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Commissione d’inchiesta sui casi Orlandi, Gregori e Cesaroni

Orlandi, Gregori e Cesaroni
Orlandi, Gregori e Cesaroni

Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e Simonetta Cesaroni avranno mai giustizia? In arrivo una proposta per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sui tre casi irrisolti.

Orlandi – Gregori – Cesaroni: vittime del silenzio

Emanuela Orlandi e non solo. Martedì 20 dicembre – Sala Stampa della Camera dei Deputati (Roma). Presentata la proposta per istituire una Commissione Parlamentare di Inchiesta su tre casi scottanti: il rapimento di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori e l’omicidio di Simonetta Cesaroni. 

Tra gli intervenuti: il deputato Roberto Morassut (PD), primo firmatario della proposta, la deputata Stefania Ascari (M5S), relatrice della relazione sul caso Cesaroni alla Commissione Antimafia, il senatore Carlo Calenda (Azione – IV) e le avvocatesse delle famiglie Cesaroni e Orlandi, Federica Mondani e Laura Sgrò. 

Presente anche Giancarlo Capaldo, già procuratore generale aggiunto di Roma e le famiglie. 

Emanuela Orlandi e le responsabilità del Vaticano

Il 22 giugno 1983, il rapimento della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, all’epoca dei fatti quindicenne, fece il giro del mondo. Sulla vicenda si sono da sempre formulate le ipotesi più disparate, dalla pedofilia, ai riti satanici all’interno del Vaticano. Tanti, forse troppi mitomani hanno lucrato sulla vicenda, complice una stampa a caccia di scoop. Non parliamo dei depistaggi…

A partire dalle dichiarazioni del “lupo grigio Ali Agca , passando per il pentito di mafia Vincenzo Calcara, fino a Marco Fassoni Accetti, autoaccusatosi di essere “l’americano” autore delle prime telefonate a casa Orlandi, si è sentito di tutto. Capitolo a parte meriterebbe la connessione con la Banda della Magliana.

Se nessun tassello ha condotto alla soluzione del caso, quel che è certo è che il Vaticano si è reso complice, attraverso il suo silenzio, della mancata ricostruzione e risoluzione del mistero.

Per la Santa Sede, il rapimento di una sua cittadina è avvenuto in suolo italiano, dunque spetta all’Italia il compito di indagare. 

Insomma, in nome della “Ragion di Stato”, sacrificare un individuo o una verità cara a pochi, è un imperativo categorico.

Emanuela e Mirella Gregori: disparità di trattamento

Roma – 7 maggio 1983. Un mese prima del rapimento di Emanuela Orlandi, un’altra quindicenne, questa volta italiana, era sparita nel nulla. I due casi, sono da sempre stati messi in relazione. Entrambe avevano delle connessioni con il Vaticano, eppure il caso Gregori non ha mai avuto la medesima attenzione mediatica. Cosa che potrebbe avvalorare la tesi del rapimento Orlandi, quale “merce di scambio” per la liberazione di Agca. Ovviamente siamo sempre nel raggio delle ipotesi.

Simonetta Cesaroni: il “delitto di Via Poma”

Roma – 7 agosto 1990. La terza vittima di cui si è parlato durante la conferenza stampa è Simonetta Cesaroni, uccisa in circostanze misteriose.

La sorella di Simonetta Cesaroni, Paola

Anche in questo caso, nessuna indagine è riuscita a ricostruire la vicenda e a dare un nome all’assassino.

Tre donne, tre vittime del silenzio?

Carlo Calenda sul Vaticano 

Riguardo al silenzio, il senatore Carlo Calenda, indirizza qualche stoccata al Vaticano «sa molto di più di quello che dice. Si faccia sentire, non stia passivamente a guardare. Per quanto questo possa essere sconvolgente, noi siamo una grande Nazione laica che si rapporta con rispetto nei confronti del Vaticano, ma certamente non possiamo considerare chiusa questa vicenda».

In merito al ruolo della politica, Calenda afferma «non solo noi parlamentari dobbiamo attivarci affinché queste vicende si concludano, sarebbe un dovere del Governo farlo. Chiederemo al ministro della Giustizia Nordio di farsi sentire». 

