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Popolazione mondiale a 8 miliardi, ma la Cop27 non decolla

popolazione mondiale
mosaico di volti differenti della popolazione mondiale IA

Siamo ormai in 8 miliardi ad abitare la Terra. Questo il numero di individui di cui oggi è composta la popolazione mondiale. La stima ufficiale è delle Nazioni Unite. “Un’importante pietra miliare nello sviluppo umano“, dicono dall’Onu, che deve però farci anche pensare alla “nostra responsabilità condivisa di prenderci cura del nostro pianeta”.

Il riferimento è chiaramente alla Cop 27, la 27esima Conferenza delle parti di UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), in corso in questi giorni in Egitto. Purtroppo le prospettive non sono buone e, anche questa volta, la Cop potrebbe tradursi in un nulla di fatto. Il cambiamento climatico, invece, continua a provocare sempre più disastri rendendo le decisioni di un cambio di rotta sempre più necessarie per tutelare l’ambiente che ci circonda.

Popolazione mondiale: “crescita senza precedenti”

Considerando anche “questa crescita senza precedenti“: nel 1950, infatti, soltanto 72 anni fa, si contavano 2,5 miliardi di abitanti. L’aumento della popolazione è secondo l’Onu “un graduale aumento della durata della vita grazie ai progressi della sanità pubblica, dell’alimentazione, dell’igiene e della medicina“. Abbiamo, però, soltanto una Terra e la stiamo depauperando.

A rischio anche l’obiettivo di non superare 1,5°C

Eppure i capi di Stato e di governo riuniti non sarebbero d’accordo ancora su nulla e in questi giorni si starebbe mettendo in forse anche uno dei capisaldi della lotta al cambiamento climatico. Parliamo dell’obiettivo di non superare l’aumento della temperatura a 1,5°C sopra i livelli preindustriali.

L’attenzione è puntata in questi primi giorni della seconda settimana della Cop 27 sul dialogo riaperto tra Joe Biden e Xi Jinping al G20. La Cina non è presente ai negoziati e questo è un ulteriore freno.

Nessuno dei Paesi ha messo in atto azioni sufficienti

Su un centinaio di Paesi analizzati con il Climate Change Performance Index, come scrive Il Fatto Quotidiano, è emerso in tutta la sua gravità che nessuno ha raggiunto gli obiettivi per restare al di sotto della soglia di 1,5°C.

Gli Stati più virtuosi sono stati Danimarca e Svezia. Poi Cile, Marocco e India che hanno puntato sull’ambiente nonostante la loro situazione economica. I meno attenti, invece, sono Iran, Arabia Saudita e Kazakistan che puntano ancora parte della loro economica sui combustibili fossili. La Cina, che è il primo Paese per emissioni, scende al 51esimo posto (13 posizioni più in basso dello scorso anno).

Subito dopo la Cina ci sono gli Stati Uniti, secondo emettitore di emissioni in atmosfera, che però guadagna tre posizioni grazie alla nuova politica di Biden.

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una legge che obbligherà le aziende a monitorare le emissioni di metano, riparare le perdite in tempi rapidi e limitare flaring e venting di gas fossile. Il primo vocabolo significa bruciare il gas naturale in eccesso, estratto insieme al petrolio, senza recupero energetico. Il venting, invece, vuole dire il rilascio in atmosfera volontario e controllato. Queste regole dovrebbero ridurre le emissioni Usa di metano dell’87% rispetto ai livelli del 2005.

Popolazione mondiale, la posizione dell’Italia

L’Italia, che a livello di nuovi nati è davvero in difficoltà, si trova a metà classifica del Climate Change Performance Index (sale dal 30° al 29° posto). La frena, secondo Legambiente, “il rallentamento nello sviluppo delle rinnovabili (che vede l’Italia 33esima nella classifica specifica) e una politica climatica nazionale ancora inadeguata. L’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec), infatti, consente un taglio delle emissioni di appena il 37% rispetto al 1990 entro il 2030”.

Popolazione mondiale, l’importanza dell’economia circolare

Alle indecisioni su quale strada intraprendere nel corso della Cop 27 va aggiunto il fatto che poco si parla ancora di economia circolare. Secondo la Ellen MacArthur Foundation soltanto il 55% delle emissioni deriva dai sistemi di approvvigionamento energetico, dal consumo di energia negli edifici e dai trasporti.

