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Amianto, Regioni dovranno tracciarlo e smaltirlo sul territorio

Regioni
operai con adeguate precauzioni intenti nella rimozione di un tetto di amianto

Le Regioni dovranno tracciare l’amianto smaltito durante le bonifiche e conferirlo nelle discariche del territorio. Questa un’importante novità definita nel Programma nazionale di gestione dei rifiuti.

Il documento stilato da ogni Regione dovrà essere aggiornato con l’indicazione degli impianti che gestiranno il rifiuto pericoloso. Si ridurranno così i costi del trasferimento dei materiali contenenti asbesto in altre Regioni o addirittura all’estero.

Questo, però, nel caso in cui le strutture non vengano indicate, potrebbe causare ancora maggiori ritardi nelle bonifiche. In Italia, infatti, la mancanza di discariche adeguate a rifiuti speciali, proprio come l’amianto, è un problema annoso.  

Certo il ministero della Transizione Ecologica ha indicato la giusta strada. Resta da vedere se sarà realizzata nel breve periodo permettendo finalmente di bonificare i siti contaminati che sono ancora un milione su tutto il territorio.

L’obiettivo delle Regioni dovrà essere quello di “orientare le politiche pubbliche ed incentivare le iniziative private per lo sviluppo di un’economia sostenibile e circolare”.

Regioni, secondo l’Inail 23 mln di tonnellate da smaltire

Secondo stime di Inail, sarebbe ancora da rimuovere e smaltire ancora 23 milioni di tonnellate di materiali. In realtà, secondo le stime Ona sono 40 milioni le tonnellate sul territorio.

Gli impianti attualmente autorizzati non bastano certo a recepirle tutte e ne servono altri. Secondo quanto riportato dal Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti le discariche operative sono 19 (9 al Nord, 2 al Centro e 8 al Sud). “In previsione dello smantellamento e bonifica dei manufatti contenenti amianto presenti sul territorio nazionale, – si legge ancora nel Programma – si rende necessaria un’implementazione del sistema impiantistico”. Ovviamente con meno impianti aumentano i costi, non solo dovuti ai trasporti, ma anche alla mancanza di concorrenza.  

Le Regioni dovranno realizzare nuovi impianti

Per questo le Regioni devono individuare il fabbisogno di smaltimento dell’amianto presente e provvedere alla costruzione di impianti adeguati. Per invertire la rotta. Negli ultimi anni, infatti, le tonnellate di amianto smaltito sono diminuite. Sono passate in dieci anni da oltre 530mila tonnellate del 2012 alle 385mila del 2020. Non è certo l’amianto che manca, considerando i numeri di cui parlavamo prima. Anche i fondi stanziati, se pur non sufficienti sono comunque molti di più rispetto a quelli che vengono effettivamente utilizzati dagli Enti e dai privati per provvedere alla rimozione del minerale killer.

Amianto, i fondi per le bonifiche non utilizzati

Tra il 2014 e il 2020 infatti, per le bonifiche degli edifici pubblici, sono stati stanziati da Regioni e Province 385 milioni di euro. Gli interventi ammessi al finanziamento, però, sono stati poco meno di 97.

Le criticità sono tante. E per i siti privati è ancora più difficile. I finanziamenti non coprono l’intera somma necessaria, né tanto meno il ripristino dei luoghi e in questo periodo di minaccia di una seria recessione non tutti posso permettersi il lusso di essere lungimiranti.

I rischi legati all’asbesto

Le aziende hanno utilizzato l’amianto in molteplici produzioni fino alla sua messa al bando con la legge 257/1992. L’asbesto è ritenuto, infatti, un minerale con grandi capacità: è ignifugo e fonoassorbente. Facile da lavorare ed economico.

Purtroppo però, e i lavoratori lo hanno capito al prezzo della vita, è cancerogeno. Negli anni ha causato oltre 31mila casi di mesoteliomi (come registrato nel VII rapporto ReNaM dell’Inail), e tutta una serie di patologie asbesto correlate, molte delle quali mortali.

