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domenica, Agosto 9, 2026
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Cani chiusi in gabbia tra gli escrementi, proprietario denunciato

cani
cani abbandonati dentro un recinto

Tredici cani stretti l’uno all’altro in una gabbia di pochi metri quadrati, senza possibilità di muoversi, tra cibo ed escrementi. Così li hanno trovati i carabinieri forestali di Pietramelara. Le bestiole sono state liberate a Roccaromana, nell’Alto Casertano, dopo la segnalazione del servizio veterinario della Asl di Caserta.

Cani in pessime condizioni igienico sanitarie

Quando i militari sono arrivati nel terreno della frazione Statignano, come riporta IlMattino.it, hanno trovato gli 8 esemplari, 4 maschi e altrettante femmine, e altri 5 cuccioli nati da qualche giorno, in pessime condizioni igienico sanitarie.

I cani erano anche diventati aggressivi per il caldo e per l’impossibilità di muoversi da quello che era diventato il loro inferno. Anche l’acqua lasciata loro per bere era sporca e non adeguata.

I forestali denunciano il proprietario

Il proprietario del terreno è stato denunciato per “detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze”. L’ipotesi di reato è prevista dall’articolo 727 del codice penale “Abbandono di animali”, al comma 2 e si applica quando non è possibile configurare il reato di maltrattamenti di animali, ai sensi dell’articolo 544 ter.

Un comportamento che è stigmatizzato anche dall’Ona – Osservatorio nazionale amianto, che persegue la tutela del territorio e della salute di tutti gli esseri viventi. Rispettare la vita e “difenderla in tutte le sue forme. Quella animale, quella vegetale e quella umana e anche quella del nostro Pianeta, messe a dura prova”. È questo uno dei principi del programma elettorale ambientale proposto dal presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni.

Nell’idea che il benessere di ogni essere vivente è correlato con quello dell’altro e con quello della nostra Terra.

I carabinieri hanno affidato gli animali in custodia giudiziaria ad un canile autorizzato dove alcuni volontari si prenderanno cura di loro. I militari hanno, infine, sequestrato la struttura maleodorante.

PFAS: trovata una tecnica per distruggere i nocivi contaminanti 

PFAS
PFAS

Un team di scienziati ha scoperto un modo semplice ed economico per separare le molecole di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche chimiche sintetiche), considerate indistruttibili.

Cosa sono i famigerati PFAS e a cosa servono

Gli PFAS, chiamati anche “sostanze chimiche per sempre”, sono dei composti chimici utilizzati in campo industriale a partire dagli anni ’50.

Grazie alla loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi, si trovano negli impermeabilizzanti per tessuti, tappeti, pelli, insetticidi, schiume antincendio. Si impiegano inoltre in vernici, rivestimento dei contenitori per il cibo, padelle antiaderenti in teflon, cera per pavimenti, nel filo interdentale e detersivi.

Persino i vigili del fuoco hanno iniziato a spegnere gli incendi con schiuma chimica a base di PFAS.

Contaminanti ambientali praticamente indistruttibili 

A rilasciarli nell’aria, nei fiumi e nelle acque sotterranee sono le fabbriche. Si trovano tracce di PFAS persino nelle gocce di pioggia che cadono sul Tibet e sull‘Antartide.

Purtroppo, quando queste sostanze chimiche si disperdono nell’ambiente, rimangono lì per sempre. Questo si deve al fatto che ogni molecola è una lunga catena di carbonio costellata di atomi di fluoro. I legami tra carbonio e fluoro sono così forti che l’acqua, gli enzimi, i batteri o altre sostanze naturali non riescono a spezzarli.

Filtrare l’acqua non basta a eliminare i PFAS

Negli ultimi 70 anni, i PFAS hanno contaminato praticamente ogni goccia d’acqua sul pianeta.

