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Videogiochi: fanno davvero male alla salute?

videogiochi
uomo con i rasta con un joystick in mano
Secondo un recente studio, alcuni videogiochi possono aiutare soggetti affetti da disturbi come l’ADHD e la depressione

I videogiochi possono creare davvero dipendenza?

Videogiochi. Chi è nato in una generazione in cui si giocava all’aria aperta, è portato a credere che i videogiochi siano causa di sedentarietà, incoraggino comportamenti violenti o danneggino la salute mentale. In ultima analisi, desta preoccupazione il fatto che il gioco compulsivo possa sfociare in una dipendenza vera e propria. 

In effetti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso il suo parere sui videogiochi, aggiungendo il “disturbo del gioco” alla sua classificazione internazionale delle malattie (ICD) nel 2019.

A tal riguardo, un esempio di videogioco progettato per far accrescere la dipendenza dal gioco d’azzardo è “Diablo: Immortal”. Nel giro di due mesi dalla sua uscita, aveva già superato i 100 milioni di dollari di entrate.

Uno studio ha testato gli effetti dei videogiochi 

Non tutti i videogiochi sono tuttavia da demonizzare. Una meta-analisi del 2020, ha riesaminato 28 studi svolti negli anni passati e non ha trovato prove di un legame (a lungo termine) tra videogiochi aggressivi e l’aggressività giovanile. 

Non è confermata neppure l’ipotesi secondo cui i videogiochi arrechino danni a livello psichico.

Pubblicata sulla rivista Royal Society Open Science, la ricerca è stata condotta da alcuni esperti dell’Oxford Internet Institute (OII) dell’Università di Oxford. 

Gli studiosi hanno analizzato 38.935 giocatori, che hanno trascorso giocando a sette diversi videogame delle case Nintendo, Microsoft, Sony e Ubisoft. 

I giochi selezionati erano: Animal Crossing: New Horizons, Apex Legends, Eve Online, Forza Horizon 4, Gran Turismo Sport, Outriders e The Crew 2.

La scala di valutazione del benessere e della soddisfazione

Ogni due settimane, per un periodo di sei settimane, il benessere dei giocatori è stato valutato attraverso il sondaggio “Player Experience of Need Satisfaction”. Attraverso questo strumento,i giocatori hanno classificato la frequenza con cui provavano sentimenti “piacevoli” e “spiacevoli“, misurando la loro soddisfazione generale, il benessere emotivo e la motivazione. Quest’ultima poteva essere intrinseca (il gioco era una scelta) o estrinseca (il gioco era visto come una necessità). 

La valutazione motivazionale serviva a distinguere coloro che amano il gioco come hobby, da coloro che lo vedono come un lavoro di routine o una dipendenza.

Per segnalare la scelta, i soggetti coinvolti nello studio hanno utilizzato una scala con gradini numerati da 0 in basso a 10 in alto. Un punteggio basso indicava un gradimento scarso, uno alto ovviamente evidenziava l’esatto contrario.

Nessuna differenza fra giocatori seriali e occasionali

Analizzando i dati della scala, i ricercatori hanno scoperto che non c’era quasi alcuna differenza tra i giocatori “seriali” e quelli occasionali. 

Sostanzialmente, coloro che sceglievano di giocare per puro piacere, riferivano di essersi sentiti più soddisfatti rispetto a quanti giocavano in maniera compulsiva. 

Questo nuovo studio, basato sul comportamento dei giocatori, è sicuramente il più grande del suo genere. Esso rafforza la convinzione secondo cui, finché il gioco è un hobby, è improbabile che possa influenzare la salute mentale delle persone.

Lo studio appresenta inoltre un primo passo verso la determinazione esplicita degli effetti di lunga durata dei videogiochi sul benessere.

In ultima analisi, i risultati dimostrano la complessità di trarre conclusioni precise su come e perché giocare ai videogiochi ci influenza.

Andrew Przybylski, ricercatore senior dell’Oxford Internet Institute, ha dichiarato «ciò che è importante, è la mentalità dei giocatori che si avvicinano ai giochi.

