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Dicotomia: essere e apparire; tempo e bellezza

Uomo anziano sorregge un orologio da taschino, bellezza
Uomo anziano sorregge un orologio da taschino, bellezza

Dicotomia: essereapparire; tempo e bellezza. Come conciliare i due binomi? La cultura orientale ci fornisce una chiave di lettura interessante.

Dicotomia: essere – apparire 

Partiamo dal binomio dicotomico “essere e apparire”. Come diceva Antonio Lubrano, una domanda sorge spontanea: “Io sono in quanto appaio o io appaio in quanto sono?” 

In una società che punta tutto sull’apparenza, sull’omologazione, la domanda evidenzia una sostanziale frattura tra l’essere e l’apparire. Frattura che quasi ogni persona cerca di ricucire indossando una maschera sia interiore, per apparire ciò che non è, sia esteriore. In quest’ultimo caso, basti pensare al ricorso alla chirurgia estetica con tutti i suoi abomini.

In effetti, la parola “persona”, dall’etrusco “phersu”, significa proprio maschera. Da ciò si deduce che il dilemma fra essere e apparire è molto più antico di quanto si pensi. 

Dicotomia: tempo e bellezza 

Una seconda dicotomia si riscontra nel binomio “tempo – bellezza”.

Per convenzione, il tempo è universalmente riconosciuto come unità di misura “lineare”, in cui il ciclo vitale dell’uomo ha un inizio e una fine: nascita, maturità, morte.

Il tempo lineare è scandito dalle impietose lancette della Natura, che non si fermano mai.

Si tratta di un processo inevitabile di “naturale” trasformazione, che a dire il vero non piace oggi così come non è mai piaciuto in passato a nessuno.

Se oggi ricorriamo alla chirurgia estetica, la letteratura è piena di riferimenti relativi al vano tentativo di fermare il tempo. Il patto con il diavolo di Dorian Gray, la ricerca dell’elisir di giovinezza o la ricerca della pietra filosofare degli alchimisti, sono alcuni degli esempi più famosi. 

La bellezza: un archetipo universale

La bellezza è un archetipo universale, una “matrice” con delle caratteristiche diverse a seconda delle varie culture. Ciò che per noi occidentali è bello, non è detto che corrisponda ai canoni di bellezza di altri popoli. Fin qui, nulla di nuovo.

Platone e l’idea della bellezza

Il filosofo Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.), collocava la bellezza nel mondo metafisico delle Idee, nell’Iperuraranio e la faceva coincidere con la Virtù.

Concetto che anche all’epoca non era poi così tanto condiviso. Basti pensare al culto della bellezza degli spartani, che di metafisico non aveva nulla. Le agoghé (in greco antico: ἀγωγή, agōghḕ) erano un rigoroso regime di educazione e allenamento basato su disciplina e obbedienza, cui era sottoposto ogni cittadino spartano fin dall’età di 7 anni. I giovani si allenavano nudi anche quando nevicava, affinché fossero forti, sani e belli. Anche in altre epoche storiche, in ogni angolo del Pianeta, la bellezza fisica è stata anteposta a quella metafisica.

Attuale dicotomia bellezza tempo 

E oggi? Tornando al binomio bellezza e tempo, come nel caso dell’essere e apparire, non riusciamo a risanare la frattura fra due cose. Esse sembrano andare in direzioni diverse!

Ciò accade perché il mondo ha sostituito le leggi della bellezza naturale con quelle della morale utilitaristica, che ci vuole tutti uguali, degli omologhi impersonali.

Da qui il dramma della trasformazione del bello, che non è percepito come una evoluzione naturale, ma come un processo da fermare ad ogni costo.

Soluzioni? Nessuno può fermare il tempo o il decadimento fisico, però possiamo cambiare la nostra narrazione. Una chiave di lettura interessante ci viene dall’oriente.

La leggenda di Thonban La

Thonban La era la dea della bellezza della Birmania, oggi Myanmar. Il suo nome significa “la dea tre volte bella”. Era in pratica diversamente bella tre volte al giorno: al mattino, al pomeriggio e alla sera. Oltre al significato letterale, riferito ai tre momenti del giorno, in senso più ampio, il mito si riferisce all’arco temporale della vita dell’uomo: nascita (mattina), maturità (pomeriggio), vecchiaia (sera).

Cosa ci vuole insegnare la leggenda? Che si può essere belli in ogni momento e che la trasformazione, inaccettabile per la maggior parte delle persone, è in realtà una forma diversa di bellezza. Quest’ultima è pertanto riportata nel mondo metafisico o non solo nel piano terreno.

L’estetica giapponese

Altra bella narrazione ci viene dal Giappone, che fonda la sua estetica interamente sull’impermanenza, sulla fragilità, sull’effimero, sull’evanescenza. 

