Nel nuovo decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri, il Capo III rappresenta uno dei passaggi più significativi per le vittime del dovere. Abbiamo quindi intervistato Paola Santospirito, moglie di vittima del dovere. La donna si è ammalataasbestosi per le fibre di amiantoinalate lavando le divise del marito, luogotenente della marina Militare Leonardantonio Mastrovito. Santospirito ora soffre anche di un tumore al seno.
Intervista a Paola Santospirito
Se potesse fare proposte concrete al Parlamento per modificare o integrare l’art. 27 del nuovo Decreto Sicurezza quale sarebbe? «Inserirei le esposizioni indirette DPR 510/99art. 2 comma 3 per le mogli dei militari che si sono ammalate di malattie oncologiche o preoncologiche a causa dell’amianto e di altre sostanze nocive, lavando le tute da lavoro per avere i riconoscimenti previdenziali.
Per coloro che lavorano pur ammalate di asbestosi e non possono andare in pensione. Sempre con il riconoscimento della causa di servizio del proprio coniuge dichiarato vittime del dovere equiparato e con sentenza vinta di risarcimento danni.»
Ci sono risarcimenti economici o indennizzi che ritiene fondamentali e che oggi non vengono garantiti in modo sufficiente? «Sì, oggi i lavoratori per ottenere risarcimenti equi devono fare ricorsi giudiziari. Perché spesso i vari enti non risarciscono in modo sufficiente. E comunque nessun risarcimento ti può restituire la salute o la vita perduta.»
Può raccontarci come l’esposizione indiretta attraverso gli indumenti di suo marito ha avuto un impatto sulla sua salute quotidiana? «L’esposizione indiretta avviene per inalazione delle fibre rilasciate dai tessuti. A causa del lavaggio e manipolazione degli indumenti di lavoro di mio marito.
Come l’amianto che si manifesta con asbestosi ( e altre patologie asbesto correlate, n.d.r) o i metalli pesanti(uranio, tungsteno) trovati nel mio cancro al seno.»
Quali difficoltà mediche e psicologiche ha affrontato legate a queste patologie? «La consapevolezza dell’esposizione, anche se passata, mi ha generato livelli di ansia, paura, rabbia, soprattutto collegata alla paura di sviluppare altre malattie tumorali come il terribile mesotelioma.
Si soffre di depressione, attacchi di panico e stress post-traumatico. Non si dorme la notte e tutto questo altera la qualità della vita ogni giorno.»
Che cosa ha significato per lei ottenere la sentenza del Tribunale Civile di Roma che ha riconosciuto il nesso causale tra l’esposizione indiretta e l’asbestosi?
«Ottenere questo risultato è stato grandioso per le esposizioni indirette dentro le “mura domestiche”. La prima sentenza in assoluto di riconoscimento danni in Italia.
Un grazie all’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amiantoche ha creduto in me. Da qualche mese mi ha nominata a Taranto come coordinatrice ONA. Per aiutare altre vittime come me che si sono ammalate indirettamente. Bisogna avere cura dell’ambiente, dei luoghi di lavoro bonificando da questa sostanza killer.»
Il Comune di Rimini conferma anche per il 2026 il bando per la concessione di contributi economici destinati alla rimozione e allo smaltimento di manufatti contenenti amianto presenti sul territorio comunale.
L’iniziativa, attiva dal 2010, rappresenta uno strumento strutturale di bonifica ambientale e di prevenzione sanitaria. Il bando prevede l’erogazione di incentivi a fondo perduto per i soggetti privati che affidano i lavori a imprese specializzate e autorizzate.
Amianto: quali interventi rientrano nel contributo
Possono accedere al contributo gli interventi di rimozione e smaltimento – e non quelli di incapsulamento o confinamento – effettuati e saldati nel corso dell’anno solare 2026.
Tra i manufatti ammissibili rientrano:
lastre e pannelli piani o ondulati per coperture;
pareti divisorie non portanti;
tubazioni per acquedotti o fognature;
tegole e canne fumarie;
serbatoi per l’acqua;
elementi in amianto presenti in ambito domestico, come forni, stufe, pannelli isolanti o fioriere.
L’obiettivo è favorire la progressiva eliminazione dei materiali contenenti asbestoancora presenti in edifici privati e aree di proprietà.
Contributi amianto 2026: importo e modalità di erogazione
Per il 2026 il fondo stanziato ammonta a 20.000 euro.
Il contributo copre il 50% della spesa effettivamente sostenuta; fino a un massimo di 1.200 euro per singolo intervento, IVA inclusa.
Non sono ammesse suddivisioni artificiose di uno stesso intervento in più stralci per ottenere contributi separati. L’erogazione avverrà secondo l’ordine cronologico di presentazione delle domande, fino a esaurimento delle risorse disponibili.