«Nella nostra ricerca ed esperienza, tendiamo a scoprire che c’è un grande gruppo di giocatori “sani”, che beneficiano del loro gioco», ha aggiunto il professore. «Ma c’è anche una minoranza di giocatori con abitudini di gioco malsane, spesso accompagnate da vari altri problemi nella vita. Il gioco non è necessariamente la causa di questi problemi, ma ovviamente è necessario prendere in considerazione un’estrema partecipazione al gioco per ripristinare l’equilibrio. Lo studio è molto rigoroso e ben fatto, ma spero che sarà un punto di partenza, non una destinazione finale».

La lista dei videogiochi da non demonizzare 

Anche se i giochi proposti non hanno dimostrato alcuna criticità per la salute, i ricercatori hanno stilato una lista di altri videogame, che sono stati testati e approvati dalla FDA in base a requisiti bene precisi.

Essi possono aiutare i soggetti affetti da disturbi come l’ADHD e la depressione. Aiuterebbero inoltre la cognizione, alleviando lo stress e rafforzando le capacità comunicative

I videogiochi “salutari” hanno vinto la DeepWell Digital Therapeutics Mental Health Game Jam, una competizione nata per sviluppare giochi che discutono o cercano di migliorare la salute mentale dell’utente. 

L’elenco include Inner Room di byebyesama, Bíotópico di Everyday Lemonade e Fumble di ComfyDev.

Fonti 

Vuorre Matti, Niklas Johannes, Kristoffer Magnusson and Andrew K. Przybylsk (27 giugno 2022). È improbabile che il tempo trascorso a giocare ai videogiochi influenzi il benessere. Royal Society Open Science.

Long Covid, studio australiano: mancata assunzione di calcio

long Covid
uomo con le mani sul viso, disperato

Da mesi è ormai dimostrato che il Covid può causare stanchezza e malessere anche per varie settimane dopo che il paziente si è negativizzato. Ora alcuni ricercatori australiani hanno comunicato di aver trovato un legame tra il long Covid e l’encefalomielite mialgica o sindrome di fatica cronica (ME/CFS).

A Sydney, come è riportato sull’Ansa, è stato portato avanti il primo studio che identifica biologicamente la sovrapposizione della condizione ME/CFS con il long Covid. La scoperta è dello studio del Centro nazionale di neuroimmunologia e malattie emergenti della Griffith University della Gold Coast, diretto da Sonya Marshall-Gradsnik, ed è stata pubblicata sul Journal of Molecular Medicine.

Long Covid, i recettori non assorbono il calcio

Alla base del malessere ci sarebbe un mancato assorbimento di calcio. Il long Covid danneggerebbe i recettori dell’assorbimento che si trovano in ogni cellula del corpo, che non sarebbero più in grado di svolgere al meglio la loro funzione.

Gli scienziati studiano da anni la sindrome di fatica cronica, ma si sono concentrati sul long Covid dopo aver notato somiglianze fra le due malattie. L’Australia ha registrato quasi 10 milioni di casi di Covid-19 dall’inizio della pandemia, di cui il 5% ha sofferto anche di long Covid.

Il prossimo passo è quello di sviluppare uno screening test ad alto rendimento per consentire diagnosi rapide. Questo permetterebbe ai pazienti di tenersi sotto controllo e arginare i problemi che questa malattia porta con sé.

Un altro tassello nello studio di questa pandemia che ha cambiato radicalmente le nostre abitudini e ha causato tanti casi anche si depressione e stress.

La sindrome da fatica cronica

La sindrome da fatica cronica o Encefalomielite Mialgica (CFS/ME) è una patologia caratterizzata dalla presenza di stanchezza profonda spesso inspiegabile. Si tratta di una patologia debilitante in grado di influenzare le normali attività giornaliere.

