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L’ORO DEL FAIR PLAY

oro fair play
jacobs e tamberi si abbracciano sotto la bandiera

Olimpiadi, storica vittoria azzurra

Oro fair play: l’Ona – Osservatorio Nazionale Amianto – con il suo Presidente, Avv. Ezio Bonanni, elogiano i nostri atleti, nell’olimpo degli dei. Così nello stesso intervento dello stesso avvocato Ezio Bonanni (consulta qui l’atto in video) nel corso dell’evento ONA & CONI INSIEME CONTRO L’AMIANTO.

L’olimpo degli dei, il sacrario della nostra memoria. Questa è la vittoria olimpica dei nostri ragazzi che superano tutte le avversità. È lo spirito di una nazione che risorge. Vinceremo e risorgeremo come la fenice dalle sue ceneri. La fiamma olimpica scalda i nostri cuori e ci esorta a vincere per noi, per i nostri figli e per le future generazioni, per la tutela dell’ambiente e della salute.

Ma non solo. L’Ona che si fregia di aver ricevuto il supporto partecipativo di importanti campioni olimpici e della collaborazione del Fair Play – Coni – e del Dott. Ruggero Alcanterini, non si ferma all’applauso.

Infatti, l’Ona partecipa e parteciperà al trionfo ideale e morale dei nostri campioni.

Ruggero Alcanterini: dal Fair Play al CTS dell’Ona

L’Ona ringrazia e plaude all’operato del Dott. Ruggero Alcanterini. Lo ricordiamo al fianco di Pietro Mennea, indimenticato campione olimpico da lui scoperto e valorizzato. Nella Barletta di quel periodo, in un ambiente poco incline allo sport, fu proprio Ruggero ad accogliere a Roma un giovane Pietro Mennea.

oro fair play
Campionati Europei Helsinki, 1971. Il Dott. Ruggero Alcanterini a capo della Nazionale italiana di atletica leggera.

Ma non basta, ora quella Federazione che lo ha visto membro della Presidenza, ha espresso due campioni olimpici. Abbiamo l’uomo più veloce del mondo e quello che salta più in alto di tutti!

Già nell’ottobre del 2018, chiamato da Ruggero nel dibattito presso il salone di onore del Coni, alla presenza di Nino Benvenuti, e di altri indimenticati campioni olimpici, auspicai un cambio di rotta del Governo Nazionale.

Ribadisco la necessità che la politica recuperi la forza ideale del pensiero olimpico, accantonando le beghe partitiche per perseguire l’interesse della nazione, tutta.

Invece, purtroppo, assistiamo ad una deriva che per fortuna, il nuovo premier Mario Draghi, sembra aver in qualche modo arrestato.

Ona e Coni insieme contro l’amianto – 30 maggio 2019

In questo momento di trionfo nello sport olimpico nazionale, il mondo plaude all’Italia, finalmente al centro, con la nostra voglia di riscatto, e con la nostra forza inesauribile.

In ogni caso, nei cupi momenti della sconfitta di qualche battaglia, quando in ogni caso abbiamo sempre sentito il profumo della vittoria finale, abbiamo celebrato un evento fondamentale insieme al Coni.

Giovanni Malagò e l’avv. Ezio Bonanni in occasione dell’evento Sport e scuola, ambiente e sicurezza: via l’amianto! In data 30.05.2019.

Quindi ringraziamo ancora una volta il Dott. Giovanni Malagò, Presidente del Coni che più volte ha ospitato le nostre iniziative nel salone d’onore, con il tricolore d’Italia schierato a sostegno delle vittime dell’amianto.

Dott. Ruggero Alcanterini: l’editoriale della vittoria

Più andiamo avanti nel tempo e più ci rendiamo conto di quanto l’effimero sia solo apparente, di quanto la forma sia anche sostanza e di quanto la sostanza possa cambiare in base alla gestione che si fa della forma.

Ieri, sulla pista olimpica di Tokio si è compiuto un altro miracolo al limite del surreale ed i protagonisti si sono rappresentati senza mezze misure, citati ed osannati, riconosciuti come verità rivelata del misterico ancestrale rito atletico, che si ripete ormai da quasi due millenni, con qualche soluzione di continuità, ma sempre immerso nella speciale carica emotiva in grado di trasmutare gli uomini in semidei.

Marcel Jacobs e Giammarco Tamberi: eroi nello sport e nella vita

Così il “post fata resurgo” dei nostri progenitori trova piena conferma nella parabola positiva di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, che hanno ricevuto in simultanea la corona dell’Altis, dopo aver combattuto e vinto la sorte, oltre che gli avversari.

Comitato Italiano Fair Play elogio a Gimbo e al nuovo Usain Bolt

Adesso è il momento della festa e il Comitato Nazionale Italiano Fair Play segnala la straordinaria ideale scelta della condivisione della vittoria, tra lo stesso “Gimbo” Tamberi e Mutaz Barshim, come la compostezza e il rispetto degli avversari, sentimenti distintivi di Jacobs, ormai erede conclamato del grande Usain Bolt.

