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Mesotelioma peritoneale: meglio la cura HIPEC in strutture accademiche

Mesotelioma peritoneale HIPEC
donna su un letto di ospedale

Più della metà dei pazienti con cancro del mesotelioma peritoneale negli Stati Uniti viene curata nei comuni ospedali.

Dei 2.682 pazienti (monitorati per un periodo di 12 anni), il 47,4% è stato trattato in una struttura accademica e il 52,6% in una struttura tradizionale, seguendo programmi oncologici tradizionali, completi o programmi oncologici di rete integrati.

Inoltre, nei centri ospedalieri tradizionali, solo il 38,2% dei pazienti è stato sottoposto a qualsiasi tipo di intervento chirurgico rispetto al 62,4% dei centri accademici.

Questo abbassa notevolmente i tempi di sopravvivenza rispetto ai pazienti curati in una struttura accademica/di ricerca.

Lo studio Brigham and Women’s Hospital

A sostenerlo, un team di ricerca medica presso il Brigham and Women’s Hospital, affiliato della Harvard Medical School.

Gli autori dello studio hanno dimostrato che la sopravvivenza mediana è più del doppio per i pazienti trattati in una struttura accademica rispetto a quelli in un ospedale tradizionale.

Lo studio è consultabile attraverso il Journal of Gastrointestinal Surgery, numero di luglio. 

Mesotelioma peritoneale: giusta cura e aspettative di vita

L’aspettativa di vita media per il mesotelioma peritoneale è di 31 mesi.

Ebbene, una parte dello studio di Brigham & Women ha separato i pazienti in tre sottogruppi: quelli trattati solo con la chemioterapia, quelli trattati con la chirurgia e quelli trattati con la chemioterapia e la chirurgia.

La differenza di sopravvivenza tra i pazienti curati negli ospedali accademici, rispetto a quelli ricoverati negli ospedali tradizionali,  ha dimostrato che il sottogruppo che ha ricevuto sia la chemioterapia che la chirurgia, avrebbe aspettative di vita più lunghe.

Linee guida non adeguate in ospedale

Un fattore che incide sulla sopravvivenza media in ospedale, è la mancanza di linee guida specifiche per il trattamento del mesotelioma peritoneale.

Esistono solo linee guida specifiche per il mesotelioma pleurico. I pazienti di mesotelioma peritoneale vengono invece valutati secondo un iter standardizzato che non è particolarmente efficace.

Di contro, in un centro specializzato con esperienza nel mesotelioma peritoneale, (in genere è un centro accademico), si utilizza la nuova combinazione di chirurgia citoriduttiva (CRS) o debulking e chemioterapia intraperitoneale ipertermica, o HIPEC.

“Le differenze di sopravvivenza osservate possono in parte essere spiegate dai tassi più bassi di chirurgia e chemioterapia tra i pazienti trattati negli ospedali di comunità”, hanno scritto gli autori. 

Queste discrepanze terapeutiche possono esse stesse derivare dalla mancanza di linee guida standardizzate, nonché dalla mancanza di esperienza nei centri comunitari”.

Una speranza dal trattamento HIPEC nei centri accademici?

I ricercatori stimano che il 45% dei pazienti sopravvive 10 anni o più se trattati con HIPEC e chirurgia citoriduttiva;

Negli ospedali tradizionali, solo il 10,4% inzia la chemioterapia lo stesso giorno dell’intervento (HIPEC).

Nei centri accademici, il 28,8% dei malati beneficia della combinazione HIPEC.

Che cos’è l’HIPEC?

L’HIPEC è un lavaggio intraperitoneale chemioterapico, riscaldato a una temperatura tra i 40 e i 42 gradi.

Questa temperatura è abbastanza alta da uccidere le cellule cancerose ma abbastanza bassa da proteggere le cellule sane.

Oltre ad essere utilizzato per trattare il mesotelioma peritoneale, l’HIPEC viene somministrato come terapia del cancro ovarico, tumore del colon, cancro gastrico e appendicolare.

Differenza fra terapia sistemica e HIPEC

La chemioterapia sistemica comprende la chemioterapia convenzionale o citotossica, la terapia ormonale, la terapia mirata, e l’immunoterapia.

Il trattamento avviene per via endovenosa, cosa che impedisce al farmaco chemioterapico di danneggiare troppe cellule sane in tutto il corpo. I pazienti tuttavia ricevono una minore concentrazione di farmaci. 

Con l’HIPEC, la terapia viene fatta circolare nella cavità addominale (peritoneo) per almeno 90 minuti dopo l’intervento chirurgico. 

