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venerdì, Giugno 14, 2024

Dicotomia: essere e apparire; tempo e bellezza

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Dicotomia: essereapparire; tempo e bellezza. Come conciliare i due binomi? La cultura orientale ci fornisce una chiave di lettura interessante.

Dicotomia: essere – apparire 

Partiamo dal binomio dicotomico “essere e apparire”. Come diceva Antonio Lubrano, una domanda sorge spontanea: “Io sono in quanto appaio o io appaio in quanto sono?” 

In una società che punta tutto sull’apparenza, sull’omologazione, la domanda evidenzia una sostanziale frattura tra l’essere e l’apparire. Frattura che quasi ogni persona cerca di ricucire indossando una maschera sia interiore, per apparire ciò che non è, sia esteriore. In quest’ultimo caso, basti pensare al ricorso alla chirurgia estetica con tutti i suoi abomini.

In effetti, la parola “persona”, dall’etrusco “phersu”, significa proprio maschera. Da ciò si deduce che il dilemma fra essere e apparire è molto più antico di quanto si pensi. 

Dicotomia: tempo e bellezza 

Una seconda dicotomia si riscontra nel binomio “tempo – bellezza”.

Per convenzione, il tempo è universalmente riconosciuto come unità di misura “lineare”, in cui il ciclo vitale dell’uomo ha un inizio e una fine: nascita, maturità, morte.

Il tempo lineare è scandito dalle impietose lancette della Natura, che non si fermano mai.

Si tratta di un processo inevitabile di “naturale” trasformazione, che a dire il vero non piace oggi così come non è mai piaciuto in passato a nessuno.

Se oggi ricorriamo alla chirurgia estetica, la letteratura è piena di riferimenti relativi al vano tentativo di fermare il tempo. Il patto con il diavolo di Dorian Gray, la ricerca dell’elisir di giovinezza o la ricerca della pietra filosofare degli alchimisti, sono alcuni degli esempi più famosi. 

La bellezza: un archetipo universale

La bellezza è un archetipo universale, una “matrice” con delle caratteristiche diverse a seconda delle varie culture. Ciò che per noi occidentali è bello, non è detto che corrisponda ai canoni di bellezza di altri popoli. Fin qui, nulla di nuovo.

Platone e l’idea della bellezza

Il filosofo Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.), collocava la bellezza nel mondo metafisico delle Idee, nell’Iperuraranio e la faceva coincidere con la Virtù.

Concetto che anche all’epoca non era poi così tanto condiviso. Basti pensare al culto della bellezza degli spartani, che di metafisico non aveva nulla. Le agoghé (in greco antico: ἀγωγή, agōghḕ) erano un rigoroso regime di educazione e allenamento basato su disciplina e obbedienza, cui era sottoposto ogni cittadino spartano fin dall’età di 7 anni. I giovani di allenavano nudi anche quando nevicava, affinché fossero forti, sani e belli. Anche in altre epoche storiche, in ogni angolo del Pianeta, la bellezza fisica è stata anteposta a quella metafisica.

Attuale dicotomia bellezza tempo 

E oggi? Tornando al binomio bellezza e tempo, come nel caso dell’essere e apparire, non riusciamo a risanare la frattura fra due cose. Esse sembrano andare in direzioni diverse!

Ciò accade perché il mondo ha sostituito le leggi della bellezza naturale con quelle della morale utilitaristica, che ci vuole tutti uguali, degli omologhi impersonali.

Da qui il dramma della trasformazione del bello, che non è percepito come una evoluzione naturale, ma come un processo da fermare ad ogni costo.

Soluzioni? Nessuno può fermare il tempo o il decadimento fisico, però possiamo cambiare la nostra narrazione. Una chiave di lettura interessante ci viene dall’oriente.

La leggenda di Thonban La

Thonban La era la dea della bellezza della Birmania, oggi Myanmar. Il suo nome significa “la dea tre volte bella”. Era in pratica diversamente bella tre volte al giorno: al mattino, al pomeriggio e alla sera. Oltre al significato letterale, riferito ai tre momenti del giorno, in senso più ampio, il mito si riferisce all’arco temporale della vita dell’uomo: nascita (mattina), pomeriggio (maturità), sera (vecchiaia).

Cosa ci vuole insegnare la leggenda? Che si può essere belli in ogni momento e che la trasformazione, inaccettabile per la maggior parte delle persone, è in realtà una forma diversa di bellezza. Quest’ultima è pertanto riportata nel mondo metafisico o non solo nel piano terreno.

L’estetica giapponese 

Altra bella narrazione ci viene dal Giappone, che fonda la sua estetica interamente sull’impermanenza, sulla fragilità, sull’effimero, sull’evanescenza. 

Tutti valori che per noi occidentali hanno una connotazione “negativa”, in Giappone sono valorizzati per il loro valore intrinseco. Esso si piò esemplificare in un concetto quale: “un fiore vero, soggetto alla morte, è più bello di un fiore di plastica, immortale”.

La cerimonia del tè

Altro esempio viene dalla famosa cerimonia del tè, o “via del tè”, in giapponese “sadō” o “cha no yu”. Il rito dei monaci buddisti zen, oggi divenuto un “momento sociale” prevede l’utilizzo di tazze non coordinate, vecchie. Quando si sbeccano o si rompono non vengono mai sostituite, bensì riparate con la filigrana d’oro.

Spostando la questione in un piano metaforico, la ferita riparata con l’oro consente ai raggi del sole (il Divino) di penetrare e guarire l’animo.

Ancora una volta, la fragilità non è vista come qualcosa da demonizzare. Ma veniamo alla soluzione del binomio dicotomico.

Il tempo “circolare”

Il buddismo inquadra il tempo in una dimensione circolare, non lineare. Cosa significa? Vuol dire che il ciclo: nascita-maturità-morte è sostituito dal ciclo: nascita-maturità-morte-rinascita. 

Questo pone l’individuo in una posizione di immortalità, in cui la trasformazione non implica una morte nichilista, ma una rinascita in un altro piano di coscienza (in base a come abbiamo operato in vita) o sotto altre forme. 

Soluzione della dicotomia 

L’insegnamento dell’oriente ci apre a una soluzione della dicotomia attraverso l’equazione: “io sono e non ho paura di apparire, io sono bello in quanto effimero, io non temo il tempo perché il tempo è ciclico“.

Al termine della nostra vita, se avremo riposto l’essenza della nostra bellezza (virtù platonica), all’interno di un tempo circolare, possiamo ritenerci davvero immortali. Perché ciò che avremo lasciato resterà per sempre al di là di ogni apparente decadenza fisica.

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