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Raki: brindiamo con il “latte di leone” turco

raki, liquore turco
raki, liquore turco

Raki è considerata la “bevanda nazionale” della Turchia. Conosciamo la storia del distillato, come mai è così popolare ed altre curiosità legate al “latte di leone”.

Raki, dalla Turchia con furore

Viaggiare in Turchia e non assaggiare un buon bicchiere di Raki è quasi un peccato. La “bevanda nazionale” a base di uve due volte distillate e anice, è un patrimonio popolare.

Origine del termine. Qualche ipotesi

Riguardo all’etimologia circolano diverse ipotesi.

  1. Il termine Raki (pronuncia: ra-kee) potrebbe derivare dalla parola araba araki, cioè “sudorazione”, distillato:
  2. Somiglia a “Razzaki”, un tipo di uva usata per fare il brandy all’anice. Nel tempo “razzaki” sarebbe diventato “raki” nel discorso comune;
  3. Potrebbe derivare da “Arika”. Quest’ultima, è una bevanda simile consumata dai turchi nomadi dell’Asia centrale, che viene distillata dal latte delle cavalle.

Storia del Raki

Il termine appare per la prima volta nel 1326. La storia narra che il secondo sultano Orhan Bey (1281-1362) donò vino e raki a coloro che lo avevano aiutato a conquistare l’odierna provincia occidentale di Bursa.

Questo fa intendere che la bevanda fosse già nota in passato.

Quando gli eserciti ottomani assediarono Istambul, soprattutto nella Regione del Galata, nacquero delle taverne in cui si servivano dei vini alla frutta molto energizzanti. Uno di questi, era appunto il raki: una bomba calorica che assicurava il recupero psico fisico dei soldati.

Legalizzazione a periodi alterni 

Per qualche oscuro motivo, la bevanda venne di tanto in tanto vietata durante l’Impero Ottomano.

Per un periodo compreso tra il 1826-1839, con l’inizio del periodo della Riforma, si potè nuovamente bere. Un nuovo divieto si ebbe tra il 1920-1926.

Dopodiché, il popolo potè finalmente assaporare il raki con tutta tranquillità. A gestire le taverne erano persone non musulmane, che per motivi religiosi non potevano e non possono bere alcolici.

Piccola precisazione: i divieti erano volti a impedire ai musulmani di bere, specialmente durante il mese sacro del digiuno, il Ramadan. Tuttavia non esisteva un divieto assoluto dell’alcol, salvo che non potesse essere consumato in pubblico.

I vari tipi di Raki 

Secondo il Seyahatname, il “libro di viaggio” di Evliya Çelebi (1611-1682) i produttori di rakı, chiamati “Arakçıyan Tradesmen” producevano diversi tipi di vino a base di frutta. I più famosi erano il banana rakı, hardaliye (una bevanda analcolica a base di uva matura) e il melograno rakı. 

Come si produce la bevanda

Il rakı si produce distillando suma (ottenuto distillando uva e fico) con alcool etilico all’80%.

Viene aromatizzato con anice dopo una seconda o terza distillazione. 

Durante questo processo, si utilizzano distillatori di rame. In seguito si aggiunge zucchero, e poi si procede all’invecchiamento all’interno di botti di rovere. Dopo il processo di invecchiamento, che richiede dai due ai sei mesi, viene imbottigliato, etichettato e distribuito.

Una legge per la produzione

Per evitare problemi con la salute, il raki è stato monopolizzato dallo Stato con l’articolo di legge numero 790, in vigore dal 01.06.1926. 

Ciò ha fatto sì che si ogni azienda si attenesse a degli standard qualitativi ben precisi.

Il raki viene attualmente esportato in decine di paesi, tra cui: Germania, Stati Uniti e Cina.

Come viene servito il “latte di leone”?

La bevanda viene servita in un bicchiere alto e stretto. 