Ciò consente ai pazienti di ricevere concentrazioni più elevate di farmaci chemioterapici, in grado di rimuovere tumori e lesioni.

In combinazione con la chirurgia, l’intero processo richiede in media 8-14 ore.

Una volta terminato il lavaggio HIPEC, i medici risciacquano la cavità addominale con una soluzione salina. Quindi chiudono le incisioni.

I vantaggi di questo tipo di terapia

Solitamente, i chirurghi mirano a rimuovere tutti i tumori visibili durante la chirurgia del mesotelioma. Tuttavia, è comune che alcune cellule tumorali rimangano. 

Se è vero che gli interventi chirurgici di ogni categoria oncologica hanno dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza, la terapia HIPEC  consente di:

1) raggiungere le cellule tumorali sulle superfici degli organi (la chemioterapia sistemica non riesce a trovarle);

2) colpire e uccidere tutte quelle cellule tumorali  rimaste dopo l’intervento, aiutando anche a prevenire le recidive;

3) prolungare l’aspettativa di vita, se combinata con la chirurgia;

4) alleviare i dolori;

5) ha inoltre meno effetti collaterali della chemioterapia sistemica.

Rischi ed effetti collaterali della chirurgia HIPEC

Tra gli effetti collaterali: sanguinamento, coaguli di sangue, infezioni, sensazione di affaticamento anche a distanza di mesi dal trattamento, problemi digestivi, ascesso.

E ancora: in alcuni casi la ferita non guarisce (deiscenza), si potrebbero formare delle fistole (connessione anormale tra due parti del corpo o tessuti) o di perforazioni del tessuto.

Ad ogni modo, lo studio ha rilevato che la chirurgia HIPEC ha un tasso di complicanze inferiore rispetto ad altre procedure.

Leggi gli altri studi a confronto

In precedenza, uno studio similare aveva rilevato una sopravvivenza mediana complessiva di 79 mesi, insieme a tassi di sopravvivenza a uno e cinque anni dell’84% e del 50%, rispettivamente.

Un altro studio sulla terapia di combinazione, aveva riportato tassi di sopravvivenza a uno e cinque anni rispettivamente del 77% e del 39%.

Trovare la competenza sul mesotelioma peritoneale è indispensabile

 “Occorre notare che le strutture accademiche non hanno necessariamente una maggiore esperienza nel mesotelioma con un volume più elevato di CRS e HIPEC rispetto a tutte le strutture ospedaliere tradizionali.

È stato stimato che sono necessari tra i 140 e i 220 casi per raggiungere la competenza tecnica”.

Si può usare HIPEC come cura palliativa?

In alcuni casi, l’HIPEC e la chirurgia possono si utilizzano come cura  palliativa.

Questo tipo di approccio è indicato quando non si può rimuovere del tutto il cancro di un paziente.

In tal caso, gli specialisti rimuovono quanto più possibile il cancro per offrire sollievo dai sintomi del mesotelioma.

Non tutti i malati di meotelioma peritoneale possono ricevere la terapia HIPEC.

Trattamento HIPEC: idoneità e ultimi dettagli

L’idoneità al trattamento va discussa con uno specialista. Questo perché la chemioterapia combinata con la chirurgia è considerata un trattamento multimodale (considerato più aggressivo).

Di sicuro, per poter beneficiare dell’HIPEC e della chirurgia occorre  essere, in “buona salute” e avere una discreta forza fisica, nonostante la malattia.

Tuttavia, i medici possono prendere in considerazione altri fattori individuali. I pazienti ritenuti non idonei, vengono dirottati verso altri trattamenti per il mesotelioma, al fine di migliorare la loro prognosi.

Il dipartimento ONA e l’impegno del Prof. Marcello Migliore

Grazie al Dipartimento di Terapia e cura del Mesotelioma, l’ONA ha ottenuto significativi risultati in campo di ricerca scientifica.

Il Prof. Marcello Migliore membro del Comitato Tecnico Scientifico ONA è tra i migliori chirurghi toracici. Inoltre, è grazie a lui che sono stati resi noti ulteriori importanti risultati per la cura del mesotelioma.

Infatti, il Prof. Migliore ha raggiunto notevoli obiettivi anche per il trattamento del mesotelioma pleurico. Il trattamento in oggetto è in via sperimentale e vede combinate chirurgia e chemioterapia intrapleurica ipertermica intratoracica.

Per saperne di più consigliamo la lettura della seguente pubblicazione: Mesotelioma Pleurico: Chirurgia e chemioterapia intrapleurica.

