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Johnson & Johnson al “fronte” in attesa di un verdetto finale

Talco cancerogeno Johnson & Johnson
Johnson & Johnson a gennaio 2025 il verdetto finale

DA SIMBOLO DI FIDUCIA E SICUREZZA FAMILIARE A EPICENTRO DI UNA DELLE CAUSE LEGALI PIÙ IMPONENTI DELLA STORIA, JOHNSON & JOHNSON SI TROVA IN UNA POSIZIONE DELICATISSIMA. MIGLIAIA DI AZIONI LEGALI PENDONO SULLA MULTINAZIONALE, TUTTE LEGATE ALLA PRESUNTA CONTAMINAZIONE DA AMIANTO DEL SUO CELEBRE TALCO PER BAMBINI, ACCUSATO DI CAUSARE GRAVI MALATTIE ONCOLOGICHE. CON UN’OFFERTA DI TRANSAZIONE DA 8,2 MILIARDI DI DOLLARI, J&J SPERA DI CHIUDERE DEFINITIVAMENTE LA QUESTIONE MA IL VERDETTO FINALE È PREVISTO PER GENNAIO 2025

La battaglia legale sul talco Johnson & Johnson e il Texas Two-Step

Johnson & Johnson
Con un’offerta di transazione da 8,2 miliardi di dollari, J&J spera di chiudere la questione legale

Da anni Johnson & Johnson è sotto accusa per l’uso di talco contaminato da amianto nei suoi prodotti. La multinazionale ha respinto ogni responsabilità, sostenendo che l’iconica Baby Powder fosse sicura, ma una lunga serie di cause legali ha messo a dura prova questa affermazione. Nel tentativo di risolvere le controversie, J&J ha intrapreso una strategia legale conosciuta come Texas Two-Step: la compagnia ha cioè trasferito i costi dei contenziosi a una “società satellite” la, Red River Talc LLC e l’ha portata a dichiarare bancarotta. Con questa mossa, l’azienda ha potuto congelare gran parte delle cause pendenti, cercando una soluzione collettiva.

Tuttavia, questa strategia non è priva di controversie: il giudice ha respinto due precedenti tentativi di bancarotta, sostenendo che J&J non fosse in difficoltà finanziaria. Ora, con un nuovo tentativo in corso in Texas, la compagnia spera che il piano sia approvato, consentendole di risolvere il 99,75% delle cause per cancro ovarico, pur restando fuori dall’accordo i casi di mesotelioma, che saranno trattati separatamente.

Il consenso dei querelanti e le accuse di irregolarità

Il processo per ottenere il consenso dei querelanti non è stato privo di tensioni. Nel settembre 2024, l’83% degli stessi ha accettato l’offerta di transazione da miliardi di dollari proposta da J&J, ma alcuni rappresentanti legali hanno messo in dubbio la legittimità del voto, sostenendo che sia stato manipolato a favore dell’accordo. Ovviamente, il colosso della bellezza ha respinto queste accuse, dichiarando che il processo di voto è stato trasparente e rappresenta una volontà genuina di risoluzione da parte della maggioranza dei querelanti.

Carl Tobias, professore di diritto dell’University of Richmond, ha commentato la situazione sottolineando che la questione della legittimità del voto potrebbe allungare notevolmente i tempi della risoluzione. Al contrario, Erik Haas, responsabile legale globale di J&J, ha dichiarato che l’offerta rappresenta una delle più grandi transazioni mai raggiunte in un contesto di bancarotta legata a torti di massa, e che l’approvazione del piano sarebbe una soluzione giusta e tempestiva per chiudere la vicenda. Ma veniamo al discorso della contaminazione da asbesto.

La connessione tra talco Johnson & Johnson e malattie oncologiche: le prove scientifiche

Le cause legali contro Johnson & Johnson sono supportate da ricerche scientifiche che evidenziano una possibile correlazione tra il talco contaminato da amianto e alcune forme di cancro. In particolare, nel maggio 2024, il National Institutes of Health ha pubblicato uno studio che mette in luce un legame tra l’uso della polvere per bambini e il cancro ovarico nelle consumatrici del prodotto. Questa scoperta ha rafforzato la posizione dei querelanti, che accusano J&J di aver commercializzato prodotti potenzialmente pericolosi senza un’adeguata trasparenza sui rischi.

