25.8 C
Rome
venerdì, Agosto 7, 2026
Home Blog Page 266

Allucinogeni, psilocibina e similia cura per le malattie mentali?

uomo con la testa tra le mani, allucinogeni
uomo con la testa tra le mani, allucinogeni per la cura delle malattie mentali

Gli scienziati utilizzeranno il principio attivo di psilocibina e altri allucinogeni per sintetizzare sostanze in grado trattare le malattie mentali. È possibile eliminare gli effetti collaterali pur mantenendo i benefici terapeutici?

Allucinogeni: un “viaggio psichedelico” terapeutico 

Milioni di americani affrontano quotidianamente problemi di salute mentale e, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), siamo di fronte a un urgente bisogno di nuove terapie.

A metà del XX secolo, furono condotte svariate ricerche sulle sostanze allucinogene, considerate efficaci nel trattamento di tali disturbi.

Esse tuttavia naufragarono per via delle leggi antidroga.

Oggi le cose stanno cambiando e c’è una crescente accettazione, da parte del mondo della medicina tradizionale, per le potenzialità della terapia psichedelica.

Un corpus di ricerche sempre più ricco sui benefici terapeutici dei composti allucinogeni, ha generato entusiasmo tra alcuni psichiatri e investitori.

Da qui è nata una nuova ricerca. Condotta da Matthew Johnson, esperto in droghe psichedeliche del John Hopkins Medicine di Baltimora, Maryland, essa sta studiando gli effetti della psilocibina e di altri allucinogeni, su pazienti affetti da depressione o dipendenza.

Le sostanze psichedeliche comprendono droghe come il dietilamide dell’acido lisergico (LSD), l’ayahuasca, la mescalina, entactogeni, una classe correlata che include la metilendiossimetamfetamina (MDMA) e altre sostanze che alterano lo stato di coscienza. 

Create per le piante, nocive per l’uomo?

Prima di addentrarci nei dettagli dello studio, è utile spendere qualche riga sulle sostanze in oggetto. 

Sebbene alcune (come l’LSD), siano state sintetizzate in laboratorio, la maggior parte di esse proviene direttamente dalla natura e si sono evolute per proteggere le piante, ad esempio scoraggiando i predatori.

«Da sempre l’industria farmaceutica trae ispirazione dalla natura per poi ricreare le sostanze in laboratorio rendendole più sicure, più efficaci, con meno effetti collaterali e più facili da preparare».

A spiegarlo è Joseph Tucker, CEO di Enveric Biosciences, una start-up di Cambridge, in Massachusetts.

Un esempio su tutti è l’aspirina, realizzata a partire da un composto che si trova nella corteccia dei salici.

Un test dimostra l’efficacia degli allucinogeni 

Per dimostrare l’efficacia degli allucinogeni, gli scienziati hanno reclutato dei volontari affetti da grave depressione. 

La sperimentazione clinica si è svolta in 22 siti negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e in sette paesi in Europa.

Prima di iniziare il test, tutti i partecipanti allo studio sugli antidepressivi hanno dovuto sospendere i farmaci utilizzati.

Ciò si deve al fatto che, il trattamento psichedelico non funziona sulle persone che stanno assumendo attivamente antidepressivi. 

I pazienti hanno poi assunto due dosi di psilocibina, sotto stretta supervisione, accompagnata da psicoterapia di supporto. 

Risultato a breve termine del test sugli allucinogeni

Dopo un paio di sessioni, gli esperti sono riusciti a identificare un trattamento efficace e duraturo per un’ampia gamma di malattie mentali, tra cui depressione, ansia e dipendenza.

Un altro risultato notevole dello studio è stata l’immediatezza dell’effetto che la psilocibina aveva sui pazienti – di solito già il giorno successivo.

Risultati a lungo termine 

Un anno dopo, il 58% di loro era ancora in remissione.  Altri risultati positivi sono stati riscontrati in casi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) con l’MDMA (conosciuto anche come ecstasy o Molly).

Gli esami di imaging hanno infatti mostrato che la droga favorisce la ricrescita di parti di alcuni neuroni cerebrali che lo stress aveva ridotto, secondo quanto riportato dai ricercatori nella rivista scientifica Molecular Psychiatry.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Psilocibina: un fungo inadatto ai malati di cuore

Secondo gli studiosi, i pazienti che soffrono di problemi cardiaci vanno tuttavia esclusi da questo tipo di trattamento, perché il principio attivo dei cosiddetti “funghi magici”, potrebbe potenzialmente danneggiare il cuore. 

