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sabato, Maggio 23, 2026
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Johnson & Johnson: afroamericane accusano di “marketing mirato”

Talco cancerogeno Johnson & Johnson
Johnson & Johnson a gennaio 2025 il verdetto finale

Ancora guai per Johnson & Johnson

Le donne afroamericane hanno usato per decenni il talco in polvere Johnson & Johnson per prevenire l’eccessiva sudorazione.

Non sapevano che il prodotto contenesse fibre di amianto, nocive per la salute 

Gli avvocati del National Council of Negro Women (NCNW) hanno intentato una causa contro la Johnson & Johnson.

Per l’azienda, arriva l’accusa di aver targettizzato selettivamente i prodotti a base di talco dell’azienda, tra cui Johnson’s Baby Powder.

Rappresentato dal potente avvocato per i diritti civili Benjamin Crump, le donne afroamericane hanno presentato la denuncia alla Corte Superiore del New Jersey.

Accuse e prove contro Johnson & Johnson

Crump sostiene che i documenti interni della Johnson & Johnson, mostrano che i dirigenti dell’azienda «hanno raddoppiato i loro sforzi» per commercializzare i prodotti in polvere J&J alle donne nere.

Secondo il legale, la campagna sarebbe servita per arginare il calo delle vendite della multinazionale.

A seguito delle notizie sui legami della polvere a base di talco con il cancro ovarico negli anni ’90, la corporation non naviga infatti in buone acque.

Tra i documenti, si è esaminato un memorandum aziendale del 1992.
L’atto raccomandava a J&J di esaminare «opportunità etniche (afroamericane, ispaniche)» per espandere il franchising di polvere per bambini.

Una propaganda a suon di star?

La denuncia cita anche un promemoria di J&J del 2004.
In sostanza, si suggeriva alla società di collaborare con la rivista Ebony. Il giornale avrebbe sponsorizzato i suoi prodotti in polvere a base di talco e amido di maisShower to Shower”.

In effetti, durante concerti afroamericani, ai festival jazz, nelle chiese nere, nei saloni di bellezza e nei negozi di barbieri, è avvenuta una massiccia distribuzione di prodotti.

Inoltre si consigliava di assumere una star discografica come Patti LaBelle o Aretha Franklin come testimonial.

Nessuna delle due è diventata portavoce del marchio (J&J ha venduto quel prodotto a Valeant Pharmaceuticals nel 2012).

«I consumatori afroamericani, in particolare, farebbero bene a prendere di mira con un sentimento più emotivo e parlare di riunioni tra amici ecc.», affermava il memo di J&J, secondo la denuncia.

Documenti scottanti

Un altro documento interno di J&J, questa volta datato 2006, propagandava ancora una volta un «nuovo modello di business.

Questo comprendeva i prodotti in polvere, da «indirizzarsi in modo strategico ed efficiente ai consumatori ad alta propensione».

«Tra questi, c’erano donne di colore, il 60% delle quali stava usando borotalco per bambini, rispetto al 30% della popolazione complessiva», riporta la denuncia.

Ancora evidenze 

Durante una causa del 2008 è emerso che «gli afroamericani fanno un elevato uso della categoria (talco n.d.r)» e tendono a essere utenti importanti».

«Questa presentazione dimostra il chiaro marketing intenzionale di J&J per le donne di colore. Inoltre emerge la sua consapevolezza che le donne di colore sono e sono state particolarmente utilizzatrici consistenti dei suoi prodotti in polvere a base di talco», cita la denuncia.

Esistono altresì prove di una campagna radiofonica negli Stati del sud rivolta alle donne afroamericane.

Le richieste del legale 

In virtù di tali evidenze, Crump ha chiesto ai tribunali di costringere J&J a ideare un «marketing correttivo».

«Questa azienda multimiliardaria dovrebbe dedicare tante risorse per avvertire queste donne, tante quante ne hanno impiegate cercando di prenderle di mira», ha detto Crump.

Janis Mathis punta alla sensibilizzazione

Al legale ha fatto eco Janice Mathis, direttrice esecutiva del gruppo, che ha sottolineato l’importanza di promuovere una campagna di sensibilizzazione sui rischi per la salute.

