La nave Vittorio Veneto, della Marina Militare, carica di amianto, dismessa nel 2007, è stata almeno dal 2013 abbandonata al porto di Taranto. Non solo la Vittorio Veneto nave ammiraglia non è mai stata bonificata, ma non sarebbero state mai attuate neanche le misure necessarie a ridurre l’esposizione delle fibre di asbesto all’esterno e nell’acqua.
Nave Vittorio Veneto “rischio per l’incolumità pubblica”
Una situazione che si è protratta per anni e che ora anche il giudice per le indagini preliminari Benedetto Ruberto, ha riconosciuto “un rischio per l’incolumità pubblica”. Per questo, dopo due esposti in Procura, anche di un volontario dell’Osservatorio nazionale amianto, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, il gip ha disposto che il pm iscriva nel registro degli indagati 8 alti ufficiali della Marina Militare che nel tempo sono stati responsabili del natante.
Fino al 2021 l’imbarcazione è stata sempre ormeggiata al molo 25 della banchina Torpediniere sita nel Mar Piccolo di Tranto. In primo luogo, dice il gip, “anche la posizione dell’imbarcazione accresceva il rischio di contaminazione: la vicinanza al centro cittadino, l’esposizione alle intemperie, l’azione corrosiva dell’acqua marina, l’accertato stato di apertura dei portelli di ventilazione e la massiccia presenza di amianto (sia all’interno che all’esterno dell’imbarcazione), erano indici sintomatici della concreta situazione di pericolo perfezionatasi ai danni della popolazione tarantina”.
Aggiunge il giudice che, “anche se ad oggi non è stato comprovato alcun evento dannoso, la concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità, a causa della presunta condotta omissiva di completo abbandono della nave”, appare integrare l’ipotesi di reato di disastro ambientale.
All’interno 1200 chili di amianto
Già nel 2016 era stato effettuato un sopralluogo che aveva stimato che all’interno ci fossero almeno 1200 chili di amianto. La Marina Militare era, quindi, a conoscenza del pericolo. Inoltre, nel 2018 la nave era stata saccheggiata, con l’aumento della dispersione delle fibre che possono viaggiare anche a centinaia di metri di distanza. Eppure nulla è stato fatto negli anni per contenere gli eventuali danni.
Per la seconda volta la Procura della Repubblica di Taranto aveva chiesto l’archiviazione, ma il gip non è stato d’accordo. L’Ona si costituirà parte civile in un eventuale procedimento penale. L’avvocato Bonanni ha anticipato che proseguiranno comunque le azioni civili.
“La Vittorio Veneto – ha dichiarato l’avvocato Bonanni – con il suo carico di morte, è stata una bara per i militari della Marina. Ne sono deceduti a migliaia. Finalmente quella che fu la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana è stata demolita. Andiamo avanti nella nostra battaglia perché speriamo che finalmente anche la base dei militari di Taranto possa essere definitivamente bonificata”.
Amianto nei cantieri navali
Le aziende italiane hanno impegato per anni, fino al 1992 anno della messa al bando dell’amianto, la fibra killer nella costruzione di navi. Gli operai hanno usato l’asbesto nei cantieri navali. Per le coibentazioni delle strutture delle unità navali e delle condotte dei fluidi per la sue proprietà ignifughe, di fonoassorbimento e antirombo. Eppure, denuncia sempre il presidente Ona, la Marina militare continua a negare la presenza del minerale. Così come la veridicità delle diagnosi di mesotelioma, come pure il nesso causale.
I dervishes rotanti sono dei mistici sufi, seguaci del poeta persiano Rumi. Battiato cantò loro danza ipnotica che connette con il divino. Oggi sono patrimonio Unesco.
Voglio vederti danzare come i Dervishes Toruner
“Voglio vederti danzare come i Dervisches Tourners, che girano sulle spine dorsali” cantava Franco Battiato nella canzone “Voglio vederti danzare” (album L’arca di Noè 1982).
Chi sono i dervishes?
Il movimento sufi e i danzatori dervishes
I dervisches rotanti fanno parte dell‘Ordine Mevlevi, una setta del sufismo mistico dell’Islam che rifugge il materialismo per mirare all’ascetismo, nata nel XIII secolo.
Il “loro capo” è il famoso mistico e poeta persiano Jalaluddin Rumi o Mevlâna -(Balkh – attuale Afghanistan -1207- 1273), che ha fortemente influenzato la scrittura e la cultura musulmana.