Che la Santa Sede dica «non ne sappiamo nulla, è poco credibile e noi ci faremo sentire. Bisogna andare fino in fondo a questo caso e sarebbe utile anche per la Chiesa»– conclude Calenda. «Tanto le cose emergono. E in questo caso fanno più danno». Le istituzioni insomma devono fare le loro mosse.

Pietro Orlandi su Emanuela e sul Vaticano

Pietro Orlandi, nel lodare l’iniziativa, afferma «sono anni che cerchiamo di comunicare con i magistrati e con il Vaticano, ma non c’è mai stata alcuna risposta. Anzi, il Vaticano si rifiuta di ascoltarci, forse perché se dovessero verbalizzare ciò che abbiamo da dire, emergerebbero i nomi di alcune persone importanti, inclusi dei cardinali coinvolti». 

La Commissione può fare chiarezza su molti punti? 

Probabilmente sì. «Non si tratta solo della scomparsa di una ragazzina, fatto di per sé gravissimo, c’è il coinvolgimento dello Stato Vaticano, dello Stato Italiano e di altri Paesi stranieri»- incalza Pietro Orlandi. Un mese dopo la scomparsa di Emanuela, ci fu un meeting tra lo Stato Vaticano e la Presidenza del Consiglio italiano. «L’invito era quello di non aprire una falla che difficilmente si sarebbe potuta chiudere. Questo fa capire che già un mese dopo tutti avevano consapevolezza di ciò che poteva essere successo e delle conseguenze che avrebbe avuto la storia, se fosse stata portata a galla».

Il ruolo degli analisti che ascoltarono la voce di Emanuela

Nel corso degli anni, sono emerse le analisi delle registrazioni di alcune voci datate 17 luglio 1983, in cui si evidenzierebbero delle “torture” presumibilmente a danno di Emanuela.

Il primo ad ascoltarne il contenuto fu il padre di Emanuela, il quale riconobbe in un punto la voce della figlia. Ebbene, gli esperti chiamati ad analizzare tali registrazioni, chiamarono la famiglia Orlandi dopo qualche giorno, per smentire che la voce appartenesse effettivamente alla ragazza.

«Si tratta di spezzoni di un film porno, affermarono. Io non ho mai voluto ascoltare la cassetta» – dichiara Pietro «l’ho ascoltata per la prima volta appena è stata chiusa l’inchiesta. Ad un certo punto ho sentito una frase di senso compiuto e ho riconosciuto mia sorella. Mi sono messo a cercare i documenti, sia in Procura sia in Archivio di Stato e ho trovato pure dei documenti del Sismi.

Gli analisti del Sismi sostenevano che la voce fosse effettivamente quella di Emanuela. Allora io mi domando, perché già all’epoca del rapimento dissero a mio padre che non era lei? Oggi, degli analisti mi hanno detto che le registrazioni furono manipolate. Io sto cercando l’audiocassetta originale, ma non esiste da nessuna parte. In Procura non c’è, forse alla Questura? Io non posso di certo entrare e chiedere queste prove, ma forse una Commissione può farlo». 

I Patti Lateranensi

Pietro Orlandi ricorda poi l’articolo 1 dei Patti Lateranensi, rivisitati nel 1984, in cui si ribadisce la massima collaborazione fra Stato italiano e Santa Sede per il “bene del Paese”. «Forse ci fu una collaborazione per cercare di nascondere le cose?» 

L’inchiesta tolta a Capaldo

Altro fatto gravissimo, secondo Pietro Orlandi, è l’aver tolto l’inchiesta sul caso Orlandi al dott. Capaldo per affidarla al dott. Pignatone. «Capaldo è stato l’unico magistrato che all’epoca ebbe il coraggio di affermare che alcune personalità del Vaticano erano a conoscenza dei fatti».

Pietro parla poi di alcune intercettazioni tra la moglie di De Pedis (boss della Banda della Magliana) e Monsignor Piero Vergari. Per l’occasione, la donna dice «Monsignore stia tranquillo che adesso ci pensa il Procuratore nostro. Lui archivia tutto». «In effetti– prosegue Orlandi- con Pignatone c’è stata l’archiviazione e adesso è stato promosso da Papa Francesco quale Presidente del Tribunale Vaticano. Sarà una coincidenza?»