Ciò servirebbe a incoraggiare le donne nere, in particolare, a ottenere screening per il cancro

«Stiamo organizzando una campagna per assicurarci che ogni donna di colore e la sua famiglia capiscano che potrebbero avere contratto una malattia e che si devono curare».

Così ha detto Mathis durante una conferenza stampa tenutasi presso l’ufficio del gruppo a Washington D.C. lo scorso 27 luglio.

Crump e Mathis sono stati raggiunti alla conferenza stampa da membri della famiglia di donne nere.

Le afroamericane hanno fatto presente che i loro cari sono morti di cancro alle ovaie, dopo aver trascorso anni utilizzando prodotti in polvere a base di talco J&J.

Il gruppo di donne ha concluso la conferenza stampa cantando «La vita delle donne nere è importante!».

J&J nega ogni accusa

 «L’idea che la nostra azienda prenda di mira sistematicamente una comunità è irragionevole e assurda», ha affermato il portavoce della società Kim Montagnino in una dichiarazione a Fierce Pharma

J&J ha detto alla CNN che le accuse di effettuare un marketing mirato alla clientela afroamericana sono “fuorvianti“.

«Gli sforzi per determinare chi sono i nostri clienti e l’uso di annunci pubblicitari che sono significativi per loro e parlano delle loro esperienze di vita, è la definizione stessa del marketing», ha affermato la società. 

«Crediamo che il marketing per ogni comunità sia un segno di rispetto e siamo orgogliosi di essere stati pionieri nel marketing multiculturale».

«Johnson’s Baby Powder è sicuro e le nostre campagne sono multiculturali e inclusive. Sosteniamo fermamente la sicurezza del nostro prodotto e il modo in cui comunichiamo con i nostri clienti».

Una vecchia storia

L’argomentazione di Crump e della NCNW secondo cui J&J avrebbe preso di mira le donne nere non è nuova.

I documenti interni erano già stati presentati in precedenza in un contenzioso del 2018.

Anche in quel caso si voleva dimostrare che la multinazionale aveva sviluppato piani di marketing mirati per le donne nere e latine.

Tuttavia, questa è la prima causa volta a promuovere nuove politiche di marketing “non ingannevole”.

Esito del tribunale 

In tribunale, NCNW ha riconosciuto che una buona parte di donne nere (e le loro famiglie) sono state risarcite per danni da J&J ma ha affermato che le vittorie individuali non riguardano la più ampia comunità nera.

«Queste cause non hanno rimediato al danno specifico che J&J ha causato alla comunità nera e alle donne nere in particolare, indirizzando loro le pubblicità per questo prodotto pericoloso», hanno dichiarato i legali di NCNW.

«Quel danno continua e rimarrà fino a quando J&J non intraprenderà azioni correttive affermative per informare le donne nere che erano state precedentemente prese di mira dalla campagna pubblicitaria di J&J».

Conclusioni 

La denuncia del National Council of Negro Women è arrivata meno di due mesi dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di rivedere una sentenza della Corte d’appello del Missouri.

La sentenza aveva confermato un premio di 2miliardi di dollari a un gruppo di donne che aveva fatto causa a J&J dopo aver sviluppato un cancro alle ovaie.

LA MEMORIA CORTA E IL DANNO MINORE

Memoria corta
fotografia di alcuni talebani con una bandiera

Finita una memoria, se ne fa un’altra

Siamo travolti dallo tsunami “GREEN PASS”, secondo la filosofia del danno minore, quella di restringere la libertà individuale per disporne del massimo possibile sul piano collettivo.

Mediaticamente, un muro che inibisce la riflessione su altro di non secondaria importanza, anzi.

Purtroppo la nostra memoria è corta, ma dodici anni fa i titoli in prima pagina erano diversi, perché a Kabul, c’era stato un grave attentato nei nostri confronti, rivendicato dai Talebani e in cui erano rimasti uccisi sei militari della missione italiana, oltre a quattro feriti.

Oggi, venerdì 17, un buontempone mi ha mandato gli auguri, rimarcando giorno e data.