Durante l’Impero Ottomano, i Mevlevis e le loro tekke (logge) ebbero un ruolo di grande rilievo, ma nel 1925, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica di Turchia, bandì tutti gli ordini sufi turchi.
Per tutto quel tempo e fino agli anni Cinquanta, i sufi continuarono ad operare in clandestinità i dettami della samāʿ(letteralmente ascolto in arabo e persiano della lettura del Corano).
Dal 2005, la loro cultura è stata inserita nel Patrimonio orale e immateriale dell’umanità dell’UNESCO.
La danza dei dervishes: un canale con il divino
Durante la raffinatissima esibizione, il dervish ruota vorticosamente girando su sé stesso in senso antiorario, con la gonna che crea una spirale ipnotica verso l’infinito.
Sembra in trance ed effettivamente Abdülham Çakmut esperto di sufismo scrive: “Mentre gira, le sue braccia sono aperte, la sua mano destra diretta verso il cielo pronta a ricevere la beneficenza di Dio, guardando la sua mano sinistra rivolta verso la terra”. “Questo è il suo modo di trasmettere il dono spirituale di Dio alle persone che guarda”.
Dervishes: simbologia dell’abbigliamento
La lunga veste bianca (tennure) simboleggia i sudari, il lenzuolo funebre, il mantello nero (hirka) simboleggia le lapidi dell’ego e il lungo copricapo chiamato sikke, simboleggia la pietra tombale dell’ego.
Lo sceicco della loggia indossa una giacca di lana lunga fino alla vita per rappresentare la legge islamica.
Le quattro fasi della cerimonia: il Naat-I Sharif
La cerimonia inizia con il Naati Serif, un’opera durante la quale un cantante solista tesse le lodi a Maometto e termina con il Taksim, una composizione intonata con un flauto di canna. L’utilizzo di questo strumento sta a indicare il soffio divino, l’anima donata all’Universo da Dio.
Fenafillah: la perfezione spirituale
Quando inizia la danza, il dervish lascia il mantello a terra. Questo gesto indica che sta voltando le spalle al mondo per avvicinarsi a Dio. Il dervish si posiziona attorno al pavimento circolare e inizia a girare con le braccia incrociate sul petto, volendo somigliare al numero uno in unità con Dio.
Rinunciando all’ego e alla propria identità personale, raggiunge una perfezione spirituale nota come fenafillah.
Questo stato, secondo Çakmut è paragonabile al nirvana buddista.
Con la differenza che il suo scopo non è “l’estasi ininterrotta e la perdita del pensiero cosciente“, bensì “la completa sottomissione e annientamento di sé nell’amato”.
Il Devr-i Veled
Durante il Devr, i semazens (altro nome dei dervishes) camminano lentamente per seguire il ritmo della musica peshrev.
Poi colpiscono il terreno con forza e, al suono di un tamburo, pronunciano la parola “Divino Sii”, che indica la creazione di Dio.
Successivamente girano tre volte in un’unica fila intorno alla sala e prima di ogni giro si inchinano ai loro partner davanti e dietro. Questo gesto simboleggia il respiro di Dio in ogni essere umano. Dopo l’inchino, si tolgono i mantelli neri.
I quattro Salem
Durante la cerimonia vengono eseguiti quattro Salem, rappresentazioni simboliche in musica.
Il primo simboleggia la rinascita degli esseri umani e la conoscenza della verità, possibile solo attraverso la sottomissione a Dio;
Il secondo Salem indica il rapimento dell’umanità e l’onnipotenza di Dio;
Il terzo rappresenta la trasformazione del rapimento in amore. Rappresenta anche la sottomissione e l’unità;
Il quarto rappresenta l’accettazione del sé dei dei semazens, sono servi di Dio.
Recita del Corano
Alla fine della cerimonia, i danzatori si salutano fra di loro e recitano il verso del Corano.“Dio è in Oriente e in Occidente, e il suo volto è ovunque”.
Addestramento dei dervishes
In cosa consiste l’allenamento dei dervishes?
Diventare dervisch richiede mesi di allenamento, non solo fisico, ma anche e soprattutto spirituale.
Si inizia con una tavola di legno e un sacchetto di sale. Quest’ultimo serve per evitare scivolamenti e vesciche.
Il danzatore ruota con l’alluce sinistro e il secondo dito del piede attorno a un chiodo posto al centro di una tavoletta quadrata.
Contemporaneamente, tiene il piede destro perpendicolare al sinistro e le braccia incrociate con i palmi delle mani sulle spalle.