Afghanistan: tutelare le donne e fanciulli dai talebani

Afghanistan
afghanistan, donne e bambini

Afghanistan: estremismo islamico. Necessario tutelare le donne, i fanciulli, i più fragili contro la furia talebana. È successo quello che nessuno avrebbe mai voluto si verificasse. Dopo 20 anni dall’attentato alle Torri Gemelle, il mondo si ferma ancora con il fiato sospeso, per la furia dei talebani.

La precipitosa e vergognosa fuga dall’Afghanistan non può essere condivisa da chi ama la libertà e la tutela dei diritti.

Liberi e forti contro la furia dei Talebani

Parafrasare Don Sturzo è quantomeno di attualità in questo periodo. Vedere i talebani che si sono impadroniti dei depositi di armi lasciati incustoditi dagli USA. Così la precipitosa fuga anche delle truppe più organizzate dei più potenti eserciti del mondo, ci lascia esterrefatti.

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Bieden, nei confronti del quale avevamo espresso ammirazione, sarebbe stato collocato dal sommo poeta nel girone degli ignavi.

Si parla di corridoi umanitari e di altre iniziative che non sono sufficienti rispetto al dramma che le popolazioni stanno vivendo. In più, è paradossale che il ruolo del più forte sia giocato dai talebani, in una condizione di impotenza del mondo civile e di tutti gli uomini di buona volontà.

Anche coloro che, per dirla con Don Sturzo, sono “liberi e forti”.

Sì, perché certamente non si può arretrare sul terreno dei diritti di tutti gli esseri umani e sui valori di civiltà umiliati e derisi da criminali che, con un colpo di stato, hanno sovvertito le istituzioni democratiche.

Sì al dialogo senza cedimenti. Altrimenti intervento armato

Per dirla con Aldo Moro, dobbiamo certamente perseguire il dialogo, essere uomini liberi anche di dialogare. Tuttavia, senza pavidità ed ignavia, e certamente con il piglio giusto, quello dimostrato dal Premier Mario Draghi.

Già il leader turco Erdogan, aveva dato dimostrazione di sè mostrandosi a dir poco maleducato nei confronti della ursula von der leyen, il che è già l’esempio lampante di una ideologia inaccettabile.

La pavidità dimostrata perfino dalle istituzioni europee era contrastata solo dal Premier Italiano, Mario Draghi, che aveva redarguito Erdogan definendolo “dittatore”, di fronte all’inaccettabile umiliazione nei confronti della Presidente ursula von der leyen.

Se perfino un cosiddetto musulmano “moderato” quale è il premier turco umilia il presidente della Commissione Europea in quanto donna, già si possono trarre le drammatiche conseguenze di quella che sarà la sorte delle donne afghane.

In più sono morti 53 nostri connazionali nel loro impegno della tutele della civiltà e della giustizia, in quel disgraziato lembo del nostro pianeta.

Questo è inaccettabile!

Nessuna accondiscendenza alla violenza

Si deve reagire ad ogni forma di violenza, tanto più in casi di violazione sistematica dei diritti delle donne.

In un contesto come quello italiano, nel quale dai moti del 68, le donne si sono affrancate da una certa arretratezza culturale e sociale, a maggior ragione è necessario un moto prima di tutto culturale.

Bene il Premier Draghi nel cercare di arginare e di tamponare l’errore terribile del Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia ciò rischia di non essere sufficiente se si dovesse dare la possibilità ai talebani di perpretare i loro crimini.

Se nel caso si torni in Afghanistan, anche per evitare le più tragiche conseguenze del commercio dell’oppio e dell’esportazione del terrorismo. Si rischia di pagare un prezzo ancora più alto di quello della nostra permanenza in Afghanistan.

Si dovranno presidiare i mezzi di trasporto, le basi, gli altri obiettivi sensibili e salvare milioni di esseri umani in fuga dall’Afghanistan.

Il Presidente degli Stati Uniti spieghi al mondo la sua ignavia, la sua debolezza fisica e morale. Assuma il Premier Draghi la guida di un nuovo fronte per il dialogo, tenendo conto che la parte talebana è minima.

Un manipolo di terroristi che di religione e di religiosità non hanno nulla, e che sono anche vili ed assassini.

Solo chi è privo di coraggio può uccidere donne e bambini. Magari con la lapidazione, o semplicemente con la morte morale di matrimoni combinati e di totale negazione della libertà.

Una situazione inaccettabile per tutti

Non si può accettare ciò! Ed allora, forse, sarà necessario tornare alle armi.

Pur essendo un pacifista, e fermamente convinto che l’uso delle armi debba essere completamente escluso, in caso di lapidazioni, omicidi etc, e di esportazione di droga e di terrorismo, non si può accettare passivamente.