L’azienda, tuttavia, continua a difendersi, affermando che i suoi prodotti non contengano asbesto e che le malattie dichiarate dai querelanti non siano attribuibili all’uso del loro talco. Nonostante le sue difese, Johnson & Johnson è stata recentemente condannata in un caso emblematico. Lo scorso ottobre, una giuria del Connecticut ha ordinato all’azienda di pagare 15 milioni di dollari in risarcimento a Evan Plotkin, un uomo affetto da mesotelioma. Questo verdetto include anche una somma per danni punitivi, che sarà stabilita successivamente.

Il commento dell’avvocato Ezio Bonanni sulla presenza dell’amianto nel talco

L’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA sottolinea che l’amianto è «una minaccia silenziosa e letale per la salute pubblica. Se inalato o applicato su parti delicate del corpo, può causare gravi danni alla salute. Le istituzioni a intensificare i controlli per prevenire ulteriori rischi»

Secondo l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA, la situazione è particolarmente grave. Bonanni ha dichiarato che la presenza di fibre del minerale nel talco è «una minaccia silenziosa e letale per la salute pubblica. Se inalato o applicato su parti delicate del corpo, può causare gravi danni alla salute. Le istituzioni a intensificare i controlli per prevenire ulteriori rischi». 

Il caso Johnson & Johnson rappresenta, insomma, un campanello d’allarme per l’industria farmaceutica e per il settore dei beni di consumo. Le accuse legate alla contaminazione da amianto nel talco per bambini hanno messo in discussione la reputazione di un marchio storico, ma hanno anche sottolineato la necessità di regolamentazioni rigorose e di una maggiore trasparenza. Mentre il mondo attende la decisione del giudice nel 2025, resta aperta la questione: riuscirà J&J a ristabilire la propria credibilità o questo capitolo sarà un punto di svolta per la responsabilità aziendale nel settore? In un contesto in cui la salute dei consumatori è più che mai una priorità, questa vicenda potrebbe segnare una nuova era per la tutela dei diritti delle persone e la lotta contro pratiche commerciali potenzialmente dannose.

Tribunale di Roma: maxi risarcimento a operaio napoletano

amianto e mesotelioma
Amianto: il Tribunale di Roma riconosce un maxi risarcimento per la famiglia di un operaio della raffineria di Napoli

UNA SENTENZA ESEMPLARE ACCENDE I RIFLETTORI SULLA DRAMMATICA QUESTIONE DELL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO NEL SETTORE PETROLCHIMICO. IL TRIBUNALE DI ROMA HA CONDANNATO LA KUWAIT PETROLEUM ITALIA, PROPRIETARIA DELLA RAFFINERIA DI NAPOLI (GIÀ MOBIL OIL ITALIANA), A RISARCIRE LA FAMIGLIA DI UN EX DIPENDENTE. MORTO A 70 ANNI PER MESOTELIOMA PLEURICO, UN TUMORE STRETTAMENTE LEGATO ALL’INALAZIONE DELLE FIBRE DI ASBESTO. LA VICENDA RAPPRESENTA UN CASO EMBLEMATICO. L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), NE SOTTOLINEA L’IMPORTANZA PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI DELLE VITTIME E LA PREVENZIONE DEI RISCHI FUTURI

Amianto: una sentenza esemplare 

Amianto
La vittima aveva respirato le fibre killer di amianto per ventidue anni

L’azienda Kuwait Petroleum Italia è stata ritenuta responsabile di gravi omissioni e imprudenze che hanno portato alla prolungata esposizione dell’operaio alle pericolose fibre di amianto. Il giudice ha stabilito un risarcimento complessivo di oltre 1,3 milioni di euro. 444.787 euro a titolo di indennizzo generale e circa 300mila euro ciascuno alla vedova e ai tre figli per i danni morali e biologici subiti.

L’uomo, per ventidue anni alle dipendenze della raffineria, aveva svolto ruoli operativi di grande rischio. Dapprima come pompista e successivamente come conduttore di caldaie e impianti della centrale termoelettrica. Durante lo svolgimento delle sue mansioni, aveva respirato polveri e fibre di amianto in un ambiente lavorativo privo di adeguate misure di sicurezza. Come accertato dalle indagini tecnico-legali. Non solo il contatto diretto con la fibra killer, ma anche l’esposizione indiretta e ambientale hanno contribuito alla sua malattia. Un mesotelioma pleurico diagnosticato troppo tardi per essere arginato.