Prima inizia a ruotare con i piedi e il corpo verto destra senza mai sollevare il tallone dalla tavola. Quando diventa pratico della tecnica, volteggia senza il chiodo, aprendo le braccia.
E le vertigini?
Già solo a guardare un dervish si può provare un senso di vertigini, per cui ci si chiede come i danzatori riescano a superare il fastidio.
Ebbene, entrando fin una sorta di trance ipnotico, i dervishes si lasciano guidare dai “sensi profondi”. Chiudino gli occhi e si lasciano guidare dall’orecchio interno. Cosa che assicura un equilibrio sufficiente. In aggiunta, l’ abbigliamento, la pace interiore data dalla fede e una dieta frugale impediscono la comparsa di nausea e vertigini.
“Mentre indossa il tennure, il derviscio rotante si sente più leggero in termini aerodinamici, e questo aiuta a prevenire le vertigini”– sottolinea Çakmut.
Il festival dei dervishes e la notte dell’unione
A dicembre, nella città anatolica di Konya si svolge il Festival di Mevlâna (dura una settimana).
Nato per celebrare l’anniversario della morte del poeta Rumi (17 dicembre 1273), è animato appunto dai dervishes che eseguono il rituale “Sheb-i Arus” o “notte dell’unione“.
Nel santuario dalla cupola turchese del Museo di Mevlâna, meta di pellegrinaggio di musulmani sufi, si trovano le tombe di Rumi, suo figlio Sultan Veled, fondatore dell’ordine Mevlevi con l’aiuto di Husameddin Chelebi e seguaci.
Il vicino Centro culturale Mevlâna ospita spettacoli samāʿ tutto l’anno.
Giuni Russo canta Rumi
Concludiamo ricordando una bellissima canzone di Giuni Russo “Vieni”, tratta dall’album Morirò d’amore (2003), che è la traduzione dei versi scolpiti sul portale di accesso alla tomba del mistico persiano.
”Vieni, vieni ancora, qualunque cosa tu sia,
“Se ti penti mille volte,
“Anche se infrangi mille volte il tuo pentimento, torna di nuovo
“La nostra porta non è una porta della disperazione.
Il Pantheon è un edificio che racchiude i segreti del Cosmo? Un viaggio attraverso la numerologia e l’esoterismo nascosto dietro al grande “occhio”.
Pantheon esoterico
Il Pantheon non è solo un luogo di culto. Nella perfezione delle sue proporzioni architettoniche e dietro a quell’occhio che sembra bucare l’universo, sono racchiusi codici e simboli esoterici di non facile comprensione. Esprime un simbolismo cosmico, un senso di equilibrio e di stabilità, dato dall’armonia delle linee e dal calcolo perfetto delle geometrie delle masse.
Pantheon: etimologia
“Pantheon” dal greco παν– «pan-» e ϑεός«dio»-, significa “di tutti gli dei”.
Fu fatto costruire dal console Marco Vipsanio Agrippa nel 27 a. C.
La sua forma attuale si deve all’imperatore Adriano che tra il 112-115 e il 124 d.C. ne dispose la ricostruzione, dopo che gli incendi dell’80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione.
Adriano dedicò il tempio alle sette divinità planetarie (Apollo, dio del Sole, Diana, della Luna, Venere, Saturno, Giove, Mercurio e Marte), che simboleggiavano le dinamiche cosmiche dell’armonia celeste.
Il Pantheon diventa un luogo dei culto cristiano
Nel 609, grazie a Papa Bonifacio IV, il Pantheon divenne un luogo di culto cristiano e prese il nome di di S. Maria ad Martyres.
Nell’immaginario collettivo tuttavia l’edificio restò sempre collegato alla sua singolare forma circolare. Fu pertanto ribattezzato S. Maria della Rotonda o più comunemente “la Rotonda”.
Pantheon: dimensioni della cupola
Come accennato, la caratteristica peculiare dell’edificio è la forma: un unico vano a pianta circolare coperto da un’immensa cupola emisferica.
Il diametro dell’aula (43,44 m, corrispondente a 150 piedi romani) è esattamente pari alla sua altezza.
E’ la cupola di calcestruzzo più grande esistente al mondo e rappresenta un vero e proprio capolavoro ingegneristico!
La perfezione della sfericità
La cupola è un simbolo di compiutezza, di perfezione divina, di eterna ciclicità. E in effetti, la filosofia greca considerava la sfera il solido geometrico perfetto.