A questo punto si tratta di legittima difesa. Si dialoghi, si difendano le vittime e anche l’onore dei nostri militari caduti per mano talebana.

Il dialogo non potrà essere tale da offendere l’onore dei nostri 53 militari che sono stati uccisi dai talebani, e soprattutto delle altre migliaia e migliaia di esseri umani che da loro sono stati uccisi.

Vigile del Fuoco salva un bambino dalle macerie

Vigile del Fuoco
vigile del fuoco

Dopo aver messo in salvo il bambino il Vigile del Fuoco resta invalido

Era il 7 marzo del ’79 quando, improvvisamente, crollò una parte di un edificio abbandonato nel quale giocavano un gruppo di bambini. Riuscirono a mettersi in salvo tutti tranne Maurizio Sardella che allora aveva solo sette anni.

Vennero chiamate immediatamente le Forze dell’Ordine, tra cui i Vigili del Fuoco, uno di questi, Gaetano Rinaldi, riuscì a estrarre il bambino dalle macerie ma vi fu un secondo crollo.

Le macerie seppellirono i soccorritori che, fortunatamente, se pur feriti, riuscirono a salvarsi. Il Vigile del fuoco fece da scudo con il suo corpo al bambino e lo portò, poi, dai genitori.

Il vecchio edificio allora in via Bovio a Bari era stato più volte segnalato da molti perché spesso i ragazzi giocavano e accendevano falò all’interno. Precedentemente a questo episodio, già tre volte i vigili erano intervenuti per piccoli cedimenti.

I varchi, più volte murati dai proprietari, spesso, erano riaperti dai ragazzi come nel caso di Maurizio e gli altri.
In seguito al crollo e al salvataggio del bambino mio padre rimase traumatizzato” dichiara Ivan, il figlio di Rinaldi durante l’intervista.

Il collo psicologico: una vita per una vita

Un bambino che viene messo in salvo, la paura, le macerie e l’evento catastrofico che si lega con la circostanza di un’altra vita. Quella di Gaetano che salvò Maurizio dalle macerie.

Per dovere, per morale, per amore. Non importa il perché ma l’azione, la sua volontà, i fatti che lo hanno portato a svolgere il suo lavoro senza paura e nel modo giusto.

Circostanza che lo porterà poi, al crollo psicofisico. Una morte in vita. Una “vita” passata in un letto, imbottito di psicofarmaci e sottoposto a continui ricoveri in cliniche psichiatriche e cure farmacologiche.

Un figlio, il suo, rimasto senza padre perché era ormai un essere inerme e senza parole. Senza un “volto”. Non avendo nonni Ivan crebbe solo con la madre: “Papà stava in casa ma non c’era, non ho avuto figure maschili di riferimento, un padre a cui chiedere un consiglio o che mi stesse vicino, all’epoca dell’incidente ero un bambino”.

Quando lo chiamai Ivan era al parco con i suoi due figli di cui si occupa molto: “Non aver avuto un padre mi ha fatto capire quanto i bambini abbiano bisogno di questa figura nella loro vita, una presenza che a me è mancata molto”.

La causa e la richiesta di “Vittima del Dovere”

La causa per ottenere la pensione è durata 11 anni e si è conclusa nel 2011 con il riconoscimento della pensione privilegiata. Come riporta la documentazione medica presentata dall’avvocato, il Vigile del Fuoco era affetto da “stato ansioso reattivo” che ne ha determinato l’inidoneità al servizio.

Dopo anni di terapie e ricoveri Gaetano è peggiorato fino ad arrivare alla “Sindrome delirante cronica grave reattiva e alla Sindrome da morbo di Parkinson”.

Era il 29 agosto del ’79 quando Gaetano presentò la domanda amministrativa al Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Bari per ottenere il riconoscimento della causa di servizio per lo “Stato ansioso depressivo” che lo aveva colpito dopo l’incidente del crollo dell’edificio.

Il caso, più volte portato all’attenzione del Comitato per le Pensioni privilegiate ordinarie, che non riconobbero inizialmente la sua patologia legata al trauma subito nell’orario lavorativo. Solo nel 2011 riuscì ad ottenere la pensione e ora, dopo anni, ha deciso di rivolgersi all’avvocato Ezio Bonanni per depositare la domanda di riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.

Sia la giurisprudenza delle Sezioni Unite 7761/17, sia il parere del Consiglio di Stato sanciscono il divieto di lesione dei diritti delle vittime, la discriminazione tra vittime e la lesione dei loro diritti (ex artt. 20 e 21 della Carta di Nizza).