Tra i sintomi rientrano l’insonnia, la cefalea, dolori muscolari ed articolari, mal di gola ricorrenti e problemi nella concentrazione e nella memoria. L’intensità ed il tipo di sintomi possono variare da persona a persona e anche in giorni diversi, anche se in genere corrispondono ad estremo senso di stanchezza che perdura per almeno 6 mesi.

In alcuni casi, o in alcuni giorni, i sintomi possono essere lievi e possono consentire l’esecuzione delle normali attività giornaliere. In altri, invece, i pazienti possono avere difficoltà anche ad alzarsi dal letto. La sensazione di spossatezza non migliora con il riposo e peggiora anche con il lavoro intellettuale.

Cannabis nel mangime: come ti aiuto a guarire lo stress bovino

cannabis
mucca, cannabis stress bovino

Uno studio finanziato dal governo federale Usa suggerisce che la cannabis può alleviare lo stress bovino e gli stati infiammatori

Cannabis: anche le mucche apprezzano i suoi effetti

Cannabis miracolosa. Le mucche rinchiuse negli allevamenti intensivi soffrono di elevati livelli di stress. I luoghi angusti e lo svezzamento precoce, sono tra i principali fattori di malessere.

Quando lo stress diventa intollerabile, le povere bestie sono più inclini a sviluppare infezioni respiratorie o altre malattie.

Oggi si scopre che la cannabis industriale (sativa), aiuterebbe le mucche ad affrontare ogni tensione e, in generale, farebbe bene alla loro salute

A sostenerlo, uno studio finanziato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), sui mangimi per bovini a base di canapa. 

I ricercatori hanno ricevuto una sovvenzione di 200.000 dollari.

L’interessante studio, condotto dai ricercatori veterinari Hans Coetzee e Michael Kleinhenz, del Kansas State University e pubblicato su Scientific Report, ha avuto inizio nel 2020.

Un concime addizionato alla cannabis 

«La canapa industriale, generalmente si coltiva per produrre olio, semi, fibre e medicine», spiega Michael Kleinhenz. 

«Mentre le varietà di canapa si possono piantare per un singolo o duplice scopo, come per i semi e le fibre, i sottoprodotti costituiti da foglie, foraggio e fibre vegetali residue rimangono dopo il raccolto. Questi sottoprodotti potrebbero servire come potenziali mangimi per gli animali. Poiché si tratta prevalentemente di materiali vegetali contenenti cellulosa, la specie ideale per utilizzare questi mangimi sono gli animali ruminanti, in particolare i bovini».

Cosa si mangia oggi? Una porzione di Cannabis, grazie!

Lo studio ha coinvolto sedici bovini Holstein maschi, castrati, di circa 68 kg. Il bestiame ha dimorato all’aperto, in recinti con accesso a un rifugio. Prima del test, un gruppo di veterinari ha esaminato tutti i bovini, ritenendoli sani e pronti. 

I manzi, divisi in due gruppi, hanno effettuato il test per due settimane.

Il primo ha continuato a nutrisi con il classico mangime.

Il secondo, ha invece ricevuto, in aggiunta ad esso, una dose di 5, 5 mg di acido cannabidiolico (CBD) per chilo di peso corporeo. 

Ad ogni pasto, i ricercatori si assicuravano che i bovini consumassero la dose completa di cannabis tritata e miscelata con grano e melassa.

Mucche meno stressate e… addio stati infiammatori

Al termine delle due settimane, un prelievo del sangue ha evidenziato che il secondo gruppo di bovini aveva livelli più bassi di cortisolo e prostaglandine nel sangue (indicatori comuni di stress e stati infiammatori). 

«Abbiamo misurato il loro stress attraverso il cortisolo, un ormone che aumenta quando sei nervoso», ha riferito Kleinhenz. «Abbiamo scoperto che i manzi nutriti con canapa industriale avevano livelli di cortisolo più bassi in ogni momento, rispetto al gruppo di controllo con placebo».

Insomma, le mucche nutrite con piccole dosi di cannabis, erano decisamente più rilassate e trascorrevano molto tempo sdraiate nell’erba.