Altri effetti collaterali degli allucinogeni sono: nausea, secchezza delle fauci, bruxismo, svenimenti o aumenti improvvisi della pressione sanguigna.

E ancora, mal di testa, affaticamento e vertigini hanno afflitto il 77% dei partecipanti allo studio e si sono verificati a tutti i livelli di dosaggio.

Un piccolo numero di persone in tutti e tre i gruppi di dosaggio ha avuto inoltre pensieri suicidi o autolesionisti durante il periodo di follow-up di 12 settimane. 

Come ovviare agli effetti collaterali

Se è vero che la psilocibina può rivelarsi efficace nel trattamento alcuni tipi di malattie mentali, i suoi possibili effetti collaterali hanno ovviamente destato una certa preoccupazione. 

Per tali motivi, le società biotecnologiche e le case farmaceutiche, stanno cercano di creare, attraverso una serie di test condotti sugli animali, delle molecole che migliorino quelle già presenti in natura.

«Anche se dobbiamo ancora condurre studi più estesi e definitivi, appare sempre più chiaro che i medicinali psichedelici possono portare enormi vantaggi a chi soffre di depressione, dipendenza e altri comuni disturbi». 

Questo il commento di Christopher Pittenger, direttore dello Yale Program for Psychedelic Science.

Nuovi studi sugli allucinogeni 

Come accennato, gli allucinogeni possono impiegare una o due ore prima di avere effetto, e a quel punto l’esperienza persiste. 

Con l’LSD, il trip dura circa dieci ore, con la psilocibina dura sei ore. Dal momento che si tratta di un arco temporale troppo lungo, durante il quale non è possibile rimanere sotto l’assistenza attiva di un professionista sanitario, i ricercatori stanno cercando di sintetizzare nuove molecole in grado di agire più velocemente. 

Un aiuto dall’intelligenza artificiale 

Alcune aziende si stanno affidando all’intelligenza artificiale (IA), per testare le molecole più adatte.

Nella maggior parte dei casi, le sostanze psichedeliche classiche attivano nel cervello una classe di recettori della serotonina, detti 5-HT2A. Ma all’interno del gruppo delle molecole in grado di stimolare questi recettori, ciascuna di esse provoca reazioni biochimiche uniche che possono scatenare o evitare gli effetti collaterali.

Uno dei programmi di intelligenza artificiale ha  chiesto ai computer di identificare, in un ampio database di sostanze, molecole dalle proprietà psichedeliche.

Successivamente, esse sono state messe a confronto con i 230 composti scoperti alla metà del XX secolo dal famoso biochimico Alexander Shulgin, che ingeriva personalmente ogni sostanza, per valutarne gli effetti allucinogeni. 

April19 ha individuato quasi 200 di questi composti nel giro di pochi giorni, afferma Suran Goonatilake, cofondatore, nonché professore di intelligenza artificiale dell’University College London.

April19 ha inoltre valutato i 500 composti precedentemente identificati in una sorta di “database” di sostanze potenzialmente allucinogene. In questo modo, si è riusciti a restringere il campo dei potenziali farmaci, fino a trovare quelli più idonei.

Insomma, l’IA sarebbe in grado di prevedere alcune di queste interazioni ed evitare pertanto gli effetti collaterali.

Gli ambiziosi obiettivi degli studiosi 

I risultati dello studio potrebbero essere un segnale incoraggiante per i 16 milioni di americani affetti da depressione e altri disturbi.

Ovviamente, sono necessari ulteriori studi sulla materia. Affinché l’LSD possa diventare un trattamento in microdosi accettato, le case farmaceutiche dovranno infatti sviluppare una formulazione standard, il cui dosaggio possa essere personalizzato e che non si degradi con il passare del tempo, come invece accade con l’LSD.

In ogni caso, i ricercatori prevedono di ottenere l’approvazione per il trattamento a base di allucinogeni dalla FDA (Food and Drug Administration) statunitense nei prossimi anni.

