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Fate, misteri ed esoterismo nel Quartiere Coppedè

quartiere Coppedè, Fate
quartiere Coppedè


Il Quartiere Coppedè, conosciuto anche come “Quartiere delle Fate”, nasconde misteri e simboli esoterici in ogni angolo.

Fate e misteri al Quartiere Coppedè

Fate. Il Quartiere Coppedè progettato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè fu costruito tra il 1913 e il 1926.
Il complesso comprende 17 villini e 26 palazzine ed è noto come il “Quartiere delle Fate”.
Si trova tra Via Tagliamento e Corso Trieste con epicentro in Piazza Mincio.
Sul pavimento dell’ingresso da Piazza Mincio si trova un mosaico rotondo che raffigura tre fanciulle suonatrici (lira, voce e chitarrino) in abiti romani antichi.
Esse rappresentano le metafore dei tre villini. Ad attestarlo, la scritta: “I villini delle fate, Neme, Melete, Aede”.
La sua realizzazione avvenne a singhiozzo per via dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Ciò che salta subito all’occhio è il suo stile bizzarro, unico nel suo genere e, non sono pochi i misteri e i simboli esoterici nascosti in ogni angolo.
L’intero complesso è circondato da un giardinetto secondo il modello della città giardino.

La fantasia stilistica di Coppedè

Volendo definire lo stile, potremmo dire che è un mix di Liberty e sopratutto Art Decò (con la stilizzazione e l’esaltazione degli elementi naturali: animali e floreali).
Troviamo altresì dei chiari rimandi all’arte classica, barocca, greco antica, romana, assiro-babilonese e infine forme, fregi ed immagini neo-medievali, come quelle di fate e cavalieri. E’ realizzato con la fusione di diversi materiali, come il marmo, il laterizio, il travertino, la terracotta, il vetro.
Nel complesso, questo mix eterogeneo di stili bene armonizzati fra di loro, ricrea un’atmosfera surreale, fantastica che ci catapulta in un mondo sospeso fra passato e presente.

I Villini delle Fate: la vera chicca

La vera chicca del quartiere sono i villini delle Fate, che si innalzano su tre piani.
Essi sono caratterizzati dalla presenza di archi finemente decorati con motivi geometrici asimmetrici, loggiati e finestre ricche di colonne, che formano spesso trifore e quadrifore (due e tre colonne).
Le volte sono dipinte con tinte alternate mattone e beige, mentre le pareti sono affrescate con scene di processioni, graffiti con angioletti, motivi floreali, putti, monache e frati. I colori uniformi (non è usata la tecnica del chiaroscuro), danno l’impressione di trovarsi davanti a delle litografie anni 20-30, piuttosto che un dipinto.

I disegni: un omaggio alle città d’arte italiane

I dipinti sono un chiaro omaggio alle città d’arte del nostro Paese: Firenze (città natale di Coppedè), Venezia e Roma.
A destra, un dipinto raffigura Firenze con la cupola della Chiesa di S.Maria del Fiore e il Palazzo della Signoria. Sotto si legge la scritta “Fiorenza Bella”.
Si vedono inoltre le figure di Dante e Petrarca e il panorama della città, su cui svetta cupola del Duomo realizzata dal Brunelleschi, ma anche divinità romane e animali come api e leoni alati.
Dall’altro lato del villino, sopra il parapetto sono rappresentati la lupa di Roma con Romolo e Remo e il Leone di Venezia che affronta un veliero.

Il Quartiere delle Fate nel cinema

Il Quartiere Coppedè ha ospitato diversi set cinematografici, soprattutto per la realizzazione di film di suspense.
Secondo una leggenda, lo stesso Gino Coppedè, fu ispirato dalla pellicola del 1914, Cabiria, diretta da Giovanni Pastrone per partorire il suo capolavoro architettonico. Negli anni ’70 il regista Dario Argento girò proprio in questo quartiere alcune scene dei suoi cult-horror: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di cristallo”. Nel quartiere sono state girate tante altre scene di film, tra cui: “Il profumo della signora in nero” di Francesco Barilli,Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy con Vittorio Gassman.

L’ambasciata del Marocco

Sempre nel quartiere si trova un altro suggestivo edificio: l’Ambasciata del Marocco. Costruito tra il 1918 e il 1926, ha le pareti rivestite di mattoncini e travertino, un piccolo loggiato all’ingresso e un caratteristico lampadario in ferro battuto che pende de un arco ornato con grandi maschere, efebi e decorazioni floreali.

