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Ona e Guardia nazionale ambientale insieme contro l’amianto

Guardia nazionale ambientale
Guardia nazionale ambientale

L’Ona – Osservatorio nazionale amianto, da sempre impegnato nella lotta all’asbesto, ha acquisito un aiuto prezioso, quello della Guardia nazionale ambientale. La Gna è un’associazione senza scopo di lucro presente in 19 regioni, con 4732 addetti diretti e 288mila simpatizzanti.

La Guardia nazionale ambientale radicata sul territorio

Conta 377 sedi operative e protocolli d’intesa con le amministrazioni locali, ed è ben radicata nel territorio. Come ci ha spiegato il suo presidente, Alberto Raggi, la Gna gestisce per esempio il Parco della biodiversità mediterranea di Catanzaro. Nel 2019 è stato l’unico ente di protezione ambientale riconosciuto che si è aggiudicato ben 4 progetti di educazione ambientale nei maggiori parchi nazionali finanziati dal Ministero dell’Istruzione e della Transizione ecologica. Fa parte della Task force prefettizia per la protezione dell’ambiente a Brescia. Infine, in questa città, come a Bergamo e in altre zone, il numero da chiamare per gli animali in difficoltà è gestito interamente dalla Gna. Durante la pandemia è stata di supporto, come dopo il terremoto del centro Italia del 2016.

Grande soddisfazione è stata espressa anche dal dirigente generale Gna e componente Ona, Niccolò Francesconi, per questa importante sinergia. “L’impegno sarà quello di creare un settore di guardie nazionali ambientali specializzate proprio su eternit e amianto”.

Da sinistra il dirigente Gna e componente Ona, Niccolò Francesconi, e il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni

“Con l’Osservatorio nazionale amianto – ha detto Raggi, che come giurista ricopre incarichi presso il Senato della Repubblica ed è membro permanente della Conferenza Governativa Americana per la Salute e la Sicurezza Industriale – abbiamo in comune la battaglia della tutela dell’ambiente e della salute di persone e animali. L’amianto è altamente nocivo sia per i cittadini che per il territorio. Vogliamo dare il nostro contributo per combattere il suo uso e il suo abbandono”.

Il presidente Gna, Alberto Raggi

L’impegno per la tutela dell’ambiente

“La tutela dell’ambiente – ha detto il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni – ci lega profondamente. Come Ona stiamo facendo tutto quanto in nostro potere per combattere l’inquinamento, in ogni sua manifestazione. Per contribuire a salvare il nostro Pianeta, per la realizzazione di una transizione ecologica reale, che sia anche etica e sociale. Siamo, quindi, contenti della nuova collaborazione con la Guardia nazionale ambientale, che potrà sicuramente fornire un importante apporto nella mappatura delle zone ancora contaminate dall’asbesto e da altri materiali e agenti inquinanti. Per raggiungere questo obiettivo l’Ona ha realizzato anche l’App amianto. Continuiamo ad insistere sulla prevenzione e quindi sulla necessità delle bonifiche”.

Nei prossimi giorni saranno concordate con il presidente Ona le modalità di questa collaborazione e anche della formazione specifica dei volontari relativamente all’amianto, anche se all’interno della Guardia nazionale ambientale ci sono già personalità preparate a gestire vari tipi di rifiuti.

Amianto, inquinante altamente cancerogeno

L’amianto è un minerale utilizzato in Italia fino al 1992, anno della sua messa al bando, per le sue caratteristiche. È presente in abbondanza sulla Penisola ed è facilmente estraibile, è inoltre fonoassorbente e ignifugo ed è stato impiegato nell’edilizia sotto forma di eternit (cemento amianto). La sua pericolosità era già nota all’inizio del ’900 e negli anni ’40 fu dimostrata scientificamente.

Nonostante questo le aziende hanno continuato ad utilizzarlo e tanti hanno lavorato per occultarne la cancerogenicità. Oggi sappiamo per certo che causa il mesotelioma, tumore della pleura, ma anche il cancro del polmone, così come quelli della laringe, della faringe, delle ovaie e del colon. L’Ue sta lavorando per dimostrare come anche altre patologie siano ricollegabili all’asbesto.

