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Respira amianto in ufficio e muore, Telecom condannata

uomo che scrive, Telecom
uomo che scrive

Il Tribunale di Napoli ha condannato Telecom Italia (ex Sip) a risarcire gli eredi di un avvocato del suo studio legale di Napoli. L’uomo ha lavorato per dieci anni – tra il 1970 e il 1980 – nella sede dell’azienda della città partenopea, in via Arenaccia.

Avvocato della Telecom muore per mesotelioma, la condanna

Il professionista, A.R. sono le sue iniziali, è morto il 12 agosto 2012, a 75 anni, per un mesotelioma pleurico maligno. Aveva respirato le fibre di amianto nell’ufficio legale della Direzione regionale Campania Basilicata, seduto alla sua scrivania del secondo piano. L’ambiente era, infatti, munito di elementi di condizionamento dell’aria, accesi sia in estate che in inverno, che favorivano la dispersione dell’elemento cancerogeno.

Il mesotelioma e le altre patologie asbesto correlate

Il mesotelioma è la malattia sentinella dell’amianto. Si tratta, infatti, di un tumore causato soltanto dall’asbesto edove i casi aumentano è praticamente certa la presenza del minerale killer. I casi di questa patologia sono registrati dall’Inail che ha pubblicato da poco il VII Rapporto ReNaM.

Non è però l’unica malattia causata dall’amianto. Oltre a questa, infatti, c’è l’asbestosi, come pure il tumore del polmone, della laringe, della faringe, delle ovaie e del colon. Soltanto per citarne alcune. le vittime legate a queste patologie sono, secondo una stima Ona, circa 7mila l’anno. L’avvocato Bonanni lo spiega bene nella sua ultima pubblicazione: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022“.

Nonostante la cancerogenicità dell’amianto fosse dimostrata già negli anni ’40 le aziende hanno, purtroppo continuato ad utilizzarlo. In Italia è stato vietato soltanto nel 1992 con un’apposita legge.

L’Ona: “L’amianto presente sulle pareti del palazzo Telecom”

Gli eredi si erano rivolti all’Osservatorio nazionale amianto e al suo presidente, l’avvocato Ezio Bonanni. Il legale ha così dimostrato la presenza di amianto nell’edificio, in particolare sulle pareti.

Grazie alla relazione di alcuni lavori di demolizione e bonifica effettuati nel 2007 è risultata la presenza di amianto utilizzato per la coibentazione “tale da superare di gran lunga i limiti di tolleranza previsti dalla legge per l’esposizione”.

Nessuna informazione o dispositivo di protezione

Non solo: un collega della vittima ha dichiarato che “c’era amianto nelle pareti dell’intero edificio”, che è poi stato risanato solo molti anni più tardi. E ha aggiunto che l’avvocato che lavorava nel palazzo Sip “non aveva alcun tipo di dispositivo di protezione individuale”, così come gli altri dipendenti.

Infine non sarebbe stata posta in essere alcuna attività di informazione preventiva e di vigilanza, né i dipendenti sono mai stati sottoposti a controlli medici che avrebbero potuto prevenire la comparsa della patologia o comunque garantire una tempestiva diagnosi.

Avvocato della Telecom, enorme sofferenza dopo la diagnosi

La consulenza tecnica d’ufficio ha provato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la malattia che ha portato il professionista al decesso. Ha inoltre stabilito che dal momento della diagnosi, nel gennaio del 2011, alla morte, l’uomo per ben 19 mesi è “sopravvissuto tra la piena consapevolezza della gravità della malattia ed il decesso”.

Questo ha comportato un grave danno psicologico che, come sostiene sempre l’avvocato Bonanni, va risarcito. “La paura di morire è per se stessa sofferenza”. Per il danno iure proprio (il danno derivante dalla recisione grave e irreparabile del legame familiare costituzionalmente tutelato, che avviene con il decesso del congiunto) è, invece, intervenuta la prescrizione. Gli eredi non ne potranno, quindi, usufruire.

Per tutti questi motivi il Tribunale di Napoli ha accolto in parte il ricorso dei due figli della vittima e della vedova, condannando Telecom al pagamento di 146.910 euro.