Pietro Orlandi non molla

«Io busserò a tutte le porte, senza distinzione di colore o bandiera. Se dovesse essere istituita questa commissione, sono sicuro che le persone che lavoreranno si troveranno davanti a cose che non avrebbero mai immaginato!»

Intanto Pietro segue ogni ipotesi, perché ogni tassello ha un fondo di verità e non è del tutto inattendibile. Emanuela è stata vittima di un ricatto? E’ stata usata per creare l’oggetto di un ricatto? Per ricattare qualcuno? Chi lo sa?

Sta di fatto che se si tratta di un ricatto, esso dura ormai da quarant’anni, un tempo troppo lungo.

«Se il Vaticano preferisce subire i dubbi dell’opinione pubblica, è perché non può dire la verità. Loro sanno tutta la verità. Papa Francesco la conosce, Ratzinger pure, così come la conosceva Giovanni Paolo II. Ne sono convinto al 100%. Ci sono messaggi di persone molto vicine al Papa che parlano di una cassa all’interno del Vaticano (spero non di resti umani), che è stata tolta e portata da un’altra parte. In quella stanza c’è stata sicuramente Emanuela. Se mi convocano e faccio i nomi di queste persone, salterebbero fuori delle responsabilità. Ecco perché non mi ascolta nessuno».

L’ira del Vaticano 

Quando nel 1997 venne chiusa l’inchiesta, Pietro Orlandi rilasciò un’intervista al Messaggero in cui esprimeva il suo dissenso per l’archiviazione. «Due giorni dopo fui convocato dal cardinal Castillo Lara, Presidente del Governatorato. Aprì il giornale e mi disse “questo cos’è? Adesso basta con questa storia di sua sorella. Non le basta che le abbiamo dato un lavoro?»

Utile precisare che all’epoca Pietro lavorava in banca al Vaticano. «Io posso darvi indietro il mio lavoro, perché non lo scambio con la verità su mia sorella, fu la mia risposta. Lui era una persona focosa e mi disse quelle parole d’istinto, ma in realtà esprimeva tutto il pensiero della Chiesa».

Le responsabilità di Giovanni Paolo II su Emanuela 

«Ultimamente gira un audio di un ex sodale della Banda della Magliana che parla in maniera pesante di Giovanni Paolo II. Il Vaticano non dirà mai qualcosa contro di lui, perché se così fosse dovrebbero buttare le chiavi del colonnato».

L’ultima mail di Agca conferma le responsabilità di Giovanni Paolo II, ma di questo parleremo nella prossima puntata. Riguardo alla Commissione, un lavoro si concentrerà sul caso Orlandi-Gregori, l’altro sul delitto Cesaroni. 

Cani e gatti in città, Legambiente bacchetta i Comuni

cani e gatti
cane e gatto dormono insieme

Legambiente bacchetta i Comuni italiani su benessere e servizi forniti agli animali domestici, in particolare cani e gatti.

Performance insufficienti per 2 Comuni su 3

Il nuovo rapporto registra performance appena sufficienti per meno di 1 amministrazione comunale su 3.

Nel 2021 sono stati spesi quasi 219 milioni di euro per i servizi ai cittadini e agli amici a quattro zampe. Solo 290 Comuni su 986, però, conosce il numero complessivo degli iscritti all’anagrafe canina e solo il 37,4% ha un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città.

Cani e gatti, Legambiente chiede anagrafe unica nazionale

Legambiente chiede la nascita dell’anagrafe unica nazionale obbligatoria per tutte le specie animali, in cui convoglieranno le informazioni delle banche dati regionali. La norma è stata annunciata dal Ministero della Salute con un decreto da adottare entro marzo 2023.

L’associazione ambientalista ha verificato disparità territoriali, ritardi sulle sterilizzazioni, milioni di “animali fantasma” e scarsa attuazione di regolamenti nella prevenzione. “In un Paese sotto scacco degli effetti della crisi climatica ed energetica – dicono da Legambiente – della pandemia e minacciato dalla crescente povertà e la perdita di biodiversità, diventa ancora più centrale prendersi cura preventivamente della rete degli affetti di milioni di famiglie, di cui gli animali da compagnia sono parte vitale: tiene uniti ed è molto meno costoso che affrontare i crescenti abbandoni e le sofferenze, umane e animali”.