Il contributo non comprende le spese per eventuali materiali sostitutivi né i costi di posa in opera.
Chi può presentare domanda
Possono richiedere l’incentivo:
i proprietari di manufatti contenenti amianto situati nel territorio comunale;
i soggetti in regola con la normativa urbanistica vigente;
i proprietari di manufatti abbandonati su suolo di loro proprietà, purché già segnalati alle autorità competenti.
La misura non è cumulabile con altre agevolazioni pubbliche. Per lo stesso intervento non possono essere percepiti ulteriori finanziamenti europei, statali, regionali o di altra natura.
Come ottenere il contributo
Per accedere al beneficio è necessario affidare la bonifica a una ditta specializzata e autorizzata alla rimozione dell’amianto.
L’elenco delle imprese abilitate, il testo integrale del bando e la modulistica sono consultabili sul sito istituzionale del Comunee sull’albo pretorio online.
I risultati del bando amianto a Rimini
Dal 2010 a oggi, secondo quanto comunicato dall’amministrazione comunale, sono stati finanziati 889 interventi, con la rimozione complessiva di oltre 1,1 milioni di chilogrammi di amianto.
Nel solo 2025 sono stati concessi 21 contributi per un importo totale di 19.700 euro, consentendo lo smaltimento di oltre 26 mila chilogrammi di materiale contenente amianto.
Come dichiarato dall’assessora alla Transizione ecologica del Comune di Rimini, Anna Montini, l’iniziativa proseguirà anche nei prossimi anni con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e tutelare la salute pubblica.
“Tutto ciò che porta alla bonifica dell’amianto e quindi alla tutela dell’ambiente è sempre un fatto positivo e meritevole di attenzione.” – Ha affermato l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto commentando la notizia.
fibre di amianto (Foto free di Jonas Allert su Unsplash)
Genesi del fenomeno amianto, prevenzione ed attuale bonifica
PARTENDO DALLE RADICI DEL TERMINE “AMIANTO”, DAL GRECO “AMIANTOS”, TRADUCIAMO IL SIGNIFICATO IN “IMMACOLATO” OPPURE “INCORRUTTIBILE” E NE PERCORRIAMO LE TAPPE STORICHE DI OGNI SUO IMPIEGO. DEDICANDO, OPPORTUNAMENTE, UNA PARTICOLARE CIRCOSCRIZIONE APPROFONDITA ALL’AMBITO DI USO PROFESSIONALE
Sulle tracce nella storia delle patologie da amianto
Innanzitutto, si tratta di un minerale naturale e dalla struttura microcristallina. Una delle peculiarità più importanti risiede nell’aspetto fibroso, impiegato nelle costruzioni attraverso il composto “cemento-carta-amianto”, brevettato dall’ingegnere austriaco Ludwig Hatschek nel 1901.
Ma, le radici storiche sono ancora più lontane, infatti, già Plinio il Vecchio in “Naturalis Historia“, (Gaio Plinio Secondo, 23-79 d.C.) Incredibile viaggio alla scoperta dell’amianto ne fece uso del termine. Realizzandone uno specifica accezione, nella variante del sinonimo di “amianto“, ossia dal greco “asbestinon” e indicandone il “lino incorruttibile e purificato dal fuoco“, cosiddetto “lino vivo“.
In quei tempi, si identificava tale materiale come un prezioso materiale proveniente dell’India. Utilizzato per confezionare i mantelli dei re e delle persone influenti ma anche teli per avvolgere i cadaveri nei riti funebri. E ne vennero riconosciuti svariati utilizzi, anche in ambiti domestici.
Interessante, riconoscere come da tempi remotissimi, in particolare relativi al II millennio a.C., la pericolosità intrinseca dell’amianto fosse già ben conosciuta.
Proprio i minatori egizi, costretti a lavorare negli insalubri e stretti cunicoli delle miniere, in prossimità del Mar Rosso, si ammalavano di silicosi. Tale testimonianza, costituisce una prima fonte di attenzione alla cura di tali patologie. Le polveri dell’amianto, infatti, procuravano delle tecnopatie ed era assolutamente necessario, per la diagnosi e soprattutto l’anamnesi lavorativa, la sussistenza di efficaci strumenti di tutela.
“Amianto, dalla prevenzione alla bonifica.” Copertina del Libro di Ezio Bonanni – Edizione 2025 Sole24ore.
Evoluzione moderna, medicina del lavoro e industrializzazione
Nei secoli, l’avanzamento degli studi in ambito medico, riuscirono a portare a una vera e propria raccolta specializzata nel settore. E introdotta all’interno di un quadro definito della moderna medicina del lavoro. Appunto, tale fonte è del 1700, riconosciuta come il “De Morbis Artificum Diatriba” di Bernardo Ramazzini.