L’amianto è ancora presente in Italia in oltre un milione di siti e micro siti. Per questo l’Ona ha realizzato un App per le segnalazioni, per contribuire alla mappatura sul territorio.

Obesità, in Italia 25 milioni di persone sovrappeso

obesità, pancia misurata con il metro
pancia misurata con il metro

Tante, troppe persone sono ancora in Italia in sovrappeso. Tra queste tanti bambini e ragazzi con il problema dell’obesità. I dati, sempre più preoccupanti emergono dall’ultimo rapporto, il quarto, Italian Barometer Obesity Report. La ricerca è stata effettuata da IBDO Foundation in collaborazione con Istat, Coresearch e Bhave e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Molti italiani non ne sono consapevoli

Nella Penisola più di 25 milioni di persone sono obese o in sovrappeso. Il 46% degli adulti (oltre 23 milioni) e il 26,3% dei bambini e adolescenti tra i 3 e i 17 anni (2,2 milioni).

Il dato che più preoccupa e che rende vani gli sforzi per far capire quanto sia un grave problema di salute e costi in termini di malattie e sanità pubblica è che gli italiani non ne sono consapevoli. In tanti ancora non riconoscono di avere un problema di peso. L’11,1% degli adulti con obesità e il 54,6% degli adulti in sovrappeso ritiene di essere normo peso. Ancora peggiore è il fatto che il 40,3% dei genitori di bambini in sovrappeso o obesi considera i propri figli sotto-normo peso.

Obesità, differenze tra regioni

Ci sono poi differenze importanti tra regioni e zone d’Italia. Nel sud e nelle isole il 31,9% e il 26,1% dei bambini e degli adolescenti è in eccesso di peso rispetto al 18,9% al Nord-Ovest, al 22,1% al Nord-Est e al 22% al Centro.

Differenze si trovano anche tra uomini e donne. Negli adulti l’11,1% delle donne è obeso contro il 12,9% degli uomini; tra i bambini e gli adolescenti il 23,2% delle femmine in eccesso di peso contro il 29,2% dei maschi.

Obesità, i rischi per la salute

L’obesità comporta rischi molto gravi per la salute. Può causare problemi di salute mentale, disturbi cardiaci, diabete di tipo 2, come anche alcuni tumori e problemi a scheletro e articolazioni.

“Si stima – ha detto Paolo Sbraccia, vicepresidente IBDO Foundation e professore ordinario di Medicina Interna dell’Università di Roma Tor Vergata – che questa malattia causi il 58% dei casi di diabete tipo 2, il 21% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 42% di alcuni tumori e porta a circa 57mila morti annuali solo nel nostro Paese”.

Obesità, come curarla

Il sovrappeso e l’obesità sono provocati da un eccessivo accumulo di grasso corporeo. A causarli spesso stili di vita scorretti. Un’alimentazione scorretta e nello stesso tempo poca o inesistente attività fisica. Si può quindi prevenire. Quando però si arriva a un certo peso mangiare meno non basta più. E’ necessario farsi aiutare da medici specialisti e psicologi e trattarla come una malattia cronica.

L’indice di massa corporea

L’obesità o il sovrappeso si misurano con il BMI (Body Mass Index), cioè l’Indice di Massa Corporea (IMC). Calcola la percentuale di massa grassa del corpo in relazione all’altezza dell’individuo. Si ottiene dividendo il peso (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri).

L’IMC è un indice ampiamente utilizzato, anche se fornisce informazioni incomplete. Non dà, infatti, informazioni sulla distribuzione del grasso nell’organismo e non distingue tra massa grassa e massa magra.

Fibrosi polmonare e ritardo diagnostico delle cronicità rare

convegno fibrosi polmonare
convegno fibrosi polmonare

La Fibrosi polmonare idiopatica (IPF) è una malattia relativamente rara che viene sottovalutata e diagnosticata tardivamente. Cosa può fare la medicina?

Fibrosi polmonare: un evento rivolto ai media di settore 

Roma 30 novembre – Le fibrosi polmonari fanno parte delle cosiddette “interstiziopatie polmonari” o pneumopatie diffuse infiltrative, malattie relativamente rare, che rappresentano il 25-30% dell’attività pneumologia ospedaliera.