Per approfondire un testo completo è “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”, del presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni. Nel testo è anche spiegato come le vittime dell’amianto sono circa 7mila l’anno, molte di più di quelle registrate dall’Inail, nel VII rapporto ReNaM, che conta soltanto i mesoteliomi.

Ona – Guardia nazionale ambientale: una nuova sfida

“L’Ona sarà il nostro riferimento – ha concluso Raggi – per gestire al meglio tutte le attività che possano diminuire l’impatto di questo materiale sulla salute delle persone. Una sfida importante, non semplice, anche a causa del contesto internazionale. L’aumento delle spese delle famiglie fa mettere da parte queste problematiche ritenute erroneamente marginali. Noi faremo la nostra parte”.

Si può richiedere assistenza all’Ona tramite lo sportello amianto online o il numero verde gratuito 800 034 294.

Antartide: trovato il più antico sedaDNA marino del mondo

Antartide
fotografia dell'oceano e le montagne innevate dell'antartide

In Antartide sono stati trovati frammenti di Dna risalenti a 1 milione di anni fa. I campioni recuperati serviranno a capire come il cambiamento climatico potrebbe influenzare l’Antartide e gli oceani in futuro.

Cosa può raccontarci il sedaDNA scoperto in Antartide?

Antartide – Mar della Scozia (Nord Atlantico). Premessa degli autori: «L’Antartide è una delle regioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici sulla Terra. Studiare le risposte passate e presenti di questo ecosistema marino polare al cambiamento ambientale è una questione urgente».

Ed è proprio sull’analisi sedimentaria del DNA antico (sedaDNA) che si sono concentrati gli autori della ricerca. Essa potrebbe infatti fornire utili informazioni sui cambiamenti passati a livello di ecosistema.

Cos’è il sedaDNA e dove si trova?

Il sedaDNA si trova in molti ambienti, tra cui le grotte terrestri e il permafrost subartico. In passato è lì che sono stati fatti i ritrovamenti più antichi, risalenti rispettivamente a 400.000 e 650.000 anni fa.

Il materiale sedimentato si mantiene intatto grazie alle condizioni ambientali quali: temperature fredde, bassi livelli di ossigeno e mancanza di radiazioni UV.

Studio in Antartide e obiettivi della ricerca

Un nuovo studio ha analizzato i frammenti di materiale organico sedimentati (sedaDNA) nell’Antartico. 

I risultati possono:

  • Dirci qualcosa di più sulla storia della zona;
  • Aiutarci a mappare gli esseri che hanno vissuto nell’oceano e il loro adattamento al riscaldamento regionale e globale, nei vari intervalli di tempo;
  • Studiare i cambiamenti marini a livello di ecosistema;
  • Aiutarci a fare previsioni su come la vita marina reagirà ai cambiamenti biologici e climatici nell’area intorno all’Antartide. Questo è indispensabile per la gestione e conservazione degli ecosistemi antartici. Anche perché, più impariamo sui cambiamenti passati negli oceani, meglio possiamo prepararci per il futuro;
  • Consentire una migliore comprensione del ruolo dell’oceano nel prelievo di carbonio e nella produzione di ossigeno.

Lo studio è stato pubblicato il 2 ottobre su Nature Communications. Le istituzioni principali coinvolte nella ricerca sono state: l‘Università della Tasmania e l’Università di Adelaide in Australia. Dalla Germania hanno partecipato l’Università di Bonn, l’Istituto Alfred Wegener, l’Helmholtz Centre for Polar and Marine Research Bremerhaven e il GEOMAR Helmholtz Centre for Ocean Research Kiel.

Dettagli della nuova sensazionale scoperta 

I ricercatori, esperti a livello mondiale nei campi della biologia del fitoplancton, dell’ecologia molecolare e del DNA antico, hanno estratto i frammenti dal fondo dell’oceano nel 2019, durante la spedizione IODP 382 “Iceberg Alley and Subantarctic Ice and Ocean Dynamics”. Per due anni, lo hanno sottoposto a severi controlli relativi alla contaminazione, per garantire che i marcatori di età incorporati nel materiale fossero accurati. 