Appare formidabile il processo evolutivo, in cui si è sviluppato il fenomeno legato alla pericolosità dell’amianto dai suoi primi esordi.
E soprattutto, come da un punto di vista medico-scientifico ma soprattutto sociale e giuridico, abbia iniziato progressivamente a rivestire un piano rilevantissimo di attenzione ed azione concreta.
Le sfide verso l’affermazione di un processo, mirato alla prevenzione e la tutela delle patologie correlate dall’esposizione all’amianto, segnarono la storia moderna. Nel 1898, in Inghilterra fu fatta un’esplicita denuncia rispetto alla lesività delle fibre di amianto verso “la salute dei lavoratori”.
Si attribuisce tale traguardo, proprio a due ispettrici del lavoro: Adelaide Anderson e Lucy Deane.
In seguito, invece, nei corridoi ospedalieri, fu riscontrata una prepotente insorgenza di manifestazioni patologiche, legate da all’esposizione ad all’amianto. E proprio nei pazienti affetti da tubercolosi, Pleurite risarcimento amianto.
Nel 1906, il Prof. Luigi Scarpa, al Policlinico di Torino, riuscì addirittura ad identificarne nella specie circa 30.
Dunque si definiva la specificità del fenomeno e i rischi patologici da esposizione all’amianto cominciarono a essere una realtà scientificamente comprovata.
In tale contesto evolutivo, il contributo maggiore è stato reso proprio dall’attento approccio medico ad un’appurata anamnesi ed analisi. Le stesse strettamente correlate e rese dal rapporto della sintomatologia ai fattori esterni incidenti.
La comprensione del fenomeno e degli effetti dell’amianto sulla salute delle persone è progredito negli anni, attraversando l’operato e l’analisi medica sulle manifestazioni del fenomeno e le correlate patologie.
Di conseguenza, ciò è stato proattivo, attivando e sviluppando un sistema di allerta, mirato a una corretta informazione per la popolazione, in ottica preventiva.
La tutela della salute inizia ad avanzare nella mentalità del tempo, coinvolgendo l’interesse in prima linea di distinte personalità, nei loro ruoli rivestiti a livello sociale.
Le realtà professionali ed anche industrializzate dovettero far fronte e rispondere all’elevata casistica di decessi.
Nasceva una vera e propria disciplina, afferente alla tutela dei lavoratori e alle “malattie professionali.
Nascita e sviluppo di una tutela legale, per le vittime dell’amianto
Presto si aprirono così le porte dei Tribunali e nacque una mirata tutela legale, al fianco delle vittime di patologie professionali e da esposizione all’amianto.
Per questo, non a caso, ricordiamo il procedimento del 1906, svoltosi presso al Tribunale di Torino e confermato in Corte d’Appello l’anno successivo, sull’orizzonte della tutela dei lavoratori del settore amianto.
Gli stessi produttori di amianto, intrapresero l’azione legale nei confronti del direttore e gerente del bisettimanale “Il progresso del Canavese e delle Valli di Stura“, schierato con i lavoratori.
Questi ultimi assieme al Direttore e gerente, avevano appunto deciso di muovere una campagna di denuncia pubblica per i danni alla salute. Furono tutti chiamati in giudizio, ma il processo si chiuse con la loro assoluzione.
Nel progredire degli studi in medicina e delle pubblicazioni scientifiche, delle denunce e dei processi, si raggiunse una vera e propria codificazione. Infatti, furono in tal senso, predisposte delle specifiche misure di tutela per l’incolumità psicofisica dei lavoratori esposti ad all’amianto.
Stiamo parlando di un lavoro unico, raccolto ufficialmente nell’ “Asbstos Industry Regulations”, (“The manipulation of asbestos and the manufacture or repair of articles composed wholly or partly of asbestos and processes incidental thereto”).
Il panorama europeo, inizia ad orientarsi e dirigere il campo di osservazione e applicazione su un unico binario. Il ‘900, si alimenta dell’adozione dei primi provvedimenti legislativi.
Nell’anno 1935, l’indagine condotta dal dott. A.J. Lanza nelle fabbriche in cui impiegavano L’amianto, dimostrava come su 126 lavoratori, almeno i 2/3 erano affetti da patologie asbesto- correlate.
Mentre, in Italia, il direttore dell’ENPI Enrico Vigliani accanto alla recensione degli studi tedeschi pubblicò, nel 1939, i risultati dell’indagine coinvolgente le provincie di Torino ed il Piemonte. Osservatorio Nazionale Amianto Piemonte
Da ciò fu possibile trarre un rapporto anatomo-patologico del primo caso di asbestosi in Italia, di un lavoratore impiegato in manifatture contenenti amianto.
