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lunedì, Agosto 3, 2026
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Borotalco Johnson & Johnson: chiudere i contenziosi?

borotalco Johnson&Johnson
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Borotalco Johnson & Johnson nell’occhio del ciclone. Come noto, sulla società grava l’accusa di aver utilizzato amianto nel prodotto e di aver provocato gravi patologie alle persone

Borotalco Johnson & Johnson causa mesotelioma?

Milioni di americani utilizzano da molti decenni il borotalco Johnson & Johnson e altri prodotti contenenti talco, come parte della loro routine quotidiana di igiene personale. 

È stato ampiamente riconosciuto – così come scrive la nota Majo Clinic-  che il talco può causare il mesotelioma quando contiene anche tracce di amianto.

Talco Johnson & Johnson: cosa chiede la società

Il colosso farmaceutico statunitense Johnson & Johnson ha chiesto di concordare con una proposta di quasi 9 miliardi di dollari l conclusione delle cause che gravano sui suoi prodotti a base di talco causando il mesotelioma, il cancro ai polmoni.

In attesa di approvazione dal Tribunale, la società del New Jersey dichiara di voler risolvere la questione «In modo equo ed efficiente tutti i contenziosi».

Tra le accuse più gravi sul borotalco Johnson&Johnson c’è la conoscenza da almeno 20 anni in precedenza della presenza di tracce di amianto nel borotalco.

Il prodotto risulta molto utilizzato anche per l’igiene dei bambini e tra i più usati per la routine dell’igiene.

La Cosmetic, Toiletry, and Fragrances Association ha pubblicato nel 1976 alcune linee guida decretando che il talco utilizzato nei prodotti cosmetici statunitensi dovrebbe essere esente da quantità rilevabili di amianto. 

Una serie di cause legali e rapporti suggeriscono che alcune aziende continuarono a produrre e vendere prodotti a base di talco contaminati da amianto per decenni dopo. 

Nell’aprile 2023, Johnson & Johnson ha accettato un accordo di 8,9 miliardi di dollari.

Ciò è avvenuto dopo che 60.000 cause legali hanno sostenuto un collegamento tra il suo borotalco e altri articoli per la cura personale a base di talco, e lo sviluppo del mesotelioma e del cancro alle ovaie.

Lo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha valutato il talco contaminato da amianto come cancerogeno (classe 1), il talco puro come NON cancerogeno (gruppo 3) e ha inserito invece l’uso di talco a livello perineale (cioè genitale e vaginale) come “possibile cancerogeno” per il tumore ovarico (gruppo 2B).

Il crollo in borsa del talco Johnson & Johnson

Stando a un’inchiesta Reuters del 2018 che fece emergere la rivelazione del borotalco Johnson & Johnson all’amianto, assistemmo a un crollo in borsa del titolo J&J a Wall Street.

Dal 1971 in avanti secondo quanto si evince dalle accuse presentate in Tribunale, come il gruppo J&J presentasse elementi individuali che mostravano preoccupazioni per alcune sostanze presenti nel talco.

Questi timori, svelati dalla stampa, fece sì che nel 2018 si infliggesse alla multinazionale una multa di 4,7 miliardi di dollari.

Cosa succede in USA

Prove sull’amianto nel talco e sul modo in cui i prodotti in polvere di talco potrebbero contribuire al mesotelioma continuano a svilupparsi. 

Uomini e donne che sono stati colpiti dal borotalco e dall’amianto si sono attivati ​​e stanno vincendo le loro cause:

Colgate-Palmolive: Nel 2015, una donna californiana ha fatto causa con successo a Colgate-Palmolive per il suo bouquet di cashmere. 

La donna ha detto di aver usato il borotalco per quindici anni e alla fine le è stato diagnosticato un mesotelioma. L’azienda non è stata d’accordo con la giuria, che ha assegnato alla donna 13 milioni di dollari.

Whittaker, Clark e Daniels: Nel 2016, anche un uomo californiano ha vinto una causa contro il borotalco e ha vinto 18 milioni di dollari.

 La causa è stata intentata contro una società che forniva talco, Whittaker, Clark & ​​Daniels. L’imputato ha affermato che il talco dell’azienda veniva utilizzato nel negozio di barbiere di suo padre, dove trascorreva molto tempo. 

Decenni dopo, all’imputato fu diagnosticato un mesotelioma. Il talco in questione proveniva dalle miniere della Carolina del Nord e dell’Alabama, note per contenere amianto.

Antica spezia: Nel 2021, una giuria ha assegnato a un uomo californiano 4,8 milioni di dollari per il mesotelioma sviluppato dopo aver usato quotidianamente il talco Old Spice per 22 anni. L’uomo è un veterano e gli è stato diagnosticato un mesotelioma nel 2017. 

Gestione dell’amianto su centrali nucleari: sfide del decommissioning

Gestione amianto e radioattivi
Gestione dell'amianto e scorie radioattive centrali nucleari

La gestione dell’amianto nelle centrali nucleari presenta una serie di sfide ambientali e relative alla sicurezza tecnologica. Capiamo di più sulla situazione.

Le centrali nucleari, sono state per lungo tempo i fulcri della produzione energetica, generando un quarto dell’elettricità nell’Unione Europea. Tuttavia, con il passare del tempo, l’attenzione si è spostata verso un nuovo capitolo: il decommissioning sicuro. Il processo riveste una grande importanza, poiché coinvolge la chiusura e il disassemblaggio delle centrali nucleari esistenti in modo sicuro e controllato, riducendo al minimo i rischi ambientali e proteggendo la salute umana.