La fontana delle rane nel quartiere delle fate

Oltrepassando l’arco del Palazzo degli Ambasciatori si arriva a Piazza Mincio, al cui centro si trova la Fontana delle Rane. Qui zampillano delle simpatiche ranocchie. Piccola curiosità: per la sua realizzazione si dice che l’architetto Gino Coppedè prese spunto dalla fontana delle tartarughe del Bernini, presente nel ghetto. La fontana è anche famosa per via del bagno che i Beatles vi fecero, completamente vestiti, dopo un concerto tenuto al Piper.

Il palazzo del ragno

Poco distante sorge il Palazzo del Ragno, in Piazza Mincio 4. L’edificio, costruito nel 1920, deve il suo nome ad un mosaico in bianco e nero posto sopra all’entrata, che raffigura l’aracnide simbolo di laboriosità. La sua facciata principale si erge come una torretta. Ai lati dell’ingresso ci sono delle colonne ondulate e sulla chiave di volta dell’arco, Coppedè posizionò un altro volto, simile a quello posizionato all’ingresso del quartiere. Al terzo piano c’è un balconcino con loggia, sopra il quale si trova un dipinto ocra e nero. L’opera immortala un cavallo sormontato da un incudine tra due grifoni e a fianco si può leggere la scritta “labor”.

Camminando si scorge la Nike alata, circondata da aquile e la Madonnella. Nel cuore del quartiere c’è inoltre l’albero della vita.

Quartiere Coppedè: fate ed esoterismo

Coppedè era un massone e di conseguenza ha disseminato il quartiere di simboli esoterici.
Il lampadario posizionato sotto l’arco d’ingresso sarebbe un simbolo del “viaggio iniziatico” alla ricerca della luce. E in effetti, i massoni sono anche soprannominati i “figli della luce” (della conoscenza), chiave per accedere alle verità nascoste. Basti pensare che durante il rito dell’iniziazione, il profano fa appunto richiesta di entrare il loggia per “trovare la luce”.
Sull’arco si può notare una coppa che ricorda quella del Santo Graal, mentre colonne, torrette e figure apotropaiche (contro il maligno), rimandano alla Torre di Babele e al Tempio di Salomone.

Sul Palazzo Hospes Salve si legge infine “Entra in questa casa chiunque tu sia; Sarai un amico. Io proteggo l’ospite”.


Fonte
sotterraneidiroma.it

viaggiesapori.net

Mafia e mafioso: origine e primi usi dei termini 

Mafioso mafia
Peppino Impastato, Mafioso mafia

Da dove derivano il termine Mafia e il suo derivato “mafioso”? Quando e chi li utilizzò per la prima volta? Scopriamo le diverse teorie.

Mafia: tante ipotesi sul nome 

Secondo la Crusca, il sostantivo maffia deriverebbe, dall’arabo maḥyāṣsmargiasso” o da mo’afiah: “arroganza, tracotanza, prevaricazione”.

La “f” rafforzativa inserita all’interno della parola, sarebbe una peculiarità della pronuncia siciliana ed essendo estranea alla tradizione latina, questo dettaglio comproverebbe effettivamente le sue origini arabe.

Mafia viene da Maffeo/Matteo?

Un’altra teoria sostiene che potrebbe derivare dal nome Maffeo/Matteo. Di quale Matteo si parla? Ovviamente non di Messina Denaro…

Scherzi a parte, il Matteo in questione sarebbe l’Apostolo. 

In effetti, se leggiamo il racconto della sua conversione nel Vangelo di Luca, ci rendiamo conto che Matteo non era un semplice pescatore come gli altri Apostoli, bensì un ricco pubblicano.

E per di più, era piuttosto spocchioso. 

Nel passo indicato da Luca (5, 29) egli declama: “Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola”. 

Insomma trasformò la sua conversione in un’esibizione di lusso e di superiorità. Tutti atteggiamenti tipici della maffia.

Piccola curiosità: nella zona di Foggia, quando qualcuno a tavola si abbuffa senza ritegno, si usa rimproverarlo dicendo “eh, Sande Mattèe!”

Altro rompicapo: la datazione dei termini mafia e mafioso

Circa la nascita del termine, esistono diverse teorie e notevoli dubbi.