Nel 1940, invece, Enrico Vigliani richiamò l’attenzione sul rischio per i lavoratori dell’industria estrattiva e manifatturiera di amianto in Piemonte.
La normativa del periodo, riporta l’introduzione dell’asbestosi come malattia professionale mediante Regio Decreto del 14.04.1927 n.530, poi trasmessa definitivamente in tempi successivi nell’art.2087 c.c..
L’avanzamento della sorprendente scoperta di Chris Wagner nel 1960
Successivi studi portati avanti nel 1960 dal patologo Chris Wagner, descrissero trentatré casi di tumori primari della pleura in abitanti della parte nord occidentale della provincia del Capo (Nord Africa), di entrambi i sessi, (età compresa tra i 31 e 68 anni).
Tra i trentatré, ventotto casi erano manifestati in minatori esposti e cinque in lavoratori esposti direttamente o indirettamente all’amianto blu, “crocidolite”, nelle colline ad ovest di Kimberley (Capo Settentrionale del Nord Africa).
Fu uno sconvolgimento del panorama scientifico, poiché per la prima volta si associavano le patologie asbesto-correlate e, in particolare, il mesotelioma, a esposizioni ambientali e non professionali.
Si collega a tale dato d’impatto rilevantissimo, come la struttura delle matrici compatte riduce tali minerali a uno stato di polvere. Ciò sia per la perdita del potere aggrappante anche nel cemento sia per le attività di manutenzione e antropiche.
Le fibre, quindi, hanno la capacità di suddividersi ulteriormente e rimanere a lungo negli ambienti di vita e lavoro.
La conferma di tale scoperta, arrivò sempre nel 1960 dal ricercatore E. Keal , e successivamente nel 1962 dal patologo J.C. Wagner, riscontrando tra i lavoratori di tessiture di amianto inglesi casi di mesotelioma peritoneale.
E tra coloro che vissero nelle vicinanze delle miniere stesse. Furono anni in cui a livello sovranazionale, emersero delle proposte a seguito di dettagliate conclusioni.
Prevenzione all’interno del contesto sovranazionale
Proprio nel 1963, al Congresso Internazionale di Madrid, W.D. Buchanan, ricercatore e funzionario medico britannico, riferì da un’analisi dell’Ispettorato del Lavoro, come nel periodo ’45-’54 era stata censita un’alta incidenza di tumori bronchiali e di mesoteliomi della pleura, peritoneo e dell’ovaio in lavoratori esposti all’amianto.
Nel 1964 durante la Conferenza sugli effetti biologici dell’amianto, organizzata dalla New York Academy of Sciences, la comunità scientifica fu impressionata dalla relazione del medico ricercatore, prof. Irving Selikoff.
Nella stessa, si leggevano come conferma delle ricerche antecedenti dei suoi colleghi, gli effetti cancerogeni dell’amianto e l’associazione con il mesotelioma come unico agente eziologico.
Il panorama del ‘900, si compose, quindi, per scienza medica, biomedica, medicina del lavoro, oncologia e medicina legale, di raccomandazioni dirette all’adozione di strumenti precisi di prevenzione.
Il fenomeno e le principali fonti normative in Italia
La concreta portata e la pericolosità dell’amianto sulla incolumità della persona, portò il Legislatore stesso ad emettere provvedimenti per impedire la lavorazione dell’amianto da parte di donne e fanciulli, (R.D. 14.06.1909, n.442, e D.M. del 17.07.1912, R.D. 07.08.1936, n.17209).
Tali testi legislativi, riportavano in dettaglio tabelle di riferimento dei lavori pericolosi. E rendevano evidenti, anche i materiali lavorati e macinati: calce, gesso, cementi, pozzolana, amianto.
Ricalcando il tessuto normativo esteso all’art.2087 c.c., si recita tale assunto indelebile:
“...nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.“.
Tale contenuto prescrittivo, costituisce la coordinata su cui si orientano le tutele per l’integrità globale dei prestatori di lavoro.
Pensiamo, come alla stessa configurazione della “colpa” si riconnetta all’imperizia ed ignoranza delle stesse conoscenze tecnico-scientifiche.
E come gli stessi: “….parametri integrativi a cui commisurare la colpa, e non potrebbe risolversi in una esimente della responsabilità per il datore di lavoro.”, (Cassazione Civile, Sez. Lav., 16 maggio 2024, n.13594 – capo 15).
Segniamo, in particolare, la pagina buia della nostra storia legata all’amianto e le sue vittime, dopo la fine della SECONDA GUERRA MONDIALE.
Periodo in cui si è registrato il più elevato consumo di amianto.
Precisamente, dal 1945 al 1992, per una stima di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto in Italia.