Il resto coinvolge la produzione di automobili, vestiti, cibo e altri prodotti che utilizziamo ogni giorno, dunque dall’industria, dall’agricoltura e dall’uso del suolo. È necessario quindi cambiare il nostro modo in cui progettiamo, produciamo e utilizziamo prodotti e materiali. Per far sì che la popolazione mondiale possa continuare a crescere in modo, però, sostenibile.

L’Osservatorio nazionale amianto ha da tempo contempato nella sua missione non solo la lotta all’asbesto, ma anche tutela dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature. Il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanni, è convinto che salute e ambiente sia un binomio indivisibile e che le azioni in questi settori devono essere coordinate a livello internazionale. Le azioni intraprese dai vari Paesi del mondo, però, troppo spesso non corrispondono alle promesse fatte.

Tatuaggi protettivi sulla schiena di due mummie egizie

tatuaggi egitto, occhio di horus
tatuaggi egitto, occhio di horus

Tatuaggi sulla schiena di alcune mummie attestano che la moda di decorare il corpo è antichissima.

Tatuaggi dell’antichità

La moda dei tatuaggi è molto più antica di quanto si pensi. Ad attestarlo, il ritrovamento di alcune mummie egizie vissute oltre tremila anni fa.

La mummie in questione provengono dal sito di Deir el-Medina, antica città sulle rive occidentali del Nilo, di fronte al sito di Luxor.

Il sito, noto come Set-Ma’atLuogo della Verità”, fu scavato da un team francese nel 1922, nello stesso momento in cui si trovò la tomba del re Tutankamon. Attiva negli anni dal 1550 al 1070 a.C. Deir el-Medina ospitava gli uomini (e le loro famiglie) che stavano costruendo tombe per la regalità egiziana.

Nel sito, definito “una grande discarica” sono emerse tutta una serie di documenti, tra cui buste paga, ricevute e lettere sul papiro, che hanno aiutato gli archeologi a capire meglio la vita della gente comune. Tuttavia, la curiosità dei ricercatori si è focalizzata sulla scoperta di almeno sei donne tatuate. Cosa abbastanza sorprendente perché nessun documento menzionava la pratica del tatuaggio.

Due mummie tatuate suscitano curiosità

Ma torniamo alle mummie. Una di esse è venuta alla luce nel 1891, ma solo di recente gli esperti hanno notato un misterioso scolorimento nero su alcune parti della sua pelle.

Sopra i suoi glutei è tatuata una banda di diamanti, un motivo raffigurato spesso sui soffitti delle tombe dell’epoca.

Nella sua un’anca è invece presente un tatuaggio del dio egiziano Bes (protettore delle donne incinte) e una ciotola, un’immagine legata alla purificazione rituale durante le settimane dopo il parto.

La seconda mummia analizzata dai ricercatori, una donna di mezza età, è stata trovata nel 2019, ma il suo tatuaggio, posizionato anche in questo caso sulla parte bassa della schiena, è diventato visibile solo usando la fotografia a infrarossi.

Il disegno tatuato rappresenta l‘Occhio di Horus (simbolo di protezione, prosperità, potere regale e della buona salute) e Bes, con addosso una corona fatta di piume. Sulla pelle della mummia sono incisi inoltre un motivo d’acqua simmetrico, a zigzag e una linea di piante. Probabilmente un riferimento alle fertili rive del Nilo, alle sue paludi, luoghi in cui le donne trovavano ristoro durante la gravidanza o le mestruazioni.

Nelle vicinanze di Deir el-Medina erano presenti anche delle sculture in argilla con tatuaggi sul collo e sui fianchi. Anche in questo caso, i disegni si riferivano al culto di Bes.

Tatuaggi e funzione scaramantica

Alcuni esperti sono convinti che effettivamente i disegni siano legati a motivi scaramantici di guarigione o sollievo dai dolori femminili. Altri tuttavia ritengono che, se così fosse, la presenza di questi segni dovrebbe essere molto più frequente.

Eppure, non tutte le mummie femminili adulte che si trovano in Egitto sono tatuate allo stesso modo. Alcune pelli ben conservate sembrano essere nude, mentre altre mummie sono coperte da più di trenta tatuaggi dai simboli più disparati.

L’ipotesi più accreditata è che i tatuaggi, contestualizzati con altri manufatti e testi del Nuovo Regno, si riferiscano essenzialmente al parto.