In un contesto in cui la sicurezza e la gestione responsabile dei rifiuti radioattivi diventano dunque priorità assolute, il decommissioning sicuro rappresenta un passo fondamentale verso un futuro più sostenibile ed efficiente per il settore energetico. Esploriamo insieme questa transizione verso un’energia nucleare responsabile e sicura, dove la tutela dell’ambiente e della salute pubblica è al centro delle decisioni e delle azioni

Monumento Chernobyl
Monumento in ricordo delle vittime Chernobyl

Gestione del nucleare in Italia: passato presente

Gestione. L’energia nucleare ha da sempre sollevato dibattiti appassionati e accesi sull’opportunità di sfruttare tale risorsa per la produzione di elettricità. 

In Europa, circa un quarto dell’energia elettrica viene prodotta da centrali nucleari, evidenziando l’importanza di questa fonte energetica nel mix energetico del continente.

Tuttavia, l’Italia ha una storia peculiare nel panorama. 

La sua incursione nel campo dell’energia nucleare risale al 1963, quando fu inaugurata la sua prima centrale elettronucleare a Latina. 

Poi, una tragedia segnò le sorti del nucleare, con il fermo della produzione nel 1987, seguito da un referendum popolare. 

A scatenare il panico fu l’incidente avvenuto nella centrale di Chernobyl, in Ucraina, nell’aprile del 1986, 

Le immagini apocalittiche e le notizie dell’incidente fecero il giro del mondo, suscitando preoccupazioni sull’uso dell’energia nucleare.

Risultato?

Tra il 1988 e il 1990, le centrali nucleari esistenti in Italia sono state chiuse, con i progetti per nuove centrali interrotti. 

Questo ha lasciato il paese con solo quattro centrali nucleari a Trino Vercellese, Corso, Latina e Garigliano, tutte ormai inattive. Tuttavia, la sfida non si è conclusa con la loro chiusura.

Gestione dei rifiuti e decommissioning

Un problema significativo associato al decommissioning (smantellamento degli impianti nucleari delle centrali) è la presenza di amianto nei siti. 

Gli impianti sono stati costruiti infatti prima della metà degli anni ’70, quando in Italia non era ancora entrata in vigore la legge 257/1992,  che ha vietato l’utilizzo dell’amianto e dei materiali contenenti questa sostanza pericolosa.

Ebbene, la gestione dell’amianto in questi siti richiede un approccio attento e rigoroso, per garantire la sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente circostante. 

Di conseguenza, l’Italia, come molti paesi, si trova tuttora ad affrontare le conseguenze del proprio passato nucleare, cercando soluzioni innovative e sicure. Ma a cosa serviva l’amianto nelle centrali nucleari? 

Il ruolo del killer silente nelle centrali nucleari

L’amianto, per lungo tempo, ha rivestito un ruolo chiave nelle strutture e negli impianti delle centrali nucleari. Utilizzato come coibente nelle turbine, negli edifici di contenimento del reattore e come isolante termico per pareti e soffitti, ha contribuito alla protezione dai rischi termici e al mantenimento dell’integrità strutturale.

Tuttavia, la presenza di “killer silente” nelle centrali nucleari non si limitava a materiali compatti. 

Alte concentrazioni di amianto friabile, materiale notoriamente cancerogeno, si trovavano all’interno degli impianti. Da qui la necessità di agire in maniera sicura a tutela dei lavorati impiegati nella rimozione e a beneficio ovviamente dell’ambiente.

Complessità della rimozione dell’amianto: leggi e normative

Come accennato, la rimozione dell’amianto è un processo complesso, regolamentato da leggi (come la 257/92) e decreti attuativi come il D.M 6/9/94 (relativo alla dismissione dell’amianto negli stabilimenti industriali). 

Le normative delineano procedure specifiche, finalizzate a minimizzare la diffusione di fibre di amianto durante le fasi di bonifica, garantendo altresì la sicurezza dei lavoratori.

Nello specifico, i materiali devono essere trattati con cautela, implementando misure per il confinamento statico e dinamico durante le operazioni di rimozione e bonifica. 

Formazione e sicurezza degli operatori

Gli operatori coinvolti nel delicato lavoro, devono essere altamente addestrati e formati sul corretto utilizzo dei Dispositivi di Protezione Collettiva (DPC) e dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). 

Inoltre, devono essere a conoscenza delle specifiche procedure di decontaminazione del personale e delle attrezzature utilizzate durante le operazioni.

Gestione e identificazione delle aree contaminate

Durante le fasi di smantellamento degli impianti, è essenziale inoltre identificare accuratamente le aree contaminate esclusivamente da materiale radioattivo, distinguendole chiaramente da quelle contaminate solo da amianto. 

La distinzione si rendenecessaria per un trattamento differenziato dei rifiuti e una gestione accurata delle aree contaminante.

Gestione dei “rifiuti misti” 

L’amianto contaminato radioattivamente deve essere trattato come “rifiuto misto”, poiché presenta una doppia contaminazione. 

È fondamentale individuare e gestire correttamente le aree e i rifiuti con contaminazione mista, ovvero con entrambe le tipologie di contaminazione.

Quanto alla priorità nella destinazione dei rifiuti, essa è data al rischio nucleare rispetto al rischio amianto. 

Vediamo adesso quali sono le centrali nucleari presenti in Italia.

Trino Vercellese

Nel contesto delle operazioni di bonifica dalle sostanze pericolose, l’amianto ha rappresentato una sfida particolarmente impegnativa nel sito di Trino Vercellese. Rilievi e analisi dettagliate hanno permesso di mappare accuratamente i manufatti contenenti amianto e i materiali potenzialmente pericolosi all’interno dell’area.

Sin dai primi interventi, una serie di campagne di bonifica, affidate a ditte specializzate, hanno portato alla rimozione quasi totale dell’amianto dal sito, un processo protrattosi dal 1997 al 2019. 

Le operazioni hanno richiesto precisione e competenza tecnica, mirando alla sicurezza dei lavoratori e alla protezione dell’ambiente circostante.