L’Osservatorio nazionale amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, ha raccolto i dati aggiornati (quelli del rapporto Inail si fermano al 2017), nel “Libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. L’associazione contribuisce alle bonifiche, che ritiene fondamentali per fermare la strage, con una App realizzata appositamente per la mappatura dei siti contaminati. Offre, inoltre, un’importante assistenza legale gratuita per le vittime e i loro familiari.

Ondate di calore, più violenze e morti: stop al cambiamento climatico

ondate di calore
terra secca sole che tramonta ondate di calore

Il caldo afoso di questi giorni, che rientra in quelle che gli esperti chiamano ondate di calore, porta tutti a riflettere sulle conseguenze del cambiamento climatico. Se prima queste non erano percepibili, ora non si può più chiudere gli occhi davanti a temperature che sono abbondantemente al di sopra della media e che persistono anche per 10 giorni.

Il disagio e i problemi per la salute colpiscono larga parte della popolazione e forse potrebbe essere un bene. In molti potrebbero prendere coscienza dell’importanza di un passo indietro che gli scienziati e gli attivisti chiedono da tempo.

Ondate di calore: il cambiamento climatico aumenta l’intensità

Sono diversi gli studi scientifici che dimostrano che il cambiamento climatico acuisce le ondate di calore. Queste sono sempre, in tante parti del mondo, più lunghe, più calde e più frequenti.

Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha aggiunto che negli anni scorsi su 732 siti dei 6 continenti studiati, il 37% di tutte le morti correlate al caldo possono essere attribuite direttamente al cambiamento climatico.

Il costo in vite umane aumenta nei Paesi più poveri, sfiora il 77% di decessi in più in Ecuador e il 61% nelle Filippine. Si tratta di Paesi più caldi, è vero, ma anche con abitazioni che gestiscono peggio la distribuzione del calore e che non hanno aria condizionata. Inoltre i servizi che possano far fronte alle emergenze e alle esigenze dei più deboli sono insufficienti.

Le ondate di calore

Per ondata di calore si intende una successione di giorni in cui siano presenti temperature giornaliere (massime e/o minime) elevate. Provocano forti impatti sulla salute degli esseri umani, specialmente delle persone più anziane. Queste ultime sono, infatti, maggiormente soggette a risentire degli effetti di un marcato aumento della temperatura prolungato su più giorni. Hanno ovviamente conseguenze sociali ed economiche ed è interesse di tutti che le città studino azioni volte a contrastarne gli effetti.

Uno studio molto interessante in questo senso è quello pubblicato sulla Rivista geografica italiana, CXXIX, Fasc. 2, del giugno 2022, che studia questo fenomeno nella città di Torino. Si intitola: “Cambiamenti climatici e ondate di calore in ambito urbano. Temi, problemi e vissuti della cittadinanza nel caso torinese”. L’obiettivo è quello di capire appunto come fare a proteggere la popolazione.

Le città hanno caratteristiche urbanistiche che possono contribuire a creare isole di calore. Queste si verificano – spiega lo studio – dove le temperature di aria e suolo della zona urbanizzata siano significativamente maggiori delle stesse temperature rilevate nelle aree circostanti.

La ricerca dimostra anche che le conseguenze sulla salute sono più importanti nelle fasce sociali più basse.  “L’accesso alle risorse e ai servizi non è infatti lo stesso per le persone che abitano in un medesimo luogo, così come diverso è il loro grado di responsabilità nei confronti del degrado ambientale e diversi sono i costi che determinate politiche ambientali implicano per differenti gruppi sociali”.

Non solo per le persone più povere ma anche per le donne, più colpite, secondo il rapporto su “Climate Change and Land” pubblicato dall’IPCC nel 2019 (IPCC,  2019) dai cambiamenti climatici rispetto agli  uomini. Hanno, infatti, una capacità di adattamento più bassa per diverse cause.

La mortalità aumenta durante le ondate di calore

Durante un’ondata di calore prolungata aumentano i decessi, dovuti in particolare a problemi cardio-circolatori e a infarto. Per contrastare le alte temperature il nostro fisico reagisce attivando il sistema cardiovascolare, ma è uno sforzo per l’organismo, che aumenta quando le ondate di calore sono più prolungate. Per questo a volte la capacità di termoregolazione si blocca e sopraggiunge uno stress termico fisiologico che può essere davvero pericoloso.