E’ uno spazio aperto e chiuso contemporaneamente. Cosa che, a livello simbolico, rappresenta il superamento del dualismo manicheo, dato dall’unione sacra fra materia e spirito, luce e oscurità.
Non a caso, il fascio di luce che gira all’interno dà origine a ipotesi numerologiche secondo cui questo edificio sia un osservatorio astrologico dell’antichità: una macchina lunare, dedicata a tutti gli dèi.
La sfera, simbolo della volta celeste
La sfera che si apre verso il cielo rappresenta la volta celeste. Essendo l’unico punto d’ingresso della luce ed essendo collocata al centro, la sua forma a croce diventa simbolo dell’incontro zenitale, dell’axis mundi, l’asse terrestre (in orizzontale) e asse celeste (in verticale).
E’ il ponte fra umano e divino, immanente e trascendente.
In effetti, seguendo le istruzioni di Adriano, la luce solare (che entrava dall’occhio) doveva restare sospesa come uno scudo d’oro e riflettersi sul pavimento, come uno specchio d’acqua.
Sempre attraverso il foro, le candele accese in onore agli dei, potevano ascendere senza incontrare ostacoli.
Piccola curiosità: a mezzogiorno del 21 giugno (solstizio d’estate), si può assistere ad un fenomeno astrologico-calendariale molto interessante. I raggi di sole che attraversano il grande occhio della cupola, cadono esattamente al centro del portale di accesso.
La geometria del Pantheon
Sulla cupola ci sono dei cassettoni, disposti in file di ventotto riquadri ciascuna.
In numerologia, questa cifra è considerata perfetta.
Il ventotto è un numero naturale pari composto dai numeri 2 e 8. La prima cifra rappresenta sia la dualità, sia l’unione di due elementi. Il numero otto, è simbolo dell’infinito.
Insieme, questa cifra è data dalla somma dei primi 7 numeri.
Il sette era considerato un numero perfetto già dai pitagorici.
Sette erano i “pignora imperi” (sette oggetti sacri che garantivano, secondo le credenze dei romani, il potere e la salvezza di Roma), sette i colli di Roma, sette i primi re, sette le meraviglie del mondo, sette le corde musicali, sette i pianeti.
Il numero sette ritorna
Nelle pareti della chiesa ci sono sette nicchie comprese tra due colonne corinzie. Esse contenevano le immagini delle altrettante divinità cosmocratores, dominatrici del Mondo, collegate al culto dei pianeti: il Sole, la Luna, Venere, Saturno, Giove, Mercurio e Marte.
Sulla volta ci sono sette anelli: i cinque anelli a cassettoni, l’anello che circonda l‘oculus, e l’oculus stesso.
Curiosa leggenda
Un’antica leggenda medievale narra che la grande pigna di bronzo che attualmente si trova inVaticano, fosse originariamente posta il “tappo” dell’oculus del Pantheon. Quando fu trasformato da tempio pagano in Chiesa, i demoni al suo interno volarono via trascinando con loro la Pigna e lasciando il celebre foro nella cupola.
Una leggenda più moderna (XXI sec.) sostiene che il Pantheon sia un portale che conduce verso nuovi mondi, nuove dimensioni.
La pioggia che non cade. L’effetto camino
Pare che dentro al Pantheon non piova. Sveliamo il mistero.
Il fenomeno è noto come “effetto camino”.
In realtà l’acqua entra, ma a grazie alla speciale conformazione dell’apertura (9 metri), si crea una corrente ascensionale d’aria che smaterializza le gocce di acqua piovana.
La presenza di piccoli fori di scolo sul pavimento, rimedisce l’accumulo di acqua.
Rione Monti è il primo rione di Roma. Nel Palazzo del Grillo visse probabilmente il Marchese del Grillo, il personaggio reso noto da Alberto Sordi nell’omonimo film.
Rione Monti vs Trastevere
Iniziamo da una piccola curiosità. Da sempre gli abitanti del quartiere rivendicano l’originaria “romanità“, dichiarandosi diretti antagonisti dei trasteverini.
Al termine della Salita del Grillo, nella piazza omonima campeggia il palazzo del Marchese, con la sua splendida torre merlata.
Onofrio del Grillo, il burlone è davvero esistito?
Palazzo del Grillo era probabilmente la dimora del marchese Onofrio del Grillo.
Nel 1981, il nobile burlone fu immortalato da Mario Monicellinel film cult “Il marchese del Grillo”, interpretato magistralmente da Alberto Sordi.
Il “probabilmente” è d’uopo, anche perché non vi sono prove tangibili che il personaggio sia realmente esistito.