Hanno poi condotto un’indagine dei modelli caratteristici di danno correlati all’età. 

Sono stati così in grado di rilevare un DNA antico di un milione di anni.

«Si tratta del più antico sedaDNA marino autenticato fino ad oggi», afferma l’ecologista marina Linda Armbrecht dell’Università della Tasmania in Australia. 

In Antartide scoperti anche degli antichi organismi monocellulari

In aggiunta, il team ha scoperto delle diatomee della specie Chaetoceros curvisetus;(organismi monocellulari) che risalgono a 540.000 anni fa.

Per essere precisi, si tratta di un tipo di fitoplancton che sta alla base di molte reti alimentari marine. 

Il fitoplancton è molto sensibile ai cambiamenti ambientali. Eventuali alterazioni di temperatura, salinità, pH o livelli di ossigeno possono portare a rapidi cambiamenti nella struttura delle sue comunità 

I campioni di comunità antiche, sono dei preziosi indicatori di cambiamento oceanografico e climatico.

Fino a poco tempo, gli sforzi di ricerca si erano concentrati sulla documentazione fossile di sedimenti dal fondale marino. Questo aveva fornito alcune informazioni sulle condizioni passate nell’oceano, provenienti esclusivamente da organismi con scheletri robusti. 

Le specie dal corpo molle mancavano del tutto. Dunque la scoperta è davvero sensazionale.

Secondo gli studiosi, l’abbondanza di diatomee è correlata ad epoche in cui si sono innalzate le temperature nella zona, circa 14.500 anni fa.

«Questo è un cambiamento interessante e importante che è associato a un rapido aumento mondiale del livello del mare e alla massiccia perdita di ghiaccio in Antartide a causa del riscaldamento naturale».

Ad affermarlo è il geologo Michael Weber dell‘Università di Bonn in Germania, secondo autore dello studio.

Fonti 

Rogers, A. D. et al. Future antartiche: una valutazione dei cambiamenti guidati dal clima nella struttura, nella funzione e nella fornitura di servizi dell’ecosistema nel sud. Oceano. Ann. Rev. Mar. Sci. 12, 87–120 (2019).

Constable, A. J. et al. Cambiamenti climatici ed ecosistemi dell’Oceano Antartico I: come i cambiamenti negli habitat fisici influenzano direttamente il biota marino. Glob. Cambia Biol. 20, 3004–3025 (2014).

Crump, S. E. Il DNA antico sedimentario come strumento in paleoecologia. Nat. Rev. Ambiente terrestre 2, 229-229 (2021

Il cane riconosce lo stress dell’uomo dal sudore e dal respiro

cane
donna anziana con cane in braccio

La stretta relazione tra uomo e cane è confermata anche scientificamente. Un nuovo studio dei ricercatori della Queen’s University di Belfast ha dimostrato che questi animali riconoscono lo stress delle persone, non solo dei loro padroni, dal sudore e dal respiro.

La ricerca, pubblicata su “Plos one”, è stata effettuata da Clara Wilson e Kerry Campbell presso la School of Psychology.

Il cane riconosce la nostra ansia

L’esperimento ha riguardato 4 cani e 36 persone. Gli scienziati hanno raccolto campioni di sudore e respiro di uomini e donne in un contesto di forte stress. In particolare prima e dopo aver risolto un difficile problema di matematica. Sono stati utilizzati solo i campioni delle persone la cui pressione sanguigna e la frequenza cardiaca erano salite.

I quattro esemplari hanno imparato a cercare una linea di odori e ad avvisare i ricercatori del campione corretto.

Le conclusioni sono stati sorprendenti. Tutti i cani sono riusciti ad indicare il campione di stress di ogni persona. “I risultati – ha spiegato Clara Wilson, dottoranda presso la School of Psychology del Queen’s – mostrano che noi, come esseri umani, produciamo odori diversi attraverso il sudore e il respiro quando siamo stressati e i cani possono distinguerli dal nostro odore quando sono rilassati, anche se si tratta di qualcuno che non conoscono”.