Una volta che ciò accade, entrano nella catena alimentare attraverso il suolo, la vegetazione e le coltivazioni, gli animali e quindi gli alimenti. Di conseguenza, in passato si erano sviluppate delle tecniche per filtrarli dall’acqua potabile.

Ma di per sé, filtrare i PFAS non basta, dato che le molecole rimangano intatte dopo la filtrazione e ci sono poche opzioni su come smaltirle. 

Gli scienziati hanno persino sperimentato molte tecnologie di bonifica, incluso l’uso di inceneritori, ma le temperature estremamente elevate e le sostanze chimiche speciali o la luce ultravioletta, possono generare sottoprodotti altrettanto dannosi.

Danni per la salute da esposizione 

L’esposizione anche a bassi livelli di PFAS è dannosa per la salute.

Essa avviene principalmente per via alimentare, per inalazione e ingestione di polveri.

Le patologie più frequenti, derivanti da un’esposizione prolungata a queste sostanze sono: il tumore ai reni e al fegato; il cancro ai testicoli; malattie della tiroide; ipertensione in gravidanza; colite ulcerosa; aumento del colesterolo, ridotta immunità e altre.

Recenti ricerche hanno inoltre messo in luce l’incremento delle patologie neonatali: malformazioni, anomali del sistema nervoso, circolatorio e cromosomico o nascita sottopeso. Le donne in gravidanza corrono invece seri rischi di andare incontro al diabete gestazionale.

Una nuova tecnica più salutare per filtrare le sostanze

Una ricerca guidata da Brittany Trang, chimico della Northwestern University, pubblicata su Science, pensa di poter ovviare il problema.

Lo studio dal titolo “Merializzazione a bassa temperatura degli acidi perfluorocarbossilici”, è stato sostenuto dalla National Science Foundation.

Il team ha sviluppato un processo a bassa energia, che degrada le sostanze chimiche PFAS a temperature miti, utilizzando reagenti economici e lasciando solo molecole innocue contenenti carbonio e ioni fluoruro. 

Artefice del miracolo è l‘idrossido di sodio (la classica soda caustica reperibile in commercio). E’ lui ad accelerare la distruzione delle molecole di PFAS.

Con grande sorpresa, nel giro di poche ore, le molecole di PFAS erano effettivamente sparite.

La nuova tecnica potrebbe fornire un modo per distruggere le sostanze chimiche PFAS una volta che sono state estratte dall’acqua o dal suolo contaminati.

Attenzione: al momento sono stati realizzati solo esperimenti computerizzati in laboratorio.

Gli studi al laboratorio non bastano 

Dato che ci sono più di 12.000 diverse sostanze chimiche PFAS, sono ancora necessarie molte più ricerche per capire la reattività fondamentale di queste molecole. Occorre inoltre capire se possono essere degradate utilizzando questo nuovo approccio.

Secondo William Dichtel, chimico della Northwestern University e coautore dello studio, ci sono buone speranze di raggiungere gli obiettivi. 

Dichtel e i suoi colleghi stanno ora studiando nuovi metodi per gestire grandi quantità di sostanze chimiche PFAS.

Ciononostante, il chimico ha avvertito che anche se la nuova tecnica funzionerà al di fuori del laboratorio, non risolverà il problema dei PFAS da sola. 

Il problema è troppo esteso! 

Basti pensare che oltre 50.000 tonnellate di PFAS vengono emesse nell’atmosfera ogni anno.

Conclusioni: un futuro senza PFAS è possibile?

Probabilmente ci vorranno diversi anni perché gli scienziati sviluppino delle tecniche definitive.

Se il nuovo approccio potesse effettivamente avere il riscontro sperato, si potrebbe applicare al trattamento delle acque su larga scala. Un passo avanti notevole a tutela della salute del genere umano. 

Fonti

Università della California – Los Angeles: “Il metodo semplice distrugge pericolose “sostanze chimiche per sempre”, rendendo l’acqua sicura: utilizzando reagenti comuni nell’acqua riscaldata, i chimici possono “decapitare” e abbattere i PFAS, lasciando solo composti innocui”. ScienceDaily. ScienceDaily, 18 agosto 2022. <www.sciencedaily.com/releases/2022/08/220818163721.htm>.