Non è certo che si chiamasse effettivamente Onofrio, non si conosce la data precisa della nascita, né sotto quale Papa sia avvenuta la sua morte.
Esisteva davvero la casata del Grillo?
Leggendo la “Storia delle Famiglie Romane” di Carlo Augusto Bertini (1915) e consultando l’Archivio Capitolino si legge che a Roma esistevano due distinte casate Del Grillo.
Queste due nobili famiglie vissero nella Capitale tra la seconda metà del Seicento e la fine dell’Ottocento.
All’interno della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini esiste una tomba di famiglia appartenente alla casata Del Grillo ed esistono alcune storie scritte che parlano di loro.
Le parole di Giovagnoli
A parlare del marchese burlone fu soprattutto Raffaello Giovagnoli (13 maggio 1838-15 luglio 1915), scrittore, patriota e storico romano.
Ecco come lo descrive: «Quantunque non mi sia riuscito di apprendere, per quante ricerche abbia fatte, il suo nome né la data precisa della sua nascita, ho potuto verificare dalle affermazioni recise de’ suoi discendenti che egli è un personaggio storico realmente esistito e che molte delle bizzarre avventure, dalla leggenda popolare unite al suo nome, fan parte effettivamente delle gesta compiute da quest’uomo che io sarei disposto a chiamare l’ultimo e il più stravagante dei feudatari romani».
Leggenda o no, si dice che Onofrio si divertisse ad architettare scherzi cinici a danno della gente potente, o superba, acquiescente o privilegiata.
Altro bersaglio erano gli ebrei, che Onofrio detestava e chiamava “li giudèi“.
Insomma, potrebbe essere una figura leggendaria, costruita dal popolo per prendersi gioco di nobili veramente esistiti.
Gli scherzi del Marchese del Grillo
Tra gli scherzi architettati da Onofrio, uno dei più divertenti fu architettato a danno di un mercante ebreo molto ricco.
Il marchese propose al commerciante dei versare un baiocco (una moneta dell’epoca) per ogni oggetto custodito all’interno di alcuni forzieri in suo possesso. Il mercante, certo di trovare tesori dal valore inestimabile, accettò la proposta e sottoscrisse persino un contratto.
Una volta aperti i forzieri tuttavia si trovò davanti a un mucchio di spille e di fatto andò in rovina.
Rione Monti: il Palazzo del Grillo
Leggenda a parte, il palazzo del marchese, è un capolavoro artistico che merita di essere attenzionato.
Dopo essere appartenuto alla famiglia Del Grillo, nell’Ottocento passò a Nicolis De Robilant, mentre nel secondo dopoguerra ospitò lo studio del grande pittore Renato Guttuso.
Il palazzo ha una cappella ed una galleria, quest’ultima ornata da stucchi, affreschi e decorazioni in stile classicheggiante.
Il portale barocco è decorato da una doppia conchiglia sovrastata da una protome leonina.
I due avancorpi del palazzo di Rione Monti
Il palazzo ha due avancorpi. Quello di sinistra è unito alla facciata mediante un sottopasso ad arco, chiamato “dei Conti”.
Ha cinque piani ed include al suo interno anche una torretta medioevale, restaurata diverse volte in passato e perfettamente conservata.
L’avancorpo di destra è formato da tre piani.
Le finestre di ambedue i corpi presentano decorazioni con volute e fregi, teste di leone e conchiglie.
La torretta della Miliziola
La torretta è così chiamata per distinguerla dalla più alta Torre delle Milizie. Risale al 1223 e apparteneva alla famiglia Carboni. Successivamente passò fra i possedimenti dei Conti, finché nel 1675 venne acquistata dalla famiglia del Grillo.
Furono questi ultimi a sottoporla a restauro per renderla stilisticamente più simile al resto del palazzo.
Su di essa, un epigrafe commemorativa riporta la scritta “Ex marchione De Grillis”.
Il giardino del palazzo
Una delle caratteristiche del palazzo è il fastoso giardino pensile, ornato con fontane (di cui costituita da una nicchia a forma di conchiglia), sculture barocche e ninfei.
Esso si affaccia su un portale realizzato con quattro colonne avvolte dalla vegetazione e affiancate dalle statue di Mercurio e Minerva.
L’opera è stata attribuita a Balthasar Permoser, che la realizzò nel 1676.
Quanno se scherza, bisogna esse’ seri!