Il cane non ha bisogno di segnali visivi per capirci

“La ricerca evidenzia – ha continuato Wilson – che i cani non hanno bisogno di segnali visivi o acustici per percepire lo stress umano. Questo è il primo studio di questo genere. Fornisce prove che i cani possono annusare lo stress solo dal respiro e dal sudore, il che potrebbe essere utile quando si addestrano cani di servizio e cani da terapia”.

L’importanza degli animali per il nostro benessere

Chi ha un amico a 4 zampe sa come il suo animale possa percepire il suo stato d’animo e come si attivi anche per migliorarlo, per esempio, o per adeguarsi. Un altro studio, di qualche anno fa, aveva dimostrato che i cani possono capirci anche soltanto con uno sguardo. Il suo senso più sviluppato è comunque l’olfatto e il cane lo usa in diversi modi.

Cane, elemento essenziale della pet-teraphy

Si tratta di uno studio importante che può trovare diverse applicazioni, in particolare nella pet-therapy, dove l’animale interagisce con piccoli e grandi pazienti e offre un aiuto molto utile nel percorso di guarigione.

Un cane offre argomenti di conversazione e stimola la comunicazione e le relazioni sociali. Sono molto importanti anche per chi soffre di autismo. Tra i risultati in questo senso ci sono un rapido miglioramento del livello di attenzione e della frequenza delle interazioni sociali, sia verbali sia non verbali, e una riduzione delle stereotipie comportamentali, cioè di quei movimenti ripetuti senza apparente scopo che spesso caratterizzano il disturbo.

in generale, anche soltanto presenza di un animale durante situazioni percepite come stressanti riduce i livelli di ansia, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. Studi scientifici hanno mostrato come il contatto fisico con un animale induca una riduzione, nel sangue, dei livelli degli ormoni responsabili della risposta allo stress (cortisolo). la vicinanza con l’animale produce, infine, un aumento delle quantità di ormoni e neurotrasmettitori in grado di determinare emozioni positive (endorfine e dopamina). Un aiuto davvero prezioso per il nostro benessere e la nostra salute. Loro, in cambio, vogliono solo essere amati.

Spreco alimentare, il 30% del cibo finisce nella spazzatura

spreco alimentare
spreco alimentare, pomodori pachino ammuffiti

Quasi un terzo del cibo prodotto a livello mondiale finisce nel secchio. Lo spreco alimentare raggiunge infatti il 30% dei prodotti. Questo, oltre ad essere un danno per l’economia e un’ingiustizia rispetto a chi non ha da mangiare a sufficienza, va ad impattare duramente sull’ambiente.

Lo spreco alimentare produce 4,8 mld di gas serra

È, infatti causa, della creazione di oltre 4,8 miliardi di gas serra. Una quantità enorme se si pensa che la Cina ne produce ogni anni 10 miliardi di tonnellate e gli Stati Uniti d’America 5. L’India ne produce la metà.

Fare attenzione a non gettare cibo ridurrebbe quindi l’inquinamento oltre a farci risparmiare moltissimo. Le possibilità per farlo sono molteplici, sia per i singoli cittadini che per le aziende.

Contro lo spreco alimentare comprare solo quello che serve

La cosa fondamentale è quella di comprare solo quello che realmente ci serve. Conservare nel modo adatto gli alimenti e controllare sempre la data di scadenza. Molti sostengono, inoltre, che le date di scadenza siano indicative e che c’è differenza tra “consumare preferibilmente oltre” e “consumare entro”.

Nel primo caso si tratta di prodotti che garantiscono inalterato il proprio valore nutrizionale se consumati entro la data segnalata sulla confezione. Passata la data indicata saranno ancora commestibili, ma non avranno lo stesso apporto di nutrimenti dichiarato.

Molti prodotti ancora buoni dopo la scadenza

Molto spesso, infatti, molti cibi sono ancora buoni dopo la data di scadenza. È chiaro che bisogna avere un minimo di esperienza, ma non è difficile orientarsi con la vista e l’olfatto. Consumare il cibo avanzato può essere utile, anche trasformandolo con stuzzicanti ricette. È importante ancora porzioni non eccessive. Chi cucina in casa spreca meno rispetto a chi va a mangiare fuori. Per i primi un doppio risparmio, quindi.