L’Osservatorio Nazionale Amianto in difesa delle vittime 

Ezio Bonanni amianto
Per l’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA «Ogni giorno di ritardo è una condanna per le generazioni presenti e future»

L’avvocato Ezio Bonanni, che ha seguito la causa a fianco della famiglia, ha dichiarato: «Si tratta di una importante pronuncia perché conferma il rischio amianto anche nel settore petrolchimico, che ha visto una elevata incidenza epidemiologica di casi di mesotelioma, tumore del polmone, della laringe e di tutti gli altri causati dall’amianto. Questo impone una accelerazione nella bonifica e messa in sicurezza del SIN relativo proprio a Napoli, come abbiamo più volte richiesto».

L’affermazione del presidente ONA è fondamentale per comprendere la portata del problema: il settore petrolchimico, spesso ignorato nel dibattito pubblico sull’asbesto, si rivela una delle aree più esposte. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Amianto, il rischio è aggravato dall’assenza di un’efficace politica di bonifica nelle aree industriali storiche come Napoli.

Un problema che persiste: l’urgenza della bonifica

Questo caso non rappresenta un episodio isolato, ma è parte di una tragedia più ampia che coinvolge migliaia di lavoratori e famiglie. Nonostante la messa al bando dell’amianto in Italiano con la legge 257/1992, questo materiale continua a minacciare la salute pubblica, in particolare nei Siti di Interesse Nazionale (SIN) come quello di Napoli Est. Qui, l’inquinamento ambientale è amplificato dalla mancata bonifica di impianti industriali obsoleti.

Le richieste dell’Osservatorio Nazionale Amianto per una rapida messa in sicurezza della zona sono rimaste finora inascoltate. L’avvocato Bonanni, che da anni si batte per il risarcimento delle vittime e la prevenzione delle esposizioni future, ribadisce l’urgenza di un intervento deciso: «Ogni giorno di ritardo è una condanna per le generazioni presenti e future».

Una battaglia per il futuro

La sentenza del Tribunale di Roma rappresenta una conquista per la giustizia sociale e per le famiglie delle vittime, ma apre anche interrogativi sulla lentezza delle istituzioni nel contrastare l’emergenza amianto. Il caso della raffineria di Napoli evidenzia la necessità di un cambiamento sistemico che coinvolga non solo le aziende, ma anche le autorità locali e nazionali.

L’amianto, definito “fibra killer”, continua a mietere vittime, ma la sentenza offre una speranza: il riconoscimento della responsabilità può diventare il primo passo verso una società più giusta e sicura. 

Il silenzio dell’amianto: giustizia negata alle vittime della Fibronit

onduline di amianto
amianto, onduline - il silenzio: giustizia negata alle vittime della Fibronit

A BRONI, NEL CUORE DELLA PROVINCIA PAVESE, SI RESPIRA UN’ARIA PESANTE, MA NON SOLO PER LE POLVERI D’AMIANTO CHE PER DECENNI HANNO AVVOLTO LO STABILIMENTO FIBRONIT: IL SILENZIO DELLA GIUSTIZIA NEGATA GRAVA SULLE FAMIGLIE, SUI LAVORATORI, SUI SOPRAVVISSUTI E SULLA MEMORIA DI CHI NON CE L’HA FATTA. UNA VICENDA GIUDIZIARIA LUNGA, ESTENUANTE E PROFONDAMENTE AMARA SI CHIUDE CON LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER 470 CASI DI MESOTELIOMA PLEURICO CAUSATI DALLE FIBRE LETALI. MA DAVVERO NON È POSSIBILE OTTENERE GIUSTIZIA PER QUESTE VITTIME? L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA), NON CI STA: «NON È VERO CHE NON È POSSIBILE RENDERE GIUSTIZIA ALLE VITTIME. NON È VERO CHE NON ESISTE UNA PROVA CERTA SUL NESSO CAUSALE»

Dramma Fibronit: la battaglia lunga vent’anni e il silenzio complice

Fibronit di Broni: la Procura sancisce la chiusura definitiva di un iter giudiziario travagliato

Nel 2004, le indagini sullo stabilimento Fibronit di Broni (un’azienda produttrice di elementi per l’edilizia in amianto) iniziarono a svelare una delle pagine più drammatiche legate alla dispersione del killer silente in Italia. Tonnellate di fibre tossiche, rilasciate nell’aria nel corso degli anni, erano ritenute responsabili di centinaia di morti e di un numero crescente di casi di mesotelioma pleurico, una malattia che ancora oggi continua a mietere vittime. La gravità della situazione condusse, nel 2009, all’avvio di un procedimento penale che portò dieci dirigenti dello stabilimento a rispondere delle accuse di omicidio colposo e lesioni personali.