Il Marchese resta famoso per una celebre frase, “perché io so io e voi non siete un cazzo” , battuta che viene dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” di Gioacchino Belli.
Il GIP di Taranto: Strage amianto Marina Militare. Così nel provvedimento del GIP Dott. Benedetto Ruberto. Disposta l’iscrizione nel registro degli indagati di Alti Ufficiali della Marina Militare Italiana.
Perché strage amianto nella Marina Militare?
In Marina Militare, per lungo tempo, fino all’entrata in vigore della L. 257/92, è stato utilizzato amianto. Solo dopo i primi anni 2000, hanno avuto inizio le bonifiche. Mentre, in precedenza tutti i dipendenti, compresi gli operai civili, hanno subito esposizione ad amianto, e anche a radiazioni ionizzanti.
Amianto: Marina Militare e Incrociatore Vittorio Veneto
Non solo mesotelioma ma anche tumore del polmone, asbestosi, ed altre neoplasie. Ancora, 570 mesoteliomi già nel 2015. È solo la punta dell’iceberg di una strage amianto nella Marina Militare Italiana. Nel tempo abbiamo ricevuto altre segnalazioni, per cui la strage prosegue. Infatti, proprio la Vittorio Veneto, la nave ammiraglia, era quella che risultava tra le più contaminate.
L’8 giugno del 2021, questa unità navale, con all’interno l’amianto, in parte già rimosso, è uscita dal Ponte girevole di Taranto. I sacchi con l’amianto era stati lasciati all’interno della nave. Aveva come destinazione la Turchia, lì è stata demolita, le componenti riciclate.
Procura di Taranto: chiesta l’archiviazione. Rigetto del GIP
Stranamente, e per la seconda volta, la Procura della Repubblica di Taranto aveva chiesto l’archiviazione per gli Alti Ufficiali della M.M.
Ma come è possibile che con centinaia di decessi per amianto si continui a cercare di negare la realtà? Come è possibile che l’Ufficio del Pubblico Ministero presso la Procura di Taranto chieda di gettare un velo su questi fatti?
Eppure, è recente la sentenza di condanna della Corte di Appello di Venezia n. 2512 del 2022, per omicidio colposo. Con questa sentenza, la condanna degli imputati è estesa anche al Ministero della Difesa, come responsabile civile, per i danni da reato.
Per cui, preannuncio fin da ora, che l’Osservatorio Nazionale Amianto e tutte le vittime ed i loro familiari si opporranno a qualsiasi colpo di spugna. La Giustizia è fondamentale, anche per evitare che questa situazione si perpetui.
Indagine Marina Militare Taranto e Vittorio Veneto
Il GIP ha fatto riferimento a:
Capitano di Vascello e Capo dello Stato Maggiore presso il Comando Marittimo Sud;
Capitano di Vascello e Capo dello Stato Maggiore presso il Comando Marittimo Sud;
Ammiraglio di Divisione e Comandante Marittimo;
Capitano Vascello e Capo Ufficio Presidio;
Capitano di Fregata e Capo Sezione Supporti;
Ammiraglio di Squadra e Comandante Marittimo;
Capitano di Fregata e Capo Sezione Supporti;
Capitano di Fregata e Capo Sezione Supporti.
Ipotesi di reato: disastro ambientale (434 e 449 c.p.)
Rosa Cavallo e Pasquale Maggi hanno esposto i fatti alla Procura della Repubblica di Taranto. Pasquale Maggi, volontario dell’Osservatorio Nazionale Amianto, assistito proprio da me, Avv. Ezio Bonanni e dal mio team legale, l’Avv. Maria Luisa Grecco e l’Avv. Marika Marcantonio: camminare insieme per la Giustizia. E non solo! Perché speriamo che finalmente la base dei militari di Taranto possa essere definitivamente bonificata.
La Vittorio Veneto con il suo carico di morte è stata una bara per i militari della Marina. Finalmente quella che fu la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana è stata radiata.
Ora rimane la triste contabilità, macabra, del numero di coloro che hanno subito infermità. In termini tecnici si fa riferimento a causa di servizio. Purtroppo, molti altri riceveranno brutte notizie. Non solo, ma anche le mogli. È il caso del Luogotenente Mastrovito Leonardantonio, e della moglie Sig.ra Paola Maria Santospirito.
Strage amianto Marina Militare: si ammalano anche le mogli
La storia del Luogotenente Mastrovito Leonardantonio è emblematica: si è ammalato di asbestosi e di altre malattie gravi.