Ieri, mentre Fauci ci lodava per la fermezza che stiamo usando nel promuovere la campagna vaccinale, Biden, ancora impregnato degli effetti catastrofici della fantozziana fuga dall’Afghanistan, ha dato, al solito senza preavviso, un altro annuncio compatibile con la confusione tra ideali traditi e strategia della tensione, paventando l’asse atomico sottomarino tra USA, Great Britain ed Australia, in funzione anti cinese, con tanti saluti all’Europa Comunitaria, vincolata peraltro ad un Patto Atlantico ormai da museo, tanto quanto l’adesione alla NATO, di cui festeggiamo il 70° della presenza nel Bel Paese, con il Presidente Mattarella, coinvolto nella cerimonia a Giugliano, presso la Base del Lago Patria.

Uno sguardo più ampio

Forse è venuto il momento di fare un respiro profondo e cercare di guardare in modo più realistico al nostro futuro, oltre al contingente quotidiano.

L’esempio ci viene dall’emergenza energetica legata al caro gas e al caro nucleare, dove per un verso paghiamo dazio per i rapporti complicati da vincoli a senso unico, con i fornitori russi, libici ed algerini.

Poi, chiediamoci cosa fare dell’energia prodotta in Francia con il nucleare di cui non vogliamo sentire parlare, ma che ci coinvolgerebbe, nostro malgrado, in caso di incidenti alle centrali. E visto che oggi – 17 venerdì – è il giorno giusto, voglio concludere, si fa per dire, in bellezza con la mondezza.

Ormai siamo circondati e immersi nelle discariche, che ospitano rifiuti ovunque sia rimasto un buco, una ex cava, una voragine autorizzata o meno disponibile.

Roma è esemplificativa del problema ineludibile di uno smaltimento inconciliabile tra metodo medievale, quello di vuotare il pitale dalla finestra e quello aggiornato, che vede i danesi fare sport sui piani inclinati del Termovalorizzatore cittadino, utile peraltro alla produzione di energia e servizi.

Inquinate le falde e l’aria, deturpato il territorio, trasformato ovunque in terra dei fuochi, alla fine della fiera, con decenni di ritardi e danni irreversibili, quando sarà, approderemo obtorto collo alla soluzione del danno minore, appunto, memoria corta permettendo.

La memoria corta e il danno minore: Dott. Ruggero Alcanterini

Roma e rifiuti: il fallimento del porta a porta

Rifiuti
foto di un secchione stracolmo di immondizia che cade inesorabilmente a terra

È un fatto ormai risaputo che l’Italia è uno dei Paesi maggiormente esposti al rischio ambientale dovuto dalla massiccia presenza di rifiuti. Un po’ è stata colpa delle pessime Amministrazioni locali passate, ma un po’ è dovuta anche al comportamento di noi cittadini.

La notizia che stiamo per raccontare arriva proprio da Roma, la grande Capitale italiana che invece di dare il buon esempio alle altre città, tende a peccare quasi per prima.

Difatti, l’iniziativa “Porta a Porta”, ha fallito a Roma. Il progetto che consisteva nel ritirare i diversi tipi di rifiuti, direttamente al domicilio dei cittadini si è rivelato un flop in diverse aree capitoline.

Il flop della raccolta rifiuti porta a porta a Roma

Il flop della raccolta rifiuti porta a porta ha avuto inizio negli anni scorsi a Torrino, estendendosi poi a Settebagni e nella zona dei Colli Aniene. L’ultimo quartiere a rinunciare ai bidoncini del “Porta a Porta” è Cecchignola, che si trova rispettivamente a sud della Capitale.

L’Agenzia per il Controllo e la qualità dei Servizi di Roma ha recentemente pubblicato i dati per niente confortanti, in merito all’argomento.

Come indicato nel rapporto redatto dall’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi romana, nella Capitale la raccolta differenziata è passata dal 26% (stima del 2012), al 41% (2015), mentre nello stesso periodo di tempo i cittadini raggiunti dal servizio sono passati dal 6% al 29%.

Quindi, fino al 2015 i cittadini sembravano propensi ad approcciare all’iniziativa. Tuttavia, qualcosa è andato storto dal 2016 in poi.

La mancanza di investimenti adeguati e la scarsa volontà politica ha bloccato la crescita dell’iniziativa. Fino a spegnerla completamente, facendola oscillare tra il 43% e 44%, contro il limite minimo di legge fissato al 65%.

Perché il progetto non ha funzionato?