«Se diamo questo mangime alle mucche al momento del trasporto e quando vengono rinchiuse, riduciamo lo stress, che è una condizione collegata a malattie respiratorie e stati infiammatori» ha spiegato Kleinhenz. «La speranza è di ridurre prima lo stress, per poi ridurre la malattia».

Un tabù duro a morire: ai “manzi” niente cannabis! 

Sebbene l’esperimento abbia dato ragione agli scienziati, l’USDA non intende, al momento, autorizzare gli agricoltori americani a utilizzare mangime addizionato con la cannabis.

«Anche se la canapa si può coltivare legalmente su licenza in Kansas, l’alimentazione dei prodotti a base di canapa al bestiame rimane vietata, perché il potenziale di accumulo di residui di farmaci cannabinoidi nella carne e nel latte non è stato studiato»

Questa la spiegazione fornita dal coautore dello studio Hans Coetzee, professore e capo del dipartimento di anatomia e fisiologia del Kansas State University.

In realtà, la concentrazione di cannabinoidi, dopo l’assunzione, non risulta elevata. «Non abbiamo riscontrato nulla che di preoccupante circa un eventuale pericoloso accumulo»-gli fa eco Kleinhenz.

Pare inoltre che ogni residuo sia smaltito assai velocemente.

Ovviamente «è estremamente importante trovare la dose corretta che non provochi un accumulo di cannabinoidi»-continua il ricercatore.

Studi su altri animali dimostrano i benefici del CBD

In precedenza, anche altri animali (sia domestici sia di allevamento) hanno effettuato il medesimo esperimento, nutrendosi di mangimi contenenti cannabinoidi.

Un recente studio thailandese ha ad esempio scoperto che i polli da allevamento nutriti con cannabis, hanno bisogno di meno antibiotici per rimanere in salute.

Conclusioni del singolare studio del Kansas

«Questo lavoro è un primo passo importante verso studi di follow-up necessari per caratterizzare l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’escrezione dei cannabinoidi nei bovini», hanno scritto gli scienziati. «In particolare, è necessario un lavoro aggiuntivo per determinare i profili dei residui di tessuto commestibile per i cannabinoidi nei bovini».

Non ci resta che attendere il via libera del Governo! 

Fonti 

Scientific Report “Short term feeding of industrial hemp with a high cannabidiolic acid (CBDA) content increases lying behavior and reduces biomarkers of stress and inflammation in Holstein steers”

Kansas State research study

Massa, tetti scoperchiati: amianto sui terreni vicini

Massa
massa dall'alto

Tetti scoperchiati anche a Massa, in Toscana. Dopo la copertura del liceo Carducci, di Volterra, volata con il vento, che ha messo in luce l’amianto che era stato coibentato, lo stesso problema si è ripresentato a Massa. Sempre a causa del maltempo del 18 agosto scorso.

Tetti in asbesto divelti in due zone di Massa

Due cittadine apuane hanno segnalato la presenza di asbesto in 2 diverse zone della città, come si legge sul sito de “La voce apuana”. Il primo edificio danneggiato si trova, infatti, a Lavacchio e l’altro a Mirteto.

L’amianto, secondo quanto descritto da alcuni cittadini sarebbe finito sul tetto della casa adiacente e nel terreno vicino. I residenti conoscono bene il pericolo derivante dai materiali che contengono questo minerale e hanno spiegato anche che lì vivono famiglie con bambini.

I rischi dell’amianto, i dati dell’Ona

L’amianto è stato utilizzato praticamente in tutti gli immobili realizzati prima del 1993, anno in cui è stata resa esecutiva la legge del 1992 n. 257 che ne vietava l’utilizzo. Prima di quella data le aziende ne hanno fatto un uso incondizionato, per le qualità del minerale, ma anche per la sua convenienza. Questo, ha spiegato bene il presidente dell’Ona – Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, ne “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”.