Spreco alimentare: in Italia si buttano frutta e pane

Secondo uno studio del Waste Watcher International Observatory on Food & Sustainability, promosso dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market con il monitoraggio Ipsos, in Italia si sprecano di più frutta, insalata e pane. La ricerca ha riguardato anche Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Sudafrica, Brasile, Giappone.

I dati sono stati raccolti prima della terza Giornata internazionale di consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari in calendario il 29 settembre 2022, e della Giornata mondiale del cibo, il World food day, che sarà il 16 ottobre.

Scegliere una dieta sana e sostenibile

L’obiettivo è quello di sensibilizzare i cittadini a sposare una dieta sana e sostenibile, com’è quella mediterranea che tanti ci invidiano. E, appunto, ridurre lo spreco alimentare.

Lo studio, analizzando le abitudini anche di Paesi più lontani dall’Europa ha iniziato a realizzare una mappa globale dello spreco alimentare.

“In particolare si è osservato – ha detto il direttore scientifico di Ipsos, Enzo Risso – in che modo e in che forme la cultura culinaria di ogni Paese incida sullo spreco. Così abbiamo l’Italia che con Germania, Spagna e Gran Bretagna guida la classifica dello spreco di frutta. Il Brasile, invece, svetta nello spreco di cereali e riso cotti e di tuberi in generale. In Giappone, lo stile culinario porta a gettare maggiormente verdure, tuberi e cipolle. Pane fresco e frutta, infine, sono i prodotti che finiscono maggiormente nella spazzatura negli Usa”.

Ancora di più in questo caso è attinente la missione dell’Ona – Osservatorio nazionale amianto, e del suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, di una transizione ecologica, ma anche etica. “Ridurre lo spreco alimentare è fondamentale in primo luogo per l’ambiente. Si deve affrontare però – ha detto Bonanni – anche la differenza di accesso al cibo nei vari Peasi del mondo, a livello di organizzazioni internazionali”.

Verme della cera: sputo in grado di distruggere la plastica

bottigie di plastica verme
bottiglie di plastica usate

I due enzimi “Demetra” e “Ceres”, presenti nella saliva del “verme della cera”, scompongono naturalmente la plastica entro poche ore, a temperatura ambiente.

Sputo di verme, trasforma la plastica in qualcosa di inerme

Il polietilene, creato per la prima volta nel 1933, è tra le materie plastiche più utilizzate nel mondo. E’ economico, durevole e non altera la qualità del cibo. 

Si usa per realizzare contenitori per alimenti, bottiglie, accessori per la casa e mille altre cose. 

Questo tipo di plastica, rappresenta circa il 30 per cento dei circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, generati ogni anno in tutto il mondo.

Sfortunatamente, la sua robustezza lo rende anche un inquinante pressoché indistruttibile.

La plastica rimane nell’ambiente per molto tempo, si scompone in piccole particelle, diventando così la fonte di micro e nano particelle plastiche. Queste particelle di plastica hanno invaso ogni angolo del Pianeta. Si trovano in Antartide, nella pioggia e nell’acqua del rubinetto. Esse, non solo causano evidenti problemi ambientali, ma sono un problema crescente per la salute umana.

Per degradare il polimero, bisogna trattarlo ad altissime temperature.

Di contro, la saliva del “verme della cera” (Galleria mellonella), contiene degli enzimi che possono funzionare sul polietilene non trattato. Cosa che rende queste proteine naturali potenzialmente utili per il riciclaggio.

Conosciamo il verme della cera mangia plastica e le sue proprietà

I vermi o bruchi della cera sono larve lunghe un paio di millimetri, che si trasformano in falene. Considerati parassiti dagli apicoltori, i bruchi si nutrono di cera d’api, polline e miele, occasionalmente mangiando anche larve d’api.

Riguardo alle sue proprietà di “mangia plastica”, il merito della scoperta si deve a Federica Bertocchini, una biologa molecolare e apicoltrice dilettante del Margarita Salas Center for Biological Studies di Madrid – Consiglio nazionale di ricerca spagnolo (CSIC).