Situazioni uguali non possono e non devono ricevere trattamento diverso, in ragione della diversità della tipologia e del contesto delittuoso.

Pertanto, le domande oggetto della presente controversia costituiscono un atto doveroso di giustizia sociale per quanti, nella preservazione delle libertà fondamentali e delle istituzioni del Paese, hanno subito conseguenze drammatiche. Stessi diritti sia per le Vittime del Dovere sia per quelle del terrorismo.

I diritti dei vigili del fuoco: commento dell’avv. Ezio Bonanni

La redazione dell’ONA Notiziario – Notiziario Sull’Amianto, ha chiesto un commento all’avv. Ezio Bonanni in ordine ai diritti dei vigili del fuoco.

Questa problematica è stata già affrontata dall’associazione anche attraverso ONA TV. Ovvero, la trasmissione che sensibilizza il pubblico su numerose problematiche.

Nel dicembre del 2016, presso l’Istituto superiore Antincendi, si è tenuto il convegno “Angeli del soccorso senza tutela; Vigili del Fuoco a rischio esposizione”. Sono intervenuti, tra gli altri anche:

  • Avv. Ezio Bonanni, presidente Osservatorio Nazionale Amianto;
  • Dott. Costantino Saporito, coordinamento nazionale Usb vigile del fuoco;
  • Dott. Gabriele Miele, coordinamento nazionale Usb vigili del fuoco – Osservatorio Bilaterale Salute e Sicurezza, Ambienti di Lavoro;
  • Dott.ssa Sabrina Melpignano, psicologa e psicoterapeuta;
  • Dott. Carmine Luigi Roma, oncologo e membro del Comitato Scientifico Ona “Percorso clinico diagnostico del paziente”.

In quell’occasione, fu affrontato il tema del rischio amianto per i componenti del corpo dei vigili del fuoco.

https://youtu.be/Zvye5x8RExE

Inoltre, nel tempo l’ONA ha ottenuto significativi risultati nella tutela dei vigili del fuoco amianto. Come il caso del Vigile del Fuoco deceduto a causa del mesotelioma, a cui è stato riconosciuto lo status di vittima del dovere, proprio grazie all’associazione.

Nel corso del decimo episodio di ONA TV presentata da Massimo Maria Amorosini, giornalista e conduttore televisivo, è stato trattato il tema della sicurezza sul lavoro per quanto riguarda i vigili del fuoco.

https://youtu.be/8vyunQzTsBo

Le attività dei vigili del fuoco sono quelle più a rischio. Non solo amianto e altri cancerogeni, ma anche il crollo di edifici, se fatiscenti. Proprio come è accaduto per Gaetano Rinaldi.

Il fatto stesso che è riconosciuto vittima di malattia professionale per causa di servizio, gli da diritto anche al riconoscimento di vittima del dovere.

Infatti, i vigili del fuoco si sono trincerati sulla prescrizione. Per questo abbiamo rimarcato che invece lo status di vittima del dovere è imporescrittibile.

Quindi, l’imprescrittibilità dei diritti delle vittime del dovere è un punto chiave che l’ONA continua a portare avanti.

Ora sul caso di Gaetano si dovrà pronunciare il Tribunale di Bari. Intanto però l’ONA continua a tutelare le vittime del dovere così come le vittime amianto.

Gabriele D’Annunzio: dalla pioggia al fuoco nel pineto

Gabriele D'Annunzio
la pioggia nel pineto, immagine di dannunzio e testo originale

Continuiamo festeggiare gli ori e aggiungere medaglie olimpiche, ad ostentare quello scudetto che fu geniale invenzione di Gabriele D’Annunzio, autore di “La Pioggia nel Pineto“. Ma dobbiamo anche allarmarci, avvertire il pericolo dell’orrendo fuoco, che ripropone i colori dannunziani a ruoli invertiti con il rosso distruttore del verde e il bianco della cenere, come catartico sudario di quell’unicum, alle porte di Pescara, che ispirò i versi di “La Pioggia nel Pineto” di Gabriele D’Annunzio e che adesso, dopo L’Epifania del Fuoco è divenuto L’Impero del Silenzio.

Undici mesi fa scrivevo di quell’ardere insensato, senza freni, nemmeno purificatore di virus e sentimenti del male, ma rivelatore della più becera condizione morale per una parte non irrilevante della nostra collettività. Questa lotta, lotta come Sisifo senza sosta contro un male oscuro, condannata ad una pena infinita, come se fosse troppo il bene di cui il Bel Paese dispone, grazie a madre natura, alla vocazione degli avi.