I requisiti per essere amici di cani e gatti

I Comuni sono stati valutati sulla base di quattro micro aree. Quadro delle regole (regolamenti comunali e/o ordinanze sindacali). Risorse impegnate e risultati ottenuti.

Organizzazione delle strutture e servizi al cittadino e controlli.

In base a questi criteri, il cigno verde ha assegnato il Premio nazionale “Animali in Città 2022” ad alcune delle realtà virtuose.

Anche quest’anno tra i premiati i Comuni di Prato, Modena e Verona. E per le Aziende sanitarie l’ATS della Montagna, l’AUSL Toscana Centro e l’ATS Brescia, al primo, secondo e terzo miglior risultato su tutte le 42 che hanno fornito dati.

“Con la modifica dell’articolo 9 della Costituzione, la tutela degli animali è entrata a far parte dei principi costituzionali dello Stato. Un passo importante – ha detto Giorgio Zampetti, direttore di Legambiente – per la difesa del loro benessere ma anche per la salute umana”.

Aumentano i casi di tumore in Italia, abitudini sbagliate

tumore
medici operano in sala operatoria

Crescono le diagnosi di tumore in Italia. Il quadro che emerge dalla nuova edizione de “I numeri del cancro in Italia 2022” da un lato mostrano la ripresa degli screening dopo la pandemia, dall’altro un aumento degli italiani che adottano abitudini che favoriscono le neoplasie.

“Come emerge dall’analisi – ha scritto nella prefazione il ministro della Salute, Orazio Schillaci – a seguito di decenni caratterizzati da notevoli progressi, la pandemia di Covid-19 ha determinato una battuta d’arresto nella lotta al cancro, causando in Italia, nel complesso, un forte rallentamento delle attività diagnostiche in campo oncologico, con conseguente incremento delle forme avanzate della malattia.

Tumore, il 40% dei casi possono essere evitati

Inoltre, per quanto riguarda i fattori di rischio comportamentali, i dati raccolti durante il biennio 2020-2021 segnano un momento di accelerazione per lo più in senso peggiorativo. Si tratta di un dato che non può non destare preoccupazione se si considera che il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili, soprattutto sugli stili di vita”.

La stima del numero di nuovi casi di tumore nel 2022, in Italia, è stata effettuata partendo dai dati puntuali della International Agency for Research on Cancer (IARC, Lione) per gli anni 2020 e 2025. In questo periodo, la IARC stima che, in Italia, il numero complessivo di nuove diagnosi (esclusi i tumori della cute non melanoma) passi, negli uomini, da 199.500 a 213.800 e, nelle donne, cresca da 183.200 a 189.500. Nel 2022 in Italia, saranno 390.700 le nuove diagnosi di tutti i tumori (205.000 negli uomini e 185.700 nelle donne). Erano 376.600 (194.700 negli uomini e 181.900 nelle donne) nel 2020.

Analizzando lo stile di vita dei cittadini emerge che non ci sono stati grandi miglioramenti negli ultimi 15 anni. Ad eccezione della prevalenza di fumo di sigaretta che continua la sua lenta riduzione da oltre un trentennio, il consumo di alcol a rischio, la sedentarietà e l’eccessivo accumulo di grasso corporeo, complessivamente, peggiorano o restano stabili. Non solo. In questo scenario, i dati raccolti in piena pandemia da COVID-19, durante il biennio 2020-2021, segnano un momento di accelerazione di questi trend per lo più in senso peggiorativo.

I consigli per una buona prevenzione

Per questo nel testo si trovano anche 12 consigli per diminuire i casi di tumore: non fumare e non consumare nessuna forma di tabacco. Rendere la casa e il posto di lavoro liberi dal fumo. Mantenere un peso sano. Svolgere attività fisica ogni giorno. Seguire una dieta sana a base di cereali integrali, legumi, frutta e verdura. Limitare i cibi ad elevato contenuto calorico (alimenti ricchi di zuccheri o grassi) e le bevande zuccherate. Evitare le carni conservate e il consumo di carni rosse e di alimenti ad elevato contenuto di sale. Limitare il consumo di alcolici.