«Alla fine della stagione, di solito gli apicoltori mettono alcuni alveari vuoti in un ripostiglio, per rimetterli in campo in primavera» ha dichiarato la biologa.

«Nel 2012 l’ho fatto e ho trovato i miei favi pieni di vermi della cera. Ho pulito il nido d’ape e messo tutti i vermi in un sacchetto di plastica. Quando sono tornata poco tempo dopo, ho trovato la borsa piena di buchi».

Sorpresa dalla scoperta casuale, Bertocchini e il suo team hanno iniziato ad analizzare la saliva del verme della cera, pubblicando le loro scoperte su Nature Communications.

Due test hanno confermato le proprietà del verme della cera 

Per confermare le loro ipotesi, i ricercatori hanno utilizzato due metodi: 

  • Cromatografia a permeazione del gel: separa le molecole in base alle loro dimensioni;
  • Gascromatografia-spettrometria di massa: identifica frammenti di molecole in base al loro rapporto massa-carica.

Affinché la plastica si degradi, l’ossigeno deve penetrare nel polimero – o molecola di plastica – in un importante passo iniziale chiamato ossidazione. 

Ebbene, i risultati hanno effettivamente confermato che la saliva del “verme della cera” è in grado di rompere le lunghe catene di idrocarburi presenti nel polietilene, trasformandole in piccole catene ossidate. 

Il polietilene era stato ossidato, piuttosto che essere masticato!

I ricercatori hanno scoperto che gli enzimi hanno eseguito questo passaggio in poche ore senza la necessità di pre-trattamento come l’applicazione di calore o radiazioni.

Hanno quindi utilizzato analisi proteomiche per identificare gli enzimi responsabili del “fenomeno alchemico”. 

A ossidare il polietilene, sarebbero due particolari enzimi, che i ricercatori hanno chiamato “Demetra” e “Ceres”, nomi dell’antica dea greca e romana dell’agricoltura.

Perché produce questi enzimi in presenza della plastica?

La domanda non ha ancora avuto risposte.

Forse li producono perché scambiano la plastica con la c’era d’api, vista la somiglianza.

In alternativa, si ipotizza che il verme distrugga gli additivi della plastica per difendersi. Molti additivi hanno infatti una struttura aromatica simile ai composti che le piante producono per difendersi dagli insetti. I vermi della cera quindi potrebbero rilasciare tali enzimi per neutralizzarli. 

Demetra e Ceres risolveranno le questioni ambientali?

Demetra e Ceres potrebbero rappresentare un “paradigma alternativo” per gestire i rifiuti di polietilene  in maniera più veloce e naturale?

Per la dott.ssa Bertocchini, «questi enzimi potrebbero potenzialmente essere mescolati con l’acqua e versati sulla plastica in un impianto di gestione dei rifiuti. Potrebbero essere utilizzati in luoghi remoti dove gli impianti di smaltimento dei rifiuti non sono disponibili, o anche in singole case».

I prodotti risultanti, che dipendono dal tipo di plastica di partenza, potrebbero quindi essere utilizzati per produrre nuovi materiali o essere ulteriormente metabolizzati dai microbi stessi e quindi rimuoverli dal sistema.

La ricerca ha sicuramente bisogno di ulteriori approfondimenti, «tuttavia, poiché gli enzimi possono essere prodotti in laboratorio, ciò lascia ben sperare. Prima tuttavia, dobbiamo saperne di più su questi enzimi, compresi i sottoprodotti dell’ossidazione della plastica», ha concluso la co-autrice dello studio.

Il verme della cera non è l’unico mangiatore di plastica

Uno studio del 2021 ha mostrato che alcuni microbi e i batteri negli oceani e nel suolo sono in grado di “mangiare” la plastica.

Nel 2016, in un sito di rifiuti giapponese è stato identificato un batterio capace di distruggere il polietilene tereftalato, noto anche come PET o poliestere.

«È anche possibile che altre larve di insetti che possono degradare il polietilene e il polistirene possano possedere enzimi simili, offrendo una serie di potenziali percorsi per degradare questi materiali», affermano gli autori dello studio.

Fonti 

Nature Communication