Dunque, tornando alla forma, adesso si tornerà a celebrare l’accadimento epocale. La congiuntura astrale, che ripropone l’atletica come regina degli sport e la somma delle medaglie come traguardo supremo.

Con il rischio, però, di eludere ancora il problema endemico, di rinviare sine die il nodo apparentemente inestricabile della mancanza di sinergia.

Quindi, con milioni di potenziali praticanti, dagli umili “tapascioni” ai super men, che fanno parte dello sport di mezzo. In questo mondo sportivo trascurato che invece potrebbe partecipare in modo determinante alla rivoluzione del sistema e a cambiare la qualità della nostra società civile.

Oro fire play

Johnson & Johnson, in passivo per l’amianto, fa ricorso

talco amianto Johnson & Johnson
Johnson & Johnson

Una nuova filiale per assorbire le passività legate all’amianto

“Johnson & Johnson sta valutando la creazione di una nuova filiale per assorbire le sue diffuse passività legate all’amianto”. La multinazionale farmaceutica fa ricorso al Capitolo 11 sulle istanze di fallimento negli Stati uniti.

A riportarlo sono Wall Street Journal, Reuters News Service e altri organi di stampa USA.

Capitolo 11: “fusione divisiva”

Il Capitolo 11 è una norma della legge fallimentare statunitense.

Sfruttare la legge della “fusione divisa”, del Texas, consente alle imprese di dividersi in almeno due entità e dichiarare bancarotta, evitando ogni contenzioso.

Grazie al Capitolo 11, J&J potrebbe 

  1. creare una società più piccola che ospita le passività legate alla questione talco contaminato da amianto;
  2. avviare una ristrutturazione a seguito di un grave dissesto finanziario.

Questo consentirebbe alla multinazionale di risparmiare potenzialmente miliardi di dollari, legati al pagamento di cause risarcitorie.

Cause, che, come noto, collegano l’iconico talco per bambini al cancro ovarico e al mesotelioma maligno.

J&J potrebbe anche ipotizzare l’utilizzo di altri meccanismi per effettuare la dichiarazione di fallimento, oltre alla legge del Texas.

Conseguenze del fallimento 

Inoltre:

1) Si fermerebbe il contenzioso in corso;

2) I querelanti che non sono stati risarciti potrebbero impantanarsi in una lunghissima procedura fallimentare con una società probabilmente molto più piccola (i casi di fallimento archiviati per risolvere i contenziosi, compresi quelli relativi all’amianto, spesso richiedono anni e quasi mai rimborsano completamente i creditori);

3) I futuri pagamenti ai querelanti, sostanzialmente ridotti, dipenderanno da come J&J deciderà di finanziare l’entità che ospita le sue passività di talco.

Johnson & Johnson non conferma i rapporti

Un portavoce della consociata J&J smentisce tuttavia la notizia. “Johnson & Johnson Consumer Inc. non ha deciso su alcun particolare corso d’azione in questo contenzioso, se non quello di continuare a difendere la sicurezza del talco e contestare questi casi nel sistema degli illeciti, come dimostrano i processi in corso”J&J ha rifiutato ulteriori commenti.

Fonti di Reuters sostengono che in realtà, la società non ha ancora deciso se perseguire il piano fallimentare e potrebbe alla fine abbandonare l’idea.

Reuters non è riuscita inoltre a determinare se J&J abbia ingaggiato avvocati di ristrutturazione per aiutare la società a esplorare il piano di fallimento.

Un numero di cause in crescita

Attualmente Johnson & Johnson sta affrontando circa 30mila cause nei tribunali degli Stati Uniti.

Nella stragrande maggioranza, si tratta di processi relativi all’utilizzo di talco contaminato dall’amianto, causa di tumori e altre gravi patologie.

Un piccolo segmento di questi riguarda i casi di mesotelioma, un cancro raro e letale causato dall’esposizione all’amianto (la fibra killer si trova nelle vicinanze dei siti in cui si estrae il talco).

J&J: prima il profitto

Il procuratore Ken Starr, rappresentando le donne che hanno intentato causa alla J&J, aveva scritto nelle memorie del tribunale che l’azienda farmaceutica “sapeva da decenni che le sue polveri di talco contenevano amianto. Una sostanza altamente cancerogena con nessun livello di esposizione sicura conosciuto”.

Starr aveva aggiunto che “l’azienda avrebbe potuto proteggere i clienti passando dal talco all’amido di mais, come proposto dai suoi scienziati già nel 1973.  Ma l’azienda non era disposta a sacrificare i profitti per avere un prodotto più sicuro”.

La multinazionale difende i suoi prodotti

In tribunale, J&J si è sempre difesa sostenendo che i suoi prodotti a base di talco sono sicuri e non causano il cancro.

Johnson & Johnson - Talco Amianto
Talco Amianto

Per avvalorare le sue tesi, si è avvalsa di numerosi studi che hanno negato il nesso tra l’uso del talco e il cancro alle ovaie.