Fonti 

Nature Outlook: medicina psichedelica,

Carhart-Harris, R. L. et al. Lo psichiatra Lancet. 3, 619–627 (2016).
ArticoloGoogle Scholar  Davis, A. K. et al. JAMA Psychiatry 78, 481-489 (2021).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Carhart-Harris, R, et al. N. Inglese. J. Med. 384, 1402–1411 (2021).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Gukasyan, N. et al. J. Psicofarmaco. 36, 151–158 (2022).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Shao, L.-X. et al. Neurone 109, 2535–2544 (2021).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Grob, C. S. et al. Arco. Il generale Psichiatra. 68, 71–78 (2011).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Ross, S. et al. J. Psicofarmaco. 30, 1165–1180 (2016).
ArticoloPubMedGoogle Scholar  Griffiths, R. R. et al. J. Psicofarmaco. 30, 1181–1197 (2016).

Tutankhamon: cento anni fa veniva scoperta la sua tomba

Tutankhamon, tomba
Tutankhamon, tomba

A distanza di un secolo, la scoperta della tomba di Tutankhamon, con le sue maledizioni e i suoi segreti, continua a stupirci e a influenzare l’archeologia, nonché l’identità nazionale egiziana.

Tutankhamon: storia del sensazionale ritrovamento 

Cento anni fa, quando orami si era persa ogni speranza, l’archeologo britannico Howard Carter trovò l’ingresso della tomba di Tutankhamon (1341-1323 a.C.), nella Valle dei Re

Gli scavi iniziarono nell’autunno del 1917, ma nonostante le spese ingenti, della camera funeraria non vi erano tracce.

Nel 1922, la delusione, aveva quasi spinto il finanziatore dell’impresa, Lord Carnavon, a chiudere ricerca e cantieri nell’antica Tebe. 

Ma Carter non era intenzionato ad arrendersi. Fu così che il 4 novembre 1922, esplorando l’ultimo settore, trovò un gradino intagliato nella roccia. Nel giro di un giorno, gli scavi portarono alla luce una rampa di scale che conduceva verso un’apertura rettangolare. Essa era chiusa con massi intonacati e sigilli della necropoli.

Una volta buttata giù la prima porta, gli operai impiegarono due giorni per sgomberarla delle 150.000 tonnellate di detriti rocciose che la ricoprivano.

La prima delusione: i tombaroli erano già arrivati!

Il 25 novembre, l’archeologo inglese seguito dal finanziatore, si addentrò nell’ipogeo fino ad arrivare a una seconda porta. 

Apparentemente la porta mostrava segni di effrazione. Qualcuno l’aveva aperta per poi sigillarla, segno che i tombaroli erano arrivati a destinazione prima dei ricercatori. 

I furti erano avvenuti poco dopo la sepoltura, circa 3.000 anni prima della scoperta di Carter e i ladri avevano trafugato in realtà solo piccoli oggetti, tra cui alcune pietre preziose.

Il pioniere era pronto al peggio, ma quando giorno dopo, attraverso un foro scavato con le sue stesse mani, Carter fece luce con la sua candela, rimase senza parole.

Si trovava davanti alla tomba del dodicesimo faraone della XVIII dinastia.

La camera delle meraviglie del giovane faraone

Alla vista di Carter si presentò uno spettacolo di portata straordinaria.

Sebbene i ladri avessero visitato la tomba KV62, il suo corredo funerario era ancora pressoché intatto, con più di cinque mila oggetti “sigillati” per oltre tremila anni. 

Nell’anticamera, molti dei suppellettili erano ammassati gli uni sugli altri. Segno che i tombaroli li avevano risistemati in fretta e furia. 

Oltre a monili d’oro e altri materiali preziosi, il tesoro comprendeva anche moltissimi abiti, mobili, armi, arnesi, statue, giochi, prodotti alimentari perfettamente conservati e persino parti di un carro. 

E inoltre, sandali d’oro, la sua iconica maschera d’oro, uno scudo di pelle di ghepardo, un pugnale di ferro, un granaio, una collezione di birra, vino e olio. Vi erano altresì recipienti contenenti organi mummificati, all’interno di una cassa d’alabastro.

La mummia, adagiata in un sarcofago d’oro massiccio era in perfette condizioni. 