Nel corso delle varie fasi, tra il 2005 e il 2008, sono state inviate a discarica 133 tonnellate di coibentazioni contenenti amianto e fibre minerali. Successivamente, nel 2016, sono state eseguite operazioni di rimozione dell’amianto da diverse aree critiche, tra cui la testa del vessel, il sottoquadro e il locale delle batterie, oltre al coibente posto sulla testa del reattore.

Ulteriori interventi nel 2017 hanno incluso la rimozione dell’amianto nella sala macchine e nel sottoquadro, generando circa 3 tonnellate di rifiuti codificati come CER 170601

Nel 2019, l’attenzione si è concentrata sulla rimozione del cartonfeltro contenente amianto negli edifici risalenti agli anni ’60, con una quantità stimata di amianto pari a circa 0,5 tonnellate.

Ancora amianto nel sito

Tuttavia, nonostante gli sforzi considerevoli, resta ancora una quantità stimata di amianto da bonificare, ammontante a circa 3,5 tonnellate. 

Tale residuo è principalmente concentrato nelle penetrazioni del contenitore, nei locali delle batterie e del sottoquadro, nel locale della ventilazione, nella sala manovra e nel laboratorio LPA, oltre alle guarnizioni degli scambiatori di calore e al cartonfeltro nelle guaine impermeabilizzanti delle coperture di vari locali.

L’obiettivo finale resta la completa rimozione delle solette, comportando un’ulteriore quantità stimata di rifiuti contenenti amianto pari a 65 tonnellate. Questo impegno continuo dimostra la complessità delle operazioni di bonifica e la necessità di un approccio attento e mirato per garantire la sicurezza e la tutela dell’ambiente, sottolineando l’importanza di procedure rigorose per affrontare la presenza di amianto in contesti industriali complessi come Trino Vercellese.

Utile precisare che uno studio epidemiologico condotto sugli abitanti che vivono in prossimità degli impianti nucleari di Trino 71, ha evidenziato eccessi rispetto alla media nazionale per neoplasie del sistema nervoso, leucemie, mesotelioma pleurico e peritoneo, riconducibili all’esposizione all’amianto.

La rimozione dell’amianto nella centrale nucleare di Caorso

Nel cammino verso una dismissione sicura, la centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, ha affrontato complessi processi di bonifica riguardanti la presenza di amianto. 

A condurre le operazioni tra il 2001 e il 2014, è stata SOGIN, una società di Stato incaricata del decommissioning.

Le attività di bonifica condotte nel 2019 hanno contribuito a migliorare ulteriormente la sicurezza ambientale all’interno del complesso. 

Esse si sono focalizzate sulla rimozione di barriere antifiamma da due quadri elettrici, dagli imbocchi dei caviotti nell’edificio ex-torri RHR, nonché da due pozzetti passacavi situati nel piazzale retrostante l’edificio Diesel d’emergenza. 

Inoltre, è stata eseguita la rimozione di flange sui passi d’uomo dei serbatoi interrati di gasolio n. 3 e 4, che servivano il sistema P61, ovvero le caldaie per il riscaldamento.

Attualmente, si sta monitorando attentamente la presenza di ulteriori materiali contenenti amianto ancora presenti all’interno dell’area. 

Questa fase di monitoraggio è ovviamente indispensabile per garantire che tutte i residui di amianto siano identificati e gestiti in modo appropriato, in linea con le rigorose normative di sicurezza e ambientali.

Decommissioning nella centrale nucleare di Latina

La centrale nucleare di Latina, nel suo impegno verso il decommissioning responsabile, ha affrontato sfide significative legate alla presenza di amianto all’interno del complesso. Nel 2014, è stato avviato il processo di smantellamento degli involucri delle soffianti, un’operazione protrattasi fino a settembre 2016 a causa della scoperta di fibre di amianto all’interno del materiale coibente, che sono state prontamente rimosse.

Le operazioni di bonifica hanno coinvolto l’edificio reattore, contaminato da questa sostanza pericolosa. La risposta è stata la realizzazione di una nuova rete di distribuzione elettrica a bassa tensione, garantendo standard di sicurezza elevati e conformità alle normative in materia di salute e ambiente.

Attualmente, sono in corso ulteriori attività di rimozione di Materiali Contenenti Amianto (MCA), interrati in tre diverse zone adiacenti alla centrale, con la previsione di produrre circa 0,6 tonnellate di rifiuti. 

In ogni caso, si prevede ancora la necessità di completare le operazioni di rimozione nell’area B, dove sono stati rilevati quantitativi di MCA superiori alle attese, fino a una profondità di 4 metri.

Il completamento di tali attività comporterà la produzione di una varietà di rifiuti da smaltire in conformità alle regolamentazioni ambientali e di sicurezza. 

Secondo le previsioni, si potrebbero generare terre e rocce da scavo per un totale di 10.000 tonnellate, imballaggi plastici per circa 20 tonnellate, fanghi per 50 tonnellate e terre e rocce da scavo pericolose pari a 51.400 tonnellate.

Gestione del decommissioning nella centrale del Garigliano

La centrale del Garigliano, situata tra i confini di Lazio e Campania, ha rappresentato un importante impianto energetico dopo la sua inaugurazione nell’aprile del 1964, contribuendo complessivamente alla produzione di 12,5 kWh di energia elettrica. Tuttavia, a partire dal 2000, sono state avviate le fasi di decommissioning, segnando l’inizio di un complesso processo di dismissione.

Uno dei primi passi  verso il decommissioning è stato il processo di bonifica dall’amianto, avviato a dicembre 2013. 

L’operazione ha visto la rimozione di 158 tonnellate di amianto, di cui 85 tonnellate provenienti dall’edificio turbina e 73 tonnellate dall’edificio reattore. Di queste, 133 tonnellate erano contaminate da radioattività e sono state temporaneamente stoccate nell’edificio ex diesel, mentre il materiale non radioattivo è stato affidato alla SITA Italia per il trasferimento in Germania.