Da quel momento, la vicenda intraprese un lungo percorso giudiziario, segnato da rinvii, dibattimenti e ricorsi.

Nel giugno del 2011, dopo anni di indagini approfondite, la Procura presentò formale richiesta di rinvio a giudizio per i dieci imputati: Michele Cardinale, Lorenzo Mo, Dino Augusto Stringa, Teodoro Manara, Claudio Dal Pozzo, Giovanni Boccini, Guglielma Capello, Maurizio Modena, Domenico Salvino e Alvaro Galvani. Il caso, caratterizzato da iter processuali complessi e spesso contraddittori, vide nel corso del tempo uno scenario che si evolveva in modo significativo. Nel frattempo, quattro imputati erano deceduti, uno fu dichiarato incapace di sostenere un processo e per gli altri si susseguirono sentenze contrastanti, tra condanne e assoluzioni.

Il momento decisivo arrivò nel 2022, con una sentenza di assoluzione definitiva in sede di appello-bis. La decisione giunse dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato le condanne emesse nei primi due gradi di giudizio, segnando così la fine del procedimento dal punto di vista giudiziario. Questo epilogo lasciò tuttavia un’ombra di insoddisfazione in molte delle persone colpite dalla tragedia, poiché la giustizia formale non aveva identificato responsabili definitivi per le perdite subite.

Il silenzio degli innocenti 

Adesso, con il deposito della richiesta di archiviazione da parte del sostituto procuratore Andrea Zanoncelli e del procuratore Fabio Napoleone, si è posto un sigillo formale sulla vicenda. Questo atto rappresenta non solo l’epilogo di una delle indagini più lunghe e controverse nel panorama giudiziario italiano, ma anche un tentativo di fornire risposte alle tante domande rimaste in sospeso.

Con l’archiviazione, la Procura sancisce la chiusura definitiva di un iter giudiziario travagliato, evidenziando ancora una volta la complessità di casi in cui la responsabilità individuale si intreccia con decenni di omissioni e pratiche aziendali che hanno segnato irreparabilmente vite e territori. Resta il peso di una tragedia ambientale e umana che, nonostante le sentenze, continua a sollevare interrogativi e riflessioni sul rapporto tra salute pubblica e responsabilità industriale. Ma come si era pronunciata la Cassazione?

Insanabile incertezza scientifica

La Corte di Cassazione, nel pronunciarsi sul caso, aveva evidenziato “l’insanabile incertezza scientifica” che avrebbe impedito di stabilire con assoluta certezza un nesso causale diretto tra la gestione dello stabilimento di Broni nel periodo 1981-1985 e i casi di mesotelioma pleurico contratti dalle vittime. Sebbene fosse stato riconosciuto che tutte le persone colpite dalla malattia avessero inalato le polveri di amianto disperse dall’impianto, e si fosse esclusa ogni altra possibile causa alternativa, il lungo arco temporale delle esposizioni, spesso decennale, avrebbe reso impossibile individuare con precisione il momento esatto in cui si era innescata la cancerogenesi. Questo elemento ha rappresentato un ostacolo insormontabile per individuare una responsabilità penale diretta a carico degli imputati che ricoprivano ruoli dirigenziali in quegli anni.

La Procura ha sottolineato, in questo contesto, come il suo lavoro, durato oltre un decennio, avesse mirato non solo a perseguire responsabilità penali, ma anche a ricostruire un quadro storico della tragedia che si è consumata a Broni e nella provincia di Pavia. 

Pertanto, pur riconoscendo il disastro ambientale e sanitario, ha ammesso l’impossibilità di proseguire: «La prospettiva penalistica non ha saputo offrire una tutela alle vittime del contagio da fibre di amianto né ai loro prossimi congiunti»

Il percorso giudiziario si è così infranto contro limiti insuperabili, e ogni ulteriore tentativo di proseguire le indagini o di avviare nuove azioni penali è stato giudicato privo di basi solide.