Se la Sardegna è bruciata in lungo e in largo, ancor più delle altre volte, se la Sicilia e Catania rischiano il paradosso di aver più colate criminali che laviche, se nel Pineto memore delle odi del Vate, in terra d’Abruzzo, alla pioggia si sostituiscono scientifici piromani inneschi.

Dalla pioggia di Gabriele D’Annunzio al fuoco

Se la “terra dei fuochi” ha da tempo pericolosamente sconfinato è perché la memoria degli italiani è decisamente corta, la legislazione e le attività di contrasto sono assolutamente insufficienti, la Guardia Forestale è stata sacrificata alla semplificazione senza senso, ma soprattutto la promozione della coscienza come conoscenza ambientale e del rispetto dei valori legati alla natura sono assolutamente inadeguate, negate da un sistema educativo.

Esso rinuncia peraltro a valorizzare i fondamentali dell’arte, della cultura, del corretto stile di vita, del rispetto delle regole e dei principi fondamentali per la prevenzione salute, che non prescindono dall’attività motoria e la pratica dello sport, come diritto e reali opportunità per tutti, partendo dai primi anni di vita.

Gli incendi che hanno colpito l’Italia

È ora di finirla con le favole dell’autocombustione, dell’incidente, piuttosto che della calamità naturale. Dietro il novantanove per cento degli eventi incendiari c’è la mano criminale e/o comunque irresponsabile dell’uomo. Lo scorso anno scrivevo e riscrivo : “Dubito di dover chiedere scusa ai piromani, posto che si rischia di dover scaricare su presunti malati mentali quel che appartiene alla sfera criminale“.

Tra sabato e domenica, la Sicilia è bruciata con le riserve naturali di Altofonte e dello Zingaro, San Vito Lo Capo, Selinunte, senza salvare l’area archeologica di Himera. Sono andati in fumo tremila ettari d’insostituibile, irrinunciabile bene comune, con alberi secolari, animali selvatici, fiori e insetti. È andato perduto tutto quel complesso di vita, che costituisce per la collettività un ecosistema e per i vili dissociati una opportunità speculativa.

Le montagne con i loro alberi secolari, quelli che erano sopravvissuti allo sbarco dei mille e degli alleati, adesso si ammantano del lutto, del nero rovinoso che sostituisce quel che era verde e gioioso, risorsa vitale.

Adesso quelle anime vegetali sono state ridotte in cenere da chi non ha diritto di vivere tra gli umani e per carità nemmeno tra le bestie. L’origine delittuosa è testimoniata dalla molteplicità degli inneschi e dalla tempistica usata per aggredire il patrimonio arboreo e attentare alla vita delle persone, che in quel contesto abitano.

Non meno doloroso è stato il tributo pagato dalla Sardegna con trentuno incendi un po’ ovunque e qualche autore preso con il cerino in mano. A questo punto, però, occorre intimare a chi sovraintende alla sicurezza del Paese di assumersi seriamente le proprie responsabilità.

Le calamità causate dal fuoco e dall’acqua

Ricordiamo ancora con sgomento ed orrore la spaventosa esecuzione della Pinete di Castel Fusano, da parte di sciagurati recidivi, di cui non c’è memoria del nome e delle condanne. Rimane, però, il segno indelebile di quella che è stata una vera e propria evirazione di una territorio elettivo, che rendeva simbiotico il rapporto tra Roma e il mare.

Ormai sappiamo che invocare la pioggia significa essere colpiti da altre calamità. Quel che sta accadendo in Trentino la dice lunga, tanto quanto la caduta del pioppo a Marina di Massa, dove la vacanza per due sorelline è finita nel sangue.

E allora? Allora, dobbiamo confermare che aver soppresso la Guardia Forestale, trasferendo le competenze a Corpi in tutt’altre faccende affaccendati è stata una colpevole castroneria, tanto quella di aver ridotto le Provincie alla fatiscenza.

Nella nostra storia, ogni taglio lineare ha significato il venir meno di presidi e ausili fondamentali nella logica della prevenzione e del controllo.

Infine e non ultimo, i parlamentari – anche loro a rischio di decurtazioni devastanti, anziché essere oggetto della riqualificazione del proprio ruolo e della funzione – che dovrebbero occuparsi seriamente di leggi oggi assolutamente inadeguate, perché causare intenzionalmente un incendio equivale a mettere una bomba alla stazione ferroviaria, all’attentare alla sicurezza con prospettiva di strage, perché occorre capire che la vita di un essere animale o vegetale merita lo stesso rispetto che si pretende per gli umani.