La Marina ha riconosciuto solo l’asbestosi, con il 50%, però intanto lo ha riformato. Posto nella riserva. Nel frattempo si è ammalato di cancro. La Marina Militare ha negato di essere responsabile di questo cancro e a Lecce il TAR aveva dato ragione alla Forza Armata. Ma come è possibile negare questa responsabilità?
La Sig.ra Paola non si è data per vinta, e ha coadiuvato il marito il quale ha ricorso al Consiglio di Stato, e ha ribaltato la sentenza condannando la Marina Militare. Eppure la Sig.ra Paola Santospirito, purtroppo, si è ammalata.
Strage amianto Marina Militare: nanoparticelle e radiazioni
Infatti, la Sig.ra Paola ha nel sangue le nanoparticelle di traccianti radioattivi e metalli pesanti contenuti negli abiti del marito. Questi tornava a casa, dopo aver lavorato nella Vittorio Veneto ancorata a Taranto.
Le indagini tossicologiche hanno confermato che la Sig.ra Paola Santospirito ha nel sangue questi materiali cancerogeni e tossici utilizzati dalla Marina Militare.
Paola Santospirito: moglie di militare malata di asbestosi
La Sig.ra Paola Santospirito non si dà per vinta e chiede che i fatti siano portati a galla. Infatti, secondo la Sig.ra Paola Santospirito, “tutte le vittime devono essere risarcite in vita e non in morte“. Sono d’accordo con Paola.
La sorte non è stata benevola con lei. Così Paola descrive la sua vita: “che colpa ho se ho sposato un luogotenente della Marina Militare? Perché questi uomini debbono essere uccisi con l’amianto?Mio marito si è ammalato di asbestosi e purtroppo anche a me è stata diagnosticata l’asbestosi“.
“Questo non è giusto“, dichiara Paola. “Ho due figli e rischiano di rimanere orfani”. “E’ una vera vergogna“, così il pensiero di Paola Santospirito.”Uno Stato che ancora persevera nel non riconoscere i diritti delle vittime e nega l’evidenza“.
Nicola Panei e l’amianto anche nell’Aeronautica Militare
La strage amianto sussiste anche per quanto riguarda l’Aeronautica Militare. Ne sa qualcosa Nicola Panei, Maresciallo Aiutante del Servizio Antincedi dell’Aeronautica Militare italiana. Ora pure lui ha l’asbestosi, ed anche lui stigmatizza il comportamento delle Forze Armate, perché non è stata tutelata la sua salute.
Per questi motivi Nicola Panei ha pure lui cominciato una battaglia giudiziaria che ormai va avanti da anni.
Antonio Dal Cin e strage amianto Guardia di Finanza
La strage amianto colpisce tutte le Forze Armate, e anche il Comparto Sicurezza. L’appuntato scelto Antonio Dal Cin ha ricevuto la diagnosi di asbestosi che è stata riconosciuta per causa di servizio.
Ha chiesto anche il riconoscimento dello status di vittima del dovere dell’asbestosi amianto della Guardia di Finanza. Anche in questo caso, la Guardia di Finanza ha negato che ci potesse essere lo status di vittima del dovere. Anzi, la strategia è stata ancora più arguta perché il militare è stato posto a riposo con una inabilità al 100% e allo stesso tempo riconosciuto al 5%.
Strage amianto Forze Armate: tutele legali
Ma come è possibile questa discrasia? Questo mi chiedevo quando ho ricevuto l’incarico di difendere Antonio Dal Cin. Ho accettato il mandato anche se ne ho intuito gli effetti non certo piacevoli di chi si scontra con i poteri forti. Eppure abbiamo ottenuto giustizia, anche se faticosamente.
Tribunale di Latina condanna il Ministero delle Finanze
Il Tribunale di Latina in funzione della Magistratura del Lavoro ha condannato il Ministero delle Finanze. L’invalidità di Antonio Dal Cin non è il 5% ma il 50%. Per questi motivi, c’è stata una condanna secca. Il Ministero ha tentato di non applicare la sentenza ed è per questo che ho pignorato gli importi al Ministero della Difesa.
“Ma come è possibile“, osserva Antonio Dal Cin, “che il Ministero si ostini a non pagare gli importi nonostante la condanna del Tribunale?“.
Per questo giustizia è fatta.
Appello per la bonifica amianto Marina Militare
Antonio è ormai il punto di riferimento dei finanzieri dell’ONA che chiedono giustizia per le vittime. Non solo, fondamentale è la bonifica, applicare il principio di precauzione, questo uno dei cardini dell’azione di Antonio. Un eroe civile più che un eroe militare.