Il riscaldamento globale è responsabile del 37% delle morti legate alle ondate di calore estremo avvenute tra il 1991 e il 2018. La percentuale è stata calcolata da uno studio pubblicato su Nature Climate Change. Gli esperti hanno ricostruito la mappa globale dei decessi da caldo record elaborando i dati di 732 località in 43 paesi. Da questi sono riusciti a scorporare i decessi aggiuntivi causati dal global warming indotto dall’uomo.

Il continente dove la percentuale di vittime è più alta è l’America centrale e meridionale. In alcuni paesi come Ecuador e Colombia l’aumento per cause antropiche tocca il 76%. Anche se meno il riscaldamento globale incide anche in alcune capitali europee: a Roma i morti in eccesso sono in media 172 (32% del totale), ad Atene 189 (26%), a Madrid 177 (quasi 32%).

Conseguenze del caldo estremo sul comportamento

Il caldo intenso e prolungato ha conseguenze sul comportamento delle persone e accentua aggressività e violenza. Gli studi Sanz-Barbero  et  al., 2018 e Schinasi  e  Hamra,  2017, hanno dimostrato il nesso tra le ondate di calore e violenze, anche sessuali. Come pure i femminicidi.

Qui possono fare molto i servizi destinati alle popolazioni più a rischio, che come abbiamo detto sono quelle economicamente più svantaggiate. Anche informazioni legate a come affrontare questo tipo di situazioni possono aiutare e limitare i danni.

Danni che sono anche psicologici. Durante queste giornate infinite in cui è difficile anche muoversi aumenta la sofferenza psicologica, i compiti che dobbiamo svolgere ogni giorno ci sembrano all’improvviso difficilissimi e ci si può sentire impotenti e frustrati.

Cosa si può fare per i più fragili

Per questo è fondamentale attivarsi a livello politico per mettere in campo nelle città azioni che possano contribuire a ridurre la mortalità, ma anche le violenze e i disagi dovute alle ondate di calore.

Possono aiutare soprattutto centri di aggregazione in cui fornire assistenza e informazioni alle persone più vulnerabili. In questo modo è possibile anche monitorarle e studiare le possibili strategie per affrontare il caldo estremo in particolare per i più fragili. Gli anziani abbiamo detto in primo luogo, ma anche le donne, e le fasce sociali più basse.

Fermare il cambiamento climatico

Contestualmente alla soluzione immediata per contrastare l’emergenza ed evitare un numero troppo elevato di decessi è necessario pensare a bloccare il cambiamento climatico.

Nell’accordo di Parigi del 2015, i Paesi si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto gli +1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Temperature più alte creano, come abbiamo visto, ondate di calore peggiori, maggiore siccità e inondazioni e l’aumento del livello del mare. Le azioni che seguono questi accordi, però, non sono ancora sufficienti.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, lavorano da anni per la tutela dell’ambiente. Prima di tutto cercando di liberare il territorio dall’asbesto. Ma anche più in generale l’associazione ha ben chiaro il concetto che la tutela dell’ambiente è strettamente legata alla tutela della salute.

Ffp2 al lavoro fortemente raccomandata fino al 31 ottobre

Ffp2
mascherine Ffp2

La mascherina Ffp2 resta ancora il sistema per arginare i contagi. Davanti al numero ancora alto di casi di Covid 19 il governo si appresta a firmare un protocollo di aggiornamento delle misure per il contrasto della pandemia nei luoghi di lavoro. Deve ancora essere discusso con i sindacati e con le associazioni dei datori di lavoro che incontreranno i ministri del Lavoro e della Salute.

Nella bozza sembra chiaro che l’utilizzo del dpi sarà soltanto raccomandato e non più obbligatorio. Il consiglio è comunque quello di continuarla ad indossare in particolar modo nelle fabbriche e negli uffici al chiuso con spazi condivisi da più dipendenti o aperti al pubblico, o dove non si riesca a mantenere il distanziamento di un metro.