Prima si aggiunge dell’acqua in parti uguali, che le conferisce il tipico colore bianco latte. Da qui l’appellativo “latte di leone”. Successivamente si immerge un cubetto di ghiaccio. Importante rispettare questi passaggi altrimenti avrà un saporaccio.

Come mai diventa bianca?

L’anice può dissolversi nell’alcol, ma è insolubile in acqua. Dunque più acqua si aggiunge, più la bevanda diventerà bianca.

Il sapore dell’alcol raki è bilanciato dall’aroma di anice e smorzato dall’effetto dello zucchero e dell’acqua demineralizzata.

Accompagnamento del raki 

A fare da accompagnamento, un “raki sofrasi” vassoio ricco di “meze” (antipasti), pesci, olio d’oliva e formaggi freschi. E ancora: haydari (piatto a base di yogurt e spezie), insalata di melanzane affumicate, tarator (salsa fredda a base di yogurt, cetriolo, aneto, noci e aglio), ezme piccante (insalata speziata). Immancabile il saksuka (un tipo di stufato), fava, hummus, muhammara (crema di peperoni e noci), gamberi, calamari, lakerda (specialità di mare), babagannus (baba ghanouj) (antipasto di melanzane arrosto, olio, succo di limone, condimenti vari e tahini) e borulce (fagioli).

Meglio mangiare, anche perché, con i suoi 40-50 per cento di alcol in volume, è una bomba anche per i bevitori più accaniti.

Raki ‘o clock e brindisi 

Come suggeriscono molti poeti, l’ora migliore per “Raki o’clock” è dopo l’inizio del tramonto, in un momento in cui siamo rilassati e pronti a lasciarci trasportare in una dimensione di leggerezza.

Nel momento del brindisi, si fa tintinnare il fondo del bicchiere e si pronuncia la parola “Serefe”, cioè “cin cin”, “alla salute”.

Calorie: occhio alla dieta

Quaranta ml di raki contengono 105 calorie, 80 ml equivalgono a 3 bicchieri di vino o 5 fette di pane, (circa 170 calorie). Occhio a non esagerare con gli antipasti! Per preservare la linea e la salute.

Conservazione 

Vista l’elevata presenza di alcool, una bottiglia non aperta ha una durata indefinita, mentre una bottiglia aperta dura circa 10 anni prima che vada male. 

Importante è mantenerla al riparo dall’aria, dalla luce e conservarla in un luogo asciutto.

Note Bibliografiche

Priscilla Mary Işın, “Impero Impero sante: una storia della cucina ottomana”, 2018

Ayşegül Özbek, “Anadolu’nun 500 Yıllık Geleneği: Rakı” citando

“Rakı Kitabı” – Erdir Zat, 2013

“Rakı Ansiklopedisi” – Kolektif, 2011

Tumore prostata, ok della Commissione europea su radioligando

tumore prostata
tumore prostata

Nuova speranza per i malati di tumore della prostata. La Commissione europea ha dato l’ok alla terapia con il farmaco Lutezio vipivotide tetraxetan. Si tratta di un trattamento di precisione con radioligando, che si utilizzerà per questo tipo di tumore allo stadio metastatico resistente alla castrazione progressivo e positivo all’antigene di membrana specifico della prostata.

La terapia con i radioligandi

Nel farmaco c’è una molecola chiamata “ligando” o “carrier” che si attiva con i recettori espressi dalle cellule tumorali, che riesce ad individuare i focolai del tumore. Dotata di una dose radioattiva li distrugge immediatamente e con precisione, non danneggiando i tessuti vicini. Questo anche quando il cancro è diffuso in diverse sedi e non è possibile trattarlo con la radioterapia convenzionale.

Ad ottobre il Lutezio è stato approvato dal Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA. Potrà essere utilizzato in tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea, oltre a Islanda, Norvegia, Irlanda del Nord e Liechtenstein.