Peccato che molti altri studi abbiano dimostrato l’esatto contrario.

Ciò ha dato vita ad una serie di verdetti contrastanti.  Alcuni hanno dato ragione alla multinazionale, altri hanno assegnato grandi somme ai querelanti, altri ancora sono stati rinviati in appello.

Il parere dei legali 

Riguardo alla possibilità di ricorrere alla fusione divisiva, gli avvocati dei querelanti, considerano tale strategia come una furbata per evitare accordi o giudizi potenzialmente costosi. 

Ad ogni modo, non sarebbero inizialmente in grado di fermare J&J dal fare un tale passo, anche se potrebbero perseguire altre vie legali in un secondo momento.

“Un fallimento a due fasi è una mossa in linea con le tattiche senza scrupoli che Johnson & Johnson esercita da decenni. Se avrà successo – e non crediamo che sarà così – l’azienda potrebbe scaricare la sua responsabilità dalle cause sul talco in tutto il Paese” – hanno dichiarato i legali.

Non solo amianto 

Non è la prima volta che J&J va in giudizio per la sicurezza dei suoi prodotti, non solo per il rischio amianto:

  • 1995: La J&J paga una multa di 7,5milioni di dollari. La multinazionale aveva distrutto i documenti relativi a un’indagine sulla commercializzazione errata della sua crema per l’acne Retin-A, per rimuovere le rughe;
  • 1996: un’ordinanza vieta alla Johnson & Johnson, di “travisare in alcun modo i risultati o le conclusioni di qualsiasi test o studio riguardanti prodotti da banco con un uso relativo alla riproduzione umana, organi riproduttivi o malattie sessualmente trasmissibili (MST)“. L’accordo richiede anche loro di avere prove scientifiche competenti e affidabili per qualsiasi affermazione che fanno sull’efficacia di contraccettivi da banco o prodotti per la protezione contro le malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, quando pubblicizzano qualsiasi lubrificante personale e/o spermicida, devono disporre di prove scientifiche competenti e affidabili a sostegno di eventuali affermazioni relative a:
  • il tasso di fallimento di qualsiasi metodo contraccettivo;
  • la capacità del prodotto di proteggere dallo sviluppo di minuscoli fori nei preservativi durante l’uso;
  • la capacità del prodotto di proteggere dall‘HIV e da altri virus;
  • i benefici per la salute del prodotto”;

Ancora controversie legali

  • 2001: J&J, ingaggiata in una causa collettiva, paga 860 milioni di dollari per aver ingannato i consumatori delle sue lenti a contatto morbide Acuvue 1-Day. J&J raccomandava di portarle solo una volta, in realtà, le lenti avevano le stesse caratteristiche delle normali lenti Acuvue, che duravano due settimane.
  • 2010: I produttori farmaceutici americani di Ortho-McNeil Pharmaceutical LLC e Ortho-McNeil-Janssen Pharmaceuticals Inc., entrambe sussidiarie di Johnson & Johnson, concordano di pagare più di 81milioni di dollari per risolvere la responsabilità penale e civile derivante dalla promozione illegale del farmaco per l’epilessia Topamax. In buona sostanza, la Food and Drug Administration (FDA) aveva approvato Topamax come farmaco antiepilettico, per il trattamento delle crisi parziali, ma non per uso psichiatrico. Utile precisare che, una volta che un farmaco è stato approvato dalla FDA, un produttore non può commercializzarlo o promuoverlo per qualsiasi uso non specificato nella sua nuova domanda di farmaco. Gli usi non autorizzati sono noti anche come “usi non approvati” o “off-label“.
  • Oltre alla sanzione penale, Ortho-McNeil-Janssen Pharmaceuticals ha pagato 75,37milioni di dollari per risolvere le accuse civili ai sensi del False Claims Act, per aver promosso illegalmente Topamax e causato la presentazione di false affermazioni a programmi di assistenza sanitaria del governo per una varietà di usi psichiatrici che non erano indicazioni accettabili dal punto di vista medico e quindi non coperte da tali programmi;

Recidività tra amianto e oppioidi

  • 2011: J&J paga 85milioni di dollari per accuse simili contro il suo farmaco per il cuore Natrecor;
  • 2011: scoppia il caso del talco contaminato all’amianto;
  • 2013: Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sanziona l’azienda con 2,2miliardi di dollari in multe penali per aver commercializzato il suo farmaco per l’autismo e antipsicotico Risperdal per usi non approvati. Tra i gravi effetti collaterali del Risperdal riscontrati dalla FDA: diabete mellito, iperprolattinemia, sonnolenza, depressione, ansia, comportamento psicotico, suicidio e morte;
  • 2019: Una giuria di Filadelfia ordina a J&J di pagare 8miliardi di dollari a un uomo del Maryland. I legali sostenevano che l’azienda aveva commercializzato illegalmente il farmaco antipsicotico Risperdal, minimizzando l’effetto collaterale per cui ai giovani uomini che lo usano poteva crescere il seno;
  • 2020: J&J, insieme ad altre quattro aziende, pattuisce un accordo da 26 miliardi di dollari con le contee e le città che le avevano citate per i danni legati all’epidemia di oppioidi. E’ il più grande caso della corte federale nella storia americana;
  • 2021: J&J sancisce un accordo da 230milioni di dollari con lo stato di New York, che le impedisce  di promuovere e distribuire gli oppioidi negli Stati Uniti.