Esse si riconoscono per la formazione di tessuto cicatriziale (irreversibile) a livello dei polmoni.

Il delicato tema è stato affrontato durante il convegno “Comunicare la fibrosi polmonare, il racconto sui media e la convivenza con la malattia attraverso l’esperienza dei clinici e dei pazienti”. L’evento si è tenuto presso la sala Capranichetta, in piazza Montecitorio, a Roma.

L’evento è stato organizzato da Be Informed-Accademia di formazione per i giornalisti di Boegringer Ingelheim. Promosso dal Master SGP della Sapienza Università di Roma, ha come obiettivo la sensibilizzazione dei media esperti in informazione medico-scientifica.

Conosciamo le fibrosi 

Le fibrosi sono delle malattie del parenchima polmonare (la parte dedicata agli scambi dei gas fra arie e sangue). Solitamente interessano entrambi i polmoni, anche se talvolta si possono verificare in maniera asimmetrica.

In questa patologia rientrano almeno 200 differenti forme della malattia.

Alcune di esse sono abbastanza note, altre sono idiopatiche (hanno cause sconosciute), sono associate a malattie sistemiche o identificate con mutazione genetiche di vario tipo. 

Primi sintomi della fibrosi polmonare idiopatica

I primi sintomi che indicano la fibrosi sono: “fiato corto”, alterazioni funzionali dei polmoni, riduzione della capacità di mobilizzare volumi d’aria durante la respirazione, riduzione degli indici di diffusione, riduzione dell’ossigeno nel sangue con ipossiemia sotto sforzo o, nei casi più gravi, persino a riposo.

Solitamente si arriva alla diagnosi quando la malattia è già in fase avanzata, questo perché inizialmente chi si ammala è asintomatico.

In aggiunta, a volte i radiogrammi del torace e le immagini TC vengono confusi con quelli presenti in malattie più comuni come la broncopneumopatia diffusa infiltrativa (BPCO).

A questo punto, la fibrosi polmonare evolve nell’insufficienza respiratoria, entro 4-6 anni dalla diagnosi.

Tre stadi della malattia 

Venerino Poletti, Professore di malattie dell’apparato respiratorio di Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, ha identificato tre stadi della malattia.

«Nella prima, vi è una incapacità delle cellule staminali alveolari a ricostituire il polmone per senescenza.

Tuttavia, nel tentativo di differenziarsi, esse attivano molte vie molecolari che causano la comparsa, nel parenchima polmonare, di microaree fibrotiche (stadio II). Nello stadio più avanzato, questi segnali biochimici e molecolari raggiungono le cellule staminali delle piccole vite aeree di conduzione (i bronchioli) che, del tutto normali, iniziano a proliferare causando la sostituzione del tessuto alveolare con tessuto fibrotico (III stadio o “polmone a favo d’api”).

I pazienti con IPF soffrono di dispnea, prima da sforzo e poi a riposo lentamente ingravescente, di una tosse secca spesso difficilmente controllabile, di dita “a bacchetta di tamburo”».

Utile precisare che un polmone “senescente”, nelle fasi avanzate della IPF assomiglia al polmone fetale.

Fattori di rischio

Tra i fattori di rischio: l’età (l’insorgenza media è 65 anni), il genere (le donne sono più predisposte per una questione ormonale), il fumo della sigaretta, l’esposizione a fibre tossiche, tra cui il silicio, l’amianto, le polveri inorganiche e la familiarità (circa 1/5 dei casi).

“Velcro sound” indica la presenza della IPF

Per capire il quadro clinico, oltre all’anamnesi di routine, gli esperti si basano sull’auscultazione dei tipici rumori di “foglie secche calpestate” (velcro sound).

Altri strumenti diagnostici sono la TAC toracica (UIP Usual Interstitial Pneumonia) e la biopsia polmonare. Recentemente la criobiopsia per via endoscopica sta sostituendo la biopsia chirurgica, gravata da effetti collaterali e mortalità non accettabili.

Un iter macchinoso 

Al ritardo diagnostico, spesso si associa una carenza di Centri di eccellenza multidisciplinari, in grado di assicurare una presa in carico globale, una maggiore accessibilità alle diverse opzioni terapeutiche o alle sperimentazioni cliniche.