Tumore prostata, lo studio Vision III fase

Alla base dell’approvazione c’è lo studio VISION, arrivato alla fase III, nel corso del quale i partecipanti, malati di carcinoma prostatico, precedentemente trattati con inibizione della via AR e chemioterapia a base di taxani, con questo nuovo farmaco hanno fatto registrare una riduzione del 38% del rischio di morte e una riduzione statisticamente significativa (60%) del rischio di progressione radiografica della malattia o di morte (rPFS) rispetto al trattamento finora utilizzato.

Tumore prostata, tra i più diffusi al mondo

“Il trattamento con radioligandi – ha detto Sergio Bracarda, Presidente SIUrO – apre nuove prospettive in termini di cura per un tumore, quello alla prostata, tra i più diffusi in tutto il mondo. È rilevante sottolineare che si tratta di un meccanismo d’azione completamente nuovo, che combina un radioisotopo ad una molecola in grado di riconoscere e legarsi ad un recettore espresso sulle cellule tumorali e in grado di superare resistenze sia innate che indotte dai trattamenti precedentemente effettuati, dimostrando al contempo un vantaggio significativo in termini di sopravvivenza”.

Farmaco a breve disponibile in Italia

“Più dell’80% dei pazienti con carcinoma prostatico metastatico – ha aggiunto Marcello Tucci, Direttore della struttura di Oncologia dell’Asl Asti – esprimono l’antigene di membrana specifico della prostata bersaglio terapeutico per la terapia con Lutezio (177Lu) vipivotide tetraxetan che ha ricevuto approvazione da parte della Commissione Europea. Prossimamente, a seguito del completamento dell’iter di prezzo e rimborso, questi pazienti potranno beneficiare anche in Italia, di questa valida opzione di trattamento”.

“L’approvazione di Lutezio (177Lu) vipivotide tetraxetan, la prima terapia mirata con radioligandi, da parte della Commissione Europea rappresenta un traguardo significativo per i pazienti con tumore alla prostata avanzato e metastatizzato, che fino ad oggi avevano un numero limitato di trattamenti in questo stadio di malattia. Siamo orgogliosi come Novartis di contribuire a reimmaginare le prospettive di cura dei pazienti con cancro alla prostata e ci auguriamo di poterla rendere presto disponibile ai pazienti italiani”, dichiara Valentino Confalone, Country President di Novartis Italia.

Come funziona Lutezio (177Lu)

Lutezio (177Lu) vipivotide tetraxetan si somministra endovena. Il radioligando combina una molecola che si lega ad un recettore specifico (ligando) con un radioisotopo terapeutico (una particella radioattiva, in questo caso lutezio-177). Lutezio si lega alle cellule tumorali e le emissioni di energia del radioisotopo danneggiano le cellule target e le cellule vicine, compromettendo la loro capacità di replicarsi e/o innescando la morte.

Il Covid 19 non è più pandemia, ma importante prudenza

molecole di covid 19
molecole di covid 19

Il Covid 19 non è più una pandemia. Lo ha dichiarato Giorgio Palù, virologo e presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), al Corriere della sera. Dopo due anni e mezzo il virus ha perso molta della sua forza.

Letalità Covid 19 oggi dello 0,045%

La letalità di Sars-Cov2 nel mondo è ora dello 0,045% rispetto all’1-2% di quando è comparso in Italia. “È meno letale dell’influenza” ha detto Marco Cavaleri, responsabile della strategia vaccinale dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), ma non bisogna abbassare la guardia ed è necessario continuare a vaccinarsi.

Cavaleri ha anche specificato che i casi di Covid, sommati a quelli dell’influenza, potrebbero gravare sul sistema sanitario europeo nel prossimo periodo. In effetti già alcuni Paesi europei mostrano livelli di accessi agli ospedali molto alti. Per questo è importante che gli over 60, gli immunodepressi e le donne incinte continuino a vaccinarsi contro tutti e due i coronavirus.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni,consigliano anche a chi abbia contratto una patologia asbesto correlata di continuare a prestare massima prudenza, soprattutto nei luoghi affollati.