Eppure i rischi si conoscevano bene già dagli anni ’40. All’epoca ben due studi scientifici dimostrarono la cancerogenicità dell’amianto, che causa il mesotelioma, l’asbestosi, il tumore del polmone e altre patologie asbesto correlate. Ogni anno sono circa 7mila i decessi in Italia a causa dell’amianto. I casi di mesotelioma sono raccolti nel VII rapporto ReNaM dell’INAIL. Per le altre vittime, invece, la stima è dell’Ona che raccoglie da anni i dati relativi al fenomeno, per contrastarlo con ogni mezzo.

In questo momento gli obiettivi dell’associazione sono la riforma della legge sull’amianto, ormai desueta – l’avvocato Bonanni ha contribuito alla stesura della proposta del nuovo testo di legge – e la bonifica dei siti contaminati. Per questo obiettivo l’Ona ha realizzato anche una App per le segnalazioni.

Tetti scoperchiati, i primi sopralluoghi

I residenti di Lavacchio e di Mirteto, a Massa, hanno lamentato la mancanza di un intervento delle autorità competenti. È vero anche che, in questi casi, ad agire deve essere una ditta specializzata, per evitare altri rischi. Il sopralluogo è già stato effettuato.

Non si tratta dell’ultimo caso. Anche a Genova, nel Comune di Cogorno, il maltempo ha distrutto uno stabilimento balneare. Tra i rifiuti ammassati dopo il disastro, anche qui spunta l’amianto. Il sindaco di Cogorno ha confermato: “Quasi tutti i tetti danneggiati risalgono agli anni Sessanta”.

La natura sembra tornare a dominare in questi ultimi mesi anche in Italia e cerca di riprendere parte dei territori a Lei sottratti, ricordando a tutti quanto la tutela dell’ambiente sia fondamentale.

Crisi climatica, Greta scontenta: in piazza prima delle elezioni

crisi climatica
greta Thumberg seduta a terra al lato di un cartello

Quattro anni dopo l’inizio della battaglia di Greta Thumberg contro il cambiamento climatico la giovane di Stoccolma non è soddisfatta. Il suo pensiero lo lascia a Twitter e ai suoi milioni di follower. “Siamo ancora qua, ma la crisi climatica è ancora assente dal dibattito”, ha scritto in questi giorni, in attesa delle elezioni politiche in Svezia.

Anche gli italiani a settembre voteranno, ma la crisi climatica non fa parte anche nel nostro Paese, del dibattito politico.

Crisi climatica, ancora combustibili fossili

“Il mondo sta ancora espandendo le infrastrutture dei combustibili fossili – ha continuato l’attivista – e riversando somme astronomiche di denaro nella distruzione. Stiamo ancora andando nella direzione sbagliata. C’è davvero molta strada davanti a noi, ma siamo ancora qui e non abbiamo intenzione di andare da nessuna parte”.

Racconta nei post come nel 2018 iniziò a non andare a scuola il venerdì, per chiedere ai politici della Svezia di affrontare il cambiamento climatico. Allora, qualche settimana più tardi, vinse la coalizione social democratica con i Verdi.

Crisi climatica, nuove manifestazioni in Svezia

Ora continua la sua battaglia con nuove manifestazioni, convinta che soltanto con azioni politiche mirate si potrà contrastare l’aumento della temperatura che tutti abbiamo avvertito in questa torrida estate 2022, che ha portato siccità, raccolti perduti, e un numero maggiore di decessi. In Svezia Fridays for future scenderà in piazza il 2 e il 9 settembre 2022. L’obiettivo è proprio quello di convincere i politici svedesi a mettere in campo azioni maggiormente coraggiose sul tema.

Sciopero globale per il clima: 23 settembre

In Italia, 2 giorni prima della tornata elettorale, il 23 settembre, come in tanti altri Paesi è previsto lo Sciopero globale per il clima. “Continuiamo a chiedere – spiegano dall’associazione – ai leader di governo e delle grandi corporation di mettere le persone prima dei profitti! Per l’Italia la data è doppiamente significativa, chiederemo che le prossime elezioni siano delle elezioni per il clima!”.