Esistono dei farmaci in grado di curare l’IPF?

La risposta è nì. I farmaci attualmente in commercio consentono solo di ridurre il declino e prolungare le aspettative di vita.

Tra i più utilizzati: il Nintedanib o Pirfenidone.

Per i pazienti più giovani (meno dell’8% dei casi), si può ricorrere al trapianto di polmone.

Fibrosi polmonari secondarie (ILD)

Oltre all’IPF, esistono altri tipi di fibrosi polmonari secondarie. Esse scaturiscono da malattie reumatiche infiammatorie sistemiche quali, l’artrite reumatoide e le connettiviti (lupus eritematoso sistemico, sindrome di Sjogren, miositi, MCTD). In particolare, la sclerosi sistemica (SSc) o sclerodermia, è la connettivite che porta a maggiori complicazioni polmonari e rappresenta il 20% circa delle cause di morte per i malati che ne sono affetti.

Nota come malattia della “pelle dura” per il caratteristico aspetto della cute, la sclerodermia è una malattia sistemica che vede l’interessamento fibrotico del cuore, polmoni, reni e tratto gastrointestinale.

Fibrosi polmonare, da cosa dipende? Sintomi di esordio

La eziopatogenesi della SSc non è nota. Probabilmente scaturisce da una serie di fattori, ma su un terreno genetico predisponente, potrebbero agire come fattori trigger alcuni virus e l’esposizione ambientale (soprattutto alle fibre di silicio) che, determinando una disfunzione endoteliale e l’attivazione dei fibroblasti, darebbero il via al processo fibrotico diffuso.

Il “fenomeno di Raynaud”, le dita che diventano bianche con il freddo, è il sintomo di esordio della malattia. Il quadro clinico si può complicare con la presenza di ulcere digitali, con la cardiopatia sclerodermia, con l’impegno dell’esofago e con la intestiziopatia polmonare.

L’importanza della diagnosi precoce

Dilia Giuggioli, Professore Associato di Reumatologia e Direttore dell’Unità di Sclerodermia AOU di Modena-Reggio Emilia sottolinea l’importanza della diagnosi precoce per la salute. «Essa è fondamentale per eseguire il prima possibile le terapie necessarie a rallentare l’evoluzione fibrotica della malattia. Correlata quest’ultima, non solo a una severa alterazione della qualità della vita ma anche a una prognosi infausta. La malattia interstiziale polmonare (ILD) è presente in forma “mild” nell’80-90% dei pazienti e, secondo i dati del registro italiano della SSc, SPRING, un impegno polmonare risulta già evidente nel 20% delle forme precoci della malattia».

Per effettuare una diagnosi, si ricorre a test della funzione polmonare (prove del respiro) ma solo la TAC del polmone definita ad alta risoluzione (HRCT) può evidenziare le immagini e quindi la morfologia dell’interessamento fibrotico polmonare. 

L’impegno della politica

Anche le Istituzioni stanno iniziando a mostrare una certa sensibilità verso le malattie rare. «Il 2021 è stato un anno cruciale per la tutela dei malati rari» – spiega Fabiola Bologna, ex Deputata della Repubblica Italiana XVIII Legislatura alla Camera dei Deputati. «Oltre all’entrata in vigore del Testo Unico sulle Malattie Rare, la Legge n. 175, il 16 dicembre l’ONU ha sancito, all’unanimità, l’approvazione della prima Risoluzione sulle Malattie Rare.

Un segnale di attenzione è arrivato anche dalla stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentato il 30 aprile 2021, con lo stanziamento di 50 milioni di euro per la ricerca sulle malattie rare e altri 50 milioni sui tumori rari. L’approvazione della Legge 175 è stato un grande traguardo di questa legislatura, in quanto ha costituito una cornice normativa per la tutela di 2 milioni di malati e per le loro famiglie, che da anni aspettavano un testo complessivo per il riconoscimento di principi e istanze dedicate».

Scusate: l’amianto?

Parlando di fattori ambientali, noi di Ona – Osservatorio Nazionale Amianto abbiamo chiesto se c’è una correlazione tra insorgenza delle patologie ed esposizione all’amianto. 