Ffp2 presidio importante per la tutela della salute

“L’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo facciali filtranti FFP2 – si legge sul Sole24Ore che riporta una parte della bozza del protocollo – rimane un presidio importante per la tutela della salute dei lavoratori ai fini della prevenzione del contagio”.

Anche questa volta i datori di lavoro potranno indicare misure più restrittive per tutelare la salute dei dipendenti e dei clienti. Soprattutto nei luoghi a maggior rischio. Secondo quanto previsto dal governo il datore di lavoro dovrà garantire la disponibilità delle mascherine Ffp2 per i lavoratori maggiormente a rischio. In particolar modo per i soggetti fragili, secondo la valutazione del medico.

Riconsiderato anche lo smart working

Il governo torna a considerare anche lo smart working, che invece era stato un po’ abbandonato preferendo il lavoro in presenza. Lo strumento è ritenuto utile per “contrastare la diffusione del contagio da Covid-19. Soprattutto con riferimento ai lavoratori fragili, maggiormente esposti ai rischi derivanti dalla malattia”. Per i fragili il protocollo prevede, in questo senso, che il datore di lavoro stabilisca, sentito il medico competente, “specifiche misure prevenzionali e organizzative”.

Ora lo stato di emergenza è venuto meno e molte misure restrittive sono state superate anche grazie alla campagna vaccinale. Però davanti ad un aumento dei contagi è importante proteggere i più fragili.

Acrilammide: cancerogeno nei cibi cotti ad alte temperature 

Acrilammide
patatine fritte

L’acrilammide: composto chimico solido, cristallino, bianco e inodore

L’acrilammide è una sostanza chimica che si forma naturalmente negli alimenti amidacei durante la cottura ad alta temperatura, al di sopra dei 120°C.

Questa molecola si forma quando cibi contenenti amidi (o zuccheri) e aminoacidi (in particolare un aminoacido chiamato asparagina), vengono cotti al forno, con frittura o sulla griglia superando la temperatura di 120°C.

A causare principalmente la reazione chimica è la “reazione di Maillard”, che conferisce ai cibi l’aspetto abbrustolito e li rende più gustosi. 

L’acrilammide si impiega anche per usi non alimentari, in ambito industriale ed è presente nel fumo di tabacco.

Quali alimenti contengono acrilammide?

L’acrilammide si trova sostanzialmente nei fritti a base di patate, nel caffè e nei suoi succedanei (surrogati).

È altresì presente in biscotti, cracker, pani croccanti, cornflakes, pane morbido e negli alimenti per l’infanzia (per lo più fette biscottate e biscotti).

In diversi studi sulla dieta totale (TDS) intrapresi dalla FDA tra il 2002 e il 2006, l’acrilammide hanno riscontrato la sua presenza nelle olive nere.

Infine, i ricercatori dell’Istituto di alimentazione, nutrizione e salute dell’ETH di Zurigo, ne hanno scoperto tracce nelle prugne secche e nelle pere secche.

Non è invece presente negli alimenti bolliti o non riscaldati. 

Acrilammide: una sostanza altamente cancerogena 

A lanciare l’allarme sulla sua potenziale pericolosità è stata nel 2002, la professoressa Margareta Törnqvist dell’Università di Stoccolma.

Il suo studio dal titolo  “Analisi dell’acrilammide, un cancerogeno formatosi negli alimenti riscaldati” è stato pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry.

A destare la preoccupazione del team, i potenziali effetti cancerogeni della molecola.

Preoccupazioni che purtroppo sono state confermate dagli studi, tanto che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha aggiunto l’acrilammide all’elenco delle sostanze “estremamente preoccupanti(SVHC) nel marzo 2010.