Secondo le affermazioni di SOGIN, l’ultimo trasporto di questo materiale è stato a carico della Nucleo spa e ha visto lo smaltimento preliminare presso l’impianto della Zetadi srl a Ferno, in provincia di Varese. 

Inutile sottolineare che i trasferimenti e smaltimenti di materiali contaminati da amianto, soprattutto quando si tratta di rifiuti radioattivi, richiedono una gestione attenta e conforme alle rigorose normative ambientali e di sicurezza.

Bosco di Marengo e Saluggia

L’impianto FN di Bosco di Marengo (Alessandria), negli anni ’90, ha avviato una significativa campagna di supercompattazione che ha coinvolto oltre 2.600 fusti, rappresentando un passo avanti nella gestione dei rifiuti. In tempi più recenti, l’impianto ha concentrato sforzi nella bonifica dall’amianto e nel riconfezionamento dei rifiuti radioattivi, dimostrando un impegno costante nella gestione responsabile dei materiali pericolosi.

L’impianto EUREX di Saluggia (Vercelli), oggetto di recenti censimenti da parte di SOGIN, ha evidenziato la presenza di diversi locali all’interno dei quali potrebbe sussistere il rischio di dispersione di fibre di amianto nell’aria. In particolare, tali aree ospitano coperture in cemento amianto, la cui condizione è stata valutata come discreta e monitorata annualmente per garantirne la stabilità e la sicurezza.

I due impianti, seppur con caratteristiche e storie differenti, si uniscono nel loro impegno comune per garantire la sicurezza ambientale e il rispetto delle normative in materia di rifiuti pericolosi.

Misure di sicurezza e gestione internazionale delle questioni ambientali

La gestione sicura dell’amianto e delle questioni nucleari richiede l’adozione di specifiche misure di sicurezza per garantire la protezione dei lavoratori e l’ambiente circostante. Tra queste misure, la designazione di un Responsabile del Rischio Amianto (RRA) rappresenta un punto fondamentale , garantendo un’adeguata supervisione delle operazioni e la conformità alle normative.

Mantenere aggiornati documenti come il censimento con indicazioni precise sulla posizione e sulla quantità di materiali contenenti amianto (MCA), oltre all’aggiornamento dei database sui quantitativi rimasti in loco, costituiscono una pratica essenziale. È fondamentale ripetere la valutazione del rischio in caso di eventi accidentali o manutenzioni che potrebbero alterare lo stato di conservazione dei MCA.

Le comunicazioni prescritte dalle normative vigenti devono essere effettuate correttamente, come la presentazione dei Piani di Lavoro Amianto alle AUSL. Inoltre, prevedere piani emergenziali specifici in caso di infortuni è un’ulteriore precauzione necessaria.

Considerando l’impegno fisico richiesto e le dosi di radiazioni presenti, è essenziale prevedere turni ridotti e pause programmate per i lavoratori. Le condizioni meteoclimatiche variabili devono essere gestite con attenzione, soprattutto in presenza di escursioni termiche significative o condizioni climatiche estreme.

La gestione delle problematiche legate all’amianto e alla nucleare non si limita all’ambito locale. 

E le sfide non finiscono qui…

A livello internazionale, alcune sfide richiedono particolare attenzione e soluzioni innovative. Ad esempio, i sottomarini a propulsione nucleare risultano spesso coibentati con significativi quantitativi di amianto friabile, richiedendo strategie di gestione specifiche.

Un’altra problematica internazionale riguarda i rifiuti misti, contenenti sia materiali radioattivi sia amianto. Lo smaltimento di tali rifiuti in discariche autorizzate è stato comune fino ad oggi, ma paesi come l’Italia possono trovarsi a corto di spazio disponibile in queste discariche.

Soluzioni fattibili?

Una soluzione promettente coinvolge il trattamento dei rifiuti misti mediante processi di immobilizzazione dei radionuclidi e di inertizzazione dell’amianto. 

Questi processi possono stabilizzare l’amianto in matrici cementizie o vetrificarlo, riducendo notevolmente il volume dei rifiuti da gestire.

La vetrificazione, ad esempio, trattiene la maggior parte dei metalli e dei radionuclidi, consentendo il riciclo dei sottoprodotti inerti risultanti dal trattamento. La frantumazione per la produzione di granulati inerte per usi come sottofondi stradali rappresenta un esempio di approccio in linea con i principi dell’Economia Circolare.

Insomma, questi processi offrono soluzioni innovative e sostenibili per affrontare le sfide ambientali e di sicurezza legate alla gestione dell’amianto e dei rifiuti radioattivi, promuovendo al contempo l’utilizzo responsabile e sostenibile delle risorse?

ONA sulla gestione dei materiali radioattivi e contendenti amianto nelle centrali 

L’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’Avv. Ezio Bonanni ha le idee chiare sulla questione .

«La gestione dei liquidi contaminati da radionuclidi richiede impegno e soluzioni innovative. È imperativo garantire la sicurezza ambientale e umana mediante strategie efficaci e una vigilanza costante. L’Osservatorio Nazionale Amianto si erge come baluardo nella lotta contro i pericoli ambientali. Con determinazione e responsabilità, sosteniamo la necessità di adottare pratiche sicure e avanzate nel trattamento di tali liquidi, assicurando un futuro più sicuro e sostenibile per tutti», afferma l’Avv. Bonanni. 

Riferimenti 

Il materiale che segue è frutto di un seminario del 2021, curato da un’equipe composta dalla dott.ssa Federica Paglietti, dal dott. Sergio Bellagamba e dal dott. Sergio Malinconico del Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti Produttivi e Insediamenti Antropici.

Fonti 

INAIL.it

Amianto: condanna Fincantieri, operaio morto, risarcimento milionario

fincantieri, amianto operaio morto, risarcimento milionario
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Una nuova condanna per il colosso Fincantieri Spa. Dopo la condanna inflitta, e il risarcimento, ai familiari di Alfio Derin, elettricista che ha prestato per anni servizio all’interno dell’azienda cantieristica navale, adesso un altro triste caso. La corte di Appello di Napoli conferma una nuova condanna a Fincantieri e a Sait Spa, azienda appaltatrice della prima, a risarcire la famiglia di un altro operaio, deceduto, anche lui, per l’esposizione all’amianto sul luogo di lavoro.