Brittany Trang, Yuli Li, Xiao-Song Xue, Mohamed Ateia, K. N. Houk, William R. Dichtel. Mineralizzazione a bassa temperatura degli acidi perfluorocarbossilici. Scienza, 2022; 377 (6608): 839 DOI: 10.1126/science.abm8868

Università della California – Los Angeles.

Goletta verde, inquinato 1 campione su 3 delle acque

acque
goletta verde, barca a vela

Un campione su tre delle acque analizzate da Goletta verde e Goletta dei laghi risulta inquinato. Per la precisione il 32% delle acque costiere e degli specchi d’acqua della nostra Penisola. Le due campagne itineranti di Legambiente sono state realizzate con le partnership principali di CONOU, Novamont, ANEV e Renexia, la partnership di AIPE e la media partnership di Nuova Ecologia.

Acque inquinate: mala depurazione e scarichi abusivi

I prelievi sono stati effettuati in 18 regioni e in 37 laghi italiani, dal 20 giugno al primo agosto, da oltre 200 volontari dell’associazione ambientalista. Il 55% dei punti che presentano maggiori criticità, ha detto l’organizzazione non governativa, “si concentra in foci di fiumi, canali e torrenti: tra mala depurazione e scarichi abusivi“. L’Italia – questa la sintesi – è ancora un “malato cronico“.

Nei 387 campioni sottoposti ad analisi microbiologiche, 124 sono risultati inquinati oltre i limiti di legge per concentrazione di Enterococchi intestinali ed Escherichia coli.

I principali veicoli con cui l’inquinamento, causato da cattiva depurazione o scarichi illegali, arriva al mare e nei laghi, sono foci di fiumi, canali e torrenti.  

Acque, criticità nelle foci campionate

Il dato che preoccupa maggiormente è quello relativo alle foci campionate. Il 55% di queste sono inquinate e ben il 42% “fortemente inquinate”, sempre secondo le rilevazioni di Goletta Verde.

Questo dimostra, ha spiegato Legambiente, “che i pericoli di una cattiva o assente depurazione sono la principale minaccia per la salute dei nostri mari e che c’è ancora molto da fare per recuperare il deficit impiantistico e della rete fognaria”.

Oltre i limiti di legge il 33% dei punti campionati dalla Goletta dei Laghi, ossia 42 su 126 prelievi eseguiti in 37 laghi e distribuiti in 11 regioni. Il 53% dei prelievi eseguiti presso foci, canali e punti critici (32 punti campionati su 60) è risultato oltre i limiti di legge consentiti per le acque superficiali e interne.

Depurazione in Italia: “Annoso problema”

“Ancora una volta – ha concluso Legambiente – risultano compromessi soprattutto i corsi d’acqua che ricevono scarichi abusivi non collettati o non depurati, provenienti da impianti inadeguati o guasti, su cui bisogna investire risorse per risolvere l’annoso problema della depurazione in Italia”.

Eppure la tutela dell’ambiente è fortemente correlata a quella della salute. L’Ona – Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, continuano ad insistere su questo fondamentale principio. Investire sulla tutela del territorio e delle acque comporta un notevole risparmio in termini di spese sanitarie in futuro. Inoltre permetterebbe di lasciare ai nostri figli un Pianeta risanato e adatto ad accogliere la vita ancora per molto tempo.

Zampetti: “Al centro della campagna la crisi climatica”

“Le campagne di Legambiente sul mare e sui laghi italiani continuano a rappresentare un’azione importante dell’associazione, che coinvolge tutte le regioni con un monitoraggio attento e puntuale sulla qualità delle acque, ma non solo – ha commentato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente  Anche quest’anno, infatti, grazie a centinaia di volontari, abbiamo voluto scattare una fotografia dello stato di salute delle acque marine e lacustri italiane, per le quali la mancata o inadeguata depurazione si conferma tra le principali criticità.