Rischi riscontrati

Oggi è ampiamente riconosciuto che:

  • 1) I livelli di acrilammide aumentano man mano che il cibo viene riscaldato per periodi di tempo più lunghi;
  • 2) Ha effetti neurotossici (danni al sistema nervoso centrale e periferico), citotossici (azione lesiva sulle cellule), sullo sviluppo prenatale e postnatale e sul sistema riproduttivo maschile;
  • 3) Una sua prolungata assunzione attraverso la dieta, aumenta enormemente la probabilità di sviluppare mutazioni geniche e tumori in vari organi;
  • 4) Sulla base di questi studi condotti sugli animali, gli esperti dell’EFSA (European Food Safety Autorithy) hanno ribadito che la presenza di acrilammide negli alimenti può aumentare il rischio di cancro per i consumatori in tutte le fasce d’età. 

Che cosa succede nell’organismo dopo l’assunzione di acrilammide?

Quando si assumono cibi contenenti acrilammide, la sostanza viene assorbita dal tratto gastrointestinale, si distribuisce a tutti gli organi e viene ampiamente metabolizzata. La glicidammide, uno dei principali metaboliti derivati da questo processo, è la causa più probabile delle mutazioni geniche e dei tumori osservati negli animali.

Come è possibile ridurre i livelli di acrilammide nei cibi?

La scelta degli ingredienti, il metodo di conservazione e la temperatura di cottura possano influire sulla quantità di acrilammide nei diversi tipi di alimenti e quindi sul livello di esposizione alimentare.

Occhio agli ingredienti

  1. 1) I succedanei del caffè a base di cicoria generalmente contengono sei volte più acrilammide (3mg/kg) di quelli a base di cereali (0,5 mg/kg);

2) I prodotti fritti a base di pasta di patate (comprese patatine e snack) contengono circa il 20% in meno di acrilammide (338μg/kg) di quelli ottenuti da patate fresche (392μg/kg);

3) Le patate coltivate in terreno povero di zolfo contengono meno asparagina. Cosa che riduce la formazione di acrilammide durante la cottura.

Conservazione degli alimenti 

  • La conservazione delle patate a una temperatura inferiore agli 8° C ne aumenta i livelli di zucchero, il che potrebbe portare a elevati livelli di acrilammide al termine della cottura.
  • Mettere in ammollo le fette di patate in acqua o in una soluzione di acido citrico può ridurre i livelli di acrilamide nelle patatine rispettivamente fino al 40% o al 75%.

Temperatura e durata della cottura 

  • 1) I caffè a tostatura più chiara contengono generalmente più acrilammide di quelli a tostatura media o scura (cioè tostati più a lungo), il che può aumentare l’esposizione media del 14%;
  • Le friggitrici ad aria calda producono oltre il 30-40% di acrilammide in più rispetto alle normali friggitrici a olio;
  • 3) La temperatura aumenta i livelli di acrilammide. Dunque una frittura sopra i 175 ° C può portare a un notevole aumento dei livelli.

Cucina casereccia

  • Cuocere le patatine fritte fino a farle diventare croccanti e marroni, può aumentare l’esposizione alimentare media del 64%.
  • Tostare il pane per cinque minuti invece di tre può aumentare il contenuto di acrilammide.  

Altre raccomandazioni 

Sicuramente, sarebbe opportuno conoscere le raccomandazioni più recenti fornite dalle rispettive autorità per la sicurezza alimentare nazionali.

Essendo di fatto impossibile eliminare completamente l’acrilammide dalla dieta, sarebbe opportuno puntare ad abitudini di cottura domestica più selettive e a una dieta varia e bilanciata.

Meglio dunque bollire, cuocere a vapore e saltare in padella, per ridurre l’esposizione complessiva.

Vitamina C: un prezioso alleato contro l’acrilammide

Alcuni studi sostengono che la Vitamina C e altre sostanze antiossidanti, siano in grado di bloccare l’azione nefasta dell’acrilammide

Sarebbe dunque indicato assumere cibi fritti insieme ad arance o succo di arance, limone spremuto o verdure ricche di vitamina C come cavoli, spinaci o peperoni.

Piccoli “trucchi” domestici 

La formazione di acrilammide avviene prevalentemente nelle zone di superficie, dove si raggiungono le temperature più alte nella cottura.

Nel caso delle patatine fritte, meglio tagliarle in maniera più grossolana.

Sarebbe opportuno inoltre cuocerle al vapore o al forno, con la loro buccia, che verrà eliminata dopo cottura. 