Un sistema di raccolta a domicilio dei rifiuti differenziati, sembrava la soluzione perfetta ed ecologica per porre fine all’emergenza. Occorre precisare, che nel corso della sua prima campagna elettorale, fu proprio la sindaca, Virginia Raggi, a proporre l’iniziativa e garantire il massimo supporto.

Un supporto che si è rilevato troppo debole e superficiale. Le conseguenze di una scarsa e quasi demotivante promozione dell’iniziativa, è la scomparsa di essa stessa persino dai social ufficiali dell’Amministrazione locale.

Sono sempre meno evidenti i messaggi e le proposte di sensibilizzazione all’argomento e questo non può sicuramente passare in secondo piano.

Discariche, inceneritori e i rischi per la salute

L’Amministrazione locale dovrebbe prestare maggiore attenzione alla problematica dei rifiuti e cercare di coinvolgere maggiormente la cittadinanza nelle iniziative proprio come la raccolta “Porta a Porta”.

Questo perché attraverso di essa si limita al minimo l’uso degli inceneritori presenti nelle discariche.

È necessario arginare l’uso degli inceneritori e limitare la presenza delle discariche stesse, perché proprio come indicato dall’ONA e dagli studi epidemiologici della Regione Lazio, ci si ammala più facilmente se si vive in prossimità di una discarica.

Sono molte le malattie che insorgono in seguito al contatto con i rifiuti e non sono tutte di origine neoplastica pur essendo altamente invalidanti.

L’ONA agisce attraverso l’Osservatorio dei Rifiuti

Come detto, l’Italia da anni attraversa una profonda crisi per la questione rifiuti. L’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA, per questo motivo ha istituito un dipartimento apposito: Osservatorio Nazionale dei Rifiuti.

L’ONA attraverso il dipartimento riesce a tener lo sguardo fermo sulla problematica e ad intervenire nei casi di maggiore necessità.

Per conoscere maggiori dettagli consulta anche: Nasce l’Osservatorio Nazionale dei Rifiuti.

 

Amianto, processo Atm: l’ONA chiede la condanna dell’imputato

AMIANTO PROCESSO ATM
atm scritto su un vetro

Amianto: processo ATM in Corte di Appello

Il GUP, Dott.ssa Elisabetta Meyer, ha accolto le richieste del PM Dott. Maurizio Ascione e dei difensori di parte civile nel processo ATM.

Infatti, sono stati rinviati a giudizio gli ex direttori generali dell’azienda di trasporti Atm, Elio Gambini e Roberto Massetti.

L’accusa è quella di omicidio colposo e lesioni colpose gravi per la morte e le lesioni di alcuni dipendenti di ATM. Decessi dovuti a patologie asbesto correlate.

I due imputati, all’epoca dell’attività lavorativa dei deceduti e di coloro che hanno contratto patologie asbesto correlate, erano titolari delle posizioni di garanzia.

In altre parole, avrebbero dovuto evitare quell’esposizione ad amianto che poi ha provocato patologie mortali e/o lesive.

L’inizio del dibattimento è stato fissato innanzi il Tribunale Monocratico di Milano, XI° Sezione, per l’udienza del 13. gennaio 2017, e nel corso del procedimento dopo la citazione del responsabile civile, è stata svolta l’istruttoria.

La costituzione di parte civile per il risarcimento del danno

L’ATM è stata già citata come responsabile civile, grazie all’iniziativa da me promossa. Nel corso del procedimento di I°, si è raggiunta la prova della esposizione ad amianto delle vittime.

L’ONA chiede la condanna dell’imputato e il risarcimento danni

All’udienza dibattimentale del Processo ATM, l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto costituita parte civile ha coadiuvato la pubblica accusa e sostenuto le ragioni delle vittime e dei loro famigliari.

Difatti, sarebbe stato sufficiente utilizzare materiali sostitutivi. Ovvero porre a conoscenza i dipendenti del rischio amianto e dotarli di maschere protettive e di altri presidi per evitare l’esposizione.

Per evitare così la lesione alla salute e le più tragiche conseguenze che si sono verificate e per le quali è necessario che si faccia luce.

Purtroppo temiamo anche per altri lavoratori e quindi auspichiamo che venga istituito un servizio di sorveglianza sanitaria per tutti coloro che hanno svolto le stesse mansioni dei deceduti e negli stessi periodi.