«Per quanto riguarda i malati sclerodermici, non abbiamo ad oggi riscontrato un nesso con l’inalazione di fibre di amianto. Ci sono diversi casi invece di malattie correlate all’esposizione al silicio e alle polveri sottili, soprattutto se c’è un fattore genetico predisponente» – afferma la Dott. Giuggioli.

Il Prof. Poletti aggiunge «l’asbestosi è una malattia molto simile alla fibrosi polmonare idiopatica però ci vuole un’esposizione professionale documentata per fare una diagnosi precisa o anche per trovare una percentuale significativa di pazienti che si ammalano per un’esposizione non professionale. L’amianto è un minerale molto più diffuso di quanto si pensi su tutto il territorio nazionale».

Fibrosi polmonare, conclusioni 

In futuro, per eseguire una diagnosi precoce si potranno eseguire delle ecografie polmonari o biomarkers specifici. Al momento, visto che tutti siamo potenzialmente a rischio, sarebbe opportuno effettuare periodicamente degli screening di controllo.

In salita i sussidi a fonti fossili dannose per l’ambiente

fonti fossili
fonti fossili

L’Italia (e tanti altri Paesi del mondo), continuano a finanziare fonti fossili dannose per l’ambiente. Nonostante sia ormai evidente che è necessario cambiare rotta e accelerare sulle rinnovabili, nonostante il continuo dibattito a livello internazionale, andando poi ai fatti siamo ancora ben lontani da un agire corretto.

Fonti fossili, “Stop sussidi ambientalmente dannosi”

L’allarme arriva da Legambiente che ha presentato il report annuale “Stop sussidi ambientalmente dannosi”. Secondo i dati dell’associazione ambientalista i finanziamenti in questo senso non solo non diminuiscono, ma sono in forte aumento. “L’Italia – denunciano – continua ad andare nella direzione sbagliata”.

Nel 2021 il governo ha stanziato 41,8 miliardi di euro per le fonti fossili. “Tutti miliardi – spiega con parole dirette Legambiente – spesi per finanziare il cambiamento climatico“. Ben 7,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Il settore con più voci di sussidi (ben 31) è quello energetico con 12,2 miliardi di euro e che potrebbero aumentare con le politiche energetiche in tema di gas (con i rigassificatori).

A seguire c’è il settore trasporti con 24 voci di sussidi e 12,2 mld di euro. Un numero complessivo, quello dei finanziamenti ai SAD, destinato ad aumentare anche nel 2022 per gli effetti del Capacity Market con oltre 1 miliardo di euro all’anno per 15 anni. A questi si aggiungono 30 milioni all’anno, dal 2024 al 2043 per un totale di 570 milioni, dedicati ai due rigassificatori di Piombino e Ravenna. Senza dimenticare le risorse spese per l’emergenza energetica: circa 38,9 miliardi euro.

Per il settore agricolo ancora 3,4 miliardi di euro. Per quello edile 12,5 miliardi di euro. Relativamente a canoni, concessioni e rifiuti 1,4 miliardi di euro. Dei totali 41,8 miliardi di euro, 13,4 sono riconducibili a sussidi diretti alle fonti fossili, mentre circa 28,4 miliardi sono di sussidi indiretti. Si tratta di voci di spesa che finanziano il consumo di fonti fossili impedendo l’innovazione del settore.

Quasi 15 mln potrebbero essere risparmiati

Il dato ancor più interessante, però, è che, del totale, 14,8 miliardi sono eliminabili entro il 2025, perché si riferiscono a sussidi che oggi non hanno più motivo di esistere. Fra questi, quelli alle trivellazioni, i fondi per la ricerca su gas, carbone e petrolio, così come le agevolazioni fiscali per le auto aziendali, il diverso trattamento fiscale tra benzina gasolio, GPL e metano. Senza dimenticare il Capacity Market per le centrali a gas e l’accesso all’Eco-bonus per le caldaie a gas.

Per realizzare il report Legambiente ha utilizzato fonti diverse, dal Catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) e Favorevoli (SAF), al Bilancio dello Stato, ma anche dati di Terna, ARERA, GSE, OCSE e Ministero dello Sviluppo Economico.