Aggiunta di asparaginasi: tale enzima, aggiunto agli impasti delle farine usate, è in grado di idrolizzare (trasformare ad altra sostanza chimica) parte dell’aminoacido asparagina presente negli amidi. 

L’enzima non si trova facilmente in commercio, ma è sicuramente un buon “antidoto” contro la molecola nociva.

Come accennato, anche il caffè contiene acrilammide. Ciò si deve al processo di tostatura dei chicchi, durante il quale si produce la molecola tossica. 

Meglio non esagerare dunque con il caffè. Stesso discorso vale per l’orzo solubile e il caffè solubile.

Bambini a rischio 

Secondo gli studiosi, la categoria più esposta al pericolo dell’acrilammide è quella dei bambini.

La sostanza fa infatti più danni in un organismo che pesa meno. 

Questo perché i meccanismi di eliminazione e disintossicazione non sono ancora perfetti durante l’età dello sviluppo. 

L’Osservatorio nazionale amianto, attraverso il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, da tempo si batte per la tutela della salute, in particolare sui luoghi di lavoro.

Gli agenti cancerogeni come l’amianto sono moltissimi e soltanto una bassa percentuale sono riconosciuti come dannosi e vietati. Per questo è sempre bene continuare ad informarsi anche attraverso i canali dell’associazione.

Fonti

efsa.Europa.it

Fondazione AIRC.it

National Cancer Institute

Odori: quando l’amicizia è una questione di “naso”

odori
tre donne stese su un prato

Maggiori probabilità di amicizia per chi ha odori corporei simili 

Odori. Quando incontriamo per la prima volta delle persone, può capitare di avvertire “una scintilla immediata, che ci fa sentire come se fossimo già buoni amici da anni“. 

A sostenerlo Inbal Ravreby del Weizmann Institute of Science (Israele), autrice del curiosissimo studio.

La ricerca è stata pubblicata su Science Advances.

Come è iniziata la ricerca sugli odori

Precedenti ricerche avevano evidenziato che quando conosciamo una persona nuova, ci “annusiamo”  inconsciamente. 

Accade ad esempio di portare la mano al naso dopo averla stretta a qualcuno.

Una questione di “chimica” insomma.

Questo fattore ha destato la curiosità della dottoressa Ravreby, la quale ha iniziato a chiedersi se effettivamente esista un nesso tra l’odore del corpo e la scelta delle nostre amicizie.

Nello studio (condotto insieme con i ricercatori Kobi Snitz and Noam Sobel), gli scienziati hanno dapprima intervistato alcune persone online.

In fase di colloquio, hanno chiesto loro se fosse mai scattata una sorta di “scintilla iniziale” con alcuni individui in particolare e, in caso positivo, di descriverla.

Sorprendentemente, continuavano ad emergere temi comuni tra tutti gli intervistati.

Nella maggior parte dei casi, essi sostenevano di sentirsi sulla stessa lunghezza d’onda di qualcuno, come se ci fosse della “chimica“. Avvertivano insomma un senso di legame e comprensione immediati.

Di conseguenza, Ravreby e i suoi colleghi hanno reclutato venti coppie di amici dello stesso sesso (di età compresa tra i 22 e i 39 anni) – metà femmine e metà maschi- che avevano sperimentato questa singolare esperienza al primo incontro.

Un naso elettronico “annusa amici”

Per raccogliere l’odore del corpo, ogni partecipante ha ricevuto un sapone non profumato e una maglietta di cotone.

In aggiunta, sono state fornite tutte le istruzioni necessarie, al fine di evitare prodotti profumati (altri saponi, profumi e lozioni) prima di indossare la maglietta. 

Questa è stata portata per almeno sei ore durante la notte, per due notti di seguito. 

Durante l’esperimento, i partecipanti hanno dovuto evitare il contatto stretto con gli animali domestici e con altre persone.

Inoltre hanno dovuto evitare di mangiare cibi che influenzassero gli odori del corpo come curry, asparagi e aglio.