L’edizione 2022 non poteva inoltre non mettere al centro la crisi climatica, denunciandone le conseguenze ormai evidenti sulle acque interne. Dall’emergenza siccità, a partire dal bacino padano, agli effetti sull’ecosistema marino.

Non ci siamo però fermati alla denuncia ma abbiamo concretamente ragionato anche sulle proposte, iniziando dalla transizione energetica per uscire dalle fonti fossili ed entrare definitivamente nell’era delle rinnovabili, a partire dal sole e dal vento.

Per far fronte a una crisi non soltanto climatica, ma anche di tipo socio-economico, affrancandosi dalla dipendenza del gas e dall’estero”.

Maltempo, tetto divelto e amianto a vista ai licei di Volterra

maltempo
maltempo, tetti scoperchiati

Il maltempo del 18 agosto ha divelto il tetto del liceo Carducci di Volterra. Un danno non da poco considerando che la copertura fosse in amianto. Materiale cancerogeno che era stato coibentato, come prevede la normativa nel caso in cui non sia ancora friabile e, a quel punto, fortemente pericoloso per la salute.

Il vento ha fatto volare la copertura che è caduta a terra. Al momento della perturbazione all’interno dell’immobile c’erano una decina di dipendenti che sono rimasti al sicuro aspettando che il violento temporale passasse.

Maltempo, il sopralluogo dei tecnici

Una volta fuori si sono resi conto dei danni. È stato lo stesso sindaco di Volterra, Giacomo Santi, a spiegare i primi interventi: “Sono prontamente intervenuti i tecnici della Provincia, la ditta specializzata e il dipartimento di Igiene e prevenzione per una prima valutazione dei danni”.

Oggi, 19 agosto, ci sarà un ulteriore sopralluogo. È prevista la rimozione del materiale divelto e, con una procedura di somma urgenza, verrà programmato il lavoro di ripristino. Lavori che dovranno essere effettuati in meno di un mese per permettere ai ragazzi di tornare a scuola.

Amianto nelle scuole, l’impegno dell’Ona

Un’occasione fornita dal maltempo per liberare un istituto scolastico della Penisola dall’amianto. Non si tratta, infatti, di un caso isolato. Secondo una stima dell’Ona – Osservatorio nazionale amianto, sono 2292 le scuole ancora contaminate dall’asbesto. Un materiale altamente cancerogeno che continua a mietere vittime.

Fu impiegato in maniera massiccia negli anni ’60 e ’70 per le sue caratteristiche: è infatti ignifugo e fonoassorbente, resistente, flessibile e facilmente estraibile. Purtroppo però causa asbestosi, mesotelioma, tumore al polmone e tante altre patologie asbesto correlate. Le sue fibre vengono inalate e restano inermi anche 40 o 50 anni prima che la malattia si manifesti.

Maltempo, fondamentali le bonifiche

Il picco delle vittime di amianto è, per questo, previsto tra il 2025 e il 2030 come spiega l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona, ne Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. I dati relativi ai casi di mesotelioma, fino al 2018, sono registrati nel VII rapporto ReNaM dell’INAIL.

Per questo l’Ona e il suo presidente continuano a battersi per le bonifiche. Nonostante, infatti, l’amianto sia stato vietato per legge ci sono ancora in Italia 40mila tonnellate del materiale sul nostro territorio. Non solo nelle scuole, ma anche negli ospedali, così come nelle abitazioni.

L’Italia è in forte ritardo in questo senso, anche con la mappatura dei siti contenenti materiali in asbesto. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App con la quale chiunque può inviare segnalazioni. Ora il maltempo ha reso necessario un intervento di smaltimento. Quando i ragazzi torneranno a scuola potranno farlo in completa sicurezza.