Se effettivamente il vocabolo fu preso in prestito dagli arabi, durante la loro dominazione (827-1091), non si capisce come sia rimasto nascosto per almeno otto secoli. Non ci sono infatti prove scritte dello stesso.

Se invece ha una datazione più recente (in epoca postunitaria) si potrebbe spiegare come mai è stato registrato solo a fine Ottocento. 

Il primo documento in cui si menziona una “cosca mafiosa”, per descrivere le fratellanze coinvolte in attività criminali, fu infatti firmato dal procuratore della Gran Corte criminale di Trapani nel 1837.

Il primo processo di mafia ebbe luogo tra il 1882 e il 1885 e si svolse contro il gruppo chiamato “La Fratellanza” o “Mano fraterna” di Agrigento.

Secondo alcune fonti, il suo derivato “mafioso” sarebbe apparso per la prima volta nel testo teatrale di Giuseppe Rizzotto e Gaetano MoscaI mafiusi di la Vicaria di Palermu” (1863).

Mafia=bellezza, grandiosità?

Lo scrittore ed etnologo Giuseppe Pitrè (1841-1916) noto per il suo pionieristico lavoro nell’ambito del folclore siciliano, nonché sodale di Giovanni Verga (1840-1922), precisò tuttavia che il vocabolo non era stato coniato da Rizzotto. Nel borgo palermitano di Santa Lucia, dove era nato, lo si usava già correntemente. 

Addirittura, avrebbe avuto un’accezione positiva. Era sinonimo di: bellezza, grandiosità, sicurezza e fierezza d’animo e baldezza. 

L’uomo di mafia era un uomo rispettato. Non un criminale, uno stragista così come lo intendiamo ai nostri giorni.

Mafia all’interno di un vocabolario 

Con buona pace per Pitrè, la parola mafia fu inserita nella lessicografia ufficiale del Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina (Palermo, 1868-1873) con i significati di “braveria, baldanza, tracotanza, pottata, spocchia” e come “nome collettivo di tutti i mafiosi”. Da allora, essa catalizza tutte le lordure che conosciamo. 

Mafia e mafioso, fenomeno tristemente noto

Inizialmente il fenomeno era prettamente legato alla difesa dei latifondi. Nacque come “banditismo”, basti pensare alla figura di Salvatore Giuliano (per lo meno all’inizio della sua storia) novello Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri. 

Con il passare del tempo tuttavia si trasformò in un patto scellerato fra la nobiltà terriera, politica, Istituzioni, clero, Servizi segreti deviati, Massoneria deviata e via discorrendo. 

Da allora, la mafia è sinonimo di sangue e dolore e se il periodo stragista è terminato, è perché la mafia ha cambiato vesti. E’ diventata più fine, si è annidata negli alti scranni, praticamente in ogni luogo di potere. Strizza l’occhio all’imprenditoria, ha le mani in pasta in tutto ciò che fa reddito e gode della tacita complicità del ceto basso, cui lascia piluccare le briciole. 

La mafia è solo Sicilia? 

La risposta è no. In Sicilia ha la sua manovalanza, fatta di gente che non sa dove sbattere la testa e figlia dell’ignoranza. Il suo cuore pulsante è altrove. 

Mafia e mafioso, conclusioni 

Da dove derivi il termine mafia, chi lo usò per la prima volta, come si è evoluta e come si evolverà? 

Ognuna di queste domande non sembra avere una risposta certa. L’unica certezza che abbiamo è che, come disse Peppino Impastato (1948-1978): “La mafia è una montagna di merda”.

Fonti 

Salvatore Trovato (Atti del XXI Congresso Internazionale di Linguistica e Filologia Romanza, Vol. III, Tübingen, Niemeyer, 1998, pp. 919-925).

G.M. Da Aleppo e G.M. Calvaruso (Le fonti arabiche del dialetto siciliano. Vocabolario etimologico, Roma, Loescher, 1910) 

Alberto Nocentini: Piazza delle lingue: Lingua e storia

Il vaccino anti Covid non ha aumentato le malattie del cuore

mRNA boccetta di vaccino anti Covid
mRNA boccetta di vaccino

Un nuovo studio sul vaccino anti Covid lo assolve da eventi avversi. Secondo la ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Vaccines, i vaccini non avrebbero aumentato le malattie al cuore. Sotto la lente erano diversi casi di infarti e ictus, ma anche arresti cardiaci, miocarditi, pericarditi e trombosi venose profonde.