Evitare un’eccessiva esposizione al sole, soprattutto per i bambini. Usare protezioni solari e non utilizzare lettini abbronzanti. Osservare scrupolosamente le istruzioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro per proteggerti dall’esposizione ad agenti cancerogeni noti. Accertare di non essere esposto a concentrazioni naturalmente elevate di radon presenti in casa. Assicurarsi che i bambini e adolescenti partecipino ai programmi di vaccinazione contro: l’epatite B (per i neonati), e il papillomavirus umano (HPV). Partecipare ai programmi di screening.

Per le donne l’allattamento al seno riduce il rischio di cancro. La terapia ormonale sostitutiva, invece, lo aumenta.

I casi di tumore più frequenti

I tumori stimati più frequenti sono quello della mammella (55.700 nuovi casi, con un incremento dello 0,5% rispetto al 2020), il tumore del colon-retto (48.100 nuovi casi, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), il tumore del polmone (43.900 nuovi casi, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), il tumore della prostata (40.500 nuovi casi, +1,5%) e il tumore della vescica (29.200 nuovi casi, +1,7% negli uomini e +1,0% nelle donne).

Nel 2020, sono 2000 i nuovi casi di mesotelioma

Per quanto riguarda più propriamente il mesotelioma, che è causato secondo il testo per il 90% dei casi dall’amianto che l’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, combattono da decenni, nel 2020 sono state stimate 2000 nuove diagnosi.

Le stime per il 2022 non sono, invece, disponibili. La sopravvivenza netta a 5 anni dalla diagnosi è dell’11% per gli uomini e del 14% per le donne. Sono 5.500 le persone viventi in Italia dopo una diagnosi di mesotelioma.

Lombardia libera dall’amianto in 7 anni

Lombardia, rimozione amianto da un tetto
Lombardia, rimozione amianto da un tetto

In 7 anni la Lombardia potrebbe terminare le bonifiche delle coperture in amianto. Un traguardo che la porta ad essere la seconda regione d’Italia per numero di rimozione e smaltimenti, ma che pone comunque alcune questioni.

L’ottima notizia, per la salute dei cittadini e per l’ambiente, è stata data dall’assessore all’Ambiente Raffaele Cattaneo a Ricicla.tv. Si tratta di uno dei pochi territori della Penisola in cui la messa al bando dell’asbesto ha portato anche all’impegno di eliminare il materiale killer dai luoghi pubblici e dalle abitazioni private. Meglio della Lombardia ha fatto soltanto il Friuli Venezia Giulia.

Lombardia, bonifiche terminate in meno di 40 anni

La Legge per la messa al bando dell’amianto è del 1992. In meno di 40 anni l’obiettivo è stato raggiunto. Lo stesso non si può dire per le altre zone d’Italia. Una stima ha calcolato, infatti, che con questo numero di ditte specializzate necessarie alle bonifiche, se si iniziasse oggi a pieno ritmo, ci vorrebbero ancora 80 anni per liberare l’ambiente che ci circonda.

Come spiega bene il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, l’avvocato Ezio Bonanni, ne “Il Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”, l’amianto è altamente cancerogeno. Basti pensare questo minerale causa il 78% dei tumori professionali in Europa. Le fibre di asbesto causano, infatti, il mesotelioma, ma anche il cancro al polmone, alla faringe, alla laringe, alle ovaie e al colon. Oltre a diverse altre patologie asbesto correlate.

Nonostante la pericolosità di questo minerale si conoscesse già dai primi del ’900 e fu dimostrata negli anni ’40, le aziende continuarono ad utilizzarlo per le sue caratteristiche (resistente, ignifugo, fonoassorbente). Intanto gli operai continuavano ad ammalarsi e a morire. In Italia la Legge 257 lo mise al bando soltanto nel 1992.

Nella norma manca, però, l’obbligo a rimuovere e smaltire l’amianto, se non nei casi in cui sia gravemente deteriorato (e quindi più pericoloso). Questo ha rallentato le bonifiche per decenni e soltanto adesso che i casi di mesotelioma continuano ad aumentare (a causa della lunga latenza tra l’esposizione e la malattia), qualcosa si sta finalmente muovendo.