Tutti valori che per noi occidentali hanno una connotazione “negativa”, in Giappone sono valorizzati per il loro valore intrinseco. Esso si piò esemplificare in un concetto quale: “un fiore vero, soggetto alla morte, è più bello di un fiore di plastica, immortale”.

La cerimonia del tè

Altro esempio viene dalla famosa cerimonia del tè, o “via del tè”, in giapponese “sadō” o “cha no yu”. Il rito dei monaci buddisti zen, oggi divenuto un “momento sociale” prevede l’utilizzo di tazze non coordinate, vecchie. Quando si sbeccano o si rompono non vengono mai sostituite, bensì riparate con la filigrana d’oro.

Spostando la questione in un piano metaforico, la ferita riparata con l’oro consente ai raggi del sole (il Divino) di penetrare e guarire l’animo.

Ancora una volta, la fragilità non è vista come qualcosa da demonizzare. Ma veniamo alla soluzione del binomio dicotomico.

Il tempo “circolare”

Il buddismo inquadra il tempo in una dimensione circolare, non lineare. Cosa significa? Vuol dire che il ciclo: nascita-maturità-morte è sostituito dal ciclo: nascita-maturità-morte-rinascita. 

Questo pone l’individuo in una posizione di immortalità, in cui la trasformazione non implica una morte nichilista, ma una rinascita in un altro piano di coscienza (in base a come abbiamo operato in vita) o sotto altre forme. 

Soluzione della dicotomia 

L’insegnamento dell’oriente ci apre a una soluzione della dicotomia attraverso l’equazione: “io sono e non ho paura di apparire, io sono bello in quanto effimero, io non temo il tempo perché il tempo è ciclico“.

Al termine della nostra vita, se avremo riposto l’essenza della nostra bellezza (virtù platonica), all’interno di un tempo circolare, possiamo ritenerci davvero immortali. Perché ciò che avremo lasciato resterà per sempre al di là di ogni apparente decadenza fisica.

Trovants: le pietre che si muovono e crescono

Trovants, le pietre che crescono da sole
Trovants, le pietre che crescono da sole

In un sito della Romania è possibile assistere an curioso enigma. Parliamo dei Trovants: pietre che si muovono e crescono da sole. Si tratta di un fenomeno paranormale o cosa?

Trovants: le “rolling stones” rumene

Trovants. Nei pressi di Costesti (38 chilometri da Valcea, Romania), ci si può imbattere nei trovants.

Si tratta di misteriose pietre che da sempre incuriosiscono gli abitanti locali e non solo. Le loro forme hanno dato via a ogni genere di speculazioni. C’è chi ritiene si tratti di uova di dinosauro, fossili vegetali o persino di detriti alieni.

Quello che a prima vista può sembrare un enigma del paranormale è in realtà un fenomeno geologico abbastanza raro e antico.

Secondo il Congresso geologico internazionale condotto a Oslo nel 2008, i trovants, sarebbero solo delle “concrezioni arenarie”.

Origini del nome e primi studi

Il nome “trovants” deriva dal tedesco “Sandsteinkonkretionen”, che significa “sabbia cementata”. Si pensava infatti che fossero una sorta di cemento di arenaria in grado di secernere appunto cemento.

Il primo studio sulle pietre fu condotto nel 1883 nella zona dei Carpazi a Cobalcescu (Bucarest).

Nel 1900, il medico, batteriologo e microbiologo tedesco Heinrich Hermann Robert Koch (1843-1910), diede una prima spiegazione riguardo alle origini. Secondo il “fondatore della moderna batteriologia e microbiologia”, le pietre erano costituite da un nucleo di pietra con un guscio esterno di sabbia. 

In realtà si è scoperto che non c’è alcuna differenza mineralogica tra queste pseudo oncrezioni e le sabbie circostanti e che il loro “cemento” è di tipo carbonato. Prima di arrivare alle conclusioni, divertiamoci scoprendo le misteriose caratteristiche delle rocce.

Una prima osservazione empirica sui Trovants

Entriamo nel dettaglio!

A prima vista, i trovants sembrano delle normalissime pietre, ma in realtà sono molto più speciali di quanto si pensi. 

Queste rocce sembrano effettivamente crescere come qualsiasi essere umano. 

Minuscole pietre, arrivano a raggiungere un diametro che va dai sei ai dieci metri. Il processo avviene molto lentamente: mille anni circa!

Sono inoltre in grado si spostarsi di circa 2,5 millimetri nell’arco di due settimane, per raggiungere delle sorgenti d’acqua.

Per spiegare l’origine e il motivo del fenomeno, sono state formulate diverse teorie: alcune prettamente scientifiche, altre più fantasiose.

Come e dove si sono formati i trovants?

Ricercatori di ogni angolo della terra hanno cercato di capire l’enigma dei trovants. 