Una bomba a orologeria 

Le parole pronunciate da uno degli avvocati delle parti civili durante il processo restano un’eco dolorosa della tragedia: «Tutti noi che viviamo o lavoriamo a Broni siamo delle bombe a orologeria. Speriamo solo di essere graziati per qualche motivo e che, in qualche modo, possa arrivare una qualsiasi forma di risposta dello Stato». Queste riflessioni, cariche di angoscia e impotenza, mettono in luce la devastazione lasciata dalla contaminazione dall’asbesto, che non si limita alle vittime dirette ma segna profondamente l’intera comunità locale.

Il triste epilogo evidenzia non solo i limiti della giustizia penale nell’affrontare disastri ambientali di tale portata, ma anche la necessità di un intervento più ampio e strutturale, capace di garantire risposte e protezione per chi ha subito le conseguenze devastanti di questa tragedia. Una chiusura che lascia irrisolta la richiesta di giustizia, con l’ombra di una ferita ancora aperta per una comunità che attende un riconoscimento reale del proprio dolore.

Una cosa è tuttavia certezza: che le fibre d’amianto ha ucciso. «La scienza ha chiarito che l’amianto uccide, e quindi non è ammissibile questa denegata giustizia», denuncia l’avv. Ezio Bonanni.

La lotta che non si ferma: il ricorso internazionale

Ezio-Bonanni
«La scienza ha chiarito che l’amianto uccide, e quindi non è ammissibile questa denegata giustizia», denuncia l’avv. Ezio Bonanni

Nonostante l’archiviazione, l’ONA e il suo presidente, non intendono fermarsi. «Procederemo con il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano e faremo opposizione alla richiesta di archiviazione», ha annunciato Bonanni con fermezza. La giustizia penale potrà aver chiuso le porte, ma quella morale e civile resta aperta.

La lotta è, infatti, più grande di un singolo processo: è la lotta per il diritto alla salute, per la tutela dei lavoratori e per il riconoscimento di una verità negata. «Non è ammissibile che lo Stato abdichi al suo compito di proteggere i cittadini – ha aggiunto Bonanni- e chiudere gli occhi davanti a una tragedia come questa significa perpetuare l’ingiustizia».

La vicenda della Fibronit non può e non deve essere dimenticata. Non si tratta solo di numeri – 470 vittime – ma di vite spezzate, famiglie distrutte e una comunità segnata per sempre. L’archiviazione non cancella il dolore né la responsabilità morale di una società che deve fare di più per tutelare i propri cittadini.

Come sottolinea Bonanni: «L’amianto uccide. È una certezza scientifica. E non è vero che non si possa rendere giustizia alle vittime». Broni attende ancora quella giustizia, e chi combatte per loro non si arrenderà.

Aldo Guerrera: addio al pioniere contro l’amianto

Aldo Guerrera
Aldo Guerrera: addio al cofondatore ONA - Aldo Guerrera: addio al sindacalista e pioniere nella lotta all'amianto

LA RECENTE SCOMPARSA DI ALDO GUERRERA HA LASCIATO UN VUOTO PROFONDO NEL PANORAMA SINDACALE E NELLA LOTTA CONTRO L’ASBESTO IN ITALIA. ORIGINARIO DI CISTERNA DI LATINA, GUERRERA È STATO IL PRIMO PRESIDENTE E COFONDATORE DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO. A RICORDARLO, L’AVV. EZIO BONANNI, ATTUALE PRESIDENTE DELL’ONA, CHE SOTTOLINEA IL RUOLO DECISIVO DEL SINDACALISTA NEL PROMUOVERE LA SICUREZZA SUL LAVORO E NEL SENSIBILIZZARE ISTITUZIONI E CITTADINI SUI GRAVI RISCHI LEGATI AL PERICOLOSO MINERALE

Aldo Guerrera: un sindacalista al servizio dei lavoratori

vigile del fuoco
Addio ad Aldo Guerrera: era un riferimento per i lavoratori, non solo nella provincia di Latina, ma in tutto il contesto sindacale italiano

Aldo Guerrera ha incarnato la figura di un sindacalista concreto e determinato, capace di affrontare con energia le problematiche più complesse legate ai diritti dei lavoratori. Con un forte radicamento nel territorio di Cisterna di Latina, si è distinto per il suo impegno diretto e pragmatico nel miglioramento delle condizioni di lavoro. Concentrandosi soprattutto sulla sicurezza e sulla tutela della salute nei contesti professionali più esposti a rischi.

