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martedì, Agosto 9, 2022

De Marinis: “Il lavoro come lo conosciamo non esisterà più”

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Il lavoro come lo conosciamo oggi tra qualche anno non esisterà più e anche la sicurezza correlata dovrà adeguarsi. Uno sguardo al futuro è stato lanciato dal professor Nicola De Marinis, consigliere della Corte di Cassazione, durante il convegno “Amianto, ambiente, salute: per Roma Capitale d’Europa”, organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto e dall’avvocato Ezio Bonanni, suo presidente.

De Marinis, dopo aver affrontato il tema dei risarcimenti per le vittime di amianto, ancora bloccate da una eccessiva burocratizzazione e da altri problemi, ha ampliato l’argomento affrontando la questione dell’ambiente di lavoro e degli infortuni.

Il lavoro e la sicurezza in questo momento storico

Lo ha fatto contestualizzando l’intervento al momento storico che stiamo vivendo, con una crisi economica dovuta alla pandemia e al conflitto in Ucraina, che il governo (con il bonus del 110%) e l’Europa (con il Pnrr), stanno cercando di arginare. Questo significa ampliare in modo sostanziale l’attività delle imprese ed è necessario prevederne anche le conseguenze.

“Nell’edilizia abbiamo – ha detto il giudice al convegno – almeno 1600 nuove aziende costituite senza attrezzature e senza personale: soggetti imprenditoriali che non hanno nessuna esperienza di mercato o di lavoro. È necessario anche consentire loro di provvedere alla sicurezza. Come è necessario pensare ai lavoratori stagionali, che vanno formati e informati dei rischi a cui vanno incontro.

Ha parlato anche di smart working e di intelligenza artificiale e lo abbiamo raggiunto al telefono per approfondire gli interessanti spunti emersi durante l’incontro.

Perché le politiche sulla sicurezza evidentemente in Italia non funzionano e ci sono ancora così tanti incidenti?

Ci sono situazioni diverse: molto dipende da un capitalismo di bassa qualità. Per esempio grandi problemi ci sono nelle campagne e nelle costruzioni, dove ci sono piccoli imprenditori che non hanno quelle capacità tecniche e non si conformano alle regole soprattutto per quanto riguarda la formazione.

Dall’altra parte si riscontra anche una resistenza dei lavoratori nell’utilizzo degli strumenti di prevenzione, perché c’è la necessità di lavorare sentendosi liberi e di contare sulle proprie forze, comportamento che porta purtroppo agli infortuni.

Un altro discorso da fare è quello del decentramento: oggi si lavora molto in appalto. Per questo dicevo durante il convegno che con il bonus 110% che permette ristrutturazioni edilizie a costo zero se votate all’efficientamento energetico, sono nate 1600 aziende senza macchinari e personale, tutte imprese formali che si affidano ad altri soggetti imprenditoriali, subappaltando i lavori. Contando su regole al ribasso. Possiamo quindi dire che le responsabilità sono anche dei committenti che risparmiano sulla sicurezza, ma anche delle stesse amministrazioni che non dovrebbero consentirlo.

Infine c’è il fortuito ovviamente, disattenzioni e obsolescenza degli strumenti.

Diverso è, invece, il discorso delle situazioni ambientali, classico l’esempio dell’Ilva, o dell’amianto. Situazioni che derivano da scarse conoscenze tecniche, come all’inizio per l’amianto, oppure scontano questa componente di inquinamento che sta alla base della necessità odierna di una transizione ecologica che metta da parte il carbone o altro. Purtroppo non siamo pronti ed è bastata una guerra per tornare indietro. Solo una cooperazione internazionale diffusa potrà consentire questo passaggio.

Per tante professioni, a maggior ragione con lo smart working, il confine tra vita lavorativa e vita privata si fa meno netto. Il peso della responsabilità della sicurezza si sta spostando verso il lavoratore?

In questo senso ci sono diversi problemi legati alla sicurezza. Il primo su questioni che conosciamo, sull’utilizzo del pc, posizioni ergonomiche, sforzo degli occhi.

Nello smart work si aggiunge il discorso della iperconnessione: l’incapacità del soggetto che organizza il proprio lavoro di riuscire a staccarsi, ad avere giuste soste. Questo ovviamente pregiudica la propria condizione di vita personale, a causa della mancanza di un orario.