C’è chi ritiene che abbiano avuto origine da un bacino di sedimentazioni della terra, circa sei milioni di anni fa. 

Altri sostengono che la loro struttura rifletti condizioni paleodinamiche o paleocosmiche ben precise.

O ancora, che corrispondono a compattazioni di sedimenti sabbiosi (contenenti soluzioni di carbonato), accumulati nella sabbia.

Esse sarebbero emerse dal sottosuolo a seguito di un violento terremoto.

Quest’ultima tesi sembrerebbe la più accreditata.

Per stabilire l’età di ogni singola pietra, gli scienziati si sono basati su alcuni disegni incisi sul guscio.

Dal momento che esse hanno degli anelli concentrici ed ellissoidali, proprio come i tronchi degli alberi, contando ogni anello sarebbe possibile risalire alla loro età anagrafica. 

Composizione dei trovants

Analizzando le pietre, gli scienziati hanno scoperto che contengono sali minerali. La parte esterna, il “guscio”, è rigido come qualsiasi altra roccia. 

Quando vengono a contatto con l’acqua, sia piovana, sia delle sorgenti, si innesca una reazione chimica per cui i minerali presenti nell’acqua, si combinano con le altre sostanze chimiche presenti nella pietra. 

La pressione fa crescere spontaneamente la roccia dal centro ai margini e questa si moltiplica, con una velocità di deposizione di circa 4-5 centimetri in mille anni.

Grazie alla forma sferica, il movimento di espansione fa sì che si “muovano”. Ma, come avrete capito, si tratta esclusivamente di un fenomeno fisico.

Una miscellanea di teorie

Alcuni studiosi suggeriscono che i trovants possano riprodursi, respirare e che abbiano una “coscienza” individuale. Peccato che queste intuizioni non siano supportate da alcuna evidenza scientifica, ma siano solo relegate nel sottobosco delle teorie della fisica quantistica o della leggenda.

Altri luoghi in cui si trovano le pietre

Oltre che in Romania, altre rocce simili si possono incontrare in Russia, Kazakistan e nella Repubblica Ceca.

Dal 2004, le pietre si trovano a Valcea, all’interno del “Muzeul Trovantilor”, la “Riserva Naturale del Museo Trovants”, una zona archeologica protetta dall’UNESCO e gestita dall’Associazione Kogayon.

Ovviamente, i visitatori non possono portarle via o danneggiarle, ma possono acquistare dei souvenir che le riproducono, nelle botteghe artigianali disseminate in tutta l’area.

In alternativa, si possono ammirare in altri venti siti sparsi in tutta la Regione o nei pressi del fiume Gresarea Brook di Valcea.

Fonti 

Associazione Kogayon

www.kogayon.ro

Centro di gravità permanente: da Gurdjieff a Battiato

centro di gravità permanente
donna in equilibrio su un tronco d'albero

Battiato cantava “cerco un centro di gravità permanente”: cosa intendeva, da chi ha ripreso il concetto?

Cerco un “Centro di gravità permanente”

Nel 1981, Franco Battiato scrisse la celeberrima hit “Centro di gravità permanente”, un capolavoro musicale, apparentemente semplice e orecchiabile, che entrò da subito nella testa di ogni ascoltatore.

Interpretare il titolo criptico, ripreso come un mantra nel ritornello, non è facile. Per capirlo, bisogna andare indietro nel tempo e studiare il Sistema della Quarta Via”, cioè il “lavoro su di sé”, la “via dell’uomo astuto”, dell’armeno George Gurdjieff (1866-1949). Utile precisare che fu Ouspensky ad usare il nome”Quarta via” per indicare l’insegnamento del maestro.

Il centro come direzione da seguire 

Gurdjieff era un libero pensatore, un filosofo, un ballerino. Aveva studiato a fondo il sufismo (il misticismo dell’Islam), le vibranti danze dei dervisci rotanti e gli aspetti esoterici di diverse religioni.

Parlando di centro di gravità, si riferiva a quel centro interiore che ogni uomo dovrebbe trovare, al fine di perseguire il suo scopo nella vita.

Detta così, il pensiero sembrerebbe banale, scontato, ovvio. In realtà, riuscire a trovare questo centro di gravità non è così facile. 

“Accidente” o consapevolezza

Innanzitutto, bisogna operare un grande lavoro interiore, per liberarsi dalla cosiddetta “legge dell’accidente”, accennata da Battiato in “odore di polvere da sparo” (album Dieci stratagemmi-2004).

Essa infatti ci rende vittima della casualità e giammai protagonisti del nostro destino.

Come fare? Gurdjieff sosteneva che bisogna innanzitutto acquisire un certo distacco da ogni situazione contingente, bisogna avere un ideale, crearlo per sé stessi. Solo così ci si potrà liberare dagli attaccamenti “meccanici”, automatismi che condizionano ogni aspetto della nostra vita.