Attualmente sulla scorta della disamina temporale affrontata, nonostante le raccomandazioni dei medici del lavoro e la specifica codificazione di richiamo per le regole cautelari, si evidenziano condanne di imprenditori al risarcimento del danno subito da lavoratori affetti da asbestosi. Amianto asbesto: assistenza legale delle vittime
L’intervento legislativo in questo primo periodo fu inciso dal corollario all’art.2087 c.c. degli artt. 590 e 589 c.p., in ragione dell’art.43 c.p..
Ma, alla luce delle condizioni di rischio e pur nel rispetto delle regole cautelari, per arginare l’incombente epidemia e le patologie asbesto-correlate si approvò la Legge 27.03.1992 n.257 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto.“).
Tale legge ha sancito il divieto di “estrazione, importazione, esportazione, commercializzazione e produzione di amianto, prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto.”, (Art.1, co. 2).
Prevenzione e bonifica, monito attuale per una sinergia istituzionale
Per concludere, sulla base dei dati record del nostro Paese riguardo l’estrazione di amianto e prodotti contenenti amianto, ne riconosciamo un problema aperto e di massima attenzione.
Purtroppo e per esempio la distinzione stessa dell’amianto friabile e quello a matrice compatta, sono termini ed accezioni poco chiare e lacunose. Considerandone lo stretto uso nel dettato normativo.
Attualmente, facciamo anche i conti con gli effetti dell’uso dell’amianto nel passato.
L’allarme ed al contempo il monito, oggi solleva un’urgente richiesta verso una maggiore coesione e sinergia da parte delle istituzioni. A favore di una bonifica in atto che possa divenire satisfattiva, completa e coordinata. Miglioramento delle tecniche di bonifica amianto
Ciò, a fronte dei dati aggiornati da parte dell’OMS sulle rilevazioni epidemiologiche, con un’incidenza riportata di 200mila decessi ogni anno, sul trend epidemiologico del 2025 in crescita di nuovi casi di mesotelioma e altre patologie amianto-correlate.
Si auspica, pertanto un operato coordinato dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), per un’azione concreta verso il contrasto a quella che possiamo definire un’altra pandemia e dell’amianto, a fronte dell’interesse collettivo e globale.
Fonti: “Amianto dalla prevenzione alla bonifica” – Tutela della salute, sicurezza sul lavoro e responsabilità giuridiche – di Ezio Bonanni – Gruppo24ore – Edizione ottobre 2025
Abbiamo intervistato Carlo Calcagni, colonnello nel ruolo d’onore, pilota e istruttore di elicotteri dell’Esercito Italiano e paracadutista della Folgore. E’ vittima del dovere, ferito e mutilato in servizio. Infatti nel 1996, durante una missione internazionale di pace della NATOin Bosnia-Herzegovina ha subito una massiccia contaminazione da metalli pesanti. Ciò avrebbe determinato lo sviluppo di polipatologie contro le quali combatte quotidianamente.
Colonnello Calcagni, può raccontarci come e perché ha deciso di arruolarsi nell’Esercito Italiano e quali sono stati i momenti più significativi del suo percorso formativo da giovane ufficiale?
«Ho sempre sentito il desiderio profondo di dedicare la mia vita agli altri ed ho scelto di farlo in divisa, mettendo i miei valori al servizio della collettività e della Nazione.
L’Esercito Italiano rappresentava per me una missione prima ancora che una professione.
La formazione militare mi ha insegnato disciplina, responsabilità e spirito di sacrificio.
I momenti più significativi sono stati quelli in cui ho compreso che comandare significa servire, proteggere e guidare con l’esempio, soprattutto nelle difficoltà.”
Quali esperienze operative ritiene siano state decisive nel costruire il suo approccio al servizio e alla disciplina militare?
«L’esperienza nei paracadutisti e l’attività come pilota operativo hanno segnato profondamente la mia visione del servizio. In volo impari che ogni decisione incide sulla sicurezza degli altri.
La disciplina militare non è rigidità, ma fiducia reciproca, preparazione costante e senso di responsabilità verso la squadra e verso il Paese.
È la professionalità che fa la differenza ed è quella che ti permette di affrontare situazioni estremamente difficili e pericolose, portando a termine la missione affidata.”
Come ricorda la sua partecipazione alle missioni internazionali di pace, in particolare quella nei Balcani nel 1996?
«La missione nei Balcani, a Sarajevo, è stata una delle esperienze più intense della mia vita.
Ero impiegato come pilota osservatore di elicotteri in un contesto operativo complesso, con l’obiettivo di contribuire alla stabilizzazione e salvare vite umane.
Proprio lì ho contratto un nemico invisibile, ma terribile, che ha invaso e devastato i miei organi vitali, generando la malattia che ha cambiato per sempre la mia esistenza.