Covid 19 meno letale dell’influenza

Il virus che tutti abbiamo imparato a conoscere resterà comunque tra noi per molto tempo. Sarà diffuso in tutto il mondo e avrà le sue fasi di crescita e decrescita, come la Dengue e l’Hiv.

Ora però è meno letale dell’influenza. Questa settimana proprio l’influenza, assieme ad altre infezioni respiratorie, ha avuto un’incidenza 5 volte superiore al Covid-19, colpisce 16 adulti e 56-60 bambini sotto i 5 anni ogni mille abitanti.

Come è normale che accada con i nuovi virus, non solo il Covid ha perso virulenza ma anche noi siamo cambiati. Siamo ormai in gran parte immunizzati, grazie al vaccino o al contagio. Cavaleri conferma l’importanza dei vaccini e spiega che dovranno essere aggiornati ogni anno, come avviene per il vaccino antinfluenzale.

Questa settimana meno casi ma crescono i decessi

Intanto questa settimana sono scesi i contagi e aumentate le vittime. Il bollettino settimanale redatto dalla Protezione civile e dal ministero della Salute registrano 174.652 i nuovi casi in Italia dal 9 al 15 dicembre 2022. In 7 giorni sono stati, però, 719 i morti.

I nuovi casi di Covid-19 sono in calo del 21% rispetto alla settimana precedente (erano 221.154 casi), i decessi, invece, in aumento del 4,8%. I tamponi sempre la settimana scorsa sono stati il 13% in meno rispetto a quella precedente.

Fine isolamento senza tampone

Una delle novità più importanti riguarda il termine dell’isolamento delle persone infettate dal coronavirus. Ad oggi resta di 5 giorni, e tra poco terminerà senza più bisogno di fare un tampone. La modifica è stata inserita nel decreto Rave approvato in Senato e in attesa di arrivare alla Camera, subito dopo Natale, tra 27 e 28 dicembre.

Modifica della direttiva su amianto: ok del Consiglio Ue

direttiva, consiglio UE
direttiva, consiglio UE

Il Consiglio dell’Unione europea ha dato l’ok alla proposta della Commissione sulla modifica della direttiva sull’amianto. La nuova legislazione, se approvata, abbasserà l’esposizione minima dei lavoratori all’asbesto (altro modo per definire l’amianto), di dieci volte. L’obiettivo è quello di ridurre notevolmente i casi di tumore in Europa: il 78% di quelli contratti sul luogo d lavoro è causato dalla fibra killer.

Modifica della direttiva amianto

Proprio come ha sempre denunciato il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, l’amianto causa oltre 107mila vittime nel mondo ogni anno. Operai e cittadini morti per l’esposizione a una sostanza di cui da oltre 100 anni si conosce la pericolosità. E nonostante questo le aziende lo hanno continuato ad utilizzare, come spiegato nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. L’asbesto causa, purtroppo, il mesotelioma (VII rapporto ReNaM), ma anche il tumore del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie e del colon.

Due giorni fa i ministri del Lavoro del Consiglio dell’Unione europea hanno definito la loro posizione sulla proposta. Ora il Consiglio dovrà negoziarla con il Parlamento europeo.

La proposta della Commissione europea

La proposta di modifica della Direttiva 2009/148/CE sulla protezione dei lavoratori dai rischi connessi all’esposizione a amianto sul posto di lavoro, prevede maggiori tutele per operai e dipendenti.

Oltre all’abbassamento dei livelli di esposizione, prevede anche un metodo più moderno per conteggiare le fibre di amianto presenti in un ambiente.

Direttiva amianto: si passa alla Microspia Elettronica

La Commissione vorrebbe che per conteggiare le fibre del terribile minerale sia utilizzata la microspia elettronica (invece che quella a contrasto). Agli Stati membri sarebbero concessi 7 anni per adeguarsi alla nuova normativa.

