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Broni, mille coperture in amianto: il 40% a rischio

onduline di amianto
amianto

Ci sono ancora a Broni (Pavia), ancora mille coperture in amianto. Oltre il 40% di queste sono a rischio. Questi i dati emersi in consiglio comunale dopo il censimento. Le onduline sono state rimosse, invece, da 167 edifici.

Nel 2016 erano state censite grazie ai droni 1057 coperture in asbesto. Finora ne sono state verificate 451. 167 risultano sono già state bonificate. 12 si trovano su immobili con pratiche edilizie in essere. Altre saranno prossimamente oggetto di intervento. Il Comune per queste ultime ha emesso un bando da 300.000 euro.

La storia del Comune di Broni e della Fibronit

Broni ha una storia triste legata purtroppo al terribile amianto. Una storia fatta di vertici della Fibronit – in cui si producevano materiali per l’edilizia come tettoie, tubi o giunti – non hanno mai spiegato ai dipendenti il rischio. Fatta degli stessi lavoratori che, quando hanno preso coscienza del pericolo, hanno evitato di fare pressioni per la chiusura del sito. Preoccupati per il posto di lavoro e per le ripercussioni sul valore degli immobili e sul turismo. Broni è infatti conosciuto come la città del vino.

Un articolo che narra molto bene la vicenda vissuta da un’intera popolazione è “Morire d’amianto: la ‘strage’ silenziosa di un paesino della provincia pavese”, di Vice.com.

L’amianto era ovunque, la polvere ricopriva i tetti delle case, i balconi, e non si ammalavano soltanto i dipendenti della Fibronit. Come in altre zone d’Italia il mesotelioma e le altre patologie asbesto correlate colpivano le mogli e i figli degli operai, che entravano a contatto con le tute che venivano lavate in casa. E semplici residenti che con l’azienda non avevano mai avuto a che fare.

Broni, la città con il numero maggiore di morti da tumore

Le diagnosi che fanno tremare i polsi e le gambe continuavano a piovere come l’asbesto dal cielo. Tanto che Broni è noto per essere la città con il numero maggiore di morti da tumore per metro quadro. Dal 1994 ad oggi, infatti, sono morte circa 700 persone.

Ha anche il triste primato del posto con il più alto tasso di incidenza di mesotelioma in Italia (pari a 82 casi ogni 100mila abitanti). Addirittura di poco superiore a quello di Casale Monferrato, dove aveva sede l’Eternit.

Anche quando negli anni ’80 molte aziende limitavano l’uso del minerale tanto contestato, o addirittura chiudevano, la Fibronit ha continuato a lavorare. Aumentando la produzione perché prendeva le commesse che gli altri non accettavano più.

Soltanto la Legge 257/1992 ha messo al bando l’asbesto in tutta la Penisola e ha chiuso definitivamente l’azienda di Broni.

Ed è stata una vera strage come dimostrano i numeri. Ora moltissimi edifici (ma come in molte zone d’Italia), sono ancora coperti dalle onduline. Questo anche perché le produzioni che venivano male erano vendute a prezzi stracciati all’interno del Comune.

L’impegno dell’amministrazione comunale

Adesso l’impegno dell’amministrazione comunale è quello di procedere con le bonifiche. Ma anche di valutare lo stanziamento di una somma da destinare ai privati. Il sindaco Antonio Riviezzi nel consiglio comunale di venerdì scorso ha sottolineato come il lavoro da fare sia ancora tanto. Però Broni è uno dei pochi Comuni in Italia ad aver eseguito una mappatura completa dell’amianto sul territorio. La bonifica dell’azienda è terminata nel 2021.

L’Osservatorio nazionale amianto e il suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni, hanno sempre battuto su questo punto: la mappatura dei siti contaminati e le bonifiche sono fondamentali. Per questo l’Ona ha realizzato anche una App apposita per la segnalazione dei siti in cui c’è ancora presenza di materiali in amianto.