Bonifiche amianto, differenze tra Regioni

Non solo, ha anche contribuito ad aumentare il divario fra le varie regioni d’Italia. Tra quelle più virtuose che lavorano per tutelare la salute dei cittadini e quelle che invece sono rimaste indietro in questo senso.

In Lombardia restano da rimuovere circa 35 km quadrati di coperture in amianto: 1,18 milioni di metri cubi. Quindici anni fa erano 2,8, più del doppio. La sfida è ancora importante, ma ora le bonifiche vanno avanti a velocità molto superiore.

Della differenza tra regioni ci si rende conto facendo il confronto con due regioni che hanno un numero di abitanti simile. In Lazio e Campania sono stati smaltiti, nel 2020, rispettivamente 9mila e 4mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto. In Lombardia, nello stesso anno, 65mila. Il Friuli Venezia Giulia è riuscita a fare meglio: 158mila tonnellate.

Lombardia, 2 impianti di smaltimento a disposizione

Uno dei motivi per cui le bonifiche sono andate avanti è la disponibilità di impianti di smaltimento. Sia la Lombardia che il Friuli Venezia Giulia ne hanno a disposizione 2 per ogni regione. Probabilmente in Lombardia servirà una nuova discarica per conferire adeguatamente tutto l’amianto ancora da rimuovere.

Quello che preoccupa di più, però, sono i costi per il rifacimento di tutte le coperture realizzate in eternit. Se non mancheranno le somme per le bonifiche per il resto la questione sarà più complessa. La Regione ha stanziato e continuerà a stanziare fondi per le rimozioni, ma per il rifacimento dei tetti non ci sono abbastanza risorse.

Un problema che porta molti privati a non bonificare puttosto che sostenere spese troppo onerose. Intanto L’Ona continua a contribuire alla mappatura con l’App con la quale è possibile segnalare i siti contaminati.

Raki: brindiamo con il “latte di leone” turco

raki, liquore turco
raki, liquore turco

Raki è considerata la “bevanda nazionale” della Turchia. Conosciamo la storia del distillato, come mai è così popolare ed altre curiosità legate al “latte di leone”.

Raki, dalla Turchia con furore

Viaggiare in Turchia e non assaggiare un buon bicchiere di Raki è quasi un peccato. La “bevanda nazionale” a base di uve due volte distillate e anice, è un patrimonio popolare.

Origine del termine. Qualche ipotesi

Riguardo all’etimologia circolano diverse ipotesi.

  1. Il termine Raki (pronuncia: ra-kee) potrebbe derivare dalla parola araba araki, cioè “sudorazione”, distillato:
  2. Somiglia a “Razzaki”, un tipo di uva usata per fare il brandy all’anice. Nel tempo “razzaki” sarebbe diventato “raki” nel discorso comune;
  3. Potrebbe derivare da “Arika”. Quest’ultima, è una bevanda simile consumata dai turchi nomadi dell’Asia centrale, che viene distillata dal latte delle cavalle.

Storia del Raki

Il termine appare per la prima volta nel 1326. La storia narra che il secondo sultano Orhan Bey (1281-1362) donò vino e raki a coloro che lo avevano aiutato a conquistare l’odierna provincia occidentale di Bursa.

Questo fa intendere che la bevanda fosse già nota in passato.

Quando gli eserciti ottomani assediarono Istambul, soprattutto nella Regione del Galata, nacquero delle taverne in cui si servivano dei vini alla frutta molto energizzanti. Uno di questi, era appunto il raki: una bomba calorica che assicurava il recupero psico fisico dei soldati.

Legalizzazione a periodi alterni 

Per qualche oscuro motivo, la bevanda venne di tanto in tanto vietata durante l’Impero Ottomano.

Per un periodo compreso tra il 1826-1839, con l’inizio del periodo della Riforma, si potè nuovamente bere. Un nuovo divieto si ebbe tra il 1920-1926.

Dopodiché, il popolo potè finalmente assaporare il raki con tutta tranquillità. A gestire le taverne erano persone non musulmane, che per motivi religiosi non potevano e non possono bere alcolici.

Piccola precisazione: i divieti erano volti a impedire ai musulmani di bere, specialmente durante il mese sacro del digiuno, il Ramadan. Tuttavia non esisteva un divieto assoluto dell’alcol, salvo che non potesse essere consumato in pubblico.