Un tesoro dal valore inestimabile

Il tesoro trovato all’interno della tomba vale circa 26 milioni di dollari. A sostenerlo, l’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID), un’istituzione internazionale con sede a Washington, D.C.-. La bara di Tut varrebbe circa 1.700.000 dollari. Oltre al valore monetario, la tomba di Tutankhamon ha fornito anche preziose informazioni e testimonianze su quel periodo della storia egiziana. Gli affreschi illustravano infatti le credenze religiose, compreso il ripristinato culto del dio Amon e l’arte tradizionale egiziana, che il predecessore di Tutankhamon aveva abbandonato. I sarcofagi perfettamente conservati, hanno inoltre aiutato gli archeologi a comprendere meglio le elaborate pratiche di sepoltura del tempo.

Animali e esseri umani all’interno della tomba

La tomba del faraone ospitava anche diverse persone morte, tra cui le sue due figlie decedute alla nascita. Le bambine erano sepolte in una scatola non contrassegnata, che conteneva due bare di legno, ognuna delle quali conteneva una bara interna dorata per i resti mummificati.

Accanto al Re, era stato sepolto il suo cane: un abuwtiyuw, una razza da caccia molto in voga nell’antico Egitto. L’animale si trova in una bara, avvolto in lino e cosparso con unguenti profumati e incenso.

In aggiunta, erano presenti delle tombe che ospitavano le spoglie di altri antichi governanti egiziani.

Dettagli sulla camera funeraria e sulla tomba

La tomba del re ha cinque stanze, tra cui un annesso, un’anticamera, un corridoio, una camera con il tesoro e una camera di sepoltura. Misura circa 6 metri per 4 e ha un sarcofago esterno rettangolare decorato, contenente tre bare antropoidi. Il sarcofago è fatto di quarzite e vi sono raffigurate quattro divinità alate, su ogni angolo.

Per quanto riguarda le tre bare:

  • La bara esterna è fatta di legno dorato con una forma osiriana, ornamenti di vetro blu e rosso e manici d’argento;
  • La bara centrale è fatta di legno dorato e vetro multicolore intarsiato;
  • Quella interna è a forma di mummia, è fatta di oro massiccio e pesa 40 kg. 

Piccola curiosità sulla tomba

La tomba di Tutankhamon era probabilmente destinata a un membro della nobiltà, ma fu adattata per lui in fretta e furia, a causa della morte improvvisa.

Il supporto della fotografia 

A immortalare ogni istante del ritrovamento fu Harry Burton, il fotografo più famoso al mondo nel campo dell’archeologia. Prima di spostarlo, ogni oggetto fu affiancato da un cartoncino numerato e fotografato. Carter annotò appunti dettagliati e schizzi di ogni manufatto, prima che venisse imballato e trasportato.

Di Tutankhamon si conosceva veramente poco

Prima del 1922, di Tutankhamon si conosceva veramente poco. Era nato ad Amarna, salì al trono e divenne faraone all’età di 9 anni nel 1333 a.C. e governò per 10 anni fino alla sua misteriosa morte nel 1323 a.C. 

Cosa aveva ucciso il faraone Tutankhamon?

Grazie allo studio della mummia, i ricercatori hanno potuto capire quali malattie avessero afflitto il faraone, risalendo pertanto alle cause del decesso.

L’analisi del DNA, ha mostrato che il giovane re soffriva di malaria. Le scansioni TC hanno indicato che probabilmente aveva un raro disturbo osseo chiamato malattia di Köhler, che gli aveva causato la deformazione del piede sinistro. 

A riprova di ciò, la presenza nella tomba di 130 bastoni da passeggio.

In realtà, secondo gli studiosi, nessuna di queste malattie gli sarebbe stata necessariamente fatale.

Probabilmente, la morte sarebbe avvenuta a seguito di una grave frattura della gamba. Il suo ginocchio era così gravemente rotto che avrebbe bucato la pelle, causando un enorme sanguinamento.

L’eterno riposo del faraone bambino  

Quando le ultime casse di reperti, inclusa la maschera d’oro, furono spedite al Museo del Cairo nel 1930, il corpo del faraone venne lasciato nel luogo che gli antichi avevano scelto per il suo eterno riposo.

Qui, la mummia giace avvolta nel lino, esposta in una cassa di vetro climatizzata, dopo essere stata sottoposta a un lungo processo di conservazione.