L’amianto è una piaga in tutta Italia, non ci sono mappature aggiornate o complete, e tanti sono gli operai che hanno pagato con la vita il suo utilizzo. Il fenomeno è ben spiegato nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Ezio Bonanni: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“. Qui si possono trovare i dati aggiornati delle vittime dell’asbesto, quasi 7mila ogni anno. L’Inail infatti, nel suo VII rapporto ReNaM, conta soltanto i casi di mesotelioma, causato soltanto da questo minerale.

Secondo booster, al via la quarta dose per over 60 e fragili

booster
vaccino

Via libera anche in Italia per la quarta dose o secondo booster del vaccino anti Covid. Il ministero della Salute lo aveva preannunciato e adesso gli over 60, anche sani, e i fragili, potranno prenotare il richiamo.

La campagna vaccinale va così avanti in un momento in cui i contagi al coronavirus si moltiplicano e questa ondata estiva sembra essere inarrestabile. Gli ospedali tengono e, anche grazie ai vaccini, poche sono le persone che finiscono in terapia intensiva, anche se l’incidenza sta comunque aumentando.

Bisogna però mantenere alta l’attenzione, soprattutto per proteggere le persone che non possono vaccinarsi o che hanno il sistema immunitario debole.

Secondo booster, l’ok dell’Agenzia europea per i medicinali

L’ok è arrivato dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), pubblicata ieri, 11 luglio 2022.

Il ministero della Salute ha inviato la Circolare “Estensione della platea vaccinale destinataria della seconda dose di richiamo (second booster) nell’ambito della campagna di vaccinazione anti-SARS-CoV-2/COVID19”.

Questa raccomanda la somministrazione della seconda dose booster a tutte le persone di età uguale o superiore ai 60 anni, purché sia trascorso un intervallo minimo di almeno 120 giorni dalla prima dose di richiamo.

Secondo booster anche a chi ha avuto il Covid 19

Può vaccinarsi anche chi ha avuto il Covid, se sono passati 120 giorni dall’ultima infezione successiva al richiamo (data del test diagnostico positivo).
La seconda dose di richiamo è raccomandata anche alle persone (a partire dai 12 anni) con elevata fragilità motivata da patologie concomitanti e/o preesistenti.

Anche in questo caso deve essere trascorso un intervallo minimo di almeno 120 giorni dalla prima dose di richiamo o dall’ultima infezione successiva al richiamo (data del test diagnostico positivo).

L’invito, a chi ancora non lo ha fatto, a vaccinarsi

Il ministero della Salute invita ancora una volta a vaccinarsi quelle persone che non lo hanno ancora fatto. In tanti non hanno ancora iniziato il percorso vaccinale. Altri, invece, si sono fermati alle due dosi e non hanno fatto la terza.

In questo momento in cui, però, sono caduti gli obblighi di mascherine e distanziamento e tanto viene lasciato al buon senso è ancora più importante essere protetti dalle conseguenze che un contagio potrebbe comportare per sé e per i propri familiari e amici.

Pidocchi e mammiferi: storia di una bizzarra co-evoluzione

Pidocchi
pidocchio sulla pelle

Circa novanta milioni di anni fa, i mammiferi avrebbero potuto vivere senza pidocchi. Ma qualcosa è andato storto.

Pidocchi al centro di uno studio

Pidocchi “succhiatori di bestiame” (Linognathus vituli, Linnaeus, 1758). I mammiferi ospitano un’ampia varietà di parassiti e il loro percorso evolutivo sembrerebbe essere parallelo. 

A ipotizzarlo, uno studio dal titolo “Phylogenomics reveal the origin of mammal lice out of Afrotheria”.

Lo studio è stato finanziato dalla National Science Foundation Usa e dalla Commissione europea.