 

 

Talco cancerogeno

Mesotelioma peritoneale maligno, nuovo studio

Mesotelioma peritoneale maligno
immagine di cellule

Testato un nuovo studio all’Anderson Cancer Center dell’Università del Texas

I ricercatori dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas, hanno scoperto una nuova opzione per trattare con successo il mesotelioma peritoneale maligno (MPeM).

MPeM: una neoplasia che non lascia scampo

La ricerca, condotta da Kanwal Raghav, MD, professore associato di Gastrointestinal Medical Oncology, e Daniel Halperin, MD, assistente professore di Gastrointestinal Medical Oncology, è stato pubblicato lo scorso 14 luglio su Cancer Discovery.

Il mesotelioma peritoneale maligno (MPeM) è una neoplasia maligna, rara e aggressiva, che colpisce il mesotelio, una membrana sierosa che costituisce l’involucro degli organi addominali e il rivestimento interno delle pareti dell’addome.

Essa è esclusivamente causata dall’esposizione all’amianto, tanto che la sua incidenza è molto alta nei Paesi che hanno utilizzato ampiamente la fibra killer in passato.

Purtroppo, l’MPeM ha una prognosi infausta.  La maggior parte dei pazienti muore a causa della malattia entro un anno. 

Sebbene la sua patogenesi sia associata all’infiammazione cronica, ancora non si è fatta piena chiarezza sulle dinamiche che la scatenano.

Negli ultimi anni, i ricercatori si sono interessati all’infiammazione sistemica.  Dal 1863, quando il patologo tedesco Rudolf Vichow trovò globuli bianchi nel tessuto tumorale, sono state avanzate diverse ipotesi basate sui risultati della ricerche.

I risultati lascerebbero supporre che le neoplasie si verifichino nei siti di infiammazione.  

Sta di fatto, che al momento le opzioni di trattamento sono limitate e, poiché i sintomi il più delle volte passano inosservati, il cancro peritoneale viene solitamente diagnosticato in una fase avanzata. 

Se non trattata, l’aspettativa di vita è spesso inferiore a un anno.

Terapie tradizionali 

I pazienti con mesotelioma peritoneale maligno, di solito vengono trattati seguendo le raccomandazioni per il mesotelioma pleurico maligno.

Purtroppo, la maggior parte degli studi sui farmaci chemioterapici sono stati condotti per il mesotelioma pleurico, spesso escludendo i pazienti con MPeM.

Le strategie di trattamento tradizionali sono varie. Di solito includono la chirurgia citoriduttiva ottimale, la perfusione peritoneale ipotermica intraoperatoria con chemioterapia (HIPEC) o la chemioterapia intraperitoneale postoperatoria precoce (EPIC).  

Mesotelioma peritoneale maligno: i pazienti “test”

A testare la nuova terapia, un gruppo di venti pazienti trattati con la combinazione di farmaci immunetarapici Tecentriq e Avastin (atezolizumab e bevacizumab).

Per essere ammessi al test, i pazienti dovevano:

  1. avere almeno 18 anni o più; 
  2. avere un mesotelioma peritoneale maligno avanzato confermato istologicamente, non suscettibile di chirurgia citoriduttiva definitiva (CRS);
  3. dovevano essere stati intolleranti almeno a una linea di chemioterapia sistemica;
  4. I pazienti potevano aver ricevuto in precedenza il farmaco Bevacizumab.

Inoltre, ai pazienti era richiesta una performance status ECOG di 0 o 1 e una funzione accettabile di organi e midollo osseo.  

Sono stati ammessi anche i pazienti che avevano metastasi extraperitoneali.

Esclusi invece coloro che:

  1. avevano precedentemente ricevuto immunoterapia;
  2. chi aveva ricevuto la diagnosi attiva di malattia autoimmune o immunodeficienza;
  3. avevano un tumore maligno concomitante, una storia nota di metastasi del sistema nervoso centrale attive o non trattate;
  4. erano sottoposti a terapia immunosoppressiva sistemica al momento dell’arruolamento.

Tutti i partecipanti sono sono stati arruolati tra il 30 marzo 2017 e il 12 febbraio 2019.

L’età media era di 63 anni, il 60% dei partecipanti erano donne e il 75% ha dichiarato di non essere stato esposto all’amianto. 

I partecipanti allo studio erano l’80% bianchi, il 10% ispanici, il 5% neri e il 5% di altre nazionalità.