Fonti fossili, sussidi in salita anche nel mondo

Nel resto del mondo le cose non vanno meglio. Il rapporto sottolinea come in tema di trasferimenti di bilancio e agevolazioni fiscali legate alla produzione e all’uso delle fonti fossili nei Paesi del G20 il sostegno è passato da 147 miliardi di dollari nel 2020 a 190 miliardi nel 2021. Mentre il sostegno ai produttori è passato da 17 miliardi di dollari nel 2019 a 64 miliardi nel 2021, con un aumento di quasi il 50% su base annua.

Aumenta anche la spesa (secondo una accurata stima), per il sostegno ai consumatori è passata da 93 miliardi di dollari nel 2020 a 115 miliardi nel 2021. Sussidi che hanno in parte compensato le perdite dei produttori dovute al controllo dei prezzi interni. Con l’aumento dei prezzi globali dell’energia dalla fine del 2021, comunque, l’industria dell’Oil & Gas sta avendo entrate da record.

Nelle 42 economie monitorate il sostegno ai consumatori è arrivato a 531 miliardi di dollari nel 2021, più del triplo del livello del 2020, trainato dall’impennata dei prezzi dell’energia. Questi fondi destinati a sostenere le famiglie a basso reddito, tendono purtroppo spesso a favorire le famiglie più ricche. Che utilizzano più carburante ed energia.

Amianto nel traforo del Monte Bianco: chiuderà 3 mesi l’anno

mont blanc tunnel
mont blanc tunnel

Amianto anche all’interno del traforo del Monte Bianco. È questo uno dei motivi della chiusura del tunnel stradale strategico nel nord d’Italia per il commercio e il turismo. Il traforo necessita anche di una manutenzione straordinaria del manto stradale.

Traforo Monte Bianco, i lavori dureranno 18 anni

Così il collegamento tra Courmayeur, località della Valle d’Aosta, a Chamonix, nel dipartimento francese dell’Alta Savoia, resterà chiuso per alcuni mesi l’anno. Tre mesi, per la precisione, per 18 anni consecutivi.

L’amianto è stato utilizzato in passato in vari settori, tra i quali quello dell’edilizia. Il cemento amianto oltre ad essere davvero resistente era anche fonoassorbente e ignifugo. Una qualità indispensabile all’interno di una galleria per prevenire disastri. Purtroppo, però, le aziende hanno continuato ad usarlo anche ben conoscendo la sua pericolosità.

Gli operai che lo maneggiavano, infatti, erano esposti alla fibre e nei decenni successivi si sono ammalati gravemente. Di asbestosi, ma anche di tumori quali il mesotelioma e il cancro al polmone. Il fenomeno è ben descritto nell’ultima pubblicazione dell’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto: “Il libro bianco delle morti di amianto in Italia – ed. 2022”. Ripercorrendo la storia del minerale e l’uso che se ne è fatto in Italia, l’avvocato Bonanni spiega anche che sono oltre 7mila le vittime l’anno, ancora oggi. Il VII Rapporto ReNaM, infatti, registra soltanto i casi di mesotelioma, ma non sono completi.

Il cemento amianto (eternit), con gli anni si deteriora e più anni passano più le fibre killer si disperdono nell’aria diventando un pericolo non più per gli operai, ma per tutti i cittadini che ne vengono a contatto. Per questo è necessario rimuoverlo con la bonifica realizzata da ditte specializzate.

Chiusura traforo del Monte Bianco, le polemiche

La notizia della chiusura del traforo del Monte Bianco ha colpito gli imprenditori che naturalmente dovranno affrontare costi elevati per sostenere i trasporti. “Ci sono chiusure programmate di tre mesi all’anno per i prossimi 18 anni – ha dichiarato il presidente di Confindustria Carlo Bonomi – sarà un colpo durissimo per tutto il Nord Ovest. Credo sia necessario a questo punto mettere subito in cantiere la seconda canna del tunnel”. Questa ipotesi, però, non è supportata dalla Francia e il dibattito resta aperto.

Inoltre smaltire l’amianto è necessario per evitare esposizione alle fibre killer. La decisione è molto apprezzata dal presidente Ona che invita tutti i cittadini a segnalare all’apposita App i siti ancora contaminati.