Pubblicato su Nature Ecology and Evolution, porta la firma di Kevin P. Johnson (Ricercatore capo, biologo e ornitologo del Research Institute, Università dell’Illinois a Urbana-Champaign), Conrad Matthee (Stellenbosch University, Sudafrica) e Jorge Doña (Universidad de Granada, Spagna).

Pidocchio
Foto di ClaudiaWollesen da Pixabay 

Risultato? 

Molti dei pidocchi che infestano i mammiferi, si potrebbero far risalire al singolo antenato di un pidocchio degli uccelli. Parassita che a sua volta era ospitato dalla Afrotheria, un mammifero vissuto prima dell’estinzione dei dinosauri.

Spieghiamo la singolare “co-evoluzione”

Entriamo nel dettaglio della ricerca. 

«I pidocchi possono co-evolvere con il loro ospite», afferma Bret Boyd, biologo della Virginia Commonwealth University di Richmond.

In effetti, il percorso e la storia evolutiva dei parassiti e dei mammiferi hanno moltissimi punti in comune. Sono inoltre in grado di cambiare ospite quando se ne presenta l’opportunità.

Secondo gli esperti, i pidocchi sarebbero passati da un animale “ospite” all’altro, almeno quindici volte da quando hanno parassitato per la prima volta i mammiferi.

Questo comportamento spiega come mai i pidocchi trovati su foche, puzzole, elefanti ed esseri umani sembrino discendere tutti dallo stesso antenato. 

Pidocchi
Foto di DerWeg da Pixabay 

Per arrivare a tale conclusione, il team di Johnson ha esaminato le sequenze genomiche di trentatré specie di pidocchi, provenienti dai principali gruppi di mammiferi.

Scopo di tale esame, era di ricostruire approssimativamente “l’albero genealogico” di queste due specie. 

Uno studio irto di difficoltà 

«Estrarre il loro DNA è stata una vera e propria sfida» afferma Vincent Smith, ricercatore nel campo della biodiversità del Natural History Museum di Londra.

«Grazie al sequenziamento del genoma – afferma poi Johnsonabbiamo dimostrato che i pidocchi odierni hanno inizialmente attaccato gli animali del genere Afrotheria, antica stirpe di mammiferi che comprende, tra gli altri, elefanti, iraci, toporagni, talpe dorate e oritteropi». 

«Poi si sono diffusi anche in altre specie. La trasmissione dagli uccelli ai mammiferi è avvenuta tuttavia raramente»

Uccelli
Foto di wal_172619 da Pixabay 

Il team ha trovato prove che «ciò si è verificato solo poche volte, ad esempio per i lemuri del Madagascar, i roditori sudamericani e alcuni marsupiali. Ma una volta che i pidocchi impararono a nutrirsi di mammiferi, poterono passare più facilmente da una specie di mammifero all’altra e probabilmente hanno avuto più opportunità di farlo». 

Johnson aggiunge «dopo che i dinosauri si sono estinti circa 65 milioni di anni fa e uccelli e mammiferi si sono allontanati, anche geograficamente, anche i pidocchi hanno iniziato a passare a nuovi ospiti, dando origine a nuove specie».

Qualche certezza? 

Anche se è necessario un maggiore lavoro per tracciare la storia evolutiva dei pidocchi e dei loro ospiti, Johnson ha qualche certezza.

Per il biologo, «i pidocchi risalgono probabilmente a 90 milioni a 100 milioni di anni fa e probabilmente i primi dinosauri o uccelli ne erano parassitizzati».

Ci sono pidocchi e pidocchi

I pidocchi si dividono in due gruppi principali, in base alle loro abitudini alimentari:

  • I pidocchi masticatori: si cibano di pezzettini di pelle o di le secrezioni:
  • succhiatori: perforano la pelle per consumare il sangue dei loro ospiti. Johnson ricorda che «Entrambi i tipi si nutrono di mammiferi, ma i pidocchi succhiatori sono esclusivi dei mammiferi».