Fincantieri condannata per la morte di un operaio per amianto

È successo ad Angelo T, ex operaio di Fincantieri, deceduto all’età di 72 anni, a causa di un mesotelioma, contratto dall’esposizione all’amianto. La morte è avvenuta a marzo del 2023 e la famiglia ha ottenuto un risarcimento milionario. Una magra consolazione rispetto alla morte di una persona cara ma un passo avanti per la giustizia. La stessa giustizia in cui, l’Osservatorio Nazionale Amianto e il suo presidente, l’avvocato della difesa Ezio Bonanni, credono e sostengono da anni, schierandosi al fianco di vittime e famigliari.

La storia di Angelo, morto per l’amianto sul luogo di lavoro

Angelo nasce a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. Cresce nella sua città natale, si sposa e si costruisce una famiglia. Una vita normale, come quella di molti altri. Angelo ha anche un lavoro, alla Sait, azienda che prestava manodopera alla Fincantieri. Per Angelo significa uno stipendio, ma non immagina neanche lontanamente il triste epilogo di questa storia che ha lui come protagonista. Dal 1963 al 1995 presta servizio e si occupa di varie mansioni, dal manovale, alla pittura alla coibentazione. Il tutto sempre a contato diretto con le fibre di amianto. Fibre killer, invisibili e prive di odore, che Angelo non vede e non sente entrare nel suo corpo, ma è proprio quello che sta accadendo.

Malattia asbesto correlata confermata e risarcimento danni

Angelo è morto a causa di un mesotelioma contratto dall’esposizione all’amianto. La conferma arriva anche dal dottore Roberto Ficuciello, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, che ha riconosciuto il nesso di causalità tra la patologia riscontrata e il lavoro svolto dall’ex dipendente. Nel referto si legge che “L’ambiente di lavoro era al chiuso, all’interno dell’unità navale, e privo di aspiratori localizzati delle polveri e senza ricambio di aria. Locali chiusi, come la sala macchine, presso i quali trascorreva l’intera giornata lavorativa, gomito a gomito anche con altri colleghi“. Le attività che svolgeva “determinavano aerodispersione di polveri e fibre di amianto, che rimanevano liberate nell’aria

Troppi i decessi da amianto firmati Fincantieri

L’azienda di cantieristica navale è sotto l’occhio del ciclone già da troppo tempo. Il caso di Angelo, così come quello di Alfio, non sono purtroppo isolati. Ciò che emerge, come filo conduttore, è che, oltre alla presenza di amianto sul luogo di lavoro, non venissero nemmeno utilizzate mascherine e tute protettive specifiche per maneggiare questo materiale in sicurezza.

Del resto è già stato confermato che l’azienda Fincantieri utilizzasse amianto in tutti i suoi cantieri. L’ONA-Osservatorio Nazionale Amianto e l’Avvocato Ezio Bonanni sono da sempre in prima fila nella tutela delle vittime dell’amianto per l’esposizione nei cantieri navali durante il Processo Fincantieri.

Crisotilo: misteri, curiosità e pericoli dell’amianto bianco

Crisotilo Amianto
Crisotilo Amianto

Il Crisotilo, noto per la sua origine e le caratteristiche morfologiche uniche, è un minerale particolarmente insidioso. Con nomi affascinanti come “amianto di diaspro zebra verde” o “pietra a scaglie di drago” e ancora “pietra della vita“, il crisotilo ha guadagnato una fama leggendaria nel passato. Si riteneva infatti che coloro che lo indossavano fossero protetti da influenze negative e sfortunate.

Tuttavia, come tutti i silicati del gruppo dell’amianto, provoca una serie di patologie asbesto-correlate, potenzialmente letali. Approfondiamo la sua storia 

Etimologia e caratteristiche del Crisotilo 

Il nome crisolito deriva dal greco “χρυσότίλος“, composto da “χρυσός” (oro) e “τίλος” (fibra).

In molti lo conoscono come “amianto bianco”, per via del suo colore e della struttura cristallina.

Ad assegnare il nome fu il mineralogista tedesco Franz von Kobel, che nominò per la prima volta i campioni di crisotilo dal Canada nel 1843.

Appartiene alla famiglia dei silicati, precisamente alla sottoclasse dei fillosilicati ed è il più noto del gruppo dell’amianto.

Il minerale fibroso è uno dei tre polimorfi del serpentino, accanto ad antigorite e lizardite. 

A occhio nudo, il crisotilo si presenta con una forma cilindrica, mentre la lizardite adotta una struttura planare e l’antigorite una struttura ondulata (Wicks, 1979). 

Ed è proprio questa variazione strutturale, benché minima, a conferire a ciascuno di essi proprietà diverse.

La formula approssimativa del crisotilo di Mg3Si2O5(OH)4

Altre caratteristiche

Ecco altre proprietà del crisotilo:

Durezza Mohs : 2,5-3

Colore : bianco, marrone dorato, grigio, verde o grigio-verde; A volte giallo, bruno-giallastro o marrone; Può essere venato o screziato

Struttura cristallina : Monoclina (clinocrisotilo); Ortorombico (ortochirostile, paracrisotilo)

Lustro : setoso

Trasparenza : traslucido

Indice di rifrazione : 1,56-1,57

Densità : 2,51-2,63

Scollatura : nessuna

Frattura : fibrosa

Striscia : bianca

Luminescenza : a volte debole fluorescenza in giallo pallido

Pleocroismo : nessuno

Effetti ottici : a volte chiacchiere

Esame al microscopio 

Al microscopio elettronico, i cilindri svelano l’esistenza di materiali stratificati. 