Vaccino anti Covid, lo studio dell’università di Bologna

Per 18 mesi i ricercatori dell’università di Bologna, guidati da Lamberto Manzoli, hanno studiato la popolazione della provincia di Pescara, in Abruzzo. In particolare è stata monitorata l’incidenza di alcune gravi patologie cardiovascolari e polmonari. Naturalmente gli scienziati non hanno tralasciato fattori come l’età e il sesso dei partecipanti allo studio, così come il rischio clinico.

Nessuna crescita di malattie gravi

Il risultato che balza agli occhi è che tra i vaccinati non c’è stata una crescita di malattie gravi. Il livello di sicurezza dei vaccini che sono stati somministrati per arginare i contagi è stato confermato.

I ricercatori spiegano che è comunque importante continuare a monitorare i vaccinati nel lungo periodo e ampliare anche la popolazione di riferimento. Un’altra evidenza della ricerca è che le persone che hanno terminato il ciclo vaccinale sono più protette di chi ha avuto il coronavirus.

Scendono in Italia i contagi

Intanto scendono, nell’ultima settimana, 13-19 gennaio 2023, tutti gli indicatori del Covid in Italia. Diminuiscono i ricoveri, le terapie intensive, i contagi e i decessi. I casi sono – 38%.

I morti passano da 576 a 495, con una media di 71 al giorno. Ci sono più di 50mila positivi in meno sul territorio nazionale e diminuiscono dello stesso numero le persone in isolamento domiciliare. I numeri calano in tutte le regioni. Insomma, se in Cina la situazione sembra essere di nuovo molto grave, in Italia l’inverno non sta creando grandi problemi. Questo lo si deve anche a vaccini che hanno funzionato e alla capillare campagna vaccinale.

In Cina nella stessa settimana i morti soltanto in ospedale sono stati 13mila. Il numero non tiene conto, infatti, di tutte quelle persone che sono decedute in casa. I dati arrivano direttamente dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie.

“Avatar 2 : La Via dell’Acqua” e il messaggio ambientalista

avatar
avatar, la via dell'acqua

Avatar 2: La Via dell’Acqua” del regista ed esploratore di oceani James Cameron è il sequel dell’omonimo film del 2009. Questa volta esploriamo il mondo acquatico. Scopriamo quale messaggio ambientalista vuole lanciare.

Il film Avatar 2: La Via dell’Acqua” 

Il film è un misto di epopea fantascientifica e narrazioni degne di un abile documentarista, ci catapulta negli ecosistemi acquatici di Pandora, una luna aliena abitabile, lontana 4,4 anni luce dalla Terra.

Qui vivono i Na’Vi, umanoidi dalla pelle blu. Nel primo film del 2009, gli abitanti della luna erano costretti a difendersi dai terrestri, intenzionati a colonizzare il loro mondo per sfruttarne le risorse. 

Gli omini blu vivevano nelle foreste pluviali e potevano contare sull’appoggio di soldati e scienziati umani, solidali con la loro causa. 

Nel secondo episodio, il regista si sposta negli pseudo-oceani del mondo lontano.

Tra finzione e pseudo-realtà

In Avatar 2, il regista e il suo team hanno immaginato una moltitudine di specie, sia di fantasia sia pseudo-reali. Accanto a quelle che sembrerebbero delle barriere coralline, nuotano creature marine che ricordano i pesci palla e i pesci leone. Fluttuano e ondeggiano forme di vita che presumibilmente avrebbero abitato gli antichi oceani della Terra. 

Incontriamo così dei destrieri da guerra dal lungo collo, gli Ilu che somigliano ai plesiosauri, rettili marini estinti e gli skimwing, animali giganteschi che sembrano un incrocio tra un esemplare di Lepisosteidi e un pesce volante.

Poi ci sono i tulkun, mastodontiche creature intelligenti, simili alle balene.

Il clan dei Metkayina

Gli abitanti che incontreremo in questo nuovo episodio sono i Metkayina, un clan indigeno che si è adattato evolutivamente per vivere nell’acqua. Hanno una coda che serve per la propulsione, riescono a stare in apnea ma hanno anche bisogno dell’aria per respirare.

Sono inoltre dotati di una terza palpebra, come i coccodrilli e i gufi.

Ed è proprio la palpebra a proteggere i loro occhi quando si immergono ad alta velocità nell’acqua a cavallo degli Ilu, le creature che hanno addomesticato e con le quali vivono in simbiosi.