C’è la questione poi della ripartizione degli oneri di sicurezza, che è riconosciuto anche sul lavoratore. Il protocollo nel 2021 (Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile), dice, infatti, in un passaggio, che il dipendente non deve mettersi in condizioni di operare in ambiti che non rispondono ai giusti requisiti di sicurezza. Si danno indicazioni generiche, ma non si identificano chiare responsabilità.

Resta poi anche da delineare norme chiare sugli infortuni in itinere, quelli che avvengono durante gli spostamenti. Ora è garantito un percorso fisso. Avendo, invece, la possibilità di muoversi, come si estende questa normativa?

L’ultima questione è invece legata alla sicurezza dei dati. Chi ne risponde? Il lavoratore che ha lavorato in un luogo non idoneo o il datore di lavoro?

Tanto si può decidere anche con gli accordi individuali, ma non sono sufficienti.

Abbiamo letto tutti la notizia dell’ingegnere di Google che crede che l’interfaccia di intelligenza artificiale LaMDA provi sentimenti e abbia coscienza di sé. Indipendentemente da questo aspetto più fantascientifico, cosa potranno fare in futuro i lavoratori per non restare senza impiego perché soppiantati dalle nuove modalità di lavoro?

È una questione di non conoscenza degli strumenti. Se un ingegnere di Google ci dice che la macchina può essere senziente e Google reagisce licenziandolo vuol dire che non è tutto chiaro e che non conosciamo gli strumenti con cui metterci in linea. Questo è già un problema. Se questo è il nuovo modo di produrre si tratta di avere una conoscenza di questi strumenti.

“La sopraffazione non è insita nella tecnologia”

Si parla tanto degli algoritmi “sbagliati”, che se impiegati in situazioni delicate, come quelle del lavoro o dell’istruzione, possono creare storture. Ma, se l’algoritmo non va bene, la colpa non è dell’algoritmo, vuol dire piuttosto che è stato scritto da una parte sola. Invece tutti dovrebbero essere coinvolti: il datore di lavoro, il lavoratore, il cliente, il fornitore, chiunque sia coinvolto. Questo presuppone una formazione che non tutti possono raggiungere, e una partecipazione che non tutti vogliono concedere. La sopraffazione non è insita nella tecnologia, ma siamo noi a crearla in quei termini.

Nella società industriale, con le catene di montaggio conoscevamo quanti lavoratori servivano. Oggi nessuno, salve alcune imprese, sa qual è la proporzione tra tecnologia e lavoro e ci si può strutturare in maniera tale che un fattore possa andare avanti in assenza dell’altro, con la sostituzione dell’uomo con la macchina, che arriva dal fatto stesso che non c’è la capacità di trattare questi strumenti. Invece dovremmo lavorare in modo tale che ci sia un equilibrio tra uomo e macchina. Lavorare non a favore del profitto, ma di un’organizzazione del lavoro adeguata: non credo che si possa fare a meno della presenza dell’uomo.

“Necessario riallineare lavoro e impresa”

È necessario riallineare lavoro e impresa in vista di questa nuova visione produttiva. Noi non possiamo tutelare il lavoratore nella condizione attuale, nella sua condizione di non conoscenza. Negli anni ’60 si conosceva come aiutarlo ed è stato possibile attuare un sistema che lo ha tutelato. E anche se quei diritti sono stati via via cancellati ora stanno tornando: basti pensare alle ultime sentenze della Cassazione, ultima la 183 del 2022, che fa un passo indietro sulla disciplina dei licenziamenti.

Oggi dobbiamo consentire ai lavoratori di professionalizzarsi nel nuovo. Quello che si trova ora è un “lavoro povero”, perché offre una professionalità che non vale sul mercato. Se non si riesce ad entrare nel sistema produttivo, perché non si ha una professionalità utile, non sarà più possibile trovare lavoro. Bisogna formare un “lavoratore d’attacco“. Oggi un esperto di E-commerce guadagna quello che vuole, un cameriere poche centinaia di euro al mese. Non abbiamo professionalità rilevanti da utilizzare. A causa di chi non ha saputo guardare avanti.

Oggi non sappiamo cos’è l’economia digitale e non sappiamo l’uomo che posto possa ricoprire al suo interno. Le istituzioni e la politica sono bloccate sulla difesa del passato, sono indietro, invece il mercato è andato avanti.

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