Apparterrebbero pertanto solo alle ostetriche, ai membri del culto di una dea o madri che partecipavano ai rituali post-partum, utilizzati per la protezione della madre e del bambino.

La scoperta si deve alle egittologhe Marie-Lys Arnette, dell’Università del Missouri a Saint Louis e ad Anne Austin del Johns Hopkins University di Baltimora (Maryland).

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Egyptian Archaeology.

Una conferma sulla simbologia dei tatuaggi scoperti

Sonia Zakrzewski, una bioarcheologa dell’Università di Southampton (Regno Unito), che non è stata coinvolta nello studio attuale, ha confermato l’ipotesi del simbolo scaramantico post-partum dei disegni.

«Le immagini di donne incinte sono estremamente rare nell’arte egiziana. Nel sentire egiziano, il parto e la fertilità del suolo erano strettamente collegati. Di conseguenza, questi tatuaggi potrebbero effettivamente essere delle rappresentazioni protettive delle divinità legate al parto e alla fertilità. La persona aveva il proprio amuleto magico portatile inciso perennemente sul suo corpo».

Una scoperta sensazionale

Trovare prove di tatuaggi non è stato semplice. È infatti necessario trovare la pelle conservata ed esposta, non avvolta dalle bende. La scoperta potrebbe svelare che nell’antico Egitto tale pratica fosse più diffusa di quanto si pensi.

«Spero che gli studiosi trovino altre prove di tatuaggi. Questo ci aiuterebbe a capire se ciò che è emerso in questo villaggio sia un fenomeno isolato o parte di una tradizione più ampia nell’antico Egitto, che semplicemente non abbiamo ancora scoperto», ha dichiarato Austin.

Fonti

Journal of Egyptian Archaeology

America Latina: la “salute” dipende dal dialogo

america latina, la salute dipende dal dialogo
america latina, la salute dipende dal dialogo

La salute dell’America Latina è costantemente minata da fattori politici, sociali, economici e religiosi, che solo un dialogo “senza frontiere” può guarire.

America Latina: una tavola rotonda aperta al dialogo

Dopo la pandemia riprendono gli incontri internazionali promossi da Mediatrends America-Europa, un Osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale.

La prima tavola rotonda si è tenuta a Roma, alla Fundacion Promocion Social, partner principale con sede al Forum del Palazzo San Calisto, nel quartiere di Trastevere.

Ad aprire il dialogo, l’ospite d’onore Rodrigo Guerra, Segretario del Consiglio Pontificio per l’America Latina.

L’incontro, organizzato dal giornalista Roberto Montoya, con la collaborazione del giornalista argentino Hernan Sergio Mora, ha visto la partecipazione di diversi Ambasciatori, insieme ad autorevoli rappresentanti della Comunità latino-americana a Roma.

tavola rotonda america latina

Tema: “La salute spirituale e culturale dell’America Latina”

Fulcro dell’incontro, lo “stato di salute” politico, economico, fisico e spirituale del grande Continente latino-americano.

Rodrigo Guerra si è soffermato sulle grandi potenzialità ma anche sulle incongruenze del Continente. «Paradossalmente – ha dichiarato Guerra – abbiamo dei gravissimi problemi sociali, eppure siamo forse il Continente più ricco del Pianeta per quanto riguarda le materie prime e i beni ambientali. Dovremmo semplicemente saperli gestire meglio e in armonia».

Relativamente all’America Latina, cosa vuol dire “salute”?

«Chi studia medicina – spiega il relatore – sa che la salute è un equilibrio omeostatico del sistema organico. Quando il nostro organismo è in equilibrio energetico, siamo in salute. In realtà, nessuno di noi sta bene del tutto o sta male del tutto. La medicina ci aiuta a recuperare il nostro stato fisico».

Analogamente, l’America Latina è viva nel suo sentire biologico, però la sua realtà sociale, politica, economica e religiosa sta vivendo un momento di disequilibrio omeostatico.

Questo accade perché, gli aneliti dei grande uomini del passato, i quali avevano sognato un’America Latina unita e collaborativa, si sono persi.

Eppure, un organismo vive solo quando tutte le parti collaborano sinergicamente per mantenere l’unità. Di contro, la morte si ha quando si perde tale equilibrio.

La decomposizione è la perdita di unità.