Tribunale di Milano: assoluzione degli imputati

Il Tribunale penale di Milano, nonostante le prove di colpevolezza, ha assolto l’unico imputato rimasto in vita.

Nel corso del giudizio di primo grado, erano emerse le prove della esposizione ad amianto delle parti civili, ovvero persone offese, in assenza di strumenti di cautela, ed è per questo motivo che, alla luce della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, il PM, Dott. Maurizio Ascione, aveva concluso chiedendo la condanna dell’ultimo imputato, rimasto in vita dopo che l’altro era venuto a mancare.

Al tempo, avevamo concluso che il Tribunale accogliesse le richieste della pubblica accusa e condannasse l’imputato e l’ATM S.p.A. come responsabile civile.

Di conseguenza, lo stesso avrebbe pagato in solido gli importi dovuti a titolo di integrale risarcimento di tutti i danni da reato, sia subiti dalla vittima deceduta che dai congiunti, suoi eredi legittimi, in ogni caso pregiudicati dalla morte di un proprio familiare.

Così, il Tribunale penale di Milano, G. Dott.ssa Maria Idra Gurgo di Castelmenandro, sentenza n. 12319/2018, del 25.01.2019.

In questo modo è stato definito il procedimento n. 41767/2015 R.G.N.R. e n. 12428/2016 R.G. Trib., con il quale l’unico imputato, Gambini Elio, è stato assolto. Per alcuni casi la formula è quella che il fatto non sussiste, per altri di non aver commesso il fatto.

Il Tribunale di Milano, ha mandato assolto Gambini Elio, per alcuni capi di imputazione, perché il fatto non sussiste, e per gli altri ‘per non aver commesso il fatto’.

In buona sostanza il Tribunale, in particolare con riferimento alla formula assolutoria ‘non aver commesso il fatto’, radica l’assoluzione sulla presunta assenza di certezza, oltre ogni ragionevole dubbio, della imputabilità causale della morte di Camponero Gaetano, come delle altre vittime, di cui ai capi 1, 2, 4 e 6.

In sostanza, per questi ultimi casi si assume l’insussistenza del nesso causale, in ordine all’imputazione di omicidio colposo. Proprio per il caso del sig. Camponero Gaetano, i cui familiari sono rappresentati dall’ONA, l’assoluzione motivata con l’esclusione del nesso causale.

L’ONA e l’avv. Ezio Bonanni non ci stanno: si va in appello!

Questo quadro assolutorio è sconfessato dalla realtà dei fatti, e dal quadro probatorio in atti, che all’esito del dibattimento ha permesso e permette la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, della imputabilità causale della morte delle vittime, all’utilizzo di amianto, in assenza di cautele, in ATM Milano.

Per questi motivi, sia il Pubblico Ministero, il Dott. Maurizio Ascione, sia dal sottoscritto, come Presidente ONA e difensore di parte civile hanno impugnato la sentenza. L’impegno del P.M. è molto importante per ottenere giustizia per le vittime.

Appello contro l’assoluzione: giustizia per le vittime amianto ATM

Infatti lo stesso PM, Dott. Maurizio Ascione, sulla base delle prove, ha impugnato la sentenza di assoluzione. L’intervento del P.M. è molto importante perché l’appello della parte civile è circoscritto agli effetti civilistici.

Invece, così, grazie all’impegno della Procura di Milano la Corte di Appello di Milano si potrà pronunciare con una sentenza che avrà effetti penali.

Così, l’imputato rimane alla sbarra. Tuttavia, il Tribunale di Milano, nell’assolvere l’imputato, ha smentito e contraddetto se stesso.

Infatti, nella stessa sentenza assolutoria (pag.14), si legge: “risulta dimostrato l’uso di amianto in parti delle strutture edili e in componentistica delle vetture … può ritenersi dimostrata in via generale l’esposizione dei dipendenti ATM al pericolo di inalare fibre di amianto …”.

In più, durante le bonifiche, i lavori non sono stati interrotti. Quindi, le vittime erano presenti mentre erano eseguiti i lavori di bonifica amianto. Questo ha provocato ulteriore fonte di esposizione.

Inoltre, a pag. 17 sotto si legge: ‘le indagini ambientali effettuate dall’Ing. Robotto si collocano in periodi di tempo ben lontani’. Questi risultati sono stati contestati dalle difese delle parti civili e dallo stesso Pubblico Ministero.