Una speranza dai farmaci immunoterapici

A dire il vero, in passato i ricercatori dell’MD Anderson avevano già valutato questa combinazione di farmaci. Questi erano stati tuttavia somministrati singolarmente, in diversi tumori rari e solidi, tra cui il cancro appendicolare, pancreatico e il mesotelioma pleurico, causato dall’esposizione all’amianto.  

Ebbene, per il mesotelioma, la sinergia dei due farmaci ha prodotto una risposta positiva, indipendentemente dal carico mutazionale del tumore e dallo stadio del cancro.

La cura con atezolizumab e bevacizumab è stata ben tollerata e ha determinato un tasso di risposta obiettiva del 40% nei pazienti con mesotelioma peritoneale maligno avanzato, un raro tumore del rivestimento  dell’addome. 

Se per i pazienti, la sopravvivenza libera da progressione stimata era di 17,6 mesi, la durata mediana della risposta, grazie al trattamento, è stata infatti di 12,8 mesi. 

Di contro, i pazienti sottoposti a chemioterapia tradizionale erano entrati nello studio con una progressione mediana della malattia di 8,3 mesi.

“La combinazione di bevacizumab e atezolizumab ha mostrato un promettente restringimento del tumore”, ha detto l’oncologo Dr. Kanwal Raghav.  “Questa combinazione è un’opzione di seconda linea molto buona e affidabile per i pazienti”.

Nello specifico, Atezolizumab è un tipo di farmaco immunoterapico chiamato “inibitore del checkpoint immunitario”, che prende di mira il PD-L1 (una proteina presente sulla superficie di alcune cellule dell’organismo.

Il bevacizumab è invece una terapia mirata, che rallenta la crescita di nuovi vasi sanguigni inibendo il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF).  

La sopravvivenza globale mediana purtroppo non è stata raggiunta, ma il tasso di sopravvivenza a un anno è stato dell’85%, contro il 65%. 

In cosa consiste la cura al mesotelioma peritoneale maligno

I pazienti con mesotelioma peritoneale hanno ricevuto 15 cicli di trattamento. I farmaci sono stati somministrati per via endovenosa ogni 21 giorni fino alla progressione della malattia o alla tossicità inaccettabile.  

Dopo 23,5 mesi, sei pazienti stavano ancora ricevendo il trattamento, mentre altri 10 partecipanti hanno interrotto la terapia a causa della progressione della malattia: due a causa della tossicità, uno per morte e uno per sospensione facoltativa.

Sono necessarie più sperimentazioni cliniche

Visti i risultati, gli autori dello studio hanno sottolineato che è necessario insistere sulle sperimentazioni cliniche, arruolando un numero sempre maggiore di pazienti.

Ciò servirebbe sia a convalidare i risultati dello studio, sia a determinare se la combinazione deve essere utilizzata come trattamento di prima linea.

Mesotelioma peritoneale maligno: ONA a fianco dei malati

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA, presieduta dall’avv. Ezio Bonanni,  è l’associazione di utilità sociale che guida anche la ricerca scientifica sul mesotelioma.

Un pull di medici, specializzati nelle diverse discipline (biologia, oncologia, chirurgia, radiologia, cardiologia etc…), ha elaborato le linee guida per la diagnosi precoce del mesotelioma, per la sperimentazione dei nuovi farmaci, per nuove tecniche chirurgiche combinate con la chemioterapia (esempio: chirurgia con chemioterapia intrapleurica – tecnica del Prof. Francesco Migliore).

L’ONA guida i pazienti presso i centri specializzati per la cura del mesotelioma e fornisce ascolto e seconda opinione, e supporto clinico e tutela legale. L’assistenza dell’ONA è gratuita. Lo studio dell’avv. Ezio Bonanni fornisce tutela legale per le vittime e per i loro famigliari.

Ecomafie: una miniera d’oro per i trafficanti di rifiuti

Ecomafie e disastro ambientale
rifiuti

Ecomafie e disastro ambientale: l’impegno dell’ONA

In Italia il virus delle ecomafie è una delle cause del disastro ambientale in cui verte il Paese.

Per questi motivi l’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto continua a battersi con impegno per la legalità e la giustizia.

Un business milionario che dura da decenni, che le ecomafie hanno incrementato con lo smaltimento illecito dei rifiuti.

Attività illegali di organizzazioni criminali di stampo mafioso, che arrecano gravi disastri ambientali.

La lotta alle ecomafie

La Legge sugli eco-reati (68/2015) è solo il primo passo di un nuovo progetto normativo che pone l’ambiente al centro dell’attenzione del governo. Le norme, però, non sono la panacea che può risolvere questi problemi: è necessaria una nuova cultura.

Una nuova cultura delle legalità, del rispetto dell’ambiente, che formi e informi le nuove generazioni. Occorre credere nei giovani, formarli, istruirli e avviarli anche a nuove professioni green. Solo così sarà possibile sconfiggere i trafficanti di rifiuti, veleni e le cause di tante patologie e decessi.