“Una maggiore protezione dei lavoratori dai rischi dell’amianto – ha commentato Marian Jurečka, vice primo ministro e ministro del lavoro e degli affari sociali della Repubblica Ceca – salverà vite umane. Gli Stati membri dell’UE devono limitare drasticamente l’esposizione dei lavoratori al pericolo dell’amianto e sono lieto che siano pronti a farlo”.

L’Ona fa la sua parte e ha anche creato una App per contribuire a una mappatura dei siti contaminati sempre più aggiornata.

Diabete: una “malattia sociale” banalizzata

diabete
convegno du diabete

Il diabete è una “malattia sociale” che in Italia colpisce circa quattro milioni e mezzo di persone.

Diabete: una “malattia sociale”

Roma 15 dicembre. All’Hotel Capranichetta si è svolto il convegno dal titolo: “Il diabete tra luoghi comuni e falsi miti”. 

Partiamo da qualche numero. In Italia sono quattro milioni e mezzo le persone ufficialmente ammalate di diabete (il 6%). Almeno un milione e mezzo di persone non sa di averlo, e ben quattro milioni di soggetti sono ad alto rischio di sviluppare questa patologia.

Per tali motivi, il diabete è stato definito “una malattia sociale”.

Ad aprire il simposio, Angelo Avogaro, Professore Ordinario di Endocrinologia e Metabolismo, Direttore UOC Malattie del Metabolismo e servizio aggregato di Diabetologia, dell’Azienda Ospedaliera di Padova.

Diabete tipo 1 e tipo 2: differenze 

Il diabete è una patologia caratterizzata da iperglicemia (un aumento del livello di glucosio nel sangue). A causarlo è un difetto di secrezione o un’azione inadeguata dell’insulina, l’ormone prodotto dalle cellule del pancreas, deputato al controllo dei livelli di zucchero.

Esistono due tipi di diabete.

  • Diabete di tipo 1: si manifesta solitamente durante l’infanzia o l’adolescenza. E’ causato da un’assenza totale di insulina, provocata dalla distruzione delle cellule vita del pancreas, a seguito della formazioni di autoanticorpi.
  • Diabete di tipo 2: è una malattia metabolica, multifattoriale, che si manifesta in età adulta. Chiamato “diabete grasso”, è più frequente nelle persone in sovrappeso.

Costi diretti e indiretti esagerati 

Il professore Avogaro inizia parlando di “costi diretti” per la cura della malattia, delle sue complicanze acute e croniche e di “costi indiretti” (assenza per malattia, mancato guadagno ecc.).

Le cifre sono drammatiche: secondo le stime ufficiali, per la cura del diabete si spende circa il 10% del Fondo Sanitario Regionale, pari a 625 milioni di euro annui (2.500 euro per paziente/anno). 

Qualità della vita di un diabetico

In termini di qualità della vita, un malato di diabete vive un vero e proprio inferno.

Ogni minima azione quotidiana deve essere monitorata costantemente.

Massima attenzione dunque a: dieta, attività fisica, assunzione di farmaci antidiabetici orali o iniettabili, autocontrollo glicemico, visite mediche periodiche, esami strumentali e di laboratorio, consulenze e chi più ne ha più ne metta.

Diabete e Istituzioni 

Federico Serra, Capo della segreteria tecnica dell’intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”, sottolinea la necessita di un maggior impegno da parte delle istituzioni.

«E’ necessario affrontare in maniera più efficiente e strutturata un’emergenza di Salute Pubblica, come il diabete, creando organismi che siano in grado di coordinare tutti i soggetti e i settori impegnati nell’educazione sanitaria. A cominciare dal mondo dell’istruzione ai media, organizzando campagne di prevenzione e sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale».

Cosa si può fare in concreto?