Ancora niente di sicuro 

Nonostante l’entusiasmo dei colleghi, Jessica Light, biologa evoluzionista della Texas A&M University di College Station, avverte che è meglio non cantare vittoria.

«È troppo presto per affermare che queste conclusioni siano esatte. Studi futuri, magari con un aumento del campionamento genomico, potrebbero supportare o non questi risultati», dice.

A cosa serve lo studio sui parassiti?

Perché è così importante conoscere la storia evolutiva dei pidocchi? 

«I biologi dell’inizio del XX secolo hanno usato i pidocchi per testare le loro idee sulla co-evoluzione, l’evoluzione congiunta di due o più specie», spiega Smith. 

Il loro studio potrebbe fornire importanti informazioni sulla trasmissione delle malattie, dagli animali all’uomo- un argomento quanto mai attuale.

Ricordiamo infatti che le origini di alcune malattie, incluso il COVID-19, trovano origine dal passaggio del virus dall’ospite ad altri altri animali, fino agli esseri umani. 

Pidocchi
Foto di Jairo Alonso Meneses Méndez da Pixabay 

Scoprire queste dinamiche, «potrebbe far luce su come ridurre al minimo la possibilità di trasmissione di nuove malattie agli esseri umani», afferma Johnson.

Fonti

Johnson, K. P. Matthee, C. & Doña, J. Natura Ecol. Evol. https://doi.org/10.1038/s41559-022-01803-1 (2022).

Leonardi, M. S., Crespo, J. E., Soto, S. & Lazzari, C. R. Insetti 13, 46 (2021).

Boyd, B. M. et al. Appl. Ambiente. Ambiente. Microbiolo. 82, 3185–3197 (2016).

greenme.it

Allarme incendi, in 1 mese distrutti 16 ettari di vegetazione

incendi
indendio nel bosco

In questa torrida estate 2022, con temperature mai registrate prime a causa anche del cambiamento climatico, imperversano in Italia gli incendi. Incubi di fuoco che distruggono ettari di vegetazione, l’habitat per diverse specie animali e luoghi fondamentali per l’esistenza dello stesso genere umano.

Secondo Coldiretti dal 15 giugno scorso, i vigili del fuoco sono stati impegnati in quasi mille incendi. Con loro la Protezione civile, l’esercito e i carabinieri. Un impiego di forze incredibile che può soltanto (anche se è già moltissimo), limitare i danni.

Nella Penisola in un mese gli incendi hanno distrutto 16mila ettari di vegetazione. E il dato purtroppo è destinato a crescere.

Le cause degli incendi

Una parte dei fuochi che stanno imprigionando il territorio italiano sono dolosi. Un alto sospetto c’è per esempio per quelli della Capitale, dove spesso nascondono illeciti per lo più legati ai rifiuti.

In generale, però, dipendono dall’incuria e dalla crisi climatica. Le temperature record di questi giorni non aiutano, abbinate alla mancata cura delle aree verdi e quindi alle sterpaglie. Soprattutto quelle vicine alle strade e alle autostrade che ancora troppo spesso vengono “accese” da mozziconi di sigaretta gettate dai finestrini.

Mai un comportamento ineducato (e contrario alla legge), è stato così dannoso per l’ambiente e la salute.

Tra le conseguenze Coldiretti denuncia anche il dimezzamento della produzione interna di foraggio e mais, già insufficiente per l’Italia. Come pure un netto calo in quella del riso (-30%), grano (-15%), frutta (-15%) e latte (-20%).

Pefc Italia: “L’estate del 2022 rischia di essere la peggiore”

“L’estate del 2022 rischia di essere peggiore sul fronte incendi anche rispetto a quelle – già drammatiche – del 2021 e del 2017”. Ha dichiararlo è il Pefc Italia (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes). “Di fronte alla siccità e alle temperature record – ha continuato – il modo più efficace di limitare le emergenze ambientali è la prevenzione attraverso la gestione attiva”.