C’è bisogno di superare le fratture interne

Il relatore si è quindi soffermato sul sogno di unità coltivato da Simon Bolivar (1783-1830) e altri personaggi che hanno combattuto per la libertà e contro il colonialismo. «Sotto tanti profili siamo unici – ha spigato Guerra – basti ricordare che l’intero continente parla lo spagnolo insieme al portoghese e altri dialetti. Un esempio che non trova altri riscontri.

Inoltre, esiste una sensibilità comune, un modo di intendere la vita che accomuna quasi tutti i Paesi e li fa sentire spontaneamente fratelli». «Eppure – ha proseguito Guerra – i latinoamericani sono anche disposti a entrare in conflitto per dei dettagli senza importanza.

Basta lo sport o qualcosa di simile per dividerci. Perché succede? Sicuramente gli esperi in antropologia culturale, sociologi ecc. possono spiegarci meglio da cosa nascono questi meccanismi». Sta di fatto che, oggi, questa è la più grande debolezza dell’America Latina. Da qui la necessità di operare giustamente, per essere più solidali e cooperativi.

Un problema anche di ordine religioso

Le fratture in seno all’America Latina, si devono in parte anche alla divisione dogmatica dei vari ordini ecclesiastici. «Compito della Chiesa cattolica – secondo Guerra – è riuscire a recuperare il suo ruolo e la sua presenza mediante una consistente e incisiva attività sociale, stando il più possibile vicino ai bisognosi».

L’epistola enciclica di Giovanni Paolo II

Il Segretario dell’Ufficio Pontificio si è poi soffermato sul capitolo quinto dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Slavorun Apostoli sul “senso cattolico della Chiesa”. Essa sottolinea la dimensione concreta della cattolicità, che si deve manifestare “nell’attiva corresponsabilità e nella generosa collaborazione di tutti in favore del bene comune”.

L’enciclica di Papa Francesco: un faro da seguire

Secondo Guerra, in un Continente come quello latino-americano, caratterizzato dalla grande omogeneità, ma che corre il rischio di registrare una forte divisione, la terza enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco, è un faro da seguire, una Magna Carta di fronte alla tentazione di dividersi.

Ricordando le parole di San Francesco d’Assisi, «tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» scriveva Bergoglio.

Sebbene il Papa non abbia una formula magica per risolvere tali problemi, il testo invita a ripensare a una globalizzazione basata sullo sviluppo umano integrale.

Chiesa e politica: un saggio binomio

«Anche la migliore politica non guarisce interiormente, perché Cristo – conclude il professore – che è il Redentore, si propone come parametro critico, non ideologico, per vivere i nostri impegni anche i politici».

La Chiesa ormai ha maturato la comprensione che lo sviluppo del mondo potrà avvenire solo a seguito del superamento del paradigma destra – sinistra.

Di conseguenza guarda ai “malanni” dell’America Latina, con un’altra prospettiva, che è religiosa e culturale.

Cultura e religione: un lavoro in simbiosi

È chiaro che la cultura è un fatto importante sotto tutti i punti di vista e che la religione non può prescindere da questo binomio.

«A Papa Giovanni Paolo II piaceva un autore che si chiamava Christofer Dawsen (1889-1970)» – continua Guerra. Nel suo libro “Religione e cultura”, lo storico britannico affermava che la radice della parola “cultura”, “cult”, deriva da culto. Ciò sta a significare che la cultura ha una base religiosa innegabile.

Poi Guerra ricorda l’enciclica Humani Generis, attraverso la quale Papa Pio XII, intese richiamare i pericoli del Modernismo, che affondava le sue radici nel divorzio tra ragione e fede.

Il Papa non voleva decretare l’isolazionismo della cultura cattolica, anzi esortava gli studiosi a rendersi conto delle nuove dottrine. Deplorava tuttavia l’imprudenza di certi cattolici che, smaniosi di aggiornarsi, si abbandonavano ad un falso ecumenismo, compromettendo l’integrità della fede e di tutta la dottrina tradizionale della Chiesa.

In buona sostanza, l’errore principale condannato dall’enciclica era il relativismo, secondo il quale la conoscenza umana non ha mai un valore reale e immutabile, ma solo un valore relativo.

Chi vince non vince del tutto, chi perde non perde del tutto

Tornando sul piano politico, Guerra, ha altresì evidenziato che «chi perde, non perde del tutto e chi vince non vince del tutto». «Oggi siamo tentati a risolvere i conflitti in modo polarizzato e violento. La nostra capacità di dialogo e di accordo si sta riducendo, mentre crescono quelli che tendono al radicalismo».