Piccola curiosità: il clan descritto da Cameron ricorda i Sama i Bajau, tribù polinesiane strettamente legate all’oceano.

Un lavoro di altissima qualità

Cameron, mente creativa di The Abyss e Titanic, collabora anche con National Geographic Explorer.

Nel 2012, effettuò per la nota società di divulgazione scientifica la sua prima immersione in solitaria sul fondale delle Fosse delle Marianne, con la spedizione Deepsea Challenge.

Avatar 2 ci mostra gli oceani del passato

Intervistato da National Geographic, Cameron ha dichiarato «Questo film vuole essere un modo per mostrare come potrebbero essere stati i nostri oceani 300, 400, 500 anni fa, prima che ci avviassimo a diventare una civiltà industriale. Se guardando questo film gli spettatori – a parte seguire le vicende della famiglia Sully [i protagonisti del film], le loro relazioni e i vari drammatici conflitti – verranno affascinati da questa esperienza sottomarina, dalla sensazione di vita pulsante, di magia e di mistero, allora forse saranno portati a riflettere su ciò che attualmente stiamo perdendo qui sul nostro pianeta».

Avatar 2 e gli effetti visivi straordinari 

Al di là della trama avvincente, anche gli effetti visivi sono davvero straordinari. 

Grazie alla tecnologia sofisticata e all’accuratezza descrittiva, si ha l’impressione che Pandora sia un posto reale. Ogni azione, la cavalcata di ogni creatura, è basata sulla fisica del mondo reale. Stesso discorso per le riprese acquatiche.

Avatar 2: qualche cifra

Distribuito dalla 20th Century Studios il film uscito il 14 dicembre 2022 è il sequel in live action del film campione d’incassi Avatar del 2009. Ha incassato undici milioni di euro in una settimana e attualmente è il sesto incasso più alto di sempre della storia del cinema.

Costato 460 milioni di dollari: è uno dei film più costosi di sempre.

Il messaggio ambientalista 

Cameron non ha voluto soltanto emozionarci con un film strepitoso, ha soprattutto voluto lanciare un appello “ambientalista”.

«Ho voluto che questo film parlasse dell’acqua, di come il luogo in cui la vita ha avuto origine sulla Terra si è evoluto nel tempo, e delle meraviglie che ancora oggi vi possiamo ammirare – nonostante il suo preoccupante stato di salute, causato dall’ azione dell’uomo».

E ancora «Tra 50 o 75 anni la maggior parte delle barriere coralline del pianeta saranno visibili solo nei film. E questo non va bene. Quando ero piccolo sognavo di diventare un subacqueo per poter vedere con i miei occhi tutta questa meraviglia e questa bellezza, e poi per decenni ho potuto esplorare e ammirare questo mondo. I miei figli e i miei nipoti non avranno questa opportunità. Quindi il mio se vogliamo è un grido d’allarme: per ricordare, celebrare e innamorarsi di nuovo, e grazie a questo dedicarci a proteggere ciò che stiamo perdendo».

Giardino degli Aranci, Aventino e Templari

Giardino degli aranci
giardino degli aranci

Il Giardino degli Aranci e tutto il colle dell’Aventino sarebbero un’unica nave sacra ai Templari, pronta a salpare per la Terra Santa.

Giardino degli Aranci e indizi sui Templari 

Nel lontano 1128 Ugo de Payns (1070-1136) un nobile francese, arrivò a Roma, dopo aver partecipato alla prima crociata nel 1127, per avanzare una richiesta a Papa Onorio II.

L’uomo voleva fondare un suo ordine cavalleresco: i “poveri cavalieri di Cristo”, successivamente noti come Cavalieri Templari. 

La storia dell’Ordine, dall’inizio fino alla tragica fine avvenuta due secoli più tardi, è interconnessa con quella di Roma.

Per scoprire qualche indizio, siamo andati al Giardino degli Aranci, sul Colle Aventino (Rione Ripa).

Parco Savello o Giardino degli Aranci?

In realtà, il vero nome del posto è Parco Savello, ma è conosciuto meglio come Giardino degli Aranci, per la presenza di numerosi alberi di questo agrume. Si vocifera tra l’altro che queste arance (amare) siano miracolose. I visitatori tuttavia non possono coglierle. Possono solo ammirarle o al massimo fotografarle!