“La prima causa dell’emergenza è il riscaldamento globale, confermato drammaticamente dalla tragedia del ghiacciaio della Marmolada“. Il Pefc si unisce al coro unanime di voci che chiedono un cambio di direzione.

Cita quindi i dati pubblicati a maggio dal Copernicus Climate Change Service che spiegano come “gli ultimi sette anni sono stati i più caldi mai registrati sul nostro pianeta e per l’Europa quella del 2021 è stata l’estate più torrida di sempre”. Tra le conseguenze gli incendi intensi e prolungati, favoriti dalla siccità. Che colpiscono in particolare il Mediterraneo orientale e centrale. La Turchia è il paese più colpito, oltre a Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Albania, Macedonia del Nord, Algeria e Tunisia.

Incendi, unica strada la prevenzione

La prevenzione, spiega ancora il Pefc è l’unica strada e la più economica. Spegnere un incendio costa 8 volte di più che prevenirlo. Così come la prevenzione va attuata nell’ambito della sicurezza sul lavoro e in particolare in relazione all’amianto. Così come sostiene l’Osservatorio nazionale amianto, per il quale la tutela dell’ambiente e della salute sono fondamentali.

Eppure non si fa ancora abbastanza per prevenire i fuochi causa di distruzione e morte. Tra le azioni necessarie rientra la programmazione nel taglio degli alberi. Che facilita la crescita degli alberi più giovani e riduce quelli malati e secchi, molto più a rischio d’incendio. E la pulizia del sottobosco nelle aree a maggior rischio.

Incendi, consigli per evitare danni

“Vanno tenuti sotto controllo e smaltiti adeguatamente – continua Pefc Italia – anche i rifiuti abbandonati in prossimità delle aree boschive urbane e periurbane, molto pericolosi per la salute nel caso in cui prendessero fuoco. Fondamentale è poi la creazione di punti d’acqua e la presenza di una viabilità forestale che permetta ai vigili del fuoco interventi rapidi e con attrezzatura adeguata in caso d’incendio”.

Anche i cittadini vanno coinvolti nella difesa del territorio. È vietato accendere fuochi al di fuori delle aree predisposte, e bisogna evitare di farlo in ogni caso se il vento è forte. Braci e scintille potrebbero sollevarsi e dare fuoco alla vegetazione. Non si può fumare o usare fiammiferi, riportando sempre tutto a casa e smaltendo correttamente ogni rifiuto. In caso di incendio, bisogna immediatamente chiamare i Vigili del Fuoco (115) – o le autorità preposte a livello locale – e allontanarsi.

Elefanti: tutte le curiosità anche “piccanti” sul pachiderma

Elefantino
Elefantino

Gli elefanti sono una specie a rischio estinzione. Conosciamo meglio tutte le caratteristiche del pachiderma.

Elefanti: carta d’identità del pachiderma 

Elefanti: iniziamo a conoscere il pachiderma, a partire dal nome e dalle sue caratteristiche fisiche.

Classificazione sistematica di Linneo (1758) 

  • Regno: Animalia.
  • Phylum: Chordata.
  • Classe: Mammalia.
  • Ordine: Proboscidea.
  • Famiglia: Elephantidae.
  • Genere: Elephas.
  • Specie: E. maximus

Dieta: Erbivoro 

Dimensioni: Altezza alle spalle: 2,4-3,2 metri

Peso: 2700 chilogrammi – 6000 chilogrammi

Età media: fino a 70 anni.

Elefante africano ed elefante indiano

L’elefante africano è leggermente più grande della specie asiatica.

Ha delle grandi orecchie a forma di continente africano, mentre quelle del cugino asiatico sono più piccole e la loro forma ricorda l’India. 