Infatti, pro domo sua, la stessa ATM aveva commissionato delle indagini ambientali in forza delle quali le gallerie e le carrozze imbottite di amianto, non avrebbero dato rilascio di fibre!

Si tratta, evidentemente, di risultati fallaci che sono stati smentiti, se non altro, dal dato epidemiologico. Come chiarito anche dalla stessa sentenza, la ‘bonifica di amianto nelle stazioni e gallerie metropolitane è stata avviata da ATM negli anni ’90 (prima della dirigenza Gambini)’.

In questo contesto, dunque, sono chiare le prove della responsabilità dell’imputato. In ogni caso, permane l’obbligo del risarcimento del danno a carico del datore di lavoro.

Processo ATM: colpa e responsabilità civile dell’imputato

Il Pubblico Ministero, Dott. Maurizio Ascione, forte di una lunga esperienza, ha sostenuto e sostiene la pubblica accusa. Infatti, già nel suo atto di appello, al pari di quello a mia firma, rimarca la sussistenza della colpa.

Infatti, se da una parte è confermata l’esposizione ad amianto e per di più senza cautele, provocata dall’imputato, dall’altra risulta la violazione delle regole cautelari. In un periodo come quello dagli anni 60, fino ai tempi più recenti, in cui era risaputo che l’amianto inducesse cancro (proprio come indicato nell’ultima monografia IARC), nella metropolitana di Milano era ancora presente.

Ciò non solo nelle gallerie, e quindi nelle strutture, ma anche nelle carrozze ferroviarie. Come risulta dalle stesse indagini, c’era elevata aerodispersione di polveri e fibre senza alcuna protezione e prevenzione.

Quindi, proprio la violazione dell’art. 2087 c.c., e delle altre norme che disponevano le regole cautelari, sono alla base della responsabilità dell’imputato. Così, il Pubblico Ministero, Dott. Maurizio Ascione, e il pull dei legali dell’ ONA, specialisti nella tutela delle vittime dell’amianto, hanno rimarcato la rilevanza di queste violazioni.

ATM, morti per amianto: lutti e tragedie prevedibili ed evitabili

L’uso di amianto, la tardiva presa d’atto, e rimozione, per di più con presenza delle maestranze, ha provocato elevata esposizione.

Questa elevata esposizione è alla base dell’elevato numero di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto correlate. Infatti, il mesotelioma è malattia asbesto correlata, monofattoriale e dose dipendente.

Tenendo conto che il mesotelioma è malattia asbesto correlata, dose dipendente, e che rileva il mantenimento di un costante stato infiammatorio, e il fatto stesso che le esposizioni siano proseguite, senza strumenti cautelari, è confermato il nesso causale, e dunque la sussistenza del reato ipotizzato.

Corte di Appello di Milano condanni l’imputato: le richieste dell’ONA

La Corte di Appello di Milano è chiamata, quindi, a pronunciarsi sulle morti di amianto nella metropolitana milanese. Un epilogo che non è certo scontato, viste le ragioni di giustizia delle vittime, e la necessità di evitare altre morti inaccettabili.

Per questi motivi, all’udienza del 10 settembre 2021, abbiamo chiesto la condanna dell’unico imputato rimasto in vita. Le ragioni che confermano la sussistenza del reato sono evidenti.

Il nesso causale, ovvero l’imputabilità dell’evento morte delle vittime alle condotte attive ed omissive dell’imputato, non può essere messo in dubbio.

Non può essere contestato il nesso causale, oltre ogni ragionevole dubbio. Infatti, proprio sulla base della prova dell’esposizione ad amianto senza cautele e della dose dipendenza, è confermato il nesso causale.

Corte di Appello di Milano: l’epilogo del processo ATM

Il processo ATM, ovvero processo sull’amianto nella metropolitana di Milano che vede imputato l’ex manager della società di trasporti Elio Gambini, per omicidio colposo sta volgendo al termine.

Infatti, l’accusa per il decesso per mesotelioma e altre malattie asbesto correlate, avvenuto tra il 2009 e il 2015, di sei dipendenti esposti a fibre e polveri di amianto nei tunnel della metropolitana e nei depositi dei mezzi di superficie, è fondata.