Eppure le Istituzioni lo hanno bistrattato ed emarginato. “Non ci arrenderemo mai“, così la cifra morale del giovane finanziere che già, poco più che 40enne, fu colpito dalla fibra killer.
Strage amianto Marina Militare: l’azione dell’ONA
L’Osservatorio Nazionale Amianto, che da tempo denuncia la strage nelle Forze Armate, compreso l’Esercito e l’Aeronautica Militare, continua la sua azione.
Il contrasto è anche per quanto riguarda il rischio amianto e altri cancerogeni nella Marina Militare Italiana che continua a navigare nell’amianto. Un mare di amianto, quello della Marina Italiana.
Marina Militare amianto: vittime del dovere
In ogni caso, insistiamo perchè le vittime amianto Marina Militare siano riconosciute vittime del dovere. Purtroppo, dobbiamo insistere sempre con i ricorsi giudiziari, nonostante questo diritto sia stato riconosciuto con l’art. 20 della L. 183 del 2010. Sono centinaia le sentenze di condanna del Ministero, perchè non ha riconosciuto queste vittime.
Strage amianto: Marina militare condanna per i vertici
L’amianto in Marina Militare ha provocato più decessi che in quelli di tutte le guerre di indipendenza.
Si tratta di “vittime della pace”, così definite da Antonio Dal Cin. La recente sentenza della Corte di Appello di Venezia, contiene un duro atto di accusa nei confronti dei vertici della Marina Militare Italiana.
Strage amianto Marina Militare: condanne in sede civile
Continuiamo la nostra azione di giustizia. Infatti, con la costituzione di parte civile, anche il Ministero è stato condannato a risarcire tutti i danni (responsabile civile).
Ci sono poi le condanne in sede civile: Tribunale di Roma, II sez. Civ., sentenza 17002/21; Tribunale di Roma, II sezione civile, sentenza 7951/2020 pubblicata il 01/06/2020 a definizione del proc. n. 16970/2016 RG; Tribunale di Roma, II sezione civile, sentenza 11030/2021; Tribunale di Roma, II sezione civile, sentenza 12687/2022; Tribunale di Roma, II sezione civile, sentenza 19194/2022.
Marina Militare: tutela rischi danni alla salute
La Marina Militare Italiana ha svolto e svolge un ruolo fondamentale a difesa delle istituzioni democratiche. La stessa nave ammiraglia Vittorio Veneto prima di essere radiata nel 2006 dal naviglio militare. Si tratta della seconda unità che assume questa denominazione, dopo la corazzata Vittorio Veneto, impiegata nella Seconda Guerra Mondiale.
Tra i rischi, anche le radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, il benzene, i solventi, e tanti altri agenti. Per i militari sono rimasti in vigore le norme sul riconoscimento della causa di servizio. Per cui, occorre chiedere il riconoscimento della causa di servizio in caso di infermità, occasionate dal servizio (art. 64 del DPR 1092 del 1973). In questo modo, si potrà ottenere anche la pensione privilegiata.
ONA e costituzione di parte civile a Taranto
L’ONA si costituirà parte civile nel procedimento penale in caso di rinvio a giudizio. Ma proseguiranno anche le azioni civili.
Innanzitutto il riconoscimento della causa di servizio, e poi di riconoscimento dello status di vittima del dovere. Quello delle vittime del dovere è un riconoscimento fondamentale.
In questo modo si ha diritto, oltre che alla speciale elargizione, anche allo speciale assegno vitalizio e all’assegno vitalizio mensile. Questi riconoscimenti sono fondamentali anche per ottenere il risarcimento del danno. Le sentenze anche in sede civile hanno cristallizzato i fatti. Questi accertamenti con la condanna della Marina Militare Italiana sono i precedenti fondamentali per ottenere la tutela vittime amianto Marina Militare.
Tutela legale vittime strage amianto Marina Militare
Il risarcimento danni a carico del Ministero della Difesa è molto importante, perché permette di avere un quadro chiaro delle responsabilità. È importante che le vittime agiscano perché anche in caso di decesso gli importi sono erogati ai familiari. Il risarcimento per i familiari, eredi vittime del dovere, è fondamentale.
L’azione dell’ONA prosegue anche grazie all’impegno di Antonio Dal Cin, Paola Maria Santospirito, Nicola Panei, ed altri. Ricordiamo anche l’esempio eroico del Col. Carlo Calcagni, e ancora di Lorenzo Motta.
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