Fino a poco tempo si pensava che gli elefanti della foresta africana fossero una sottospecie dell’elefante africano, ma una nuova ricerca ha scoperto che in realtà si tratta di due specie differenti: 

  1. Elefanti della savana: vagano sulle pianure dell’Africa sub-sahariana e sono molto grossi;
  2. Elefanti della foresta: vivono nelle foreste dell’Africa centrale e occidentale. 

Gli elefanti africani maschi possono raggiungere 3 m di altezza e pesare tra 4.000 e 7.500 kg. Gli elefanti asiatici sono leggermente più piccoli: raggiungono i 2,7 m di altezza e pesano tra i 3.000 e i 6.000 kg.

Il ruolo chiave degli elefanti nell’ecosistema 

Elefante
Foto di minka2507 da Pixabay 

Svolgono un ruolo chiave nel loro ecosistema, in quanto “creano” il loro habitat in molti modi: 

  • Durante la stagione secca, usano le zanne per scavare i letti dei fiumi prosciugati. L’acqua che affiora fa sì che molti animali possano bere;
  • Il loro sterco è pieno di semi ed è un buon habitat per i coleotteri dello sterco;
  • Il loro passaggio apre dei varchi, che facilitano l’accesso a zebre e altri animali nella foresta.”

Proboscide: un lungo naso 

La proboscide è un “lungo naso” che contiene circa 40.000 muscoli. 

Viene usata per annusare, respirare, barrire (quando avverte il pericolo), bere e anche per afferrare le cose, specialmente un pasto potenziale.

La capacità “prensile” si deve a due finte dita che si trovano sulla punta della proboscide (gli elefanti asiatici ne hanno solo uno).

Esse consentono all’animale di eseguire manovre delicate come: scegliere una bacca dal terreno o strappare una singola foglia da un albero. 

Gli elefanti usano la proboscide anche per aiutare a sollevare o spingere uno dei loro cuccioli su un ostacolo e per salvare un altro pachiderma bloccato nel fango. 

Infine, come i nostri neonati umani succhiano il pollice, un cucciolo di elefante succhia spesso la proboscide.

Elefante
Foto di Sasin Tipchai da Pixabay 

Le loro zanne d’avorio 

Gli elefanti africani hanno delle zanne che crescono continuamente. 

Delle zanne enormi possono indicarci l’età di un esemplare. 

Quelle dei maschi sono leggermente più grandi e vengono utilizzate anche durante i “combattimenti amorosi”.

Gli elefanti della savana hanno zanne curve, mentre quelli della foresta le hanno dritte. 

Le zanne altre non sono che dei denti incisivi molto sviluppati, che compaiono per la prima volta quando gli elefanti hanno circa due anni.

Essendo di avorio, sono oggetto di attenzione. Specialmente dei bracconieri, che non esistano a dare la caccia agli elefanti per arricchirsi attraverso il commercio clandestino. 

Elefanti
Foto di willm78 da Pixabay 

Curiosità in pillole  

Gli elefanti hanno bisogno di circa 150 kg di cibo al giorno. Mangiano in continuazione, dalle 12 alle 18 ore consecutive. 

I cibi preferiti? Radici, erbe, frutta e corteccia.

Dormono molto e viaggiano per grandi distanze alla ricerca di cibo.

Un singolo elefante può distruggere un’intera stagione di colture in una sola notte. 

Gli elefanti maschi trascorrono da 10 a 14 anni con le loro madri prima di formare i loro “gruppi”. Le femmine rimangono con le loro madri tutta la vita, in gruppi sociali “multigenerazionali di stampo matriarcale”. La matriarca è solitamente la più grande e più anziana.

Hanno una gravidanza più lunga di qualsiasi altro mammifero: quasi 22 mesi. Alla nascita possono pesare 120 kg e camminano entro un’ora. Dopo due giorni, possono tenere il passo con la mandria. Questa incredibile tecnica di sopravvivenza significa che le mandrie di elefanti possono continuare a migrare per trovare cibo e acqua.