Direzionando il nostro pensiero, la nostra volontà e i nostri sforzi intenzionalmente, si potrà arrivare a questo benedetto centro di gravità permanente.

Operando secondo il Sistema della Quarta Via, gli “accidenti” si verificheranno sempre più raramente, fino a essere del tutto esclusi dal nostro cammino di crescita interiore.

Ovviamente, occorre molta pazienza, “madre della volontà”, anche e sopratutto perché solitamente ci lasciamo influenzare, non solo dagli accidenti, ma anche dalle persone che ci stanno intorno.

Il distacco dalla materia

Come accennato, Gurdjieff riteneva fondamentale distaccarsi da ogni meccanicismo. 

Dal momento che il mondo si poggia sui sensi esterni e sulla materia, appare difficile arrivare solo a pensare che ci sia un altro mondo con il quale si possa entrare in relazione, allo scopo di ottenere la tranquillità spirituale e il famoso “distacco”.

Appare altrettanto difficile pensare che esista un centro di gravità, un mondo interiore. Esso si può capire soltanto per mezzo dell’osservazione di sé, attraverso un organo sensoriale interno, “invisibile”, non percepibile attraverso le cinque finestre dei sensi esterni. 

Solo in questo modo si può percepire dove siamo realmente, quali pensieri ci influenzano o con quali sentimenti ci identifichiamo. Influenze che operano su di noi sia sui livelli superiori sia su quelli inferiori.

Un tale processo di autodisciplina ci aiuterà, secondo Gurdjieff, a liberarci interiormente da noi stessi e dai pensieri-sentimenti meccanici scaturiti dalle circostanze esterne. 

La relazione tra il centro di gravità e gli opposti 

Si dice che l’uomo giusto stia tra gli opposti in uno stato di equilibrio. Egli sa come trarre la forza dagli opposti, pertanto il suo centro di gravità non è mai spinto da una parte all’altra. 

Come ottenere l’equilibrio? Per il Maestro armeno, bisogna partire dalla percezione della propria “nullità. Spieghiamo meglio il concetto.

Sentirsi “qualcosa”, asseriva Gurdjeff, impedisce di raggiungere una posizione tra gli “opposti chiusi” e ci porta a identificarci in un ruolo o in qualcosa che in realtà ci imprigiona.

Arrivare a realizzare la propria nullità, porta invece a rinascere in un livello spirituale più alto, in cui non oscilliamo più come un pendolo, non ondeggiamo avanti e indietro, proprio perché avremo capito che nell’equilibrio tra gli opposti sono situate tutte le possibilità di crescita.

Questo processo ci libera dalle contraddizioni dei nostri livelli inferiori.

Nessun giudizio nella “nullità”

Non considerandosi buoni o cattivi, non essendo orgogliosi di essere giusti oppure il contrario, non pensando di essere vittime o vincitori, arriviamo in questa posizione intermedia, dove tutti i centri sono in perfetto assetto e carichi della giusta energia.

Tutto è subordinato al centro di gravità

Grazie al lavoro interiore indicato da Gurdjieff, quando riusciamo a trovare il nostro centro di gravità permanente, tutto il resto sarà subordinato a esso. 

Ed è questa capacita a distingue l’uomo dominato dai livelli bassi, (chiamato uomo numero quattro), quello che non si accorge nemmeno di esistere e perché, dall’uomo “numero uno”. Quest’ultimo sente infatti il bisogno di conoscere la propria realtà, comincia a separare le cose al suo interno, il reale dall’immaginario, il cosciente dall’automatismo. Egli vede con estrema chiarezza, ha un’attenzione consapevole, conosce ogni situazione e sarà in grado di direzionale le sue forze interiori verso il centro di gravità.

Conclusioni: Battiato e il centro di gravità

Torniamo a Battiato e al significato del suo “centro di gravità”. In un susseguirsi di immagini sensoriali e caledoiscopiche, la canzone riecheggia il giocoso ritornello “cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente..”

Esso si impone quale punto fermo del testo, come per riportare al comando il sé e non le influenze esterne, proprio come anelava Gurdjieff.

Fonti

La Quarta via- Gurgjieff

Shinkasen: i velocissimi treni del Giappone

Shinkasen, treni altissima velocità
Shinkasen, treni altissima velocità

Gli Shinkasen sono i velocissimi treni del Giappone,  “the land of the rising sun”. Come si viaggia e quanto costa un biglietto. Scopriamo questa ed altre curiosità sui “bullet train”.

Shinkasen: ma quanto corrono!

Shinkasen. Nel 1964 l’imperatore Hiroito inaugurò la cosiddetta “nuova linea principale”. Da allora, la fama dei bullet train ha rapidamente catturato l’immaginario collettivo, grazie alle sue innovazioni tecnologiche. 