Tilacino: il marsupiale estinto sarà reintrodotto in natura

tilacino
tilacino

Una società vuole de-stinguere il tilacino. A provocarne la fine fu anche il Governo, che pose una taglia per ogni animale ucciso.

Tilacino estinto. Tutta colpa del Governo! 

Il tilacino, (Thylacinus, “borsa” e cynocephalus, “testa di cane”), era un marsupiale delle dimensioni di un lupo, che si è estinto meno di un secolo fa.

Aveva il corpo curvo e una lunga coda spessa e rigida.

Il pelo era corto e di colore fulvo, con una caratteristica striatura nella parte posteriore del dorso, da cui il nome “tigre della Tasmania”. 

Fisicamente aveva:

  • una lunghezza che arrivava ai 2 metri, coda compresa;
  • un’altezza di circa 65 centimetri;
  • un peso fino a 30 kg.

Vagabondava sulla Terra, probabilmente dall’inizio del Pleistocene, girando gran parte dell’Australia e della Nuova Guinea. Trovò in Tasmania il suo domicilio preferito e vi si stabilì fino all’estinzione.

A sancirne la fine, furono soprattutto la caccia umana, praticata dai coloni europei e la sua naturale competizione con il dingo. 

Anche il Governo ebbe tuttavia la sua parte. Pare che fosse arrivato a pagare ai suoi cittadini una taglia per ogni animale ucciso. 

La società Colossal vuole de-stinguere il tilacino 

Una società scientifica chiamata Colossal, (sta altresì cercando di riportare in vita il mammut), ha annunciato una partnership con un laboratorio australiano.

Scopo del sodalizio è quello di reintrodurre in natura il tilacino.

Fondata dal biologo di Harvard George Church, la Colossal ha elaborato un progetto titolato “il Thylacine Integrated Genomic Restoration Research Lab (TIGRR)”. 

Sede dello studio, guidato dal biologo Andrew Pask, è l‘Università di Melbourne.

Sulla riuscita dell’esperimento, i ricercatori sono ottimisti e sostengono che ci siano più probabilità di de-stinguere il marsupiale rispetto al mammut.

La decisione di perseguire questo obiettivo ha tuttavia sollevato dubbi e questioni di ogni genere. Una domanda su tutte: «siamo sicuri che reintrodurre la specie sia una buona idea»?

Una questione di tecnica e natura 

Colossal, intende ottenere genomi di tilacino, identificare le differenze chiave tra quel genoma e i lignaggi correlati e quindi modificare quelle differenze in cellule staminali marsupiali, che verrebbero poi utilizzate per la fecondazione in vitro. 

Il dunnart è l’animale prescelto nell’identificazione del gemoma. Anche se il suo lignaggio si è discostato da quello dei tilacini diversi milioni di anni fa, essi avevano un antenato in comune. Con esso condividono fino al 95 per cento del loro DNA

Il genoma del dunnart, grazie alla tecnologia di modifica genica come CRISPR, potrebbe essere ritoccato per assomigliare al genoma del tilacino estinto, sequenziato per la prima volta nel 2017.

Sfida uno: fattibile o ai limiti del possibile?

Dall’esterno, l’impresa sembra ardua e non priva di sfide. Del resto, nessuno ha ancora prodotto cellule staminali marsupiali, né clonato un marsupiale.

I portavoce dell’azienda tuttavia replicano, esponendo una serie di ragioni sulla fattibilità di questo obiettivo.

Gli scienziati hanno una vasta biobanca di informazioni sulla specie. Essi includono campioni di musei e laboratori, tra cui teschi, scheletri, escrementi e persino prole embrionale, conservata all’interno dei marsupi.

Dai campioni si potrebbero ottenere abbastanza genomi, necessari per avere un’idea della diversità genetica della popolazione. Aspetto fondamentale se si vuole ristabilire una popolazione riproduttiva stabile.