Sono creature sociali e soffrono per la morte dei familiari

Amano i giochi d’ acqua e si divertono in mondo a fare la doccia, risucchiando dapprima l’acqua nelle proboscidi per poi spruzzarla.

Attraverso la proboscide, cospargono la loro epidermide di fango e sabbia. Questo consente loro di creare uno strato protettivo contro lo sporco e le scottature.

Usano il nasone anche per fare snorkeling durante il nuoto.

Pieghe e rughe della loro pelle hanno il loro perché. Trattenendo fino a dieci volte più acqua della pelle “normale”, aiutano i pachidermi a idratarsi e raffreddarsi. 

Foto di kolibri5 da Pixabay 

Speedy Gonzales con le orecchie lunghe 

Un’altra curiosità sugli elefanti riguarda la loro velocità: normalmente si muovono a circa 4-6 km/h.

Guai a non farli arrabbiare!

Se sono arrabbiati o devono scappare da un predatore raggiungono fino a 40 km/h.

Per via della mole e della conformazione delle zampe, non sono in grado di saltare.

Strano modo di comunicare 

Comunicano attraverso le vibrazioni sonore dei loro barriti.

Essi saranno acuti in caso di pericolo o bassissimi (ultrasuoni). In questo caso non potranno essere percepiti dalle persone.

Dato che imparano i diversi suoni per imitazione, così come avviene per altre specie di animali, ogni branco sviluppa un proprio “dialetto”, utile a cementare i legami tra i membri di uno stesso gruppo.

Distinguono difatti dunque la differenza tra il richiamo dei familiari e quello degli estranei.

Riconoscono le voci di almeno un centinaio di altri elefanti e sono in grado di registrare le posizioni di ben 17 diversi membri della famiglia. 

Comunicano anche attraverso il linguaggio del corpo, il tatto e il profumo.

Infine, possono comunicare attraverso “segnali sismici” (suoni che creano vibrazioni a bassa frequenza nel terreno). 

Queste onde sono in grado di viaggiare sotto terra per più di due chilometri. La differenza di tempo tra la ricezione delle vibrazioni e l’ascolto del suono, permette all’elefante di calcolare con molta precisione la direzione e la distanza da cui proviene il messaggio.

Questo consente loro di mettersi in salvo, nel caso in cui sentano rumori sospetti o di raggiungere le zone di pioggia nel caso in cui sentano che è scoppiato un temporale. Quale modo migliore per bere?

Foto di Olivier_D da Pixabay 

Lo sapevi che?

Gli elefanti si riconoscono in uno specchio, esattamente come noi

Nel Monte Elgon National Park in Kenya, un gruppo di elefanti usa le zanne per estrarre il sale nelle grotte sotterranee. Si fanno strada con le proboscidi e poi gustano le zollette rompendole con le zanne.

Le loro cellule, o i loro neuroni, hanno dendriti particolarmente lunghi e ramificati. Questo spiega come mai gli elefanti elaborano maggiori informazioni rispetto a gli altri mammiferi. 

Tutti sanno che sono famosi per la loro memoria, in pochi non sanno perché. 

Ciò si deve al fatto che la loro area del cervello associata alla memoria è più grande e più densa di quella delle persone.

Alcune prove suggeriscono che, anche dopo 27 anni di separazione, gli elefanti in cattività possono riconoscere l’odore dell’urina della madre. 

Elefanti
Foto di Antony Trivet da Pixabay 

Stranezze sessuali

Concludiamo con delle curiosità a “sfondo sessuale”.

Sia i maschi sia le femmine si accoppiano con più di un individuo durante il calore. Ad ogni modo, le femmine tendono a partorire un unico cucciolo alla volta.

Questo sistema di “accoppiamento multiplo” è conosciuto come poliginia o poligamia

Un dato curioso è che dopo la riproduzione sessuata, il maschio rimane per un certo tempo accanto alla femmina. 