Con una velocità di oltre 320 chilometri all’ora, ogni anno trasporta 300 milioni di passeggeri.

Ma la cosa più sorprendente, è che in oltre mezzo secolo di servizio, nessun passeggero si è ferito o è rimasto vittima a causa di un incidente ferroviario.

Le tre classi dello Shinkasen

Il treno super veloce ha tre classi: 

  • Ordinaria o “classe economica”. Nonostante la sua definizione, è molto spaziosa e lussuosa rispetto ai normali standard;
  • Green class o “classe verde”, una sorta di business class, con poltrone molto grandi e reclinabili (non si arriva a toccare il posto di chi sta davanti, né con le mani, né con i piedi);
  • Gran class o “prima classe”. Inaugurata nel 2011 è dotata di tutti i comfort di lusso e, come per gli aerei di linea, dei galanti assistenti di cabina si rendono sempre disponibili per soddisfare le esigenze dei facoltosi viaggiatori. I bagagli si possono collocare nell’apposita cappelliera, la stessa che si trova a bordo dei velivoli. Se in seconda classe i sedili sono comodi e larghi, in Gran class sono addirittura basculanti. Sul bracciolo, si trova persino una consolle che ricorda quella della cabina dei piloti e una lampada allungabile per leggere in tutta tranquillità.

Tutti a bordo del bullet train

Iniziamo il nostro viaggio “ciclico” da Morioka, due ore a nord di Tokyo

Questa è l’unica stazione in cui due treni diversi (uno rosso e uno verde) si uniscono, grazie a dei bracci robotici nascosti nella parte anteriore: maschio e femmina.

La scena ricorda i cartoon giapponesi tipo Mazinga o Goldrake ed è alquanto suggestiva.

La vettura rossa va in direzione Akita e si chiama Komachi (nome del famoso poeta nipponico Ono no Komachi).

Quello verde va a Hayabusa e si chiama Falcon.

Hayabusa è lo Shinkasen più veloce del Giappone, ma grazie alla comodità delle sue carrozze, si ha l’impressione di stare fermi.

Si mangia. E che spuntini sullo Shinkasen!

Ogni classe prevede degli spuntini inclusi nel prezzo.

Chi viaggia nella economy, si dovrà accontentare di consumare delle caramelle alla prugna.

In prima classe, oltre alle caramelle, i viaggiatori hanno diritto a delle salviette umidificate calde e un menù. Bevande e drink sono inclusi nel biglietto.

Idem per la Gran class, ma con qualche differenza.

Dopo aver effettuato la scelta, arriva un bel “complementary box” contenente del cibo.

Non parliamo di sandwich e Coca-Cola, ma di pietanze raffinate e drink di alta gamma.

Con quello che costa? 

Il prezzo di un biglietto da Tokyo a Hokodate, Regione dell’ Hokkaido, la più lunga distanza che si può percorrere con il treno, è di 750 dollari per la Gran class. 

Da Tokyo a Sendai, andata e ritorno in economy si spendono 200 dollari.

I turisti possono acquistare il JRE’s Rail Pass.

Con 19 mila yen (circa 130 euro), si può visitare in lungo e in largo tutta la Regione di Tohoku per cinque giorni.

Il prezzo include anche una mappa dei luoghi di interesse.

I turisti possono anche comprare la Welcome Sulca card, una sorta di carta di credito accettata da quasi tutti i negozi giapponesi e con la quale si possono acquistare i prodotti dalle macchinette self service.

Distanze azzerate 

Vista la conformazione geografica del Giappone, con tutte le sue montagne, se non ci fossero questi treni, ci vorrebbero intere giornate per attraversare distanze minime. 

Ad esempio da Senday a Tokio ci vorrebbero 5 ore, con il bullet train, in soli 90 minuti si arriva a destinazione.

I guardoni di Fukushima station

Alla stazione di Fukushima è possibile assistere a un singolare spettacolo: moltissime persone si radunano per vedere il passaggio delle velocissime vetture, che sfrecciano ogni dieci minuti, rombando come tuoni. 

In attesa di prendere un altro treno, si può restare in stazione per uno spuntino nei vari fast food. Una delle specialità: i noodles express.

Il piatto viene servito in 15 secondi. Più fast di così!

A voi la scelta fra salsa soba o hubo 

La velocità è essenziale perché chi si ferma tra una coincidenza e l’altra non ha molto tempo. 

Underwater bullet train 

Ma facciamo un’altra esperienza. Stavolta sperimentiamo la tratta Hokkaido Shinkasen- Hayabusa. 

Il treno ha dieci carrozze. Anche in questo caso si può scegliere fra economy, prima classe o gran class.

Costo base per la economy è di 124 dollari.

Si parte da Shin-Hakodate-Hokuto 

Le poltrone sono spaziose, tutto è molto rilassante, c’è il wi-fi, poi si entra nel lunghissimo tunnel sotto lo Stretto di Tsugaru.