Cosa sono? Si tratta di una serie di tetraedri di silice, stratificati sopra un foglio composto da ottaedri di magnesio. Ma a cosa si deve la strana morfologia?

La morfologia fibrosa deriva da “esigenze strutturali”, poiché per mantenere la coerenza fra gli strati tetraedrici e triottaedrici, il crisotilo si piega, evitando disallineamenti e assumendo così la sua distintiva struttura a fibra.

Quanto alle fibre, esse si presentano bianche e setose, mentre l’aggregato all’interno delle vene assume spesso tonalità verde o giallastre.

Proprietà meccaniche del crisotilo

Oltre alle caratteristiche cristalline, le proprietà meccaniche delineano ulteriori peculiarità del crisotilo. Le fibre, caratterizzate da una resistenza alla trazione superiore rispetto ad altri minerali di amianto, mostrano però una minore resistenza agli acidi rispetto agli anfiboli fibrosi. 

Un minerale suscettibile al calore 

Il crisolito è un minerale idratato, suscettibile di trasformarsi nel tempo e col calore in silicato amorfo e/o forsterite. 

La sua trasformazione varia in base alla temperatura: a volte è sufficiente raggiungere i 150°C per vedere la sua conversione in silice amorfa, mentre la completa deidrossilazione richiede temperature intorno ai 650°C.

Tre varietà di crisolito 

Forse non tutti sanno che esistono tre varietà di crisotilo: il clinocrisotilo, il più diffuso, l’ortocrisotilo, più raro, e il paracrisotilo, estremamente raro.

Clinocrisotilo : ha un sistema cristallino monoclino

Ortocrisotilo : ha un sistema cristallino ortorombico e indice di rifrazione più elevato parallelo all’asse lungo delle fibre

Paracrisotilo : ha. un sistema cristallino ortorombico e indice di rifrazione più alto perpendicolare all’asse lungo delle fibre

Varietà meno conosciute di crisolito

Crisotilo di alluminio : è ricco di alluminio

Chrysotilasbest : ha un portamento asbestiforme

Ishkildite : contiene più silice che ha proprietà ottiche diverse rispetto ad altri tipi di crisotilo

Dove si trova e da dove proviene 

La presenza predominante del crisotilo si manifesta nelle peridotiti (rocce ultramafiche caratteristiche del mantello superiore, costituite essenzialmente da olivina )

I più vasti giacimenti mondiali di questo tipo si trovano nel Quebec e negli Urali in Russia, in cui le fibre, orientate lungo la vena, possono variare in lunghezza da meno di 1,3 cm a volte fino a oltre 15 cm. 

Nel nostro Paese si estraeva dalle cave della Val Malenco in alta Valtellina (a fibra lunga e molto pregiato) e della Val di Susa. 

Realtà o fantasia?

Secondo indiscrezioni, tra le rocce lunari restituite dalle missioni spaziali grazie alla missione Apollo 15, si sarebbe trovato un frammento di crisolito proveniente dalla valle Hadley Rille. Sarà vero? 

Stranezze e significato della pietra crisolito

Con nomi affascinanti come “amianto di diaspro zebra verde” o “pietra a scaglie di drago” e ancora “pietra della vita“, il crisotilo ha guadagnato una fama leggendaria nel passato. Si riteneva infatti che coloro che lo indossavano fossero protetti da influenze negative e sfortunate.

Per tali motivi, la “Pietra della vita” nella comunità spirituale, incarna la forza interiore e la capacità di risollevarsi. In aggiunta, considerato un portafortuna per il segno zodiacale dei Gemelli.

Usi passati del crisolito 

Amianto-a-Bari
Amianto-a-Bari

In passato è stato ampiamente estratto per le sue qualità fibrose, incombustibili, la bassa conducibilità termica e per la sua economicità. 

A seguire la lista dei principali utilizzi :

Materiali da costruzione: una delle applicazioni più comuni è stata nell’industria delle costruzioni. Il cemento-amianto è stato utilizzato per produrre lastre, tubi, tegole, pannelli di rivestimento, isolanti per edifici e persino per rivestire edifici industriali;

Industria automobilistica: è stato ampiamente usato nei materiali di attrito, come le pastiglie dei freni e le frizioni, per la sua resistenza all’usura e al calore.; 

Settore navale: è stato utilizzato nelle navi per isolamento termico e acustico, nonché come componente di materiali resistenti al fuoco;

Industria manifatturiera: il minerale era presente in molti altri prodotti manifatturieri, inclusi tessuti ignifughi, guarnizioni industriali, isolanti elettrici e persino nelle uniformi protettive.

Pericoli per la salute

Il crisotilo, per via della sua struttura fibrosa, porta a gravi implicazioni sulla salute umana. 

Il minerale tende infatti a frammentarsi in fibre e particelle più corte, provocando risposte infiammatorie e fibrosi interstiziali. 

A confermarlo, diversi studi epidemiologici, secondo cui l’amianto crisolito può causare cancro ai polmoni, alla laringe, ovarico, asbestosi e mesotelioma, quest’ultima, una rara forma di cancro legata all’esposizione al patogeno. La comunità scientifica è ampiamente concorde sul fatto che non sia possibile individuare un livello sicuro per l’esposizione ad amianto e quindi che non è individuabile una soglia al di sotto della quale si annulla il rischio di mesotelioma.

In aggiunta, per via della lunga latenza fra esposizione e insorgenza dei sintomi, molte persone hanno contratto patologie asbesto- correlate anche dopo 40 anni dall’incontro con il “killer invisibile”.

Molte altre si ammaleranno da qui a dieci anni. 

Esposizione professionale e non professionale

miniere
estrazione di amianto

Oltre ai lavoratori esposti al patogeno in passato, anche l’esposizione non professionale all’amianto è un rischio crescente. Utile precisare infatti che tuttora il minerale è presente in molti edifici pubblici e privati costruiti prima della sua messa al bando, che in Italia è avvenuta con la legge 257/92. 