Questo serve a evitare che altri maschi tentino di riprodursi con lei. È inoltre un buon modo per proteggerla da possibili pericoli e assicurarsi così la prole legittima.

Foto di Anja-#pray for ukraine# #helping hands# stop the war da Pixabay 

Animali a rischio estinzione: caccia e bracconaggio  

Oggi purtroppo gli elefanti corrono seri rischi di estinzione.

Una delle principali minacce deriva dal bracconaggio

Prima che gli europei iniziassero a colonizzare l‘Africa, c’erano circa 26 milioni di elefanti. All’inizio del XX secolo, i loro numeri arrivano a 10 milioni. 

Nel 1970, se ne contavano 1,3 milioni. 

Tra il 1970 e il 1990, la caccia sportiva e il bracconaggio hanno ridotto la popolazione di un’altra metà. 

Il bracconaggio ha continuato a minacciare entrambe le specie: gli elefanti della savana sono diminuiti del 30% tra il 2007 e il 2014, mentre gli elefanti della foresta sono diminuiti del 64%.

Oggi sono rimasti solo 400.000 elefanti. 

Nel 2021, l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), li ha riconosciuti come specie separate per la prima volta, elencando gli elefanti della savana come “elefanti in via di estinzione”. Quelli della foresta, come “criticamente in via di estinzione!.  

Foto di Ian Lindsay da Pixabay 

Estinzione: altre cause 

Difficolta di riproduzione: l problema dell’estinzione è legato ai tempi di riproduzione dell’elefante. Con i tassi di riproduzione che si attestano intorno al 5 del 6%, le nuove nascite non arrivano a compensare le morti causate dai bracconieri. 

Estinzione: perdita dell’habitat

La cementificazione e la trasformazione dell’habitat in aree agricole, rientra tra le cause primarie di estinzione

Turismo selvaggio: alcuni turistiche, complici le autorità locali, pagano per cavalcare gli elefanti o per guardarli dipingere quadri, usando la proboscide.

Perché gli elefanti non si sono del tutto estinti?

Negli ultimi 50.000 anni i grandi mammiferi, si sono estinti. Gli elefanti africani e indiani invece resistono ancora. 

Secondo uno studio pubblicato su Palaeogeography, ciò si deve alla co-evoluzione e cooperazione tra umani e animali. Cosa che avrebbe permesso a questi ultimi di adattarsi alle modifiche dell’habitat.

Questi animali sono inoltre riusciti a sopravvivere al cambiamento climatico, grande protagonista delle estinzioni della storia. 

Nel caso dell’elefante indiano, pare addirittura che tutte le specie estinte, siano riuscite a sopravvissute a periodi di siccità. 

Elefante
Foto di kolibri5 da Pixabay 

Proteggiamo gli elefanti 

Oltre ad essere stati inseriti nella lista delle specie in via d’estinzione IUCN, gli elefanti sono protetti a vari gradi, in tutti i paesi della loro gamma geografica. 

Sono anche protetti da accordi ambientali internazionali, quali: CITES e la Convenzione sulla conservazione delle specie migratorie.

Capitolo a parte merita il discorso “avorio”.

Nonostante gli sforzi, il bracconaggio è ancora difficile da contrastare.

Nel 2015, la Cina (che rappresentava il più grande mercato illegale e legale del mondo), ha accettato un divieto sul commercio interno dell’avorio. 

Da quel momento, la domanda di avorio sembra essere crollata. 

Oggi, proteggere gli elefanti dal bracconaggio richiede anche e sopratutto l’appoggio locale. 

Gli abitanti delle regioni con alti tassi di povertà e corruzione hanno maggiori probabilità di proteggere i bracconieri. 

Che fare?

Aiutare le comunità a sviluppare mezzi di sussistenza sostenibili, potrebbe diminuire il fenomeno del bracconaggio. 

Foto di Mike Wall da Pixabay