Il tunnel si chiama Seikan. E’ lungo circa 54 km e connette Honshu (l’isola principale) e Hokkaido (isola del nord). Ci vogliono ventidue minuti per attraversarlo.

Completato nel 1988, all’epoca della sua realizzazione era il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Oggi il primato appartiene alla Galleria di Base del San Gottardo in Svizzera (completata nel 2016, lunga 57 km) .

La voce di uno speaker descrive ciò che ci aspetta: un’immersione in acqua per 23,3 km

Anche in questo caso, il primato da record spetta all’Europa. Il Tunnel del Canale della Manica ha una lunghezza di 50,5 km, di cui 38 km sott’acqua.

Uscendo dal tunnel, la prima tappa è Shin- Aomori- station

Da qui il treno continua a correre ad alta velocità, arrivando a toccare i 256 km orari. 

Il viaggio termina a Morioka Station e, come nel gioco dell’oca, ci ritroviamo al punto di congiunzione dei due treni. 

Giappone: i “tesori nazionali viventi”

tempio Giappone
tempio Giappone

In Giappone il titolo di “tesori nazionali viventi” (人間国宝 Ningen Kokuhō) spetta a degli artigiani che mantengono intatte antiche tradizioni, tecniche e abilità del patrimonio nazionale.

Giappone e i “tesori nazionali viventi

Giappone. I “tesori nazionali viventi” sono depositari non solo di un patrimonio artistico e culturale inestimabile, ma anche di valori di vita tipicamente nipponici. 

Nell’antichità, i primi a salvaguardare queste importanti figure furono gli Imperatori. Dal 1950 il Governo giapponese ha nominato alcune persone o gruppi quali “portatori di importanti beni culturali intangibili”. 

Attualmente possiedono questo titolo solo una decina di persone. Pagate (poco, a dire il vero) dalle Istituzioni, hanno la responsabilità di mantenere intatte e vive le arti antiche che risalgono all’età della pietra.

Comprendiamo la storia del Giappone 

Prima di entrare nel dettaglio, utile soffermarci, seppur velocemente, sulla storia del Giappone.

In epoca preistorica, il mare turbolento intorno all’arcipelago costituiva una frontiera naturare e invalicabile verso il continente asiatico. 

Quando tuttavia giunsero i primi bastimenti dalla Cina e dalla Corea, gli avventurieri trasferirono ai giapponesi una serie di arti, tradizioni e dottrine legate al buddismo e confucianesimo.

Il popolo nipponico assimilò bene queste novità e cercò di adattarle, in maniera assolutamente personale, alla propria realtà nazionale.

L’isolamento protezionistico

Inizialmente, a detenere il potere politico era l’imperatore, ma dal 1336 al 1867, il comando passò agli Shogun, militari che avevano i poteri di un sovrano.

Nel 1639, lo shogunato feudale Tokugawa, detto anche Edo, (1603-1868) diede via a un periodo di isolamento (sakoku), che durò due secoli.

Immerso in un contesto di pace e armonia, in una dimensione “senza tempo”, in tutto il Giappone si andò a consolidare un grande senso estetico.

L’isolamento cessò nel 1853, quando alcun fregate americane, guidate dal commodoro Matthew Perry entrarono nella baia di Tokyo

Per proteggere la Nazione dagli invasori, i samurai schierarono i loro cannoni (ridicoli in confronto agli armamenti americani) per tutta la costa. 

Gli intrusi tuttavia non si fermarono e Perry consegnò una lettera in cui si chiedeva di riaprire tutti i porti nipponici.

Da allora, finì il periodo “sakokufeudale e iniziò il “bakumatsu”, che trasformò il Paese in una delle potenze industriali e finanziare più potenti al mondo. 

Ciononostante, il Giappone ha continuato a mantenere vive le sue tradizioni più antiche.

La salvaguardia del patrimonio del Giappone 

Come accennato, la salvaguardia del patrimonio culturale e artistico del Giappone è affidata a pochi eletti. A seguire, alcune delle perle degne di nota.

Le Ceramiche di Arakawa

Nel 1930 Arakawa Toyozō trovò i resti di un forno (risaliva a oltre trecento anni fa), in cui si producevano ceramiche secondo una tradizione ormai perduta. Arakawa costruì un forno all’”antica” e cercò di recuperare le antiche tecniche di incisione, modellando oggetti in ceramica, seto e schino.

Piccola curiosità: le imperfezioni non si correggono mai, perché, secondo il buddismo zen, se ci si preoccupa troppo della tecnica pedante si perde l’essenza, l’anima del manufatto.

Per realizzare questi gioielli rispettando gli antichi criteri, si lascia girare l’argilla nel tornio, fino a quando non prende forma in modo spontaneo. 