La necessità di prevenzione ed educazione

Occorre alzare il livello delle pene sino al massimo consentito per i reati peggiori, azionando anche l’aggravante dell’associazione per delinquere e mafiosa.

È necessario svolgere un’azione di prevenzione seria, basata sull’educazione, la cultura, la collaborazione, la responsabilità, con i controlli supportati dalla tecnologia più avanzata ed una adeguata attività d’indagine e repressione.

Come per la manutenzione delle infrastrutture, il controllo del territorio sta divenendo vitale anche per molte altre ragioni. Queste non prescindono dall’uso perverso che ne fanno i piromani dei roghi tossici, dei venefici untori che stanno riducendo parte del Bel Paese descritto da Gabriele D’Annunzio a desolante “terra dei fuochi”. “

La pioggia nel pineto – Gabriele D’Annunzio

Taci. Su le soglie

Del bosco non odo

Parole che dici

Umane; ma odo

Parole più nuove

Che parlano gocciole e foglie lontane.

Ascolta. Piove

Dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

Salmastre ed arse,

Piove su i pini

Scagliosi ed irti,

Piove su i mirti divini,

Su le ginestre fulgenti

Di fiori accolti,

Su i ginepri folti

Di coccole aulenti,

Piove su i nostri volti silvani,

Piove su le nostre mani ignude,

Su i nostri vestimenti leggieri,

Su i freschi pensieri

Che l’anima schiude novella,

Su la favola bella che ieri

T’illuse, che oggi m’illude,

O Ermione.

Odi? La pioggia cade

Su la solitaria verdura

Con un crepitío che dura

E varia nell’aria

Secondo le fronde

Più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

Al pianto il canto delle cicale

Che il pianto australe

Non impaura,

Nè il ciel cinerino.

E il pino

Ha un suono, e il mirto

Altro suono, e il ginepro

Altro ancóra, stromenti diversi

Sotto innumerevoli dita.

E immersi noi siam nello spirto silvestre,

D’arborea vita viventi;

E il tuo volto ebro

è molle di pioggia

Come una foglia,

E le tue chiome

Auliscono come

Le chiare ginestre,

O creatura terrestre

Che hai nome Ermione.

I versi del celebre Gabriele D’Annunzio

Ascolta, ascolta. L’accordo

Delle aeree cicale

A poco a poco più sordo

Si fa sotto il pianto

Che cresce;

Ma un canto vi si mesce più roco

Che di laggiù sale,

Dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

S’allenta, si spegne.

Sola una nota ancor trema, si spegne,

Risorge, trema, si spegne.

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

Crosciare

L’argentea pioggia

Che monda,

Il croscio che varia

Secondo la fronda

Più folta, men folta. Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

Del limo lontana,

La rana, canta nell’ombra più fonda,

Chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

Piove su le tue ciglia nere

Sìche par tu pianga

Ma di piacere; non bianca

Ma quasi fatta virente,

Par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

Aulente,

Il cuor nel petto è come pesca intatta,

Tra le pàlpebre gli occhi

Son come polle tra l’erbe,

I denti negli alvèoli con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

Or congiunti or disciolti

E il verde vigor rude

Ci allaccia i mallèoli

C’intrica i ginocchi

Chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti silvani,

Piove su le nostre mani ignude,

Su i nostri vestimenti leggieri,

Su i freschi pensieri

Che l’anima schiude novella,

Su la favola bella che ieri

M’illuse, che oggi t’illude,

O Ermione.

L’ORO DEL FAIR PLAY

oro fair play
jacobs e tamberi si abbracciano sotto la bandiera

Olimpiadi, storica vittoria azzurra

Oro fair play: l’Ona – Osservatorio Nazionale Amianto – con il suo Presidente, Avv. Ezio Bonanni, elogiano i nostri atleti, nell’olimpo degli dei. Così nello stesso intervento dello stesso avvocato Ezio Bonanni (consulta qui l’atto in video) nel corso dell’evento ONA & CONI INSIEME CONTRO L’AMIANTO.

L’olimpo degli dei, il sacrario della nostra memoria. Questa è la vittoria olimpica dei nostri ragazzi che superano tutte le avversità. È lo spirito di una nazione che risorge. Vinceremo e risorgeremo come la fenice dalle sue ceneri. La fiamma olimpica scalda i nostri cuori e ci esorta a vincere per noi, per i nostri figli e per le future generazioni, per la tutela dell’ambiente e della salute.

Ma non solo. L’Ona che si fregia di aver ricevuto il supporto partecipativo di importanti campioni olimpici e della collaborazione del Fair Play – Coni – e del Dott. Ruggero Alcanterini, non si ferma all’applauso.