La sua esperienza sindacale ha messo al centro il dialogo ma mai a scapito della fermezza necessaria per ottenere risultati tangibili. Guerrera ha saputo costruire un rapporto solido con le comunità locali, portando avanti battaglie per il riconoscimento dei diritti retributivi e per l’adeguamento delle normative sulla sicurezza. Questo approccio gli ha permesso di diventare un riferimento per i lavoratori, non solo nella provincia di Latina, ma in tutto il contesto sindacale italiano.

La nascita dell’Osservatorio Nazionale Amianto

Spinto dalla crescente consapevolezza dei gravi rischi legati all’amianto, Aldo Guerrera ha cofondato l’Osservatorio Nazionale Amianto, assumendone la presidenza con determinazione. 

Dalla sua nascita, l’ONA ha saputo trasformare una questione spesso ignorata in una priorità pubblica, portando al centro dell’attenzione nazionale e istituzionale, la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Nello specifico, ha avviato campagne strategiche per la bonifica dei siti contaminati e per il supporto concreto alle vittime dell’amianto e ai loro familiari. Ha contribuito altresì a rafforzare le politiche di prevenzione, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’urgenza di affrontare i pericoli connessi all’esposizione a questa sostanza, e consolidando il suo ruolo come promotrice di cambiamenti tangibili in ambito sanitario e ambientale.

Focus sul territorio e il lavoro di Aldo Guerrera

Il territorio di Cisterna di Latina ha rappresentato il laboratorio di molte delle azioni di Guerrera. Il cofondatore ONA ha affrontato in modo diretto la questione dell’asbesto, evidenziando l’impatto devastante sulla salute pubblica e le carenze nelle politiche di prevenzione. Il suo lavoro ha quindi creato un effetto moltiplicatore, coinvolgendo associazioni, cittadini e rappresentanti istituzionali in un’azione corale per ridurre l’esposizione ai pericoli del killer invisibile e accelerare i processi di bonifica.

Una figura pratica e visionaria

Più che un leader idealista, Guerrera è stato un uomo d’azione. Le sue scelte, spesso radicate in un’approfondita conoscenza dei problemi concreti dei lavoratori, hanno prodotto cambiamenti reali e duraturi. La sua capacità di combinare visione strategica e attenzione ai bisogni immediati lo colloca tra le personalità che hanno saputo trasformare una crisi sanitaria e sociale in un’opportunità. Per costruire un futuro più sicuro e giusto per i lavoratori.

Il ricordo di Ezio Bonanni

L’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA, ricorda Aldo Guerrera – Clicca sulla foto per il video

L’avvocato Ezio Bonanni, ha ricordato Guerrera con parole toccanti:

«Voglio ricordare la figura di Aldo Guerrera, il primo presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e cofondatore dell’associazione» – dichiara l’attuale presidente ONA–. «Lo voglio ricordare perché è recentemente scomparso dopo una lunga malattia che potrebbe avere origine proprio dalla sua pregressa esposizione all’amianto.

Lo ricordo per il suo spirito combattivo di sindacalista, difensore dei lavoratori e dei loro diritti, anche retributivi. Poi come protagonista della lotta contro il killer silenzioso dell’amianto, che in provincia di Latina, e in particolare a Cisterna di Latina, sua città natale e luogo di lavoro, ha mietuto e purtroppo continua a mietere decine, se non centinaia, di vittime» – aggiunge Bonanni.

«Lo ricorderemo per il suo coraggio, la sua umiltà, la sua determinazione e la sua onestà. Come Osservatorio Nazionale Amianto, continueremo a portare avanti il suo pensiero e la sua linea di azione, maturata sia come presidente dell’associazione sia successivamente come componente del direttivo nazionale e socio fondatore.

Aldo, spero che un giorno potremo rivederci e che, da lassù, tu possa guardarci e guidarci nella nostra battaglia contro l’amianto, per la salute, per la dignità dei lavoratori e per il benessere di tutti gli esseri umani».