All’udienza del 10.09.2021, il Dott. Maurizio Ascione ha chiesto l’accoglimento dell’appello, e per gli effetti la condanna dell’imputato alla pena ritenuta di giustizia.

L’Avv. Ezio Bonanni, in qualità di difensore di parte civile, sostituito in udienza dall’Avv. Roberta Verzicco, ha concluso affinché la Corte di Appello di Milano condanni l’imputato, in solido con il responsabile civile ATM S.p.A., al risarcimento di tutti i danni da reato, subiti prima di tutto dalla vittima primaria, e poi dai suoi congiunti, anche iure proprio.

L’ONA  e la richiesta di risarcimento per le vittime e i familiari

Il mesotelioma è la classica neoplasia dell’amianto, che ne costituisce, come detto, l’unica causa. Per questi motivi, di fronte a questa epidemia di mesoteliomi nella metropolitana milanese, è giusto ottenere il risarcimento del danno.

Proprio per questi motivi, come associazione, e anche nel mio impegno personale come pioniere della difesa delle vittime dell’amianto in Italia, ci siamo impegnati in questo procedimento.

Le vittime dell’amianto nella metropolitana milanese hanno ottenuto già il riconoscimento Inail di malattia professionale. Ora, con il procedimento penale, in caso di condanna si potrà ottenere il risarcimento del danno.

Tuttavia, anche nel caso di assoluzione, sussiste la possibilità di poter azionare la richiesta risarcitoria in sede civile. In quest’ultimo caso, la regola probatoria sarà meno stringente. Infatti, in sede civile, sarà sufficiente dimostrare, con la regola del “più probabile che non”, il nesso causale.

Per questi motivi, l’ONA è operativa anche nella tutela previdenziale e civilistica, anche attraverso il Numero Verde 800 034 294 per ricevere assistenza medica e legale.

L’impegno dell’ONA nella città di Milano

La nostra associazione ha mostrato da sempre intesse nella tutela delle vittime amianto nella città di Milano. Il sottoscritto stesso si è posto in prima linea per sensibilizzare la metropoli lombarda alla problematica amianto.

Proprio come nel seguente filmato, tratto dall’evento: Milano, “Amianto, in fila per morire. Le stragi approdano nelle aule giudiziarie”.

Pilota Militare esposto ad uranio impoverito e amianto sviluppa cancro

Uranio
Alfredo Cesini, Albania

“Non ci hanno mai informato dei pericoli a cui andavamo incontro”

Alfredo Cesini, primo Maresciallo dell’Esercito Italiano, malato di cancro per esposizione ad amianto e uranio impoverito, perché pilota. Infatti, l’amianto è stato utilizzato anche negli elicotteri dell’Esercito Italiano.

Epidemia di cancro nei militari dell’Esercito Italiano: il caso Cesini

Sono molti i militari dell’Esercito Italiano che hanno svolto missioni all’estero senza essere informati dei rischi a cui erano esposti. Sapevano che queste missioni comportavano dei pericoli ma non che questi fossero legati alla contaminazione con sostanze cancerogene.

Una voce inascoltata, quella del dubbio che si insediava nella mente di Alfredo e degli altri militari, che chiedevano ai loro superiori quali fossero le complicazioni e i danni che avrebbero potuto subire recandosi in missione nei teatri di guerra.

Alfredo Cesini ha lavorato per l’Esercito Italiano dal 1979 al 2007, inizialmente ammesso in ferma volontaria di due anni presso la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo e, successivamente, inviato al Corso Piloti di Elicotteri alla Scuola di Volo di Frosinone dell’Aeronautica Militare Italiana.

Per questo, Alfredo, pilotò elicotteri dell’aviazione dell’Esercito su aree di guerra, in missioni molto pericolose per l’instabilità politica e militare di quegli Stati in quel periodo storico.

Decollò e atterrò su basi, aeroporti e zone in cui c’erano stati bombardamenti con esplosivi convenzionali e con uranio impoverito. Al Cesini fu ordinato proprio di intervenire in questi luoghi in cui erano esplose pallottole all’uranio impoverito e di raccogliere i cadaveri di civili e soldati feriti in seguito all’esplosione. Non solo, in caso di ordigni inesplosi, doveva recuperare i proiettili.