I vari tipi di Raki 

Secondo il Seyahatname, il “libro di viaggio” di Evliya Çelebi (1611-1682) i produttori di rakı, chiamati “Arakçıyan Tradesmen” producevano diversi tipi di vino a base di frutta. I più famosi erano il banana rakı, hardaliye (una bevanda analcolica a base di uva matura) e il melograno rakı. 

Come si produce la bevanda

Il rakı si produce distillando suma (ottenuto distillando uva e fico) con alcool etilico all’80%.

Viene aromatizzato con anice dopo una seconda o terza distillazione. 

Durante questo processo, si utilizzano distillatori di rame. In seguito si aggiunge zucchero, e poi si procede all’invecchiamento all’interno di botti di rovere. Dopo il processo di invecchiamento, che richiede dai due ai sei mesi, viene imbottigliato, etichettato e distribuito.

Una legge per la produzione

Per evitare problemi con la salute, il raki è stato monopolizzato dallo Stato con l’articolo di legge numero 790, in vigore dal 01.06.1926. 

Ciò ha fatto sì che si ogni azienda si attenesse a degli standard qualitativi ben precisi.

Il raki viene attualmente esportato in decine di paesi, tra cui: Germania, Stati Uniti e Cina.

Come viene servito il “latte di leone”?

La bevanda viene servita in un bicchiere alto e stretto. 

Prima si aggiunge dell’acqua in parti uguali, che le conferisce il tipico colore bianco latte. Da qui l’appellativo “latte di leone”. Successivamente si immerge un cubetto di ghiaccio. Importante rispettare questi passaggi altrimenti avrà un saporaccio.

Come mai diventa bianca?

L’anice può dissolversi nell’alcol, ma è insolubile in acqua. Dunque più acqua si aggiunge, più la bevanda diventerà bianca.

Il sapore dell’alcol raki è bilanciato dall’aroma di anice e smorzato dall’effetto dello zucchero e dell’acqua demineralizzata.

Accompagnamento del raki 

A fare da accompagnamento, un “raki sofrasi” vassoio ricco di “meze” (antipasti), pesci, olio d’oliva e formaggi freschi. E ancora: haydari (piatto a base di yogurt e spezie), insalata di melanzane affumicate, tarator (salsa fredda a base di yogurt, cetriolo, aneto, noci e aglio), ezme piccante (insalata speziata). Immancabile il saksuka (un tipo di stufato), fava, hummus, muhammara (crema di peperoni e noci), gamberi, calamari, lakerda (specialità di mare), babagannus (baba ghanouj) (antipasto di melanzane arrosto, olio, succo di limone, condimenti vari e tahini) e borulce (fagioli).

Meglio mangiare, anche perché, con i suoi 40-50 per cento di alcol in volume, è una bomba anche per i bevitori più accaniti.

Raki ‘o clock e brindisi 

Come suggeriscono molti poeti, l’ora migliore per “Raki o’clock” è dopo l’inizio del tramonto, in un momento in cui siamo rilassati e pronti a lasciarci trasportare in una dimensione di leggerezza.

Nel momento del brindisi, si fa tintinnare il fondo del bicchiere e si pronuncia la parola “Serefe”, cioè “cin cin”, “alla salute”.

Calorie: occhio alla dieta

Quaranta ml di raki contengono 105 calorie, 80 ml equivalgono a 3 bicchieri di vino o 5 fette di pane, (circa 170 calorie). Occhio a non esagerare con gli antipasti! Per preservare la linea e la salute.

Conservazione 

Vista l’elevata presenza di alcool, una bottiglia non aperta ha una durata indefinita, mentre una bottiglia aperta dura circa 10 anni prima che vada male. 

Importante è mantenerla al riparo dall’aria, dalla luce e conservarla in un luogo asciutto.

Note Bibliografiche

Priscilla Mary Işın, “Impero Impero sante: una storia della cucina ottomana”, 2018

Ayşegül Özbek, “Anadolu’nun 500 Yıllık Geleneği: Rakı” citando

“Rakı Kitabı” – Erdir Zat, 2013

“Rakı Ansiklopedisi” – Kolektif, 2011