Taranto e l’emergenza amianto, tra storia, dati e urgenze sanitarie

Taranto e l'emergenza amianto, tra storia dati e urgenze sanitarie
Taranto e l’emergenza amianto, tra storia, dati e urgenze sanitarie

IL 16 NOVEMBRE 2024, NEL SALONE DEGLI SPECCHI DEL PALAZZO DI CITTÀ A TARANTO, SI È TENUTO IL CONVEGNO “AMIANTO, TARANTO PRIGIONIERA – ANALISI, SOLUZIONI SOCIALI E GIURIDICHE”, ORGANIZZATO DALL’OSSERVATORIO NAZIONALE AMIANTO (ONA) E MODERATO DALLA GIORNALISTA MEDIASET VALENTINA RENZOPAOLI. L’AVVOCATO EZIO BONANNI, PRESIDENTE DELL’ONA, CHE HA DELINEATO LA GRAVE SITUAZIONE SANITARIA E AMBIENTALE DELLA CITTÀ

Taranto e l’emergenza amianto

La città di Taranto è l’epicentro ormai da decenni di una drammatica crisi sociale, sanitaria ed occupazionale, alimentata dal ricatto del falso dilemma morire di fame o morire di lavoro

Taranto si trova al centro di una crisi che coinvolge ambiente, salute e lavoro. Il recente convegno intitolato “Amianto, Taranto prigioniera – analisi, soluzioni sociali e giuridiche”, ha reso evidenti le dimensioni drammatiche di questa emergenza. L’evento, organizzato dall’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) e moderato dalla giornalista Mediaset Valentina Renzopaoli, ha visto la partecipazione di esperti e autorità locali, con interventi di spessore come quello dell’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA.

«Taranto è l’epicentro ormai da decenni di una drammatica crisi sociale, sanitaria ed occupazionale, alimentata dal ricatto del falso dilemma morire di fame o morire di lavoro», ha spiegato Bonanni. «Si è preferito mantenere operativo un sito altamente dannoso per la salute umana, anche per i cittadini, piuttosto che tutelare la salute, in un contesto ulteriormente fragile per l’utilizzo di amianto e altri cancerogeni nell’organizzazione dell’Arsenale della Marina Militare e delle unità navali. Le conseguenze della lesione della salute e della pubblica incolumità, sono certificate dalla imponente epidemia di malattie asbesto correlate tra i dipendenti civili e militari del Ministero della Difesa stanziati nella città (oltreché imbarcati sulle unità navali)».

I saluti istituzionali e l’introduzione ai lavori

I lavori si sono aperti con i saluti del presidente del Consiglio Comunale, Luigi Abbate, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concertata per affrontare una questione tanto complessa quanto urgente. «Il futuro di Taranto dipende dalla capacità di superare questo drammatico passato e di garantire alla comunità una città libera da inquinamento e malattia». Successivamente, l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, ha preso la parola per analizzare in dettaglio la situazione sanitaria e sociale della città.

Il dramma di Taranto: tra lavoro e malattia

Ezio-Bonanni
Per l’avv. Ezio Bonanni, Taranto «è prigioniera di un ricatto sociale», dove si è imposto il falso dilemma tra “morire di fame o morire di lavoro”

Nel suo intervento, Bonanni ha descritto Taranto come una città «prigioniera di un ricatto sociale», dove si è imposto il falso dilemma tra “morire di fame o morire di lavoro”. Ha proseguito evidenziando che «si è preferito mantenere operativo un sito altamente dannoso per la salute umana, anche per i cittadini, piuttosto che tutelare la salute, in un contesto ulteriormente fragile per l’utilizzo di amianto e altri cancerogeni nell’organizzazione dell’Arsenale della Marina Militare e delle unità navali».

Il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto ha inoltre sottolineato che «le conseguenze della lesione della salute e della pubblica incolumità sono certificate dalla imponente epidemia di malattie asbesto correlate tra i dipendenti civili e militari del Ministero della Difesa stanziati nella città, oltreché imbarcati sulle unità navali». Ma esaminiamo i dati.