Prima però, gli artisti contemplano la bellezza della Natura, fonte di ispirazione che va assolutamente trasmessa e impressa nel lavoro.

L’impasto di argilla bianca e smalto trasparente e un sapiente dosaggio di fuoco e acqua, sono gli unici ingredienti di questi autentici capolavori.

Le tazze si utilizzano per la cerimonia del tè”, un rituale “sacro”.

Per i monaci rappresentava un momento di contemplazione, ma oggi ha una funzione prevalentemente sociale, pur mantenendo la sua essenza spirituale.

Utile precisare che, nel caso in cui una tazza si sbecchi, essa si riparara con l’oro.

Le bambole poetiche di Juzō Kagoshima 

La tradizione delle bambole, riprese da Kagoshima, risale a 4000 anni fa.

La tecnica si ottiene modellando bambole con carta e argilla. 

Prima del procedimento, si stendono dei fogli di carta all’aperto. Poi i minuscoli pezzi vengono sovrapposti e incollati strato per strato, con grande pazienza. Per realizzare ogni bambola si possono impiegare diversi anni, ma alla fine si ottengono delle eleganti figure, uniche nel loro genere. 

Per Kagoshima (1898-1982), le bambole non erano solo degli oggetti d’arte, ma delle creature poetiche “dall’anima gentile e gaia” .

Le bambole si possono ammirare nei musei più famosi del Giappone e nelle collezioni private di personaggi facoltosi.

Teatro Bunraku di Osaka

Nel periodo di isolamento giapponese, si formò una classe di ricchi mercanti che si riuniva nei quartieri del “divertimento”, per rilassarsi.

Una delle mete preferite era il quartiere Dōtonbori di Osaka.

Qui, trecento anni fa nacque il Bunraku, una forma di teatro in cui burattini di legno e tessuto ripropongono scene di vita quotidiana del passato.

Tamao Yoshida (1919-2006) è stato l’unico burattinaio a ottenere il titolo di “tesoro nazionale vivente”.

Amato da imperatori e shogun, oggi questo genere teatrale sopravvive grazie a una compagnia di Osaka.

Durante le rappresentazioni, tre burattinai muovono i burattini, ma solo il viso del primo può essere visto. Gli altri sono incappucciati e vestiti di nero.

La caratteristica principale del bunraku è la straordinaria capacità espressiva dei burattini, che nessun attore può eguagliare. 

Questa deriva dal un lungo lavoro effettuato dal burattinaio, chiamato a ripristinare l’hara (corrisponde al ventre), cioè il centro interiore dello spirito.

Yoshida diceva che lo spirito del burattino deve entrare nel burattino stesso.

Un sistema di snodi e tiranti, permette di azionare le funzionalità motorie dei burattini, riuscendo a far esprimere loro qualsiasi emozione umana.

La carta vegetale 

A Yakumo, cittadina della prefettura di Hokkaidō, si realizza (a mano) una carta assai pregiata.

Per millenni si utilizzò per la corrispondenza imperiale, per scrivere preghiere e poesie. Pare che Rembrandt eseguisse i suoi schizzi su questa carta.

La storia della lavorazione risale al 1610.

Secondo una leggenda, un principe giapponese aveva appreso l’esistenza di questo procedimento da un sacerdote coreano. Da quel momento, chiese che anche i suoi sudditi imparassero la tecnica.

La lavorazione inizia prelevando la corteccia interna da alberi giovani. Dopo averla messa a bagno in un lago, si mette a bollire nella soda al fine di ottenere una carta bianca e morbida. Al termine della procedura, si immerge nell’acqua del pozzo. 

Per lo sfibramento, si mescola un amido vegetale con acqua e pasta di legno. Questo permette la distribuzione delle fibre e impedisce ai fogli di incollarsi tra loro. 

Dopo averli fatti sgocciolare, i fogli vengono spazzolati per completare l’asciugamento, stesi su apposite tavole e messi ed asciugare tra fiori e vegetazione.

Oggi le creazioni in carta si possono ammirare in diverse mostre internazionali.

Koto del Giappone

Oltre mille anni fa il koto, uno strumento cordofono dal suono simile all’arpa, giunse dalla Cina al Giappone. Per le ragazzi nobili e benestanti, saperlo usare era una dote apprezzata in vista di un matrimonio fortunato.

Fukimo Ionekawa (1894-1995) nata da una famiglia samurai, iniziò a studiare il koto a tre anni. Da allora, ogni estate le sue allieve si esibiscono a Tokio, tramandando in questo modo un suono antico che risveglia il passato. 

Le spade delle montagne sacre del Gassan

Secondo la mitologia giapponese, le leggi imperiali scaturiscono da tre oggetti sacri: lo specchio della saggezza, il gioiello dell’abilità e la spada della forza

In una fonderia di Nara, la prima capitale del Giappone, si forgiano ancora le spade, secondo un rituale che risale a ottocento anni fa.