Piccola curiosità: Lord Carnarvon avrebbe voluto entrare in possesso di una buona parte degli oggetti scoperti, ma dal momento che l’Egitto stava affermando la propria indipendenza dall’Inghilterra, il governo insistette perché il tesoro rimanesse in Egitto.

Tutankhamon, scoppia la passione per l’Egitto 

Dopo la sensazionale scoperta, si diffuse una vera e propria “Tutmania”: la moda, il cinema, la musica, l’architettura, l’arredamento, i documentari, le mostre, i libri e, non ultima, la storia leggendaria della sua maledizione, divennero argomenti del giorno. Anche i reali inglesi attendevano quotidianamente le ultime notizie sulla scoperta. Il nome del faraone fu dato persino ad alcuni marchi di frutta.

Bufale del passato: la maledizione di Tutankhamon

Come accade ai nostri giorni, iniziarono a circolare una serie di fake sulla presunta “maledizione del sovrano”.

  • Innanzitutto, il nobile finanziatore inglese morì a seguito di una puntura di insetto degenerata in setticemia e polmonite. I giornali sguazzarono subito sulla strana morte, aggiungendo un tocco di soprannaturale. Riferirono ad esempio che, nell’istante esatto in cui il conte era morto, la sua cagnetta, in Inghilterra, ne aveva seguito la sorte, stramazzando a terra con un agghiacciante guaito, mentre la città del Cairo era piombata nel buio;
  • A pochi giorni dalla morte di Carnavon, morì d’infarto il direttore del dipartimento di antichità egizie del Louvre. Anche lui aveva visitato la famosa tomba.
  • Successivamente morirono altre venti persone, che più o meno direttamente avevano avuto a che fare con il faraone: dall’archeologo Arthur Mace (1874- 1928), all’egittologo James Breasted (1865-1935). 
  • Carter morì nel 1939, senza aver avuto il tempo di completare lo studio dettagliato della tomba a cui aveva dedicato la vita.

Fonti

The past.com

scientificamerican.com

nationalgeographic.it

 

Il fair play al servizio di pace e sostenibilità ambientale

Fair play for peace parla Bonanni
Il presidente Ona, avvocato Ezio Bonanni, al Fair play for peace

Ieri e oggi, 4 novembre (VIDEO COMPLETO), il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, ha partecipato al “Fair play for peace” (per la pace). L’evento che si è tenuto a Roma, al Coni e al Campidoglio, è organizzato dall’European fair play movement (Efpm), con il Comitato nazionale italiano fair play (Cnifp) e il sostegno di Fujifilm.

Questa mattina, alle 9.30, nella storica cornice di piazza del Campidoglio, nella Protomoteca e in Villa Caffarelli, con la suggestiva rappresentazione rinascimentale del Gruppo Storico della Città di Giove, si è tenuta la cerimonia “Fair play for peace”.

Insieme a Bonanni sono intervenuti il Presidente di Unipax, Orazio Parisotto e il Sociologo CNIFP, Rino Testa.

Per la pace, la guerra è anche fonte di forte inquinamento

“Il fair play – ha dichiarato il presidente Ona – è oggi al servizio della pace e della sostenibilità ambientale. Perché la guerra che è tornata dopo decenni in Europa non causa solo morti e devastazione. Ma anche un forte inquinamento e quindi è dannosa per la salute e per l’ambiente. Con le emissioni, l’uranio impoverito, ma anche con la dispersione di miliardi di fibre di amianto. Questa è dovuta alla distruzione degli edifici realizzati fino al 2020 con l’asbesto.

Dopo 70 anni di pace in Europa, la Russia ha invaso l’Ucraina – ha continuato Bonanni – per riaffermare una sorta di dominio russo, del grande Impero, ormai tramontato. In questo periodo, la pace ha permesso di rimarginare alcune delle ferite della II Guerra Mondiale. Tuttavia, la lezione del passato sembra essere uno sbiadito ricordo!

Non solo si uccidono civili, tra i quali donne e bambini, inermi ed indifesi, ma si distruggono installazioni, comprese le centrali elettriche, con dispersione di fibre di amianto e rischio radioattivo! Ma non c’è solo l’amianto. Ci sono tutti gli altri agenti cancerogeni e tossici ed il rischio di distruzione del pianeta con l’utilizzo di ordigni nucleari. Cui prodest?”.