Come dichiarato dallo stesso ministero della Difesa: “Calcagni ha contratto una invaliditàpermanente del 100% nei Balcani, dove svolgeva il più nobile dei servizi per la collettività: salvare vite umane”.
È una frase che racchiude il senso più profondo del servizio alla Patria.»
Può descrivere cosa è cambiato nella sua vita dopo l’esposizione ai metalli pesanti durante la missione internazionale e come ha affrontato la diagnosi di condizioni così gravi?
«Dopo l’esposizione a metalli pesanti e sostanze tossiche durante la missione internazionale, la mia vita è cambiata radicalmente.
Da ufficiale operativo e pilota, istruttore di volo, mi sono ritrovato a combattere una battaglia invisibile fatta di diagnosi complesse, ricoveri e terapie continue.
È stato uno shock, ma ho scelto di non fermarmi alla sofferenza: ho trasformato quella prova in una nuova missione, quella di testimoniare e dare voce a chi ha pagato con la salute il proprio servizio allo Stato.»
Oggi lei convive con una serie di patologie complesse e invalidanti. Quali sono le sfide quotidiane che affronta e come riesce a mantenere un equilibrio tra cure, terapia e vita personale?
«Le sfide quotidiane sono molte: terapie, controlli medici, momenti di fragilità fisica e, soprattutto, la burocrazia che reputo il peggiore dei mali.
Ma ho imparato che ogni giorno è un dono e va vissuto con responsabilità. L’equilibrio nasce dalla disciplina interiore, dalla famiglia e dalla volontà di continuare a costruire qualcosa di utile per gli altri, anche quando il corpo impone limiti importanti.»
In anni di terapia e sofferenza, cosa l’ha aiutata a non arrendersi davanti alle difficoltà?
«La fede nella vita, l’amore per la mia famiglia e la consapevolezza che la mia storia può essere una luce per chi vive situazioni simili.
Dopo aver vissuto esperienze al limite tra la vita e la morte, ho capito che ogni nuovo giorno è una missione.
Non ho mai smesso di credere che anche la sofferenza possa trasformarsi in forza.»
Dal servizio militare allo sport paralimpico: come è nata la sua passione per l’atletica e il ciclismo agonistico anche dopo la malattia?
«Lo sport è sempre stato parte della mia formazione, uno stile di vita, ma dopo la malattia è diventato uno strumento di rinascita.
È stato il mio compagno di vita e, nella malattia, mi ha aiutato a riabilitarmi, per dimostrare a me stesso che potevo ancora andare avanti.
Con il tempo è diventato un percorso agonistico che mi ha portato a conquistare titoli italiani, medaglie internazionali e record mondiali.»
Lo sport ha avuto un ruolo cruciale nella sua vita dopo l’infortunio. Quale significato ha per lei competere, vincere medaglie d’oro e stabilire record mondiali?
«Le medaglie rappresentano la vittoria della volontà sulla sofferenza.
Non sono solo risultati sportivi, ma simboli di resilienza.
Ogni record mondiale è un messaggio per chi pensa di non farcela: il limite più grande spesso non è fisico, ma mentale.»
Ha parlato spesso di “vivere lo sport per vivere” oltre la terapia: come pensa che questa esperienza possa ispirare altri in difficoltà?
«Lo sport insegna che si può continuare a volare anche quando sembra di non avere più le ali.
Non è solo allenamento o competizione: è dignità, rinascita e speranza.
Attraverso lo sport cerco di dimostrare che la fragilità può diventare forza e che ogni persona può trovare una nuova strada.»
Il suo messaggio – “mai arrendersi” – è diventato noto anche grazie al libro “Pedalando su un filo d’acciaio” e al docu-film “Io sono il Colonnello”. Quale parte della sua testimonianza ritiene più importante per il pubblico?
«La parte più importante è la scelta di trasformare il dolore in servizio verso gli altri.
Non racconto la mia storia per celebrare me stesso, ma per dimostrare che anche nelle prove più dure si può trovare un senso e continuare a costruire qualcosa di positivo.»
In che modo testimonianze come la sua possono contribuire alla sensibilizzazione sulle vittime del dovere e all’attenzione pubblica sulle condizioni di salute dei militari impegnati in missioni internazionali?
«Raccontare significa dare voce a tanti servitori dello Stato che spesso restano invisibili.
Le vittime del dovere non chiedono privilegi, ma riconoscimento, dignità e giustizia.
La sensibilizzazione è fondamentale per evitare che il sacrificio venga dimenticato e per garantire tutele reali a chi ha servito il Paese.»
Cosa direbbe a chi oggi sta affrontando sfide simili alle sue, sia sul piano umano sia su quello professionale?