Appartenuto nel X secolo alla famiglia Savelli, nel 1932 l’architetto Raffaele De Vico vi realizzò il bellissimo parco, una distesa di quasi ottomila metri quadrati di estensione.

Il viale del giardino 

Il vialetto principale divide il Giardino degli Aranci in due parti, ed è intitolato all’attore Nino Manfredi. La piazza centrale è invece dedicata all’attore Fiorenzo Fiorentini (1920-2003).

Giardino degli aranci: tra mistero e leggenda 

Secondo una leggenda, San Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei frati Domenicani (risiedevano in questo spettacolare contesto), fu il primo a portare un albero d’arance amare dalla Spagna nel 1200

Al posto del primo albero ne crebbe spontaneamente un altro, che continua tuttora a fare frutti profumatissimi. L’albero si trova nel giardino del chiostro della chiesa di Santa Sabina, a pochi passi.

Per vederlo basta uscire dall’apertura laterale della navata della chiesa e sbirciare attraverso un foro nel muro di sassi.

La vasca incastonata dietro la chiesa del giardino 

Un altro particolare che salta all’occhio è la fontana realizzata da Giacomo della Porta. Incastonata nel muro con un bordo in travertino, fu realizzata da un’antica vasca in granito.

Quest’ultima fu rinvenuta all’interno di alcune terme romane. Fu poi arricchita da maniglioni a bassorilievo e decorata con un mascherone marmoreo di origini barocche. Il mascherone è inserito in una nicchia a forma di grande conchiglia e rappresenta probabilmente il Dio Oceano

Illusione ottica del Giardino degli Aranci

Se ci si posiziona esattamente al centro del viale del giardino, si può ammirare da lontano il Cupolone. Superando lo stesso, fino ad arrivare alla Villa del Priorato di Malta, si può ammirare in prospettiva lo stesso spettacolo dal famoso buco nella serratura. E qui, inizia il mistero dei Cavalieri Templari.

Aventino e Templari

Cominciamo da un cenno storico per poi passare alla leggenda.

In epoca repubblicana, sul Colle Aventino sorsero diversi culti misterici. Il complesso fu edificato nel 939 come monastero benedettino, sopra un palazzo turrito donato da Alberico II, “Signore di Roma” de facto, che governò dal 932 fino alla morte (954). Verso la fine del XII secolo il monastero divenne proprietà dei Cavalieri Templari e dopo la soppressione dell’Ordine, avvenuta nel 1312, passò nelle mani dei Cavalieri di Rodi.
Quest’ultima era una confraternita religiosa istituita in Terra Santa dal monaco amalfitano Gerardo e si occupava di fornire assistenza ospedaliera e alloggio ai pellegrini in visita al Santo Sepolcro. Nel 1522, il suo nome fu trasformato in Sovrano Ordine di Malta e la residenza ospitò il Gran Priorato di Roma dei Cavalieri di Malta.

La simbologia del Piranesi

Stando alla leggenda, tutta la zona del Colle Aventino sarebbe un’immensa nave, sacra ai Cavalieri Templari, pronta per salpare per la Terra Santa. 

A darne prova, una serie di indizi e codici ermetici racchiusi nella simbologia presente in questi luoghi, lasciati dall’architetto visionario Giovan Battista Piranesi (1720-1778).

Ideatore della Chiesa di Santa Maria in Aventino, Piranesi era un fervente ammiratore dei Cavalieri Templari, così si “divertì” a lasciare delle tracce ai posteri. Indizi che tuttavia, solo un conoscitore di esoterismo e simbologia avrebbe potuto interpretare.

La nave pronta a salpare per la Terra Santa

Torniamo al mistero della nave. Osservando il colle dall’alto, si può notare che, effettivamente la parte meridionale (quella che scende fino al Tevere) ha una forma a V e ricorda la prua di una nave.

La porta d’ingresso della Villa dei Cavalieri di Malta rappresenterebbe il cassero, la parte di un veliero rialzata a poppa, da cui si accede. 

I labirinti all’interno dei giardini posti dietro al portone, ricordano funi e sartiame. I parapetti del Parco Savello, rappresentano gli spalti della tolda (il ponte scoperto della nave). Gli obelischi che abbelliscono la piazza sono un chiaro rimando all’albero maestro. Infine, i simboli incisi sugli stessi sarebbero dei codici interpretabili solo dalla Massoneria e dai suoi adepti.

E qui il mistero si infittisce…

Fonte

Romaesoterica.com