normative vigenti devono essere effettuate correttamente, come la presentazione dei Piani di Lavoro Amianto alle AUSL. Inoltre, prevedere piani emergenziali specifici in caso di infortuni è un’ulteriore precauzione necessaria.
Considerando l’impegno fisico richiesto e le dosi di radiazioni presenti, è essenziale prevedere turni ridotti e pause programmate per i lavoratori. Le condizioni meteoclimatiche variabili devono essere gestite con attenzione, soprattutto in presenza di escursioni termiche significative o condizioni climatiche estreme.
La gestione delle problematiche legate all’amianto e alla nucleare non si limita all’ambito locale.
E le sfide non finiscono qui…
A livello internazionale, alcune sfide richiedono particolare attenzione e soluzioni innovative. Ad esempio, i sottomarini a propulsione nucleare risultano spesso coibentati con significativi quantitativi di amianto friabile, richiedendo strategie di gestione specifiche.
Un’altra problematica internazionale riguarda i rifiuti misti, contenenti sia materiali radioattivi sia amianto. Lo smaltimento di tali rifiuti in discariche autorizzate è stato comune fino ad oggi, ma paesi come l’Italia possono trovarsi a corto di spazio disponibile in queste discariche.
Soluzioni fattibili?
Una soluzione promettente coinvolge il trattamento dei rifiuti misti mediante processi di immobilizzazione dei radionuclidi e di inertizzazione dell’amianto.
Questi processi possono stabilizzare l’amianto in matrici cementizie o vetrificarlo, riducendo notevolmente il volume dei rifiuti da gestire.
La vetrificazione, ad esempio, trattiene la maggior parte dei metalli e dei radionuclidi, consentendo il riciclo dei sottoprodotti inerti risultanti dal trattamento. La frantumazione per la produzione di granulati inerte per usi come sottofondi stradali rappresenta un esempio di approccio in linea con i principi dell’Economia Circolare.
Insomma, questi processi offrono soluzioni innovative e sostenibili per affrontare le sfide ambientali e di sicurezza legate alla gestione dell’amianto e dei rifiuti radioattivi, promuovendo al contempo l’utilizzo responsabile e sostenibile delle risorse?
ONA sulla gestione dei materiali radioattivi e contendenti amianto nelle centrali
L’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’Avv. Ezio Bonanni ha le idee chiare sulla questione .
«La gestione dei liquidi contaminati da radionuclidi richiede impegno e soluzioni innovative. È imperativo garantire la sicurezza ambientale e umana mediante strategie efficaci e una vigilanza costante. L’Osservatorio Nazionale Amianto si erge come baluardo nella lotta contro i pericoli ambientali. Con determinazione e responsabilità, sosteniamo la necessità di adottare pratiche sicure e avanzate nel trattamento di tali liquidi, assicurando un futuro più sicuro e sostenibile per tutti», afferma l’Avv. Bonanni.
Riferimenti
Il materiale che segue è frutto di un seminario del 2021, curato da un’equipe composta dalla dott.ssa Federica Paglietti, dal dott. Sergio Bellagamba e dal dott. Sergio Malinconico del Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti Produttivi e Insediamenti Antropici.
Una nuova condanna per il colosso Fincantieri Spa. Dopo la condanna inflitta, e il risarcimento, ai familiari di Alfio Derin, elettricista che ha prestato per anni servizio all’interno dell’azienda cantieristica navale, adesso un altro triste caso. La corte di Appello di Napoli conferma una nuova condanna a Fincantieri e a Sait Spa, azienda appaltatrice della prima, a risarcire la famiglia di un altro operaio, deceduto, anche lui, per l’esposizione all’amianto sul luogo di lavoro.
Fincantieri condannata per la morte di un operaio per amianto
È successo ad Angelo T, ex operaio di Fincantieri, deceduto all’età di 72 anni, a causa di un mesotelioma, contratto dall’esposizione all’amianto. La morte è avvenuta a marzo del 2023 e la famiglia ha ottenuto un risarcimento milionario. Una magra consolazione rispetto alla morte di una persona cara ma un passo avanti per la giustizia. La stessa giustizia in cui, l’Osservatorio Nazionale Amianto e il suo presidente, l’avvocato della difesa Ezio Bonanni, credono e sostengono da anni, schierandosi al fianco di vittime e famigliari.
La storia di Angelo, morto per l’amianto sul luogo di lavoro
Angelo nasce a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. Cresce nella sua città natale, si sposa e si costruisce una famiglia. Una vita normale, come quella di molti altri. Angelo ha anche un lavoro, alla Sait, azienda che prestava manodopera alla Fincantieri. Per Angelo significa uno stipendio, ma non immagina neanche lontanamente il triste epilogo di questa storia che ha lui come protagonista. Dal 1963 al 1995 presta servizio e si occupa di varie mansioni, dal manovale, alla pittura alla coibentazione. Il tutto sempre a contato diretto con le fibre di amianto. Fibre killer, invisibili e prive di odore, che Angelo non vede e non sente entrare nel suo corpo, ma è proprio quello che sta accadendo.
Malattia asbesto correlata confermata e risarcimento danni
Angelo è morto a causa di un mesotelioma contratto dall’esposizione all’amianto. La conferma arriva anche dal dottore Roberto Ficuciello, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, che ha riconosciuto il nesso di causalità tra la patologia riscontrata e il lavoro svolto dall’ex dipendente. Nel referto si legge che “L’ambiente di lavoro era al chiuso, all’interno dell’unità navale, e privo di aspiratori localizzati delle polveri e senza ricambio di aria. Locali chiusi, come la sala macchine, presso i quali trascorreva l’intera giornata lavorativa, gomito a gomito anche con altri colleghi“. Le attività che svolgeva “determinavano aerodispersione di polveri e fibre di amianto, che rimanevano liberate nell’aria“
Troppi i decessi da amianto firmati Fincantieri
L’azienda di cantieristica navale è sotto l’occhio del ciclone già da troppo tempo. Il caso di Angelo, così come quello di Alfio, non sono purtroppo isolati. Ciò che emerge, come filo conduttore, è che, oltre alla presenza di amianto sul luogo di lavoro, non venissero nemmeno utilizzate mascherine e tute protettive specifiche per maneggiare questo materiale in sicurezza.
Del resto è già stato confermato che l’azienda Fincantieri utilizzasse amianto in tutti i suoi cantieri. L’ONA-Osservatorio Nazionale Amianto e l’Avvocato Ezio Bonanni sono da sempre in prima fila nella tutela delle vittime dell’amianto per l’esposizione nei cantieri navali durante il Processo Fincantieri.
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