Un compito, quello di Alfredo, che avrebbe segnato chiunque, per le cose che era costretto a vedere, la brutalità dei resti della guerra. Ma non fu questo che lo portò ad ammalarsi. La vista dei teatri di guerra lasciava in lui, come racconta sua moglie, un silenzio tombale che durava quasi una settimana al rientro dalle missioni.

uranio
Alfredo Cesini

La relazione medico legale e l’esposizione a uranio impoverito e altri cancerogeni

Nei mesi di missione in Kosovo il regime alimentare era altamente tossico e i militari mangiavano cibi contaminati attraverso il lavaggio e la cottura con acqua non controllata chimicamente e batteriologicamente.

Erano, inoltre, coinvolti dall’immissione delle sostanze chimiche emesse dalle ciminiere delle centrali termoelettriche.

Da non dimenticare il danno fisico recato dai vaccini multipli effettuati in tempi ravvicinati. Il militare, informato poco prima della partenza e, quindi, era sottoposto a un programma vaccinale in tempi veloci altamente lesivo per la salute.

Dalla documentazione in atti e dalle informazioni raccolte dai soggetti sentiti, la presenza di amianto appare confermata (oltre che in edifici e impianti tecnologici) sotto forma di guarnizioni e materiali di attrito quali freni e frizioni in aerei ed elicotteri, sistemi d’arma (missili e lanciamissili), autoveicoli e altri tipi di veicoli (blindati, carrelli rimorchiati).

Da non dimenticare che erano in amianto le guarnizioni, condotti, tubi e pastiglie dei freni.

Alfredo Cesini, ormai a letto senza la forza di parlare, sente la necessità di raccontare la sua storia

Un uomo coraggioso, Alfredo, che ha bisogno di parlare, anche a discapito della salute, perché le cose non rimangano nascoste nel silenzio e per far sì che altri sappiano la verità sulle missioni all’estero.

“Dopo aver effettuato alcune prove fisiche e di idoneità io e i miei colleghi ci siamo arruolati. Il nostro scopo era quello di diventare piloti di elicotteri dell’Esercito. Ho fatto questa scelta per passione verso il volo e dedizione per lo Stato.
Durante una missione in Albania, insieme ai miei colleghi, siamo stati presi in ostaggio. Io ero comandante dell’aeromobile, poi c’era il copilota e tre persone dell’equipaggio. Alcune persone con armi alla mano ci hanno costretti ad atterrare in una zona da loro richiesta. Abbiamo rischiato la vita. Dopo averli portati sul posto ci hanno lasciato liberi”.

Successivamente, chiese al comandante, data la pericolosità delle missioni e il trasporto di persone malate, di evitare questi viaggi e di mandare le ambulanze.

uranio
Alfredo Cesini con la sua famiglia

Prima di andare in missione io e i miei colleghi – continua Alfredo – abbiamo chiesto se la zona era bonificata o c’erano dei pericoli a causa dei bombardamenti e dei proiettili. Non hanno risposto. Questo ci è pesato molto perché  qualcuno sapeva e non voleva o poteva darci le risposte sulla sicurezza. Siamo stati mandati lì a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in altre missioni chiedendo informazioni e sicurezza sul lavoro e non avendo risposte sulle precauzioni che potevamo adottare. Ci dissero che la zona era idonea. Ma la situazione, secondo noi, non era chiara”.

Esposizione ad uranio impoverito e metalli pesanti: i casi sono molti

Alfredo Cesini ha effettuato vari controlli, come l’esame delle urine, che hanno dimostrato elevate concentrazioni di metalli pesanti come nel caso del Col. Carlo Calcagni, già ufficiale elicotterista del Ruolo D’Onore dell’Esercito Italiano, impiegato negli stessi teatri di guerra di Alfredo Cesini.

Difeso dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, perché i suoi diritti siano riconosciuti e il suo status di Vittima del dovere.

Penso a tante persone che sono nella mia stessa situazione e sento doveroso informare quelli che non sanno e, purtroppo, hanno contratto patologie legate all’esposizione a queste sostanze cancerogene”.

La legge tutela i lavoratori e la sicurezza sul lavoro. È  necessario che questa venga rispettata, per coloro che vogliono giustizia e, soprattutto, per evitare che ancora una volta queste ingiustizie rimangano impunite.