I crimini ambientali

In Italia la maggior parte di questi rifiuti vengono segue le cosiddette “rotta adriatica” e “rotta tirrenica”; dal nord verso Puglia, Campania, Calabria ma soprattutto verso la Sardegna. Dove sono sotterrati in cave abusive. 

Il problema risulta essere di portata ancora più evidente e devastante se si considera che l’Italia stessa è anche crocevia di traffici internazionali di rifiuti. Destinati, poi, a Nigeria, Mozambico, Somalia.

In Italia i reati ambientali sono in media quattro ogni ora

I reati commessi riguardano contestualmente tre diversi aspetti: produzione, trasporto e smaltimento.

Infatti, il produttore stesso, in molte occasioni formula dichiarazioni false, a seconda della tipologia e della qualità di rifiuti da smaltire: speciali, pericolosi, radioattivi etc..

In molti altri casi c’è la manomissione dei documenti che classificano la merce. Spesso, semplicemente il rifiuto scompare.

Le truffe, invece, riguardano lo smaltimento dei rifiuti negli impianti di trasformazione e trattamenti inadeguati e l’abbandono in discariche abusive.

Coinvolte in questi “affari sporchi” sono imprese private, amministratori locali e organi di controllo corrotti.

Ecomafie e business del rifiuto

Dietro la commissione di tali reati ambientali un business da capogiro

Solo nel 2019 la stima ammonta a circa 19,9 miliardi di euro, mentre dal 1995 a oggi ha raggiunto la quota di 419,2 miliardi.

Una recente sentenza della Corte di cassazione del 19 gennaio 2021 ha confermato la condanna a 18 anni di carcere, per associazione mafiosa e avvelenamento di acque, a un imprenditore dello smaltimento dei rifiuti.

C.C. è stato ritenuto tra gli ideatori del sistema delle ecomafie e dello smaltimento illecito di rifiuti e riconosciuto responsabile del disastro ambientale della discarica RESIT di Giuliano in Campania. Oggi la discarica è chiusa e messa in sicurezza.

“Ogni individuo ha il potere di fare del mondo un posto migliore” – Sergio Bambarén

EcoX: incendio, ecomafie e disastro ambientale

Tra le vicende italiane correlate ai grandi disastri ambientali troviamo sicuramente anche quella della Eco-X. Quando ci fu il terribile incendio dello stabilimento nei pressi di Pomezia, fu l’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA, a lanciare l’allarme sull’aero-dispersione di diossine e polveri di amianto.

A distanza di tempo, il giudice Giuseppe Baccarato ha emesso la condanna nei confronti dell’imputato, sia persona fisica sia persona giuridica, ritenendolo responsabile dei seguenti reati:

  • Artt. 423 e 449 c.p.: incendio colposo;
  • Artt. 452 bis e 452 quinquies c.p.: inquinamento ambientale colposo;
  • Art 437, co. 2, c.p.: omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro;
  • Art. 256 d. lgs. n. 152/2006: attività di gestione di rifiuti non autorizzata;

omissione di norme sul Testo Unico sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (d. lgs. n. 81/2008).

“Giustizia è fatta”, ha dichiarato l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto APS. L’associazione lanciò l’allarme amianto e presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Velletri. Questa, poi, ha rappresentato l’accusa e ottenuto la condanna dell’imputato.

I danni dell’amianto alla salute e all’ambiente

Il disastro ambientale passa anche per l’amianto o asbesto, un insieme di minerali di consistenza fibrosa e cancerogeni. 

Questo, continua a provocare la morte di decine di migliaia di esseri umani solo in Italia e centinaia di migliaia nel mondo.

L’assistenza dell’ONA e le segnalazioni online

L’ONA oltre a istituire uno sportello telematico per le vittime amianto e di altri cancerogeni, ha presentato anche un’APP per dare la possibilità a tutti i cittadini di effettuare segnalazioni della presenza di amianto.

L’APP è disponibile al seguente link in maniera del tutto gratuita.

Lagunare morto per amianto: condannato il Ministero della Difesa

amianto
militari con fucili in mano nell'acqua

Risarcimento per amianto alla orfana di una vittima del dovere

La figlia del lagunare deceduto spiega: “Quello che mi ha sconvolto di più è stato scoprire in quel modo che mio padre era affetto da mesotelioma pleurico da amianto”.

Il Tribunale di Milano ha condannato il Ministero della Difesa e ha riconosciuto lo status di Vittima del Dovere al Signor R. M., morto di mesotelioma nel 2017.

Un tumore legato esclusivamente all’esposizione e inalazione alle fibre di amianto con cui è stato a contatto durante il periodo di servizio militare nei Lagunari a Venezia dal marzo del 1963 all’aprile del 1964.

Condannato il ministero a risarcire la figlia del lagunare, orfana, con le prestazioni previdenziali dovute in qualità di superstite di vittima del dovere, accogliendo le tesi sostenute dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatore Nazionale Amianto e suo difensore in questa causa.