Paradossalmente, «chi perde guadagna spazio culturale e i governi progressisti di sinistra, finiscono per incubare la vittoria dei governi di estrema destra o viceversa».

Il ritorno della Marea Rossa

Guerra si è anche soffermato sul fenomeno della “Marea rossa”, che nel corso degli anni duemila portò la gran parte dei Paesi del continente latino-americano a essere governati da forze di sinistra e progressiste. Evo Morales, un indiano Aymara, diventò presidente della Bolivia nel 2006 e nel 2009, i presidenti della cosiddetta “Marea rossa” finirono per guidare undici Paesi e circa 300 milioni di persone. All’inizio, offrirono speranza a quei milioni di cittadini, ma a oggi, il tasso di povertà è rimasto uguale, proprio come quando a governare era la destra.

Cosa fare in concreto per la salute dell’America Latina

Solo la riduzione di ogni polarizzazione e di ogni comportamento estremista e massimalista può supportare L’America Latina nel suo cammino di crescita. Non si tratta solo del superamento del paradigma destra – sinistra, ma di agire con una nuova prospettiva culturale.

«È fondamentale che tutti i partiti non abbiano come principale obiettivo quello di ostacolare chi sta al governo o, viceversa, a squalificare chi sta all’opposizione ma tutti debbono, pur nella conservazione delle proprie caratteristiche e impostazioni, lavorare per il bene comune. Può sembrare un’utopia ma è l’unica strada per un vero rilancio dell’America Latina»- ha concluso il relatore.

L’intervento degli Ambasciatori dell’America Latina

Dopo l’apertura di Rodrigo Guerra, hanno preso la parola gli Ambasciatori dell’America Latina. Essi hanno affrontato a grandi linee, tematiche quali: la lotta alla corruzione, il rafforzamento della democrazia, i problemi legati alla modernizzazione, lo sviluppo del sistema educativo, il pericolo ambientale, l’eredità negativa del colonialismo, il ruolo dell’America Latina nella nuova geopolitica mondiale.

I prossimi incontri riusciranno a definire delle soluzioni concrete?

Amianto a Trieste, Serracchiani: “Serve riordino normativo”

convegno ona trieste
convegno ona trieste

Un convegno che ha affrontato molti aspetti tecnici, ma anche quelli più umani, della lotta all’amianto, quello che si è tenuto questa mattina, 14 novembre 2022, a Trieste. “Amianto a Trieste: profili sanitari e risarcitori”, è stato il titolo dell’incontro ospitato nella sala Luttazzi del Magazzino 26, organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto.

convegno trieste

Trieste, “Una luce sempre accesa” anche sull’amianto

L’evento era parte della rassegna culturale del Comune: “Una luce sempre accesa”, ed ha permesso di sottolineare, intanto, come il Friuli Venezia Giulia sia una regione all’avanguardia nelle bonifiche e capofila in Italia per la rimozione dell’amianto.

Poian: “Regione all’avanguardia, 15 rimozioni al giorno”

Ad oggi sono stati segnalati 15.360 siti contaminati su una superficie di 3,5 milioni di mq. Dei quali 14.060 punti scoperti, grazie all’utilizzo dei droni, per 3,5 milioni di metri quadrati di amianto. In questi anni 450 punti sono stati bonificati, ma restano almeno 361 in pessime condizioni.

Come ha ben spiegato Tullio Poian, direttore della Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro ASUFC (Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale), in Regione si riescono a rimuovere 10mila tonnellate di amianto l’anno. Con una media di 15 nuovi piani al giorno. Sul territorio operano 83 imprese specializzate, con 600 “tecnici” formati dalla Regione negli ultimi 5 anni.

Trieste, Bonanni ricorda il Prof. Bianchi

Il Friuli Venezia Giulia – ha detto il presidente Ona, l’avvocato Ezio Bonanniha pagato a caro prezzo l’utilizzo che le aziende hanno fatto negli anni del minerale killer. Nei cantieri navali (Monfalcone e Trieste), nelle acciaierie, come nei porti, tra cui quello di Trieste, l’amianto ha mietuto e continua a mietere migliaia di vittime”.