I dati dell’ONA: uno scenario desolante

Durante il convegno sono stati presentati i dati aggiornati sull’impatto sanitario dell’esposizione all’asbesto a Taranto e in Puglia. Secondo le rilevazioni del Registro Nazionale dei Mesoteliomi (ReNaM), nel 2018 si contavano 1.302 casi di mesotelioma in tutta la regione. Tuttavia, le rilevazioni dell’ONA hanno registrato, negli anni successivi, circa quattrocento nuovi casi, portando il totale a 1.700.

Ezio Bonanni ha dichiarato che «questo dato è allarmante perché i cluster sono circoscritti al foggiano in modo limitato, alla città di Bari per la presenza della Fibronit, e a Taranto, che è il vero e proprio epicentro di un’emergenza sanitaria e sociale, anche per tutte le altre patologie asbesto correlate e per altre neoplasie dovute ad altri cancerogeni».

Bonanni ha stimato che «il dato epidemiologico corrisponde a circa 3.400 casi di cancro del polmone asbesto correlato, con un indice di mortalità entro i cinque anni rispettivamente del 93% per il mesotelioma e dell’88% per il cancro del polmone. Pertanto, tenendo conto delle altre patologie asbesto correlate, si superano i circa 6.500 decessi in tutta la Puglia nel periodo dal 1993 ad oggi». Questi numeri drammatici interessano in particolare i quartieri Tamburi, Paolo VI e Città Vecchia-Borgo, dove «il 68% dei casi è diagnosticato in individui di sesso maschile e il restante 32% in quelli di sesso femminile», spesso contaminati indirettamente.

Le conseguenze per la comunità

La questione amianto ha forti ripercussioni sulla salute e sull’ambiente

L’impatto sulla salute a Taranto non si limita ai dati statistici, ma si riflette nella vita quotidiana di migliaia di famiglie, che convivono con la malattia e il lutto. Il presidente ONA ha rimarcato che «le conseguenze colpiscono non solo i lavoratori direttamente esposti, ma anche la popolazione civile, evidenziando il fallimento di un intero sistema di prevenzione e tutela».

I quartieri più colpiti, come Tamburi e Paolo VI, vivono in una condizione di continua esposizione, aggravata dalla mancanza di bonifiche adeguate e di tutele sanitarie. Molte delle donne colpite dalle patologie asbesto correlate sono state contaminate indirettamente attraverso gli indumenti dei loro familiari, lavoratori negli impianti industriali.

Le proposte dell’ONA per il futuro

Bonanni ha evidenziato l’urgenza di interventi concreti per affrontare questa emergenza: «È indispensabile riconoscere i diritti di chi è stato colpito da questa tragedia e garantire un futuro alle nuove generazioni, libero dall’ombra dell’inquinamento e della malattia». Tra le proposte avanzate, è emersa la necessità di intensificare le bonifiche ambientali, garantire un monitoraggio sanitario continuo e riconoscere i diritti previdenziali per i lavoratori esposti all’amianto.

Il presidente dell’ONA ha anche ribadito l’importanza di un maggiore coinvolgimento delle istituzioni per accelerare i tempi di intervento e fornire supporto economico e sanitario alle vittime. «Il tempo delle promesse è finito. Taranto ha bisogno di interventi concreti, di giustizia e di un impegno collettivo per spezzare le catene che la tengono prigioniera», ha concluso.

Un problema esteso al Mezzogiorno

L’emergenza di Taranto non è isolata, ma si inserisce in un quadro più ampio che coinvolge tutto il Mezzogiorno. La presenza della Fibronit a Bari e le miniere del Sulcis in Sardegna testimoniano quanto il problema dell’amianto sia diffuso e sottovalutato. Tuttavia, Taranto rappresenta il caso più emblematico per la gravità dell’impatto sanitario e sociale.

Taranto come simbolo di riscatto

Taranto incarna le contraddizioni di un modello di sviluppo che ha privilegiato il profitto a scapito della salute pubblica e dell’ambiente. Ma può anche diventare un simbolo di rinascita, grazie alla crescente consapevolezza della sua comunità e all’impegno collettivo di istituzioni, associazioni e cittadini.

Il convegno ha rappresentato un momento importante per riflettere sul passato e guardare al futuro con speranza e determinazione. Solo attraverso interventi concreti e un impegno condiviso sarà possibile restituire dignità a una città che merita di essere ricordata non solo per le sue ferite, ma anche per la sua capacità di risorgere.