L’amianto è un problema da non sottovalutare, anche se sembra meno rispetto alla devastazione immediata della guerra. Purtroppo, però, l’esposizione alle sue fibre causa malattie gravissime. Tra queste il mesotelioma (VII Rapporto ReNaM), il tumore al polmone, alla laringe, alla faringe, alle ovaie e al colon. Senza dimenticare l’asbestosi e le placche pleuriche e l’ispessimento pleurico.

Il fenomeno è ben descritto nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Bonanni: “Il libro bianco delle morti da amianto in Italia – ed. 2022“.

Lo sport aiuta la pace

Purtroppo – ha continuato – l’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa per investimenti nello sport. Dove, invece, c’è un grande investimento nella cultura e nello sport aumenta la qualità della vita. E’ una nuova app quella che proponiamo – ha detto rivolto ai più giovani – che si chiama rispetto e che si usa senza wi-fi, ma collegando cuore e cervello.

Il gioco e lo sport hanno una funzione educativa, sociale, culturale, sanitaria e di salute. La parola magica è trasferibilità: quello che impariamo con lo sport lo ripetiamo, poi, nella vita. Mantenere la calma, gestire le emozioni, calcolare il rischio, aiutare chi è in difficoltà, ragionare, riflettere, fare squadra, imparare l’auto controllo.

Lo sport – ha concluso – è preparazione, armonia, competizione, solidarietà, divertimento, esultanza, gioia, amicizia e salute. In breve lo sport è vita e nello stesso tempo un grande No alla violenza“.

L’ex vice ministro dell’educazione ucraino Greba: “Siamo fortunati”

Forte e commovente al tempo stesso l’intervento dell’ex vice ministro dell’Educazione ucraino e attuale membro del Comitato esecutivo della Ise – Int. Sport School Federation, Roman Greba, che questa mattina è intervenuto all’evento. Ha raccontato, in inglese, la tragedia che sta vivendo il suo Paese invaso dalla Russia.

Di famiglie felici che in un momento hanno perso tutto, perchè qualcuno ha deciso che non avevano diritto di vivere un’esistenza serena. Di morte e distruzione. Un passaggio, però, ha colpito ancora di più la platea, quando ha spiegato che gli ucraini sono fortunati, perchè non sono soli. Perchè sentono la solidarietà e l’aiuto dell’Europa, di tutti noi che insieme a loro lottiamo per la democrazia e per la pace.

Ha ringraziato, infine, con grande dignità i presenti e tutti i popoli europei che sono al loro fianco nel dramma.

Colonialismo e biodiversità: le colpe dei conquistadores 

Una pianta di tabacco, colonialismo
Una pianta di tabacco

Forse non tutti sanno che, uno degli effetti nefasti del colonialismo è stato il suo impatto sulla biodiversità. Uno studio svela le colpe dei conquistadores.

Colonialismo: come ha influenzato la biodiversità? 

Colonialismo. Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo e i conquistadores sbarcarono in America in cerca dell’oro. Qui tuttavia scovarono un tesoro ancora più prezioso: i prodotti alimentari locali. 

Da allora, la missione dei colonizzatori diede il via al più imponente rimescolamento di biodiversità indotto dall’uomo. 

Quanto ha influito il colonialismo in questo processo? A chiederselo, due ricercatori: Bernd Lenzner dell’ Università di Vienna e Guillaume Latombe dell’ Università di Edimburgo, che hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista Nature Ecology and Evolution

Un percorso binario Europa/Nuovo Mondo

I colonizzatori iniziarono a esportare riso e altri cereali verso il Nuovo Mondo, dove erano specie “aliene“. Oltre ai generi alimentari, introdussero – ahimè – una serie di virus, quali: vaiolo, morbillo e altre malattie. Ignoti ai sistemi immunitari dei nativi americani, i virus finirono per uccidere migliaia di individui, ma questo non fermò la sete di conquista.

Dal Nuovo Mondo, i colonizzatori invece importarono: pomodori, mais, patate, tabacco, cioccolata, il fico d’India, originario del Messico e la robinia (Robinia pseudoacacia), originaria del Nord America.

Quest’ultima, venne piantata inizialmente nel Seicento come albero ornamentale e ben presto divenne una specie invasiva dei nostri boschi.