Molto si è fatto nel Friuli Venezia Giulia nella terapia e cura, oltre che nella bonifica – ha aggiunto Bonanni -. Trieste, il centro dell’Europa, è stata la città che tra le prime ha preso atto, anche grazie al compianto prof. Claudio Bianchi, del rischio amianto e ha assunto misure di tutela della salute”.

Proprio ai figli del Prof. Bianchi il presidente Ona ha consegnato la prima targa fatta realizzare per l’occasione. L’avvocato Bonanni ha ricordato il professore con affetto. Grazie a lui e al suo lavoro è stato possibile dimostrare il nesso tra il mesotelioma e l’esposizione all’amianto. “Pioniere della ricerca scientifica contro l’amianto” recita la targa che vuole essere un ringraziamento per l’importanza del suo operato.

convegno amianto a trieste

Le targhe dell’Ona

La seconda targa è stata consegnata ai familiari di Aurelio Pischianz, “Presidente dell’Associazione Esposti Amianto del Friuli Venezia Giulia, amico e sostenitore di tutte le iniziative contro l’amianto e per la tutela dei diritti”. L’ultima dell’Ona, invece, è stata consegnata nelle mani del capitano Ferruccio Diminich: “Intrepido Comandante e guerriero per la tutela della vita contro l’amianto”.

convegno avv. bonanni

La presidente di AEA FVG, Santina Pasutto, ha invece, voluto ringraziare l’avvocato Bonanni. Anche lei con una targa, per il suo impegno al fianco delle vittime dell’amianto.

Trieste, Debora Serracchiani interviene al convegno

Al convegno, che è stato moderato dalla giornalista Silvia Stern, è intervenuta anche la capogruppo Pd alla Camera, Debora Serracchiani. “Quanto si riferisce al tema amianto ha bisogno di un riordino e di una semplificazione. In questi anni abbiamo stabilizzato la rendita aggiuntiva del 15% per gli esposti amianto. E aumentato il contributo una tantum per i familiari delle vittime non professionali, ma non basta.

convegno trieste interventi

Occuparsi di amianto significa aver a che fare con tanti soggetti e tante regole non sempre tra loro coordinate. Quindi un riordino del sistema è fondamentale sia per chi deve fare richiesta di accesso al Fondo sia per chi deve rifondere eventuali danni”. Ha poi, tra le altre cose, sottolineato la “mancanza di discariche per amianto. Che genera ulteriori costi di trasporto per lo smaltimento”.

Entrando nel vivo degli interventi il giudice di Cassazione Nicola De Marinis ha fatto una sintesi riepilogativa della giurisprudenza della Suprema Corte in ordine alla problematica amianto.

Laureni: “Lo Stato è incapace di assumersi le sue responsabilità”

L’ingegnere chimico Umberto Laureni, già responsabile del Servizio di prevenzione e sicurezza dell’AsuGi e già assessore all’ambiente del Comune di Trieste, ha ripercorso quel che è stato il sistema amianto nella Regione fino a pochi anni fa. “Ho sperimentato in questi anni – ha concluso Laureni – anche con un certo imbarazzo il fatto che lo Stato è incapace di assumersi le sue responsabilità. Anche nei casi di esposizione amianto. Si percepisce la volontà di difendersi con le unghie e con i denti. Anche quando la situazione è tale per cui sicuramente sarebbe meglio dire ho sbagliato e ne pago le conseguenze”.

L’avvocato Corrado Calacione è entrato più nello specifico con un intervento sulla “liquidazione del danno parentale nelle nuove tabelle del tribunale di Milano”. I progressi nelle cure del mesotelioma sono stati spiegati dal Dirigente medico SC Chirurgia Toracica ASUGI, Stefano Lovadina.

FVG, 133 casi di mesotelioma in 3 anni

Sono stati anche diffusi gli ultimi dati dei casi di mesotelioma aggiornati al 2021. Se il VII rapporto ReNaM registra 1346 casi tra il 1993 e il 2018, si devono aggiungere 133 casi analizzati dall’INAIL tra il 2019 e il 2021, di cui ben 53 nella sola provincia di Trieste. In particolare, in riferimento alla Regione sono stati 40 i casi nel 2019, 40 nel 2020 e 53 nel 2021. A Trieste, invece, 17 nel 2019, 18 nel 2020 e di nuovo 17 nel 2021.