Fridays for future: “Il caldo estremo uccide”

“Stiamo vivendo l’ennesima estate – aggiungono in uno dei tanti interventi – con temperature da record. Per saperlo non serve nemmeno più leggere i giornali: basta allontanarsi dal condizionatore.

Il caldo estremo significa siccità, raccolti persi, centrali elettriche ferme e ghiacciai sciolti. Lo abbiamo detto mille volte. Ma il caldo estremo ha anche un effetto molto più diretto. Uccide, letteralmente.

Secondo un monitoraggio del Ministero della Sanità nelle prime due settimane di luglio si è registrato un eccesso di mortalità del 21%. Significa che son morte più persone del normale. E la causa stimata è proprio l’alta temperatura: +3.2 gradi di media. Un effetto diretto di combustibili fossili, allevamenti intensivi, trasporti e abitazioni insostenibili. Una tragedia continua che poteva essere evitata, se si fosse preferita la vita delle persone alle lobby e al consueto modello di sviluppo”.

La voce degli scienziati, lettera alla politica

Alla loro voce si aggiunge quella degli scienziati, che il 3 agosto scorso hanno inviato un lettera alla politica italiana, chiedendo che la crisi climatica venga posta in cima all’agenda politica. Gli esperti hanno offerto il loro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete.

“La scienza del clima – si legge in un passo della missiva – ci mostra da tempo che l’Italia, inserita nel contesto di un hot spot climatico come il Mediterraneo, risente più di altre zone del mondo dei recenti cambiamenti climatici di origine antropica e dei loro effetti, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull’uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive.

Il riscaldamento eccessivo, le fortissime perturbazioni al ciclo dell’acqua e altri fenomeni meteo-climatici vanno ad impattare su territori fragili e creano danni a vari livelli, influenzando fortemente e negativamente anche le attività economiche e la vita sociale. Stime assodate mostrano come nel futuro l’avanzare del cambiamento climatico ridurrà in modo sensibile lo sviluppo economico e causerà danni rilevanti a città, imprese, produzioni agricole, infrastrutture”.

Rendere i nostri territori più resilienti alle ondate di calore

“In particolare – hanno aggiunto – nella situazione attuale appare urgente porre in essere azioni di adattamento che rendano noi e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura; azioni che non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale.

A causa dell’inerzia del clima, i fenomeni che vediamo oggi saranno inevitabili anche in futuro, e dunque dobbiamo gestirli con la messa in sicurezza dei territori e delle attività produttive, investendo con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR”.

Tra le soluzioni la riduzione delle emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia. Accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica.

Insomma, non c’è più tempo: bisogna agire. Infatti, anche il clima torrido di questa estate 2022 dimostra che il tempo sta scadendo. Purtroppo le parole dell’avvocato Ezio Bonanni, che già nei primi anni 2000 aveva lanciato questo allarme, sono rimaste per lungo temo inascoltate.

Recentemente nell’editoriale: “Amianto, il programma elettorale ambientale”, il legale pontino, presidente dell’Ona – Osservatorio nazionale amianto, lo ha ribadito.

“Le parti politiche tutte, nessuna esclusa – ha dichiarato Bonanni – dovrebbero tenere a mente che la tutela dell’ambiente è ora stata inserita nella Carta costituzionale, negli articoli 9 e 41. “Le norme della nostra Costituzione sono il baluardo a difesa dei diritti. L’introduzione, specialmente nei primi articoli, dimostra che vi è la necessità di proteggere questo bene fondamentale che è messo in pericolo. Nel 1948, abbiamo tutelato le libertà, il lavoro, l’uguaglianza… nessuno avrebbe potuto immaginare il disastro ambientale. Quindi la nuova modifica, al passo con i tempi, significa che questa era un’esigenza. Non solo di amianto si muore, ma anche di un clima sconvolto e di un ambiente distrutto. Ha ragione Greta, dalle parole occorre passare ai fatti”.

Nell’idea che tutela dell’ambiente e della salute sono strettamente collegati e non possono prescindere l’uno dall’altro.