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martedì, Febbraio 10, 2026

Ecomafia 2025: criminalità organizzata e distruzione ambientale in Italia

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L’Onorevole ha infatti citato il rapporto Ecomafia 2025, documento che viene redatto annualmente da Legambiente in collaborazione con le forze dell’ordine e le Capitanerie di porto. Il quale fornisce il quadro dettagliato dei casi di criminalità ambientale in Italia, analizzando la progressiva trasformazione del fenomeno.
A cura di  Osservatorio nazionale ambiente e legalità.

Il contesto contemporaneo

Il termine ecomafia, sempre coniato negli anni ’90 da Legambiente, nasce per descrivere una delle forme più pervasive e meno visibili della criminalità organizzata contemporanea, capace di produrre danni profondi e spesso irreversibili all’ambiente, alla salute pubblica e all’economia legale. Il concetto di ecomafie identifica l’insieme delle attività illegali messe in atto da organizzazioni criminali, di tipo mafioso o para-mafioso, che traggono profitto dallo sfruttamento illecito delle risorse naturali e dalla gestione criminale dei rifiuti. Un vero e proprio sistema economico illegale, radicato nel territorio e spesso intrecciato con settori dell’imprenditoria e delle istituzioni.

I dati di Legambiente – Ecomafia 2025 per il 2024

Riportiamo alcuni dati dell’Associazione Ambientalista dal sito ufficiale.

L’edizione 2025 di Ecomafia, I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia” (Edizioni Ambiente) è dedicata quest’anno al 30ennale della scomparsa del Capitano di Fregata Natale De Grazia. Morto tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 mentre indagava sugli affondamenti sospetti nel Mediterraneo di navi con il loro carico di rifiuti.

Secondo il rapporto nel 2024 viene superato il muro dei 40mila reati ambientali, sono ben 40.590, +14,4% rispetto al 2023. Si tratta di una media di 111,2 reati al giorno, 4,6 ogni ora. Aumentano anche le persone denunciate, 37.186 (+7,8%), mentre il giro d’affari delle ecomafie vale 9,3 miliardi di euro (+0,5 miliardi rispetto al 2023) e cresce anche il numero dei clan coinvolti, 11 in più rispetto a quelli censiti nel precedente rapporto Ecomafia.

Aumentano anche le inchieste sui fenomeni corruttivi negli appalti di carattere ambientale

88 sono le inchieste censite da Legambiente dal 1° maggio 2024 al 30 aprile 2025, (+17,3% rispetto al 2023), 862 le persone denunciate, +72,4%. Si tratta di inchieste che vanno dalla realizzazione di opere pubbliche alla gestione di servizi. come quelli dei rifiuti urbani e la depurazione, passando per la concessione di autorizzazioni ambientali alle imprese.

Le regioni maggiormente colpite

Sempre secondo il rapporto, in Italia il 42,6% dei reati ambientali si concentra nelle 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Il maggior numero di reati si riscontra, a livello nazionale, nella filiera del cemento. (Dall’abusivismo edilizio alla cave illegali fino ai reati connessi agli appalti per opere pubbliche). Con 13.621 illeciti accertati nel 2024, +4,7% rispetto al 2023, pari al 33,6% del totale. Seguiti dai reati nel ciclo dei rifiuti ben 11.166, +19,9%, e quelli contro gli animali con 7.222 illeciti penali (+9,7%).

La classifica regionale

La Campania è posizionata al primo posto con 6.104 illeciti penali. Pari al 15% del totale nazionale, con un aumento delle persone denunciate (5.580), dei sequestri effettuati (1.431) e un totale di 50 arresti.
La Puglia sorpassa la Sicilia e ritorna al secondo posto. Con 4.146 reati, pari al 10,2% del totale nazionale, facendo registrare il maggior numero di arresti (69).
Al terzo posto ritroviamo la Sicilia, con il 9,4% di illeciti penali.
Stabile al quarto posto la Calabria che, tuttavia, incrementa il numero di reati (3.215) e più che raddoppia il dato sugli arresti (41).
Quinto posto per il Lazio, con 2.654 reati, in crescita del 20,6% rispetto al 2023, che supera la Toscana, dove si registra comunque un aumento degli illeciti penali dell’11,6%.
La Sardegna si conferma anche quest’anno al settimo posto con 2.364 reati.
Al primo posto come regione del Nord la Lombardia (ottava nella classifica nazionale, con 2.324 reati ambientali nel 2024, pari al +17.7%). La segue il Veneto, nono con 1.823 illeciti penali (+3,5%).

Crescita di reati contro il patrimonio culturale

Il rapporto segnalata un’impennata dei reati contro il patrimonio culturale. Ossia dalla ricettazione ai reati in danno del paesaggio, dagli scavi clandestini alle contraffazioni di opere). sono 2.956, + 23,4% rispetto al 2023.

I delitti più gravi, previsti dal titolo VI-bis del Codice penale

Sempre nel testo leggiamo che nel 2024 al primo posto abbiamo l’inquinamento ambientale con 299 illeciti contestati. Quelli complessivi sono stati 971, con un +61,3% rispetto al 2023 e 1.707 persone denunciate (+18,9%).

Origini storiche e contesto normativo

Le prime evidenze strutturate delle attività ecomafiose emergono in Italia a partire dagli anni Ottanta, in coincidenza con l’introduzione di una normativa più stringente sul trattamento dei rifiuti speciali e pericolosi. L’emanazione del D.P.R. 915 del 1982, che recepiva direttive europee in materia di rifiuti tossici e nocivi, ha rappresentato uno spartiacque: da un lato ha tentato di regolamentare un settore fino ad allora poco controllato, dall’altro ha reso lo smaltimento legale più costoso e complesso. Questo ha creato un terreno fertile per l’ingresso della criminalità organizzata, pronta a offrire soluzioni “alternative” a basso costo per aziende e produttori di rifiuti.