Secondo le rilevazioni ONA e sulla base del confronto con i dati INAIL, risulta che i casi di tumore del polmone da amianto sono stati oltre 3000, con un impatto di circa 2700 decessi. Per le altre patologie, purtroppo bisogna aggiungere 900 decessi. Si arriva così in totale a circa 5000 morti per malattie asbesto correlate, oltre a più di 10.000 vittime con patologie invalidanti.

Trieste, il lavoro dell’Associazione Esposti Amianto

Uno spazio è stato dedicato alle famiglie e alle vittime dell’amianto con l’intervento di Santina Pasutto, Presidente dell’AEA – Associazione esposti amianto del Friuli Venezia Giulia, vedova di Roberto Persich. L’uomo, ex autista della Nettezza Urbana del Comune, è deceduto a causa di un mesotelioma pleurico maligno. Pasutto ha raccontato come si prende cura di chi viene colpito dalle patologie asbesto correlate. Fino ad accompagnare i malati durante la chemioterapia o da quando c’è il Covid a far loro compagnia al telefono.

convegno santina pasutto

È intervenuto anche un associato Aea, Claudio Visintin, che ha raccontato in poche parole la sua storia e si è commosso spiegando che anche la moglie ha una patologia da amianto per aver lavato le sue tute per oltre 10 anni. L’uomo ha ringraziato calorosamente tutti i medici che lo seguono, ma soprattutto l’avvocato Bonanni e Santina Pasutto che da sempre sono al suo fianco.

Il nostro impegno, a Trieste come nel resto d’Italia, prosegue – ha concluso il presidente ONA – in circa 25 anni di un percorso compiuto insieme, in questo momento non posso dimenticare migliaia di vittime. Anche quelle di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. In particolare voglio ricordare Aurelio Pischianz, indimenticabile ed indimenticato presidente dell’AEA”.

L’evento è già stato ripreso dal TgR che ne ha parlato in un dettagliato servizio che è possibile vedere al seguente link.

convegno trieste TGR

A questo link è possibile invece ripercorrere tutto l’evento.

Body shaming: una storia antica quanto l’uomo 

body shaming stop
pancia scoperta con su scritto STOP Body Shaming con pennarello

Il termine body shaming è entrato nel lessico quotidiano di recente. La storia di questa forma di bullismo nei confronti di chi non ha un corpo omologato con l’attuale idea di bellezza, in realtà è antica quanto l’uomo.

Body shaming: una nuova forma di bullismo?

Body shaming. Di recente, il mondo della ginnastica ritmica in Italia è stato travolto dallo scandalo relativo alle pressioni esercitate sulle atlete in sovrappeso. Cosa che ha causato disturbi alimentari nelle vittime. Anche la moda ha da sempre attuato questa coercizione psicologica nei confronti delle modelle. Il problema tuttavia non è nuovo.

La vergogna “shaming”, un’emozione “sociale” che si basa sulle aspettative della società e sulle opinioni altrui, ha condizionato intere generazioni in ogni angolo del Pianeta, influenzata dai vari canoni di bellezza del momento. 

Storicamente, chi ha decretato i canoni di bellezza e su quale base?

Sovrappeso: una colpa da espiare fin dal passato 

Anche se non sempre è stato visto come “difetto” e in qualche parte del mondo (basti pensare ai paesi Arabi) è addirittura considerato un canone di bellezza, generalmente il grasso suscita disgusto.

Le Sacre Scritture demonizzavano e disprezzavano il sovrappeso.

Il profeta Amos, settecento anni prima di Cristo tuonava ”Guai a voi, uomini pingui”. Un altro profeta, Isaia, collocava gli obesi tra i malvagi, “perché la loro voracità oltrepassa i limiti del lecito”

Body shaming: prima gli uomini erano oggetto di derisione

In passato, questa forma di bullismo era rivolta essenzialmente agli uomini. Platone considerava la “gastrimargia” (l’ingordigia) una nemica delle Muse.

Nel suo trattato Fisiognomica, Aristotele sosteneva che gli ingordi fossero insensibili, poiché i loro sensi erano rivolti esclusivamente al soddisfacimento dei piaceri della tavola. 

Nell’ideale greco kalòs kai agathòs (“bello e buono”), la bellezza coincideva infatti con la virtù. La mollezza fisica corrispondeva invece a un decadimento morale. Le donne, ritenute inferiori e perciò escluse dal governo della polis, “fortunatamente”, si fa per dire, non erano minimamente oggetto di body shaming.