«Direi di non smettere mai di credere nel proprio valore.
Anche quando tutto sembra crollare, esiste sempre una strada nuova.
La vera forza non è non cadere mai, ma rialzarsi ogni volta con ancora più determinazione.»
Cosa pensa del nuovo decreto sicurezza, in particolare dell’art. 27 relativamente alle novità riguardanti le vittime del dovere?
«Ogni intervento normativo che rafforza le tutele per le vittime del dovere rappresenta un passo importante, ma le norme devono tradursi in applicazioni concrete e tempestive.
Il rispetto per chi ha servito lo Stato si misura nei fatti, nella giustizia e nella reale tutela delle persone e delle loro famiglie.
Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi.»
Dalla Direttiva UE 2023/2668 alle Prassi aggiornate UNI sulla bonifica dell’amianto
Nel recente contesto delle normative europee, valorizziamo con importanti sottolineature il quadro di riferimento attuale in tema di gestione amianto e bonifica.
L’attenzione, in Europa, è rivolta alle introduzioni apportate nel 2023 dall’Unione Europea con la Direttiva 2023/2668 sull’amianto e la sicurezza sui luoghi di lavoro.
La Direttiva 2023/2668, di specifico interesse per il tema amianto coincide con il momento in cui l’UNI (Ente Italiano di Normazione), ha emanato due Prassi di riferimento fondamentali. Bambini esposti amianto; Europa si interroga
La novità più rilevante introdotta dalla Direttiva, riguarda l’ambito della salute e sicurezza suoi luoghi di lavoro e coinvolge gli aspetti più estesi della bonifica in evoluzione.
Rivolgendosi principalmente al datore di lavoro, sono stati introdotti limiti più restrittivi per l’amianto nell’aria.
E soprattutto, è stata aumentata la sicurezza dei lavoratori per rendere la tutela nella gestione amianto più efficiente.
In Italia, i parametri riguardo ai limiti di riferimento per qualsiasi luogo di lavoro, sono dati dall’art. 254 del D.Lgs. 81/2008, (Testo Unico Sicurezza).
Lo stesso, fissa il il valore limite di esposizione per l’amianto a 0,1 fibre per centimetro cubo di aria.
Il valore è stato misurato come media ponderata su un tempo di otto ore.
Invece, utilizzando un’unità di misura più comune, il limite imposto dalla normativa sull’amianto equivale a una concentrazione pari a 100 fibre di amianto per litro d’aria.
Occorre notare che il limite di 100 fibre/litro previsto dal Testo Unico è il valore oltre il quale il Datore di Lavoro deve intervenire per adottare misure di protezione nei confronti del lavoratore, e fornire idonei Dispositivi di Protezioni Individuali (DPI).
La nuova Direttiva, abbassa il limite a 0,01 fibre per centimetro cubo di aria, misurato come media ponderata nel tempo di riferimento di otto ore, cioè 10 fibre/litro.
Inoltre, sono stati fissati dei termini di conformazione nell’ambito della gestione amianto:
il 21 dicembre 2025, il nuovo limite per la gestione dell’amianto.
il 21 dicembre 2029 scatta l’obbligo di utilizzare la microscopia elettronica per la misurazione delle fibre sottili (inferiori a 0,2 micrometri). Per chi non utilizza questo metodo, il limite scende ulteriormente a 0,002 fibre per cm cubo.
Nuove Prassi UNI: aggiornamento analisi responsabilità amianto
L’UNI, a Novembre 2023, ha aggiornato due prassi fondamentali: prassi di riferimento
UNI/PdR 152.1:2023: Materiali contenenti amianto – Parte 1: Valutazione dello stato di conservazione delle coperture e tamponamenti contenenti amianto in matrice cementizia;
UNI/PdR 152.2:2023: Materiali contenenti amianto – Parte 2: Requisiti di conoscenza, abilità, autonomia e responsabilità del Responsabile del rischio amianto.
Le stesse, rappresentano un riferimento concreto ed importante, nella gestione di edifici e consulenza progettuale di gestione e bonifica amianto.
(Le “Prassi di Riferimento”, sono documenti cosiddetti “pre-normativi” che introducono prescrizioni tecniche o modelli applicativi settoriali di norme specifiche – in assenza di analoghi progetti di norma nazionali, europei o internazionali – spesso in settori nuovi o innovativi).
UNI/PdR 152.1:2023: Materiali contenenti amianto – Parte 1
La prima Prassi riguarda la consulenza per il censimento amianto all’interno degli edifici, il DM 6/9/94.
E’ puntuale riguardo gli obblighi previsti sulla gestione dei lavori e verso i proprietari stessi dell’immobile.
Infatti, innanzitutto è previsto un censimento predisposto e mirato all’individuazione dei materiali contenenti amianto.