Una sentenza storica, l’orfana ha ottenuto una speciale elargizione di 200.000,00 euro oltre perequazioni e la costituzione di due assegni vitalizi mensili di 1033,00 e 500 euro che percepirà per tutta la vita. Inoltre, spetteranno a lei anche gli arretrati dalla data della morte del padre.

La donna ha subito un enorme shock emotivo che ha causato sofferenze fisiche e morali cambiando radicalmente la sua vita.

La storia del Sig. R.M. e sua figlia

Lagunare deceduto per msotelioma

Una storia straziante, quella della scoperta di L., riguardante la malattia del padre. Il coraggio di una figlia che cerca la verità e si batte contro tutto e tutti per capire le motivazioni della sua morte. Il suo più grande amore.

L’uomo che ha accompagnato la sua vita fin da bambina, che la abbracciava, la portava sulle spalle, si occupava di lei.

Un amore che supera le paure, i limiti, le difficoltà. Come quando i genitori si separarono. E la piccola donna, a soli sedici anni, decise di andare a vivere con lui per stargli vicino e per il bellissimo rapporto che avevano.

Scelse il padre e, anche in seguito, nonostante la distanza che li separava per motivi di studio e lavorativi, erano sempre vicini. L’uno con l’altro. E per l’altro. Un dare e avere incondizionato.

Un bisogno di vicinanza da entrambe le parti che li ha portati a non staccarsi mai se non per un momento, quello in cui lei voleva esserci, la sua morte improvvisa.

La storia del lagunare deceduto per amianto

Era il 31 luglio del 2017 quando M. morì in ospedale a Genova. Aveva svolto servizio come militare di leva un solo anno e fu letale. Solo in seguito all’autopsia si scoprì che era affetto da mesotelioma pleurico.

La figlia, decise di contattare l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e, grazie al suo sostegno e alla collaborazione dei medici specialisti che analizzarono il caso di suo padre, riuscì a capire che questo terribile male era legato all’esposizione alle fibre di amianto durante il periodo di leva.

Secondo quanto riporta la documentazione: “Il reparto si addestrava nella laguna di Venezia e lungo il litorale Adriatico. Insieme alla Brigata marina “San Marco” della Marina Militare.

Le attività del militare sono proseguite presso la Caserma Bafile di Malcontenta (Ve) con presenza di amianto nelle strutture e negli impianti e nei sistemi d’arma, in particolare, il fucile mitragliatore (mitragliatrice MG 42/59 cal. mm 7,62 NATO), e nella dotazione di assaltatore/sommozzatore/palombaro.

Successivamente, dopo un primo periodo di addestramento, il Sig. R.M. giunse nel reparto di assegnazione presso il Battaglione Costiero Lagunare ‘Marghera’.

Il 25 ottobre 1964 venne costituito il Reggimento Lagunari “Serenissima” composto dal Comando Reggimento, compagnia Reggimentale e quella Trasmissioni.

I battaglioni “Marghera”, “Piave” e “Isonzo” vennero ciascuno equipaggiati con VTT M113 e in alternativa un plotone mezzi anfibi e battelli.

Questi, erano coibentati in amianto, le tubature e le tubolature e con componentistica in amianto, e il militare ha svolto l’attività di assaltatore, con elevata esposizione professionale a polveri e fibre di amianto”.

L’inizio della storia: un amore senza limiti di distanza

Io e papà avevamo un rapporto molto simbiotico – racconta L. – sono figlia unica e, come tutte le bambine, ero innamorata di lui. Quando i miei si separarono avevo sedici anni e scelsi di vivere con papà.

Avevamo un legame molto forte. Vivevamo insieme fino a quando traslocai a Milano per motivi di studio e lavoro. Nonostante la distanza, nel fine settimana andavo sempre a trovarlo.

Quando ero in attesa di mio figlio, per starmi vicino, papà si trasferì da me. È stato con me fino a quando non sono diventata mamma.

Ho lavorato fino all’ottavo mese di gravidanza a Milano. Il mio compagno continuava a vivere a Genova per motivi di lavoro e papà rimase vicino a me durante questo importantissimo e delicato periodo della mia vita, anche momento del parto. Era contentissimo di diventare nonno.

Dal primo malore del lagunare all’inizio del calvario

Nel 2014 ci fu il primo problema di salute, iniziato con febbre alta. Il Sig. M. chiamò sua figlia e lei, pur avendo la febbre, alle undici di sera decise di partire per Genova e di portare suo padre a Milano per farlo ricoverare nell’ospedale più vicino in modo da potersi prendere cura di lui.

Lo operarono al cuore. Dopo un mese e mezzo di ricovero si riprese bene. Passavo tutto il tempo in ospedale anche se era in rianimazione. Ero preoccupata e non riuscivo ad immaginare la mia vita senza di lui.
È stato in coma farmacologico per giorni.

Non poter sentire la sua voce è stata la sensazione più brutta della mia vita. Era lì e non potevo parlargli e non sapevo se ne sarebbe uscito. Già sentivo la sua mancanza. Fortunatamente uscì da questo periodo benissimo senza ripercussioni.