La “ridistribuzione forzata” delle specie non finisce qui

Dopo l’VIII secolo, gli arabi portarono dall’Egitto e dalla Mesopotamia, in Europa, le palme da dattero e le arance, poi diffuse dai portoghesi nel XVI secolo. 

Questa ridistribuzione “forzata” delle specie, divenne un fenomeno globale quando gli europei iniziarono a stabilire imperi coloniali in tutto il mondo alla fine del XV secolo.

A Stellenbosch, una città del Sudafrica,  per esempio, si possono trovare interi boschi di querce europee.

Esse furono importate per produrre botti in cui conservare il vino.

Tuttavia, a causa del clima eccessivamente caldo, gli alberi crebbero troppo velocemente, rendendo il legno inadatto alla conservazione del vino. 

Perché i coloni esportavano le loro piante? 

Le ragioni sono molteplici.

Inizialmente, gli esploratori e i coloni importarono piante per assicurarsi che i loro insediamenti avessero cibo a sufficienza. 

Successivamente, le introdussero per ragioni “estetiche”, ma anche per attenuare la nostalgia della madre patria. 

Tra il XIX e l’inizio del XX secolo, lo scambio globale di specie vegetali si intensificò per creare giardini botanici.

A dare inizio a questa attività furono le cosiddette “società di acclimatazione”, intenzionate a intraprendere ricerche medico-scientifiche e studi sull’orticoltura e sullo sfruttamento economico.

Con l’Impero britannico, il fenomeno raggiunse il suo apice. Nacquero così circa cinquanta società di acclimatazione e si realizzarono oltre cento giardini botanici, tra cui i Kew Gardens di Londra

Queste tendenze si rafforzarono ulteriormente grazie al boom dell’orticoltura ornamentale in Europa e al crescente interesse per nuove piante esotiche.

I risultati di tale rimescolamento, sono diventati oggetto del nuovo studio di Lenzner e Latombe.

Colonialismo: la tomba della biodiversità

I due scienziati hanno analizzando la flora “aliena” dei più grandi imperi europei della Storia: britannico, spagnolo, portoghese e olandese.

Conclusione? Dai loro studi è emerso che più a lungo una potenza coloniale ha dominato una regione, più la vegetazione del territorio è diventata simile a quella della loro nazione.

Ciò ha portato all’accumulo di vegetazioni aliene simili tra le colonie, specialmente nelle regioni occupate per lungo tempo.

«Le politiche commerciali restrittive degli imperi europei assicuravano che le piante fossero prevalentemente scambiate tra le regioni occupate dalla stessa potenza. Quindi, l’insieme delle specie scambiate tra le regioni era limitato all’estensione dell’impero e di conseguenza le regioni divennero più simili nelle loro flora rispetto alle regioni esterne. Il processo si intensificò con il periodo di tempo in cui una regione fu occupata dall’impero». A sostenerlo, Bernd Lenzner, autore principale dello studio.

Conseguenze dell’esportazione forzata

L’introduzione di “specie esotiche invasive”, ha modificato radicalmente gli ambienti e la biodiversità. 

Alcune possono infatti diffondersi e causare problemi all’habitat che le ospita. 

Esempi famosi includono il nodo giapponese. Soprannominato “l’incubo del giardiniere”, esso può competere con molte piante autoctone, o altre piante, come la locusta nera (Robinia pseudocacia), introdotte in Gran Bretagna all’inizio del XVII secolo come piante ornamentali, ma che possono cambiare fortemente gli ambienti che invadono.

Conclusioni: colonialismo e biodiversità

Ma non è solo questo il problema. Stando alle ricerche degli studiosi, in futuro, l’impatto di questa politica potrebbe rivelarsi catastrofico.

Franz Essl, autore senior dello studio, sottolinea «Potrebbero volerci decenni perché le specie esotiche si stabiliscano e si diffondano all’interno di una regione in cui sono state introdotte. Questo processo spesso si svolge con un ritardo sostanziale».

Poi aggiunge «le conseguenze di tali attività, si verificano anche a distanza di secoli, dopo il crollo degli imperi europei. Ciò dimostra che dobbiamo essere molto attenti e consapevoli di quali specie spostiamo in tutto il mondo, poiché probabilmente avranno un impatto duraturo sulla biodiversità e sui mezzi di sussistenza umani in futuro».