Anche i Romani associavano l’idea del grasso (dal latino crassus, “ottuso”) alla mollezza morale e alla sfera cognitiva. Per gli antichi greci, romani e spartani, il disprezzo non era dunque solo una questione di estetica, ma di status: l’uomo grasso si abbassava al livello degli schiavi, delle donne e degli animali.

Spartani e antichi romani contro il grasso

Gli Spartani, ossessionati dall’atletismo e dalla dieta, arrivavano ad umiliare i “ciccioni”. Ogni dieci giorni, tutti i giovani dovevano presentarsi nudi al cospetto degli efori (i magistrati), i quali ne esaminavano il fisico per vedere se avessero del grasso in eccesso. Chi era in soprappeso veniva multato!

Quando il re persiano Serse mandò le sue spie a Sparta, rimase sbalordito nel sentire che i ragazzi si stavano esercitando nudi mentre aspettavano l’assalto persiano.

Il medico Ippocrate di Coo (V secolo a.C.) prescriveva persino una serie di rimedi antiobesità.

Bisognava allenarsi regolarmente, provocarsi il vomito (con purganti a base di acqua, aceto e sale) e astenersi dai rapporti sessuali perché inducevano pigrizia.

Il cristianesimo non risparmia le sue invettive ai ciccioni

Nell’ottica cristiana, i peccati di gola e lussuria riportavano gli uomini alla condizione delle bestie, mentre un corpo smunto era la prova di un animo che sapeva resistere alle tentazioni terrene.

Per l’apologeta cristiano Tertulliano, vissuto nel II secolo d.C., il corpo denutrito passava più facilmente attraverso gli stretti anfratti del Paradiso e resuscitava prima nel Giorno del Giudizio.

San Giovanni Crisostomo, in un’omelia sulla Lettera di san Paolo ai Corinzi, terrorizzava i fedeli e li invitava ad astenersi dai peccati di gola. “Qui sudiciume e obesità, lì vermi e fuoco”- declamava, riferendosi a ciò che avrebbero dovuto patire dopo la morte.

Rotondità medievali: una breve tregua al body shaming

Nel Medioevo flagellato da peste, guerre e carestie, la magrezza divenne simbolo di miseria e povertà. Di contro, la rotondità era segno di benessere, sicurezza e ricchezza. Anche la gotta, malattia causata dall’eccessivo consumo di carne, veniva salutata come una “malattia del benessere”.

Tuttavia la grassezza poteva diventare un impedimento, soprattutto quando si doveva andare in guerra. Di conseguenza, ricominciò nuovamente ad affacciarsi lo spauracchio del body shaming.

La società utopica di magri di Campanella

Nel 1550, il nobile veneziano Luigi Alvise Cornaro scrisse Discorsi della vita sobria. Nel trattato esaltava ovviamente la magrezza, associandola a uno stile di vita salutare dal punto di vista fisico e morale.

Successivamente, nel 1602 il frate domenicano Tommaso Campanella, nella sua “Città del sole”, immaginò una società utopica fatta unicamente da persone magre.

Nel dialogo, Campanella scevera che i magistrati avevano il compito di selezionare tutti quegli uomini e donne, che nel rispetto degli standard fisici di magrezza, avrebbero potuto garantire una discendenza più attraente.

Insomma, ricomincia il body shaming.

L’attenzione di sposta sulle donne

Con la Rivoluzione industriale, anche le donne divennero oggetto di body shaming. 

Nella seconda metà dell’Ottocento, le teorie dell’antropologo “razzistaCesare Lombroso, esasperarono il disprezzo per il grasso.

Egli associò l’obesità femminile all’immoralità di “ottentotte, africane ed abissine, che ricche e pigre diventano immensamente grasse”

Ma non si limitò al paragone razziale, arrivò a sostenere che “nelle carceri e nei manicomi le pazze sono spesso assai più corpulenti degli uomini”.

L’evoluzione del body shaming 

Nella società moderna, l’attenzione al fisico si è trasformata in qualcosa di molto più sinistro, soprattutto con l’ascesa della chirurgia estetica. 

Non si bada soltanto alle curve ma anche a ogni caratteristica “immutabile” del corpo, che può essere corretta a piacimento grazie agli interventi. Tutto rientra dunque nel calderone del body shaming. Ne verremo mai fuori?