Infatti, l’Ona partecipa e parteciperà al trionfo ideale e morale dei nostri campioni.

Ruggero Alcanterini: dal Fair Play al CTS dell’Ona

L’Ona ringrazia e plaude all’operato del Dott. Ruggero Alcanterini. Lo ricordiamo al fianco di Pietro Mennea, indimenticato campione olimpico da lui scoperto e valorizzato. Nella Barletta di quel periodo, in un ambiente poco incline allo sport, fu proprio Ruggero ad accogliere a Roma un giovane Pietro Mennea.

oro fair play
Campionati Europei Helsinki, 1971. Il Dott. Ruggero Alcanterini a capo della Nazionale italiana di atletica leggera.

Ma non basta, ora quella Federazione che lo ha visto membro della Presidenza, ha espresso due campioni olimpici. Abbiamo l’uomo più veloce del mondo e quello che salta più in alto di tutti!

Già nell’ottobre del 2018, chiamato da Ruggero nel dibattito presso il salone di onore del Coni, alla presenza di Nino Benvenuti, e di altri indimenticati campioni olimpici, auspicai un cambio di rotta del Governo Nazionale.

Ribadisco la necessità che la politica recuperi la forza ideale del pensiero olimpico, accantonando le beghe partitiche per perseguire l’interesse della nazione, tutta.

Invece, purtroppo, assistiamo ad una deriva che per fortuna, il nuovo premier Mario Draghi, sembra aver in qualche modo arrestato.

Ona e Coni insieme contro l’amianto – 30 maggio 2019

In questo momento di trionfo nello sport olimpico nazionale, il mondo plaude all’Italia, finalmente al centro, con la nostra voglia di riscatto, e con la nostra forza inesauribile.

In ogni caso, nei cupi momenti della sconfitta di qualche battaglia, quando in ogni caso abbiamo sempre sentito il profumo della vittoria finale, abbiamo celebrato un evento fondamentale insieme al Coni.

Giovanni Malagò e l’avv. Ezio Bonanni in occasione dell’evento Sport e scuola, ambiente e sicurezza: via l’amianto! In data 30.05.2019.

Quindi ringraziamo ancora una volta il Dott. Giovanni Malagò, Presidente del Coni che più volte ha ospitato le nostre iniziative nel salone d’onore, con il tricolore d’Italia schierato a sostegno delle vittime dell’amianto.

Dott. Ruggero Alcanterini: l’editoriale della vittoria

Più andiamo avanti nel tempo e più ci rendiamo conto di quanto l’effimero sia solo apparente, di quanto la forma sia anche sostanza e di quanto la sostanza possa cambiare in base alla gestione che si fa della forma.

Ieri, sulla pista olimpica di Tokio si è compiuto un altro miracolo al limite del surreale ed i protagonisti si sono rappresentati senza mezze misure, citati ed osannati, riconosciuti come verità rivelata del misterico ancestrale rito atletico, che si ripete ormai da quasi due millenni, con qualche soluzione di continuità, ma sempre immerso nella speciale carica emotiva in grado di trasmutare gli uomini in semidei.

Marcel Jacobs e Giammarco Tamberi: eroi nello sport e nella vita

Così il “post fata resurgo” dei nostri progenitori trova piena conferma nella parabola positiva di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, che hanno ricevuto in simultanea la corona dell’Altis, dopo aver combattuto e vinto la sorte, oltre che gli avversari.

Comitato Italiano Fair Play elogio a Gimbo e al nuovo Usain Bolt

Adesso è il momento della festa e il Comitato Nazionale Italiano Fair Play segnala la straordinaria ideale scelta della condivisione della vittoria, tra lo stesso “Gimbo” Tamberi e Mutaz Barshim, come la compostezza e il rispetto degli avversari, sentimenti distintivi di Jacobs, ormai erede conclamato del grande Usain Bolt.

Dunque, tornando alla forma, adesso si tornerà a celebrare l’accadimento epocale. La congiuntura astrale, che ripropone l’atletica come regina degli sport e la somma delle medaglie come traguardo supremo.

Con il rischio, però, di eludere ancora il problema endemico, di rinviare sine die il nodo apparentemente inestricabile della mancanza di sinergia.

Quindi, con milioni di potenziali praticanti, dagli umili “tapascioni” ai super men, che fanno parte dello sport di mezzo. In questo mondo sportivo trascurato che invece potrebbe partecipare in modo determinante alla rivoluzione del sistema e a cambiare la qualità della nostra società civile.

Oro fire play