Questa cosa ci ha unito anche di più. È come se la vita ci avesse dato una seconda possibilità. Stavamo davanti alla televisione e ci prendevamo per mano. Ogni momento passato con lui per me era prezioso. Lui era il mio papà”.

La supposizione dei medici

Ma, purtroppo, dopo la grande ripresa, in seguito ad una TAC di controllo all’addome i medici notarono un versamento importante sul polmone sinistro e L. portò subito il padre in ospedale a Genova.

Da lì iniziò il calvario. Rimase in ospedale un mese e non capirono cosa avesse. Dopo i primi accertamenti hanno escluso che si trattasse di un problema cardiaco. Successivamente, lo hanno sottoposto a esami invasivi come la broncoscopia e la toracentesi.

In particolare, a giorni alterni, gli prelevavano litri e litri di liquido dal polmone che continuava a formarsi velocemente. Lo facevano per ricercare cellule tumorali da piccoli campioni che prendevano, ma senza successo.

Ero molto in ansia perché non riuscivano a capire cosa avesse. Cercavo sempre di parlare con i medici. Ad un certo punto il primario mi disse che non aveva un tumore ma un’infezione. Gli somministrarono per più di una settimana attraverso delle flebo un fortissimo antibiotico”.

Il primario disse che aveva deciso di dimetterlo perché in ospedale rischiava di prendere un’altra infezione. Avrebbe continuato la cura antibiotica a casa. “Mio padre sudava freddo. Gli dissi di alzarsi ma non ce la faceva. Era un uomo forte e mi sembrava strano che non riuscisse neanche a reggersi in piedi e non mangiava. I medici lo chiamavano il “malato immaginario”.

Lo rimproverai perché non si alzava, mi toccò la punta del naso e mi disse che appena arrivato a casa lo avrebbe fatto. Ancora adesso penso sempre a quel gesto, è stato il suo ultimo contatto con me”.

La terribile scoperta della morte causata dall’esposizione all’amianto

La figlia partì per la Toscana pensando di portarlo in campagna. Provò a chiamare suo padre che era ancora in ospedale ma non rispondeva. Così chiamò il reparto. “Mi risposero che non potevano dirmi niente. 

Decisi di chiamare mia madre dicendogli di andare subito in ospedale, dato che si trovava a Genova. Una volta arrivata mi passò la dottoressa di turno. Lei non lo aveva mai visto, era la prima volta che lo visitava.

Mi disse di andare subito lì perché papà non avrebbe passato la notte. Corsi disperatamente in ospedale.

Mia madre mi passò i medici della rianimazione che sono corsi in camera sua, chiesi a loro disperatamente di intubarlo ma mi dissero che era inutile, li supplicai di farlo, di tentare.

Stava morendo soffocato. Non riuscii ad arrivare in tempo. Era già morto. La dottoressa ha disposto l’autopsia. La causa della morte sulla cartella clinica era polmonite bilaterale. Solo dopo l’autopsia scoprii che aveva il mesotelioma pleurico”.

Una morte che ha portato rabbia e dolore

Penso che sarebbe stato diverso se avesse saputo di avere il mesotelioma. Avrebbe deciso dove morire, come morire, mi avrebbe detto quello che voleva succedesse dopo la sua morte. Non puoi decidere per gli altri. Magari sarebbe morto in casa con i suoi cari. Con me.

È sconvolgente essere consapevole che un anno a contatto con l’asbesto può portarti alla morte e che i medici non si siano accorti di quello che aveva, come se i malati di mesotelioma fossero invisibili o, data la gravità della patologia, meno importanti di altri”.

Se L. non avesse combattuto con determinazione per capire perché suo padre era morto in quel modo non l’avrebbe mai scoperto. Invece, grazie alla sua forza, ha avuto delle risposte.

E la sua battaglia ha portato alla vittoria. Non si può morire così perché la sicurezza sul lavoro è un diritto. Lottare contro le ingiustizie è l’unico modo per spronare coloro che si rassegnano davanti all’indifferenza.

“Voglio solo capire se quello che hanno iniettato a mio padre ha peggiorato la situazione e ha aumentato i suoi dolori. Non sono riuscita a parlare neanche con il primario del reparto. È sparito.

Così senza una spiegazione. Neanche dopo la sua morte mi ha fatto una telefonata. Avere questo riconoscimento è una grande vittoria ma ho ancora tanta rabbia”.

La cecità a volte è il doppio volto della paura e dell’indifferenza

AmiantoQuesto è solo l’inizio di una battaglia che porterà giustizia per la morte di suo padre. Permetterà ad altri di aprire gli occhi. La cecità, a volte, è il doppio volto della paura e dell’indifferenza.

“Prima piangevo ogni giorno. Ora ho imparato a conviverci o a controllarmi di più ma nonostante tutto resta sempre un vuoto dentro, una mancanza. Combattere per avere giustizia mi dà la sensazione di fare ancora qualcosa per lui”.