Negli anni Novanta il fenomeno assume dimensioni sistemiche. Le prime grandi inchieste giudiziarie rivelano l’esistenza di reti criminali capaci di gestire l’intero ciclo dei rifiuti, dalla produzione allo smaltimento finale, spesso con la complicità di amministratori pubblici, tecnici e imprenditori. È in questo contesto che Legambiente pubblica, nel 1994, il primo documento ufficiale in cui compare il termine ecomafia, seguito nel 1997 dal primo Rapporto Ecomafia, destinato a diventare un appuntamento annuale di monitoraggio e denuncia.

Il traffico illecito di rifiuti come cuore del sistema

Il traffico e lo smaltimento illegale dei rifiuti rappresentano il fulcro delle attività ecomafiose. Tra queste rientra anche l’abbandono dell’amianto. Si tratta di un business estremamente redditizio, perché consente di abbattere i costi legati al trattamento dei rifiuti pericolosi e di aggirare normative ambientali complesse. I rifiuti industriali, chimici, ospedalieri e persino radioattivi vengono movimentati lungo vere e proprie rotte nazionali e internazionali, che collegano le aree industriali del Nord Italia con regioni del Sud storicamente più fragili dal punto di vista economico e istituzionale.

In molte aree del Mezzogiorno, ma non solo, i rifiuti vengono interrati illegalmente in cave dismesse, terreni agricoli, zone boschive o inglobati nelle fondamenta di edifici in costruzione. In altri casi vengono bruciati all’aperto, generando emissioni altamente tossiche, o scaricati in mare attraverso affondamenti deliberati di imbarcazioni cariche di materiali pericolosi. Questo sistema ha trasformato interi territori in discariche occulte, spesso senza che le comunità locali ne siano pienamente consapevoli fino alla comparsa di gravi conseguenze sanitarie.

Territori colpiti e dimensione nazionale del fenomeno

Sebbene l’immaginario collettivo associ l’ecomafia principalmente alla Campania e alla cosiddetta Terra dei Fuochi, il fenomeno ha una dimensione nazionale. Come abbiamo visto, le regioni con il maggior numero di reati ambientali risultano essere Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, ma anche aree del Nord Italia sono state coinvolte in maniera significativa. In Lombardia e Veneto, ad esempio, sono emersi casi di utilizzo illecito di fanghi industriali spacciati per fertilizzanti agricoli, con contaminazione delle falde acquifere e dei suoli.

Particolarmente preoccupante è il coinvolgimento del Nord nei traffici di rifiuti radioattivi e metallici contaminati, fusi illegalmente in acciaierie e fonderie. Questi episodi dimostrano come l’ecomafia non sia un problema confinato a specifiche aree geografiche, ma un sistema diffuso che sfrutta le debolezze dei controlli e la ricerca del massimo profitto su scala nazionale ed europea.

Le modalità criminali lungo il ciclo dei rifiuti

Le attività ecomafiose possono manifestarsi in ogni fase del ciclo dei rifiuti. Nella fase di produzione, le aziende possono dichiarare il falso sulla quantità o sulla pericolosità dei materiali da smaltire, oppure affidarsi consapevolmente a operatori illegali. Durante il trasporto, i documenti vengono falsificati o manomessi per far “sparire” carichi interi. È però nella fase di smaltimento che si concentrano le pratiche più gravi, come le finte operazioni di trattamento, le bancarotte pilotate di impianti di recupero e l’abbandono sistematico di rifiuti in siti non autorizzati.

Questo sistema non potrebbe funzionare senza una rete di complicità che spesso coinvolge organi di controllo corrotti. In molti casi non sono solo le mafie tradizionali a gestire il business, ma consorzi criminali ibridi, in cui interessi economici legali e illegali si sovrappongono.

Evoluzione legislativa e introduzione degli ecoreati

Una svolta significativa arriva solo nel 2015 con l’approvazione della Legge n. 68, che introduce nel codice penale i delitti contro l’ambiente. Per la prima volta vengono tipizzati reati come l’inquinamento ambientale, il disastro ambientale, il traffico di materiale ad alta radioattività e l’omessa bonifica.

Questa riforma ha ampliato in modo sostanziale gli strumenti a disposizione della magistratura, prevedendo pene più severe, la confisca dei beni, l’obbligo di ripristino dei luoghi contaminati e incentivi al ravvedimento operoso. Pur rappresentando un passo avanti decisivo, l’efficacia della normativa dipende in larga misura dalla capacità di applicazione concreta e dalla continuità delle attività di controllo e repressione.

Operazioni di polizia e contrasto sul territorio

Nel corso degli anni, numerose operazioni di polizia hanno portato alla luce traffici illeciti di rifiuti su larga scala, coinvolgendo intere filiere criminali. Queste indagini hanno dimostrato come l’ecomafia sia in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti normativi e tecnologici, spostando rotte, metodi e settori di intervento. Nonostante arresti, sequestri e condanne, il fenomeno continua a riprodursi, alimentato da enormi margini di profitto e da una domanda costante di smaltimento a basso costo.

Un problema ambientale, sanitario e democratico

L’ecomafia è una questione che tocca direttamente la salute dei cittadini, la sicurezza alimentare e la qualità della democrazia. I territori contaminati registrano spesso tassi più elevati di patologie oncologiche e croniche, mentre le comunità locali subiscono una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni.
“Contrastare efficacemente le ecomafie significa  investire in prevenzione, trasparenza amministrativa, educazione ambientale e partecipazione civica.” Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
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