La loro numerosità indica altresì che si sono estinti di recente. La possibilità di farli rinascere in vitro, fecondandoli con lignaggi affini, sembrerebbe dunque realizzabile. Ovviamente, gli animali creati in laboratorio non sarebbero la specie esatta che si è estinta, ma ibridi di quelle specie con il loro DNA completato da parenti viventi.

Sfida due: sembra un gioco da ragazzi

Per i manager della Colossal, la riproduzione marsupiale è abbastanza semplice anche per altri motivi.

Un embrione marsupiale:

  • Ha bisogno di una contenuta domanda nutrizionale per arrivare al punto di nascita;
  • La placenta non invade l’utero. I marsupiali nascono anche in una fase che è approssimativamente a metà dell’embriogenesi per un mammifero; il resto dello sviluppo avviene nella sacca della madre;
  • La gestazione del tilacino potrebbe richiedere solo poche settimane. Dopo la nascita, la Colossal prevede di realizzare una sacca artificiale. Questa sorta di incubatrice ospiterebbe i marsupiali fino a quando non sarebbero in grado di essere allevati a mano. 

Perché è così importante de-stinguere il tilacino 

A detta della Colossal, sia il mammut sia il tilacino erano predatori del primo ordine, specie “chiave di volta” nei rispettivi ecosistemi. La loro estinzione ne avrebbe pertanto causato uno sbilanciamento, favorendo una una sovrabbondanza di piccoli macropodi, una famiglia di marsupiali come wallaby dal collo rosso e pademelon della Tasmania. 

Questi animali hanno danneggiato la vegetazione locale a causa del pascolo eccessivo e minacciato l’esistenza di altri erbivori.

Il recupero del tilacino potrebbe, in teoria, aiutare a tenere a bada questi animali più piccoli. In questa prospettiva, ripristinare le specie attualmente estinte è un passo necessario per riportare gli ecosistemi alla salute. 

Una nuova frontiera per le tecnologie mediche avanzate 

Oltre alla salute dell’ecosistema, secondo gli studiosi della Colossal, lo sforzo porterà a progressi nella nostra capacità di eseguire l’editing del genoma ad alto rendimento e basso errore. Cosa che consentirebbe di manipolare le cellule staminali e clonazione una gamma più ampia di animali.

Il lavoro potrebbe anche aiutare a sviluppare tecnologie, come strumenti di ingegneria genetica e dispositivi di gestazione artificiale e maturazione. Se ciò accadesse, si potrebbe aiutare la conservazione di altri marsupiali in via di estinzione, tra cui il koala

I predatori di apice aiutano anche a fermare la diffusione di malattie tra le loro prede. 

Su tutte la “malattia del tumore facciale del diavolo”, (devil facial tumour disease, DFTD), una forma di cancro trasmissibile a origine non virale che colpisce unicamente il diavolo della Tasmania (Sarcophilus harrisii).

Alla ricerca del predatore australiano perduto

L’ultimo esemplare conosciuto di tilacino si chiamava Benjamin. Morì nel settembre 1936 allo zoo di Beaumaris, a Hobart (Tasmania), due mesi dopo aver ottenuto lo status di specie protetta. 

Sebbene siano stati segnalati numerosi avvistamenti, nessuno di essi è stato confermato dal 1936 e l‘Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha dichiarato la specie estinta nel 1982.

Le segnalazioni sono state recentemente rese pubbliche dal Dipartimento delle industrie primarie, parchi, acqua e ambiente. Dal 2016 ad oggi, otto persone sostengono di aver visto esemplari di tigre della Tasmania, da soli o con i cuccioli, o di aver almeno trovato impronte di quest’animale.

Nel 1999, Michael Archer, un paleontologo specializzato in vertebrati australiani all’Università del Nuovo Galles del Sud, aveva condotto degli esperimenti per de-stinguere il tilacino.

Il progetto fu interrotto perché il DNA nel campione era troppo degradato. 

Fonte

National Geographic

tech.everyeye.it