Secondo Serra, le malattie croniche non trasmissibili (NCDs) e in particolare il diabete, dovrebbero avere una “corsia prioritaria” nelle politiche del Ministero della Salute, del Parlamento e delle Regioni.

Del resto, anche la Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevede una gestione più appropriata e attenta ai bisogni dei malati affetti da diabete di tipo 2 e diabete di tipo 1. 

Essa si dovrebbe attuare integrando e potenziando l’assistenza specialistica con quella territoriale e non solo.

Centri per la cura del diabete e innovazioni

Andrebbero anche potenziati i centri specializzati in diabetologia in grado di accogliere e curare i malati. In aggiunta, bisognerebbe focalizzarsi sulla ricerca, sull’innovazione tecnologica, sulla telemedicina e su ogni altra cosa che possa contribuire, non solo a rendere più facile la vita ai pazienti, ma anche ad abbattere i costi per la cura.

Una convivenza non facile 

Rita Lidia Stara, Presidente Federazione Diabete Emilia Romagna, tocca un punto nevralgico: la “convivenza” con la malattia.

Abbiamo accennato che la vita di un malato di diabete è un inferno. In questo contesto, il ruolo delle Associazioni è fondamentale. 

Oltre a rappresentare e offrire supporto diretto a malati e familiari, esse forniscono utili informazioni e responsabilizzano l’opinione pubblica sul tema, portando avanti delle battaglie “attive”.

Regione che vai “fortuna” che trovi 

Oltre ai problemi legati alla gestione del quotidiano, se i malati hanno la “sfortuna” di vivere in una Regione piuttosto che in un’altra, il dramma è assicurato. 

Come mai?

Da quando nel 2001, è entrata in vigore la riforma del Titolo V della Costituzione, abbiamo ventuno diversi servizi sanitari. In certi casi, ci sono differenze anche fra Aziende sanitarie della stessa Regione. Insomma, in certi casi bisogna essere doppiamente fortunati: non avere il diabete e appartenere a una Regione “privilegiata”.

Cuore e diabete

Diabete mellito e malattie cardiovascolari sono strettamente correlati.

A sostenerlo è Massimo Iacoviello, S.C Cardiologia, AOU Policlinico Riuniti di Foggia- Dipartimento delle Scienze Mediche e Chirurgiche, Università degli Studi di Foggia.

«Le alterazioni fisiopatologiche presenti nei pazienti diabetici sono responsabili di un’aumentata incidenza sia coronopatica arterosclerotica (infarto miocardio o angina) e stroke sia di scompenso cardiaco».

Come ridurre il rischio? 

Purtroppo non esiste un trattamento farmacologico a lungo tempo per poter ridurre il rischio diabete. 

Come accennato, al momento i pazienti si concentrano quotidianamente sull’attività fisica e sulla dieta, controllano i valori target di colestoremia, pressione arteriosa e valori glicemici.

Una speranza viene comunque da due nuove classi farmacologiche: gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 a livello del tubulo contorto prossimale renale (SGLT2i) e gli agonisti dei recettori GLP1 (GLP1RA). 

«Essi sarebbero grado di ridurre anche i rischi cardiovascolari agendo, oltre che sui valori glicemici, sui meccanismi fisiopatici alla base del rischio malattia vascolare sia del rischio di scompenso cardiaco»–spiega Iacoviello.

L’ SGLT2i si è mostrato efficace per i pazienti affetti da malattie cardiovascolari anche in assenza di diabete.

Conclusioni: il ruolo dei media 

Il convegno si conclude con l’intervento di Elena Meli, Giornalista scientifica di Corriere della Sera Salute.

Meli pone l’accento sul ruolo dei media. In un mare magnum in cui l’informazione non fa sempre una giusta informazione, occorre prestare attenzione a divulgare notizie, soprattutto quelle relative alla salute. 

Fake news, falsi miti e luoghi comuni non fanno mai bene.