Le magliette contenenti il “l’odore corporeo” di ciascun partecipante, sono state poi congelate durante la notte e conservate in un barattolo di vetro per l’analisi chimica.

Per l’esperimento, gli studiosi hanno utilizzato un “naso elettronico” – un dispositivo in grado di rilevare i componenti chimici degli odori. 

L’apparecchio ha quindi annusato le magliette indossate da ciascuno dei partecipanti. 

Cosa ha scoperto il naso elettronico?

Risultato? Il “naso elettronico” ha scoperto che l’odore del corpo era più simile tra le coppie di amici, che tra coppie casuali che si erano formate “random” tra i partecipanti.

Parallelamente, un gruppo composto da venticinque adulti (estranei alla ricerca), ha annusato le magliette dei partecipanti. Anche questo gruppo ha constatato che le coppie di amici avevano un odore più simile rispetto alle coppie casuali.

Successivamente, Ravreby e i suoi colleghi hanno reclutato altre diciassette persone che non si erano mai incontrate prima. 

Come prima cosa, hanno usato il “naso elettronico” per analizzare i loro odori corporei. Ogni individuo ha poi “annusato” altri partecipanti dello stesso sesso.

I risultati si sono dimostrati coerenti con gli esperimenti precedenti. Le coppie che avevano odori più simili tra di loro, hanno difatti riferito di sentirsi attratte in maniera maggiore.

Al contrario, le persone eterosessuali sembrano essere attratte da membri del sesso opposto che hanno un odore diverso da loro. 

Attenzione ai risultati

Utile specificare che il numero complessivo di persone coinvolte è piuttosto limitato e limitato a un caso specifico, progettato dagli autori dello studio.

Valentina Parma, psicologa che studia l’olfatto al Monell Chemical Senses Center di Philadelphia (che non ha lavorato allo studio), ha riferito a The Scientist:Questi risultati forniscono un buon punto di partenza per rispondere a ulteriori domande”.

Jessleen Kanwal, che studia l’olfatto negli insetti al Caltech, California Institute of Technology università di Pasadena (California) ha trovato interessante questo nuovo studio.

Ritiene tuttavia che entrino in gioco altri fattori nella scelta delle amicizie, oltre al “fiuto”.

Secondo la dottoressa Kanwal, lo studio ha probabilmente ragione nell’identificare l’odore del corpo come un fattore che influenza amicizie e connessioni sociali.

Il profumo è importante per le interazioni tra animali non umani, quindi è ragionevole supporre che lo sarebbe anche per gli esseri umani“, spiega.

Uno studio in fase di perfezionamento 

La dottoressa Inbal Ravreby, afferma che il suo studio non è ancora in grado di spiegare perché l’odore del corpo sembri influenzare l’amicizia negli esseri umani.

Sta tuttavia progettando uno studio di follow-up, che tenterà di rivelarne i meccanismi. 

La nuova ricerca prevede di manipolare l’odore corporeo dei partecipanti allo studio.

Il profumo verrà inserito all’interno di un macchinario di Risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Poi gli studiosi scannerizzeranno l’attività delle regioni cerebrali associate all’olfatto e ai comportamenti sociali, mentre li esporranno agli odori del corpo che corrispondono o differiscono dai loro odori manipolati.

Cosa vuole dimostrare la ricerca 

La ricerca dimostra che “tendiamo a diventare amici di persone come noi, ad esempio in termini di età, etnia, istruzione, religione, aspetto fisico, personalità e valori“, ha spiegato la dottoressa Ravreby.

Prerogativa che non appartiene solo agli esseri umani.

Non siamo gli unici “animali” a usare gli odori

Altri mammiferi usano l’odore come indizio per capire chi è amico o nemico. Basta pensare ai cani, che annusano le estremità posteriori a vicenda quando si incontrano.

È davvero importante ricordare che siamo anche dei mammiferi e condividiamo alcuni comportamenti con altri animali“, ha precisato Ravreby.

“Mi sento di poter affermare che c’è chimica anche nella chimica sociale”, ha poi dichiarato a The Scientist.

Fonti

Science Advances, DOI: 10.1126/sciadv.abn0154