«Con questo studio- afferma Marten Winter, coautore dello studio, abbiamo dimostrato che la colonizzazione umana ha in alcuni casi drasticamente alterato gli ecosistemi. Al fine di ridurre i problemi causati da alcune di queste specie, dobbiamo attuare urgentemente politiche globali per limitarne la diffusione e mitigarne l’impatto».

Fonti 

Materiali forniti dall’Università di Vienna

Lenzner, B., Latombe, G., Schertler, A., Seebens, H., 3, Yang, Q., Winter, M., Weigelt, P., van Kleunen, M., Pyšek, P., Pergl, P., Kreft, H., Dawson, W., Dullinger (2022): Le flora aliene naturalizzate portano ancora l’eredità del colonialismo europeo. Ecologia ed evoluzione della natura, DOI:10.1038/s41559-022-01865-1.

Sopravvive a 12 tumori, il caso studiato dai ricercatori spagnoli

tumori
medici in laboratorio

Una donna, sopravvissuta a 12 tumori diversi, tra cui 5 maligni, potrebbe rappresentare una chiave per trovare nuove cure. I tumori della 36enne sono stati causati da un mix di mutazioni genetiche ereditarie che finora era ritenuto incompatibile con la vita. Il caso è stato descritto sulla rivista Science Advances dai ricercatori del Centro nazionale di ricerca oncologica (Cnio), in Spagna.

Tanti tumori, il sistema immunitario si difende

Gli scienziati pensano che un numero così elevato di mutazioni e tumori possa aver spinto il corpo a difendersi e a sconfiggerli. Che il nostro sistema immunitario possa contrastare questo tipo di cancro è già di per sé una scoperta eccezionale. Potrebbe portare a nuove tecniche di diagnosi precoce e a nuove terapie proprio per risvegliare il sistema immunitario.

“Ancora non riusciamo a capire – ha detto il biologo Marcos Malumbres del Cnio – come questa persona possa essersi sviluppata durante la fase embrionale, né come sia riuscita a superare tutte le sue malattie”.

I medici hanno scoperto il primo cancro quando era ancora una bambina. A questo ne sono poi seguiti diversi a distanza di qualche anno uno dall’altro. Una situazione complessa per la ragazza che presenta anche altre malattie o alterazioni, come macchie cutanee e microcefalia.

Le ricerche presso il Cnio in Spagna

La donna è stata sottoposta al sequenziamento dei geni che sono solitamente coinvolti nelle forme ereditarie di tumore, ma non è stata trovata alcuna mutazione. I ricercatori del Cnio, allora, hanno sequenziato l’intero genoma ed è così che sono emerse anomalie in un gene cruciale per la divisione delle cellule. Il MAD1L1, la cui mutazione comporta l’alterazione del numero di cromosomi ereditati dalle cellule figlie (una condizione tipica di molti tumori).

La paziente aveva mutata sia la copia del gene ricevuta dalla madre sia quella trasmessa dal padre: una condizione mai riscontrata al mondo. Riportata negli animali di laboratorio, inoltre, ha determinato la morte già nella fase embrionale. “Da un punto di vista accademico – ha spiegato un altro autore dello studio, Miguel Urioste – non possiamo parlare di una nuova malattia perché siamo di fronte alla descrizione di un singolo caso, ma da un punto di vista biologico lo è”.

Tumori, sviluppata “risposta di difesa cronica”

Durante lo studio delle malattie della donna i ricercatori hanno notato come, sorprendentemente, tutti e 5 i tumori maligni sono scomparsi in modo relativamente facile. Gli scienziati credono, così, che “la continua produzione di cellule alterate abbia generato nella paziente una risposta di difesa cronica contro queste cellule, che alla fine ha aiutato i tumori a sparire”.

La scoperta che il sistema immunitario sia in grado di scatenare una difesa contro le cellule con un numero alterato di cromosomi “è uno degli aspetti più importanti di questo studio, che potrebbe aprire nuove opzioni terapeutiche per il futuro”. Il 70% dei tumori, infatti, presenta anomalie nel numero di cromosomi.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, sostengono da sempre l’importanza della ricerca. Per una migliore qualità della vita sono fondamentali prevenzione, diagnisi precoci e cure adeguate e disponibili per tutti.