In secondo luogo, qualora fosse necessario, e secondo il singolo caso, si è tenuti alla nomina di un “Responsabile del Rischio Amianto“.
Il documento contiene una lista definita di manufatti contenenti amianto, relativamente solo alle lastre utilizzate per le coperture o i tamponamenti degli edifici.
Tale Prassi, propone un metodo basato sulla gestione amianto, per mezzo di una serie di valutazioni.
Innanzitutto, si tratta di valutazioni di tipo visivo sul manufatto. Riuscendone così ad attribuire dei punteggi per ogni categoria.
Poi, sono affrontati altri aspetti rilevanti nell’intero sistema di gestione.
Ne rientrano, principalmente, le evidenze collegate alla presenza di sfaldamenti, crepe, rotture e danneggiamenti. Così come rispetto ad elementi manutentivi: la compattezza del materiale, la presenza di affioramenti di fibre di amianto.
Si arriva ad una sommatoria dei vari punteggi, attribuiti alle diverse categorie durante il censimento amianto.
Il valore numerico è suddiviso in due macro-categorie specifiche: la valutazione dello stato di fatto del Materiale Contenente Amianto (MCA), c.d. “indice di degrado“, e la valutazione del contesto all’interno del quale è inserito l’MCA, prassi di riferimento.
Da ciò, si può rispettivamente definire di conseguenza ogni necessità opportuna di intervento sul manufatto ed i tempi di intervento. L’applicazione di tali valori numerici, rientrano in un procedimento di normalizzazione della procedura di valutazione.
UNI/PdR 152.1:2023: Materiali contenenti amianto – Parte 2
La seconda parte della Prassi sulla gestione amianto, è connessa direttamente alla prima.
Infatti, il DM 6/9/94, prevede che il proprietario di un immobile nomini un “Responsabile del Rischio Amianto” (RRA), nel caso vengano individuati nel corso del censimento amianto, materiali contenenti questo minerale.
In questi casi, la figura del RRA sarà il conoscitore dell’ubicazione e la qualità dei manufatti contenenti amianto presenti nell’ immobile.
Lo stesso, dovrà essere interpellato in caso di attività di manutenzione.
Tale figura, si rivela altamente utile nella misura in cui possa rendere la valutazione delle modalità esecutive.
Ciò, infatti, consente la riduzione del rischio di esposizione alle fibre d’amianto, principalmente per gli operatori addetti alla manutenzione.
Rispetto all’adozione di tale figura, bisogna evidenziare come nella prassi, tale nomina venga effettuata molto più spesso da società di gestione di patrimoni immobiliari.
E con meno frequenza da privati, in ogni caso soggetti all’obbligo.
La Prassi attuale, altresì, rappresenta un chiaro riferimento di scelta del soggetto a cui affidare attività connesse a particolari rischi.
Lo stesso, dovrà infatti vantare capacità, conoscenze ed abilità adatte a rivestire il ruolo di “Responsabile del Rischio Amianto”.
Ciò rappresenta un grande elemento di novità, in quanto in passato la norma non ha mai definito tali aspetti. E purtroppo, tale ruolo poteva essere rivestito da chiunque. Senza valutare ogni rischio e reale conseguenza.
Obiettivi mirati al risultato dalla nuova normativa quadro
Concludendo, l’importanza della revisione della Direttiva sull’amianto e le Prassi UNI, si configurano all’interno di un procedimento di uniformazione sul territorio nazionale.
Fattivamente, il risultato da raggiungere è direzionato alla riduzione dell’esposizione all’amianto. Mirando alla prevenzione per la salute collettiva, Regulation2020.
Sulla nota del Consiglio, si ricorda infatti l’altissima incidenza e correlazione all’amianto dei tumori professionali, pari al 78% riconosciuti negli Stati membri dell’UE.
Il problema di fondo, ormai ampiamente riconosciuto e ribadito più volte come monito di attenzione è proprio il rilascio delle fibre di amianto.
Le stesse, vengono rilasciate ed inalate in differenti circostanze e contesti. In special modo, si rappresentano casi anche durante i classici lavori di ristrutturazione. Ed i lavoratori, sono sempre i primi a pagarne le conseguenze in termini di salute.
In tale ottica di urgenza, si accoglie ogni norma stringente e peculiare, alla luce di una necessaria revisione.
Il quadro delle direttive europee sulla gestione amianto, si rendono costantemente favorevoli ad un prospetto aggiornato.
Rendendo così un piano normativo di adeguamento, condivisibile, sulla base dell’esperienza singolare e concreta. Rispondendo per mezzo di valutazioni tecniche, ad esigenze primarie provenienti direttamente dalla persona ed i lavoratori.
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