La presenza nell’ambiente mette a rischio la comunità, poiché la manutenzione o la rimozione dei materiali contenenti amianto comporta il potenziale rilascio di fibre delle sottilissime fibre, soprattutto durante eventi catastrofici come cicloni e terremoti.

Lotta al patogeno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro hanno evidenziato nel 2012, in un volume monografico, la gravità della situazione legata all’amianto. 

Rendere evidente la pericolosità di questa sostanza è fondamentale per la salute pubblica e per porre fine a un’epidemia di malattie causate dall’esposizione a questa famiglia di minerali. 

Va da sé che urge più che mai provvedere alla definitiva messa al bando del minerale, provvedendo altresì alla rimozione e allo smaltimento in tutta sicurezza.  

Alternative sicure 

In risposta agli effetti devastanti sulla salute causati dall’amianto, inclusa la forma di crisotilo, sono stati condotti numerosi studi sui sostituti dell’amianto.

Sebbene nessuna sostanza singola possa riprodurre esattamente le caratteristiche dell’amianto, esistono valide alternative, sia fibrose (come la cellulosa) che non fibrose (come plastica e metalli), in grado di soddisfare diversi usi finali. Queste soluzioni tecnologiche ed economicamente valide sono utilizzate commercialmente in tutto il mondo, specialmente nei paesi che hanno bandito l’uso del crisotilo negli ultimi decenni.

Informazioni approfondite sui materiali alternativi privi di amianto sono disponibili presso organizzazioni nazionali, regionali e internazionali. 

La nuova direttiva UE dice no all’amianto

La nuova direttiva europea sull’amianto, recentemente approvata dal Parlamento europeo, segna un passo significativo nella tutela della salute dei lavoratori. 

La normativa presenta infatti diverse importanti novità volte a ridurre drasticamente l’esposizione al pericoloso minerale.

Tra le principali modifiche introdotte, il limite massimo consentito di esposizione dei lavoratori è stato ridotto di dieci volte rispetto alla normativa precedente. 

Una volta recepita la direttiva, il limite passerà da 0,1 a soli 0,01 fibre di amianto per centimetro cubo.

Inoltre, entro un massimo di sei anni dalla sua attuazione, gli Stati membri dovranno adottare tecnologie più avanzate e sensibili per rilevare le fibre, come la microscopia elettronica. 

Questo consentirà la possibilità di ridurre ulteriormente il livello di esposizione a 0,002 fibre di amianto per cm³, escludendo le fibre sottili, oppure a 0,01 fibre di amianto per cm³, includendo le fibre sottili.

La direttiva si concentra anche sulla protezione individuale dei lavoratori, stabilendo l’obbligo di dotarli di dispositivi di protezione idonei e di garantire una pulizia sicura degli indumenti. 

In aggiunta, vengono introdotte nuove procedure per la decontaminazione e requisiti più stringenti in materia di formazione, il tutto mirato a garantire una maggiore sicurezza sul luogo di lavoro e a proteggere efficacemente la salute dei lavoratori dall’esposizione all’amianto.

La proposta di direttiva modifica la direttiva 2009/148/Ce.

L’allarme del Presidente ONA, Avv. Ezio Bonanni

Nel 2022 sono state almeno 7mila le vittime dell’amianto. A sostenerlo,  il Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto,  Bonanni «2mila casi di mesotelioma, indice di mortalità al 93%, un numero di decessi che solo per questa neoplasia sfiora i 1.900; 4 mila casi di tumore al polmone asbesto correlati con un indice di mortalità dell’88%, e quindi un numero di decessi che sfiora i 3.550, e con le ulteriori patologia asbesto correlate si giunge a 7mila decessi, con oltre nuovi 10mila malati di malattie amianto correlate. Una vera e propria emergenza con 40 milioni di tonnellate di amianto e materiali contenenti amianto»

Fonti

GemRockauctions.com

Ombre radioattive: Uranio Impoverito

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Esposizione a uranio impoverito e amianto: il tenente Cabigiosu riconosciuto vittima del dovere

Ombre misteriose si stagliano dietro l’uso dell’uranio impoverito nelle armi, una realtà che ha sollevato preoccupazioni globali. Fin dal Memorandum Groves dell’ottobre 1943, era nota la pericolosità del “depleted uranium”, ma solo ora stiamo iniziando a comprendere appieno l’impatto devastante che ha avuto sulla salute umana e sull’ambiente.

Certo è che la sua storia è fatta di dolore, malattie e morte, e la sua presenza continua a sollevare domande sulla nostra comprensione della tecnologia, dell’etica e della responsabilità verso il nostro mondo e le future generazioni

Ombre radioattive di un nemico nascosto

Ombre radioattive. L’uranio impoverito, prodotto secondario del processo di arricchimento dell’uranio, ha suscitato una serie di preoccupazioni e domande. Il termine stesso, “impoverito”, deriva dalla riduzione della percentuale dell’isotopo fissile U-235 da lo 0,7% allo 0,2% durante il processo di arricchimento. 

È noto che l’uranio impoverito possiede una radioattività inferiore rispetto all’uranio naturale, costituendo circa il 60% di quest’ultimo. Tuttavia, questa minore radioattività non deve trarre in inganno, poiché le sue implicazioni sulla salute umana e sull’ambiente sono rilevanti e devastanti.

Le tracce di questo elemento hanno una presenza sinistra nella storia, legate a incidenti e malattie che hanno colpito centinaia di persone, militari e civili. È stato associato a un aumento significativo di casi di cancro e altre malattie croniche.

In particolare, almeno 400 morti e 8mila militari italiani malati di cancro (cifre per altro sottostimate) sono stati attribuiti all’uranio impoverito.