Inizialmente, a commissionare gli oggetti erano principi e imperatori. 

Oggi, gli allievi della scuola di Gassan, assistono alle fasi che permettono di trasformare il metallo grezzo in una lama affilata. 

Con la stratificazione si crea un oggetto di acciaio flessibile ma anche forte. Il procedimento di battitura e ripiegamento è segreto. Si sa solo che vengo forgiati oltre 30.000 strati prima di realizzare la spada. 

Dopo che la lama ha preso forma e sono state eliminate le imperfezioni, viene temperata con argilla e carbone in modo da indurire l’acciaio. Alla fine, si incide un disegno di foglie di cedro ripiegate, che rappresenta l’antico marchio di garanzia degli artigiani.

Un tempo la spada era l’anima dei samurai e in essa erano fusi i principi giapponesi: lo spirito scintoista, la lezione intuitiva ispirata dal buddismo zen e la dispionibilità al servizio e al sacrificio, richiesta dall’etica di Confucio.

Sendai: le stoffe in canapa blu

Nella valle del Sendai, capoluogo della prefettura di Miyagila, la vita si svolge seguendo ancora i ritmi della natura.

Qui, una donna di nome Ochiba ha mantenuto viva la tradizione della tessitura della canapa per realizzare preziose stoffe blu.

Dalla crescita delle piante fino alla tessitura e tintura, ogni passaggio viene ancora eseguito nel pieno rispetto della tradizione.

Ogni aprile si pianta l’indaco (Indigofera tinctoria) e si protegge con la paglia.

Quando semi e foglie sono pronti, si mettono ad asciugare al sole per ottenere il colorante blu.

In agosto si pulisce la canapa da cui si estrae il filamento.

La tintura si esegue solo l’estate. Dopo aver immerso varie volte il tessuto nell’indaco, le tessitrici si recano al fiume per lavarlo. Dopodiché la tinta è indelebile e con il tempo diventa sempre più intensa.

Con la canapa blu si realizzano quattro o cinque kimono l’anno. 

Il teatro Kabuki 

Durante i duecento anni di isolamento, il teatro Kabuki diventò molto popolare in Giappone. 

Le prime rappresentazioni risalgono alla fine del XVII secolo e furono tenute da una sacerdotessa.

Le autorità temevano tuttavia che le donne, per via della loro sensualità, potessero avere un effetto negativo sulla morale del pubblico.

Di conseguenza, nel 1629 fu proibito alle donne di recitare nei teatri. Da allora, gli uomini interpretano anche i ruoli femminili. 

La femminilità è rappresentata in forma stilizzata. Ricoprire ruoli femminili deve sottolineare la natura essenziale e la bellezza du cui spesso le donne non sono consapevoli.

Nelle rappresentazioni, le vicenda si svolgono con danze e dialoghi, accompagnati da narratori e musicisti. 

All’inizio, il kabuki avrebbe dovuto rappresentare i personaggi bunraku e infatti gli attori imitano le movenze dei burattini.

Oggi gli attori, mantengono inalterato lo stile delle origini. 

Piccola curiosità: la loro giornata lavorativa inizia rendendo omaggio al tempio del teatro. Cosa che attesta la profonda inclinazione spirituale dei giapponesi.

La campana della pace di Buddha 

A Katori (50 km da Tokyio), nel giorno buddista della prosperità, i fedeli si riuniscono nel tempio dopo la benedizione. 

Qui, ogni anno viene portata una nuova campana che il monaco offre al tempio. 

La campana è fusa a Takaoka, città della prefettura di Toyama, dove in metallo si lavora ancora a mano. 

La campana ha un proprio spirito e personalità. 

Su di essa si incidono le immagini del Buddha. Il calco ha diverse sezioni in argilla che si uniscono fra loro e si sovrappongono nello stampo interno. 

Mentre si fa colare il bronzo fra i due stampi, i sacerdoti, presenti durante le fasi della lavorazione, pregano perché la campana sia foriera di pace. 

In fase di fusione, si aggiungono fogli di carta su cui sono scritte delle preghiere e fogli di rame che riportano i nomi delle persone che hanno elargito fondi per la realizzazione della campana. 

Essa si fa poi raffreddare per circa dodici ore, tempo necessario per capire se la colata è perfetta. 

La forma è essenziale! Si ritiene infatti che una bella forma produca un bel suono e che il suono sia la voce del Buddha.

All’alba si torna alla fonderia. 

Secondo la trazione, la campana deve suonare una volta, prima di essere posta in cima al tempio, ma prima deve esser ripulita dai residui della fusione.

Quando tutto è pronto, si procede alla messa in posa, preceduta da una cerimonia in cui vengono fatte delle offerte a Buddha: cachi, sale, calamari, fiori.