Uso in campo bellico

Inizialmente considerato un sottoprodotto di scarto dalle centrali nucleari, l’uranio impoverito ha sorprendentemente trovato applicazioni nell’industria bellica, diventando una componente indispensabile nei conflitti armati. 

La sua capacità di essere modellato in una struttura incredibilmente resistente lo ha reso infatti un’opzione allettante per l’industria bellica, superando in convenienza economica materiali tradizionali come il tungsteno.

La sua efficienza nel perforare corazzature e resistere a obiettivi solidi è poi a dir poco impressionante, generando temperature straordinarie oltre i 3.000 gradi centigradi e creando un aerosol letale di metalli pesanti. 

Questo materiale, apparentemente innocuo a una prima occhiata, ha dunque assunto una doppia identità. Da un lato, come rifiuto proveniente dalle centrali nucleari, richiede un’adeguata gestione e smaltimento. Dall’altro, come componente chiave delle armi militari, è diventato un simbolo di successo tecnologico.

Peccato che ombre sinistre si annidino dietro l’uso del pericoloso materiale. 

A sottolinearlo, già l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel lontano gennaio 2003. I moniti dell’OMS sono stati ignorati o sottovalutati? Bella domanda. 

 

Ombre sinistre: La “Sindrome dei Balcani”

Colonnello Carlo Calcagni
Colonnello Carlo Calcagni: un simbolo di resistenza e coraggio

I ricordi delle campagne belliche in Bosnia (1994) e Kosovo (1999), in cui l’uranio impoverito fu utilizzato dalla NATO, non sono stati cancellati dal tempo.

Basti pensare alla cosiddetta “Sindrome dei Balcani” del 2000, che portò alla luce i primi casi di militari italiani malati o deceduti dopo le missioni in Bosnia Erzegovina e Kosovo. 

Una duplice minaccia

Nonostante la bassa radioattività, se ingerito in quantità specifiche, il DU può comportare il rischio insidioso di cancro. La sua tossicità infatti non è direttamente legata alla radioattività, ma piuttosto alla dispersione di nanoparticelle di metalli pesanti. 

A comprovarlo, la presenza delle stesse, rintracciate nei tessuti bioptici dei militari affetti da patologie letali.

In aggiunta, il “nemico invisibile” minaccia non solo i militari sul campo di battaglia, ma anche coloro che, involontariamente, entrano in contatto con l’elemento radioattivo. 

Le conseguenze della sua esposizione prolungata vanno dunque ben oltre i danni evidenti causati dalla tossicità radioattiva, estendendosi anche ai pericoli della sua tossicità chimica.

L’inquinamento derivante dal rilascio delle nanoparticelle inoltre persiste nell’ambiente per anni, contaminando la catena alimentare e svelando un effetto a lungo termine di cui solo ora stiamo comprendendo la gravità. Per citare un esempio, basti pensare agli agnelli nati con malformazioni in Sardegna, nei pressi dei poligoni militari sperimentali di Capo Teulada, Salto di Quirra e Perdasdefogu.

Malformazioni scaturite per l’appunto da questa contaminazione.

Il quadro dipinto è insomma quello di un’insidia silenziosa, una presenza subdola che si insinua nei tessuti e nell’ambiente, lasciando dietro di sé una scia di malattie e deformità.

Implicazioni letali: ancora ombre di morte

Quanto alle implicazioni, le ombre letali sono davvero inquietanti. 

La sua persistente nocività chimica colpisce principalmente i reni, anche con esposizioni brevi, rendendolo estremamente dannoso per l’organismo umano. Questo “veleno debole“, come precedentemente definito in studi sulla sua tossicità sugli animali condotti dall’UNSCEAR (Istituzione delle Nazioni Unite), continua a destare preoccupazione per la sua pericolosità.

Sia durante situazioni di conflitto sia al di fuori di esse, l’uranio impoverito può entrare infatti in contatto con individui, in diverse circostanze. 

Le parti dell’organismo maggiormente colpite dalla contaminazione sono il sistema respiratorio e soprattutto i reni, che subiscono gravi danni anche in seguito a esposizioni di breve durata. 

Tuttavia, non sono solo i militari a rischiare: un’apertura cutanea a contatto con una superficie contaminata può esporre chiunque a questo agente tossico.

La pericolosità dell’uranio impoverito non si limita al momento dell’impatto, ma perdura nel tempo, costituendo una minaccia silenziosa e persistente per la salute di coloro che vi sono stati esposti. Risultato?

Luci e ombre: effetti letali

La diffusione di uranio impoverito in diversi conflitti nel mondo ha lasciato una scia di devastazione. Centinaia di tonnellate di questo materiale si sono sparse dai Balcani al Medio Oriente, disseminando una possibile epidemia di malattie legate all’uranio impoverito e ad altri metalli pesanti radioattivi.

L’incidenza tumorale è schizzata in modo allarmante nelle aree contaminate, con un aumento significativo dei casi tra la popolazione sotto i 50 anni. 

Gli effetti radiologici e chimici provocati dalle esplosioni di ordigni all’uranio impoverito e l’ingente numero di patologie oncologiche, in molti casi mortali, riscontrati tra i militari sono correlati e sono scientificamente dimostrati. 

A conferma di quanto sostenuto, vi sono numerose sentenze di condanna al ministero della Difesa per aver fatto operare i militari senza le dovute precauzioni, documenti dell’ISS, del Pentagono, della NATO.

In Italia, quasi 300 sentenze hanno riconosciuto la correlazione tra gravi forme tumorali e l’esposizione all’uranio impoverito.

In definitiva, la guerra, con la sua eredità tossica, lascia un’impronta indelebile sulla salute e sull’ambiente. L’uranio impoverito si rivela una minaccia continua, colpendo sia i militari sia i civili esposti a territori contaminati, con conseguenze gravi e a lungo termine. La storia dell’uranio impoverito dunque non è solo una narrazione di guerre passate, ma una realtà inquietante che richiede